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Se ne è andato Carlo, in punta di piedi e senza clamore come sapeva fare lui, perché quando si ha qualcosa da raccontare, da scrivere, da comunicare lo si può fare anche sottovoce.

Ed è sottovoce che ci ha lasciati impartendo agli improvvisati della cultura, ai beceri della filmografia e ai patiti della parolaccia sullo schermo l’ennesima lezione di stile.

Uno stile e una propensione a fare buon cinema che Mazzacurati ha fin da giovane, da studente del Dams di Bologna dove si laurea a pieni voti.

Carlo sa recitare e lo dimostra dalle sue prime interpretazioni nei suoi ruoli di bambino, ma lo dimostra anche da adulto recitando con Moretti e altri grandi del cinema italiano.

Lui però sa anche scrivere di cinema e confeziona sceneggiature originali e di grande impatto emotivo dove alla passione che lo spinge a parlare, raccontare e mostrare il proprio Paese si aggiunge l’emozione di rappresentare la realtà che gli è più vicina e affine.

E allora germogliano i suoi film sul Veneto, sulle campagne che lui conosce così bene, sulla gente, quelle persone tra cui Carlo ha vissuto e da cui ha imparato fin da bambino.

La sua regione, il suo paese, gli italiani e le storie di tutti i giorni rendono Mazzacurati un regista e un cineasta profondamente “locale” ma che non manca di affascinare anche il pubblico straniero.

Fortunatamente, nonostante le sempre difficoltà economiche che l’autore ha dovuto incontrare nella realizzazione dei suoi lavori, l’Italia ha saputo premiarlo e riconoscerne i meriti nel corso della sua vita. Carlo Mazzacurati ha vinto il Nastro d’Argento, il Leone d’Argento e i David di Donatello e con film come Il toro, L’estate di David e La lingua del santo è riuscito a commuovere il pubblico e a farsi apprezzare dalla critica.

L’eredità che lascia è questa, amare quello che si fa pe farlo bene. Sempre senza clamore.

 

 

Paolo Virzì cambia registro, toni e location e presenta agli spettatori italiani un film che non solo convince ma che fa il classico “botto” al botteghino guadagnando in pochi giorni più di un milione e mezzo di euro. Che strano! La pellicola non è niente di che dal punto della costruzione e dell’abilità registica, la storia non è neppure originale dato che è tratta da un romanzo di successo americano ambientato nel Connecticut e i personaggi sono davvero brutti e diseducativi, tutti, anche i giovani. E allora cosa piace così tanto ne Il capitale umano?

Sicuramente l’ottima performance di Fabrizio Bentivoglio e di Valeria Bruni Tedeschi ma anche l’assoluta capacità di Virzì di trasformare la storia di un dramma americano in una commedia all’italiana amara e cruda di quelle che si vedano negli anni Quaranta e Cinquanta del secolo scorso.

I personaggi sono goffi, maldestri, brutti e volgari. Le donne sono solo le controfigure degli uomini e i protagonisti più giovani sono il frutto dei loro insopportabili, ambiziosi e miserrimi genitori.

Chi va a vedere Il capitale umano molto difficilmente uscirà dalla sala pensando: “ma io non sono così, i miei figli non sono così, i miei genitori non sono così”. E probabilmente è vero!

Perché Virzì a suo modo esagera, amplifica, barocheggia. Come faceva a suo tempo Moliere con la società del tempo o più addietro i drammaturghi dell’antica Grecia.

L’attuale società è fatta sì di gente come il cinico imprenditore brianzolo e della sua stupida moglie, del mediocre agente immobiliare che vuole emergere in società e farsi invitare alle feste in piscina, di ricchi e viziati rampolli che non conoscono il dolore del lavoro precario e del mutuo trentennale per acquistare due vani ma la società attuale nasconde questa gente anche molto bene.

Ovvero, Paolo Virzì ci racconta i vizi e le brutture del nostro tempo ma le persone e i fatti che il regista descrive ormai sono occulti. A meno che la Guardia di Finanza o l’Agenzia delle Entrate non li faccia conoscere anche a tutti gli altri.

I ricchi ora fanno finta di non esserselo. Se organizzano feste in piscina nelle loro ville non lo urlano ai quattro venti, i rampolli simulano lavoretti stagionali per giustificare l’acquisto di potenti macchine sportive. E così Il capitale umano di Virzì racconta davvero quello che succede ma nessuno di noi incontrerà sul serio queste persone. Almeno non ora. Forse, dieci, dodici anni fa sarebbe stato ancora possibile. Ma adesso non più. Perché anche i ricchi, gli arrivisti, i cinici e gli egoisti un po’ nei giorni attuali si vergognano.

Della pellicola di Virzì allora resta soprattutto la capacità del regista di avere costruito una tragicommedia all’italiana dove ancora una volta e come nelle migliori tradizioni la vittima è un pover’uomo con un lavoro mediocre che torna a casa in bicicletta di notte e che perde la vita a causa di un’incosciente, prepotente alla guida di un suv.

Il resto è la solita Italietta del 1950.

 

Niente Hollywood o New York, niente completi da agenti di Wall Street né abitini di paillettes e feste glamour, in Nebraska, pellicola dolce, realistica e bellissima del cineasta indipendente Alexander Payne c’è tutta l’America vera, quella di piccole cittadine dimenticate e di uomini e donne che vivono una vita ai margini, fatta di quotidianità assoluta e di piccoli sogni infranti e mai realizzati. Nel grigio anonimo di giorni che si ripetono in lavori stanchi e luoghi popolati da poche anime un padre e un figlio si incamminano a piedi per raggiungere dallo stato del Montana lo stato del Nebraska. Il pretesto è una presunta vincita milionaria alla lotteria di Woody Grant, indiscusso protagonista del film, che viene accompagnato nel viaggio dal suo figliolo più giovane, David.

Il cammino per raggiungere la meta diventerà un viaggio interiore di formazione per il giovane coprotagonista, di rimpianto e ricordi per l’anziano Woody e di scoperta ed esplorazione dell’America on the road per lo spettatore.

Nebraska non è solo un film, è poesia pura. È il modo che ha Payne per far scoprire e raccontare alla sua platea l’America di chi non ha mai letto Kerouac o Steinbeck o meglio di chi non si è mai appassionato alla musica di Springsteen.

È l’America perduta e poi ritrovata anche dagli stessi protagonisti che camminando insieme comprendono quanta bellezza e sentimento può sfuggire a tutti noi, ogni giorno, costretti nella quotidianità della vita, anche di una vita che non volevamo.

Quando Woody riceve la notizia della sua vincita milionaria alla lotteria del Nebraska non si chiede se la cosa può essere vera o meno, non si lascia dissuadere dalla moglie né dal figlio maggiore, decide di incamminarsi a piedi, da solo, dal Montana per andare a ritirare quei soldi e lasciare a figli qualcosa per cui farsi ricordare e amare. Per lui ormai non chiede più niente. La vita è stata avara con Woody, gli ha distrutto sogni e speranze e lo ha lasciato disincantato e anziano senza che lui neppure se ne accorgesse. Ora vuole solo ritirare i soldi vinti e andarsene con la certezza di avere almeno qualcosa di buono per cui farsi ricordare.

Il figlio minore, David, prima cerca di farlo desistere come tutti gli altri, poi decide però di accompagnarlo e la vincita allora diventa il viaggio in sé. La conoscenza vera del padre, non solo come genitore ma come uomo, come persona. Un uomo che è stato giovane e pieno di speranze a sua volta, che ha amato e ha vissuto coltivando sogni e cantando canzoni folk.

Woody e David così si scopriranno a vicenda e insieme scopriranno la loro terra di origine che è avara e bellissima, scontrosa ma ricca di speranza, capace di infrangere il sogno americano classico e patinato ma capace anche di coltivare i valori della famiglia e del rispetto reciproco, dell’impegno e della responsabilità verso se stessi e verso gli altri.

L’eredità che Woody lascia a David allora è questa. I valori dell’America più vera e più profonda.

I soldi della lotteria sono solo un pretesto per far raccontare ad Alexander Payne la storia di assoluto amore e rispetto tra un padre e un figlio, di un valore che David assorbe e fa suo e che potrà a sua volta trasferire come eredità ai suoi figli. Agli spettatori resta la poesia di una pellicola che è quasi un libro da sfogliare, la bellezza di luoghi tanto isolati e brutali e tanto ugualmente affascinanti e la possibilità di percorrere con i protagonisti un viaggio emozionale e familiare dove magari ci si potrà anche riconoscere.

 

 

 

 

Per chi era bambino qualche decennio fa rivedere le gesta e le battaglie del pirata spaziale più dark e affascinante di tutti i tempi è un tuffo emotivo e piacevole nel proprio passato, per le nuove generazioni è un modo per conoscere e apprezzare una storia e un personaggio che era moderno già quando venne creato da Matsumoto nel 1976.

Il pirata tutto nero, che comanda una nave spaziale indistruttibile e che ha come equipaggio uomini e donne cittadini delle galassie e pronti a seguirlo in ogni battaglia, anche la più dura e pericolosa.

Capitan Harlock non è il solito eroe positivo e pieno di buone intenzioni. Tutt’altro.

È un pirata, pronto a scontrarsi e a soccombere per i propri ideali. Pronto a immolarsi per la sua causa. Ed qui che il personaggio fantastico e fumettistico assume contorni e aspetti originali, perché Harlock diventa un filoso politico, un rivoluzionario, quasi un terrorista se non si fa davvero attenzione a quello che dice e che comunica agli altri.

Il pirata nero che attraversa le galassie sull’indistruttibile Arcadia allora diventa molto di più di un semplice cartone animato o di un semplice fumetto. Harlock come il Che, come Evita Peron, come Nelson Mandela. Insomma, troppo complicato per lasciare un pensiero sociale e politico di importanza universale a un affascinante uomo immortale, di carta.

Eppure i suoi creatori cinematografici non si fanno scrupolo e realizzano un film animato in 3d da togliere il fiato, con battaglie nello spazio incredibili e colpi di scena da maestro, a conferma che i nipponici in questo genere di opere restano sempre i numeri uno.

Ciò che lascia perplessi è il senso della trama e del personaggio Harlock più vicini a un pensiero socialista che non gli appartiene. Eppure a guardare bene si ritrovano elementi tipici giapponesi quali il sacrificio in battaglia, il senso dell’onore e gli antichi principi samurai ma Capitan Harlock rimane unico e irripetibile nel suo genere.

Il film il 3d ora nelle sale cinematografiche fa ruotare la trama prevalentemente sul desiderio della razza umana sparsa nelle tante galassie di ritornare sulla Terra, pianeta e luogo di origine di tutti loro. Ma la Terra è troppo piccola per poter accogliere e ospitare tutti i suoi figli sparsi nell’Universo, da qui la battaglia tra le varie forze a cui Harlock apporterà come sempre il proprio contributo. Del cartone e del fumetto degli anni ’70 e ’80 i creatori del film lasciano quasi tutto aggiungendo qui e là personaggio minori o maggiori a seconda delle esigenze della storia.

Il risultato è un bel film di animazione, fatto molto bene da chi queste cose le ha praticamente inventate e una bella occasione di conoscere o ricontrare un eroe gotico e noir diverso da tutti gli altri.

 

 

Peter è stato l’attore più versatile del secolo scorso passando con la stessa facilità e bravura dal palcoscenico al grande schermo e infine alla televisione e interpretando ruoli deferentissimi tra loro con uguale successo e plauso.

Per ogni grande attore arriva però sempre il ruolo giusto e più che perfetto, quello che lo consacra al pubblico internazionale e lo fa diventare divo a tutti gli effetti. La storia del cinema apre le porte a O’Toole per la sua indimenticabile interpretazione di Lawrence d’Arabia e gli assegna un posto che nessun altro attore potrà mai soppiantare in quel ruolo e per quel personaggio.

Irlandese di nascita Peter ha saputo imporsi in quasi tutte le grandi produzioni del cinema inglese tanto da far dimenticare quasi a tutti le proprie origini e farsi riconoscere come uno tra gli interpreti più british del cinema.

Amato e corteggiato dai cineasti più famosi e impegnati degli anni Sessanta e Settanta, Peter gira una pellicola dopo l’altra e si diverte a cambiare genere e personaggio a secondo della trama e dell’esigenze registiche.

Arrivano così le nomination agli Oscar, praticamente per quasi ogni sua interpretazione ma alla fine lo star system hollywoodiano gli preferisce sempre qualcun altro.

Peter O’Toole con la pazienza degli irlandesi e l’umorismo degli inglesi fa spallucce e continua a lavorare sui set delle produzioni internazionali più prestigiose passando da un cast all’altro e girando con tre generazioni di artisti e autori.

E così nel 2003 accetta l’Oscar alla carriera e nel 2007 dopo quarantaquattro anni di nomination arriva la sua prima vera statuetta per il ruolo nel film Versus.

Elegante, raffinato, eclettico e bravo praticamente in ogni ruolo Peter O’Toole è uno dei protagonisti indiscussi del cinema del Novecento, uno degli attori che ancora sapeva dosare con garbo e successo gli insegnamenti ricevuti all’accademia di arte drammatica di Londra con la leggerezza e la sfrontatezza imposti dagli studios di Hollywood.

 

Era il 1940 quando sulle scene americane appare la pellicola più di successo di Alfred Hitchcock.

Il film è Rebecca la prima moglie, sceneggiatura tratta da un lavoro letterario di du Maurier e la protagonista indiscussa è lei Joan Fontaine, bella, tormentata e magnifica negli abiti di scena creati apposta per darle l’aria più barocca e decadente possibile.

La pellicola è un successo mondiale e la Fontaine viene candidata come migliore interprete.

I tempi per lei non sono però ancora maturi e la statuetta va a una più nota e rampante Ginger Roger che incassa il successo ma comprende bene che quella giovane donna bionda e bravissima le starà di sicuro con il fiato sul collo.

Così è infatti e Joan Fontaine figlia di una attrice britannica e sorella della più famosa Olivia de Havilland scala tutti i traguardi e diventa la musa per eccellenza di Hitchcock aggiudicandosi due anni dopo l’ambita statuetta con Il sospetto.

Da quel momento in poi la carriera di Joan vola e lei interpreta, con successo, qualcosa come cinquanta film, l’ultimo dei quali nel 1994.

Arrivata piccolissima in California con sua madre Lilian e sua sorella Olivia, Joan scopre prestissimo la sua passione per la recitazione e calca il palcoscenico con amore e buoni risultati, fino a che non decide che il fascino del cinematografo è per lei più forte.

Gli anni Trenta del Novecento la vedono interprete di piccoli ruoli o di comparse ma sempre accanto ad attori famosi e questo è il periodo in cui Joan non solo può farsi le ossa con registi bravi e nella recitazione filmica ma anche frequentare il mondo dorato e pieno di occasioni di Hollywood.

Come succede spesso per le interpreti di successo e per le pellicole da cineteca anche per Joan Fontaine il ruolo chiave resterà sempre quello di Rebecca la prima moglie e così vogliano ricordarla anche noi. Fragile ma forte, bella e insicura. La vera rivelazione del cinema noir anni Quaranta.

 

 

Dalla musica agli abiti, dalle mostre al cinema, il decennio più controverso, irreverente e geniale del Novecento sembra un pozzo senza fondo da cui attingere idee, storie e spunti per il rinnovamento o solo per un revival emozionale.

Succede anche al regista David O. Russell che confeziona per questo inizio di 2014 un poliziesco grottesco e irresistibile sulle gesta di due noti truffatori americani degli anni Settanta e di un ambizioso ed egocentrico agente dell’FBI pronto a incastrarli ma altrettanto pronto ad usarli per mettere le manette a molti politici locali e senatori del parlamento degli Stati Uniti.

La storia e la trama di American Hustle sono in realtà parecchio pasticciate e accanto ai quattro bravissimi protagonisti e attori principali ruota un sottobosco di comparse e di personaggi minori che servono al regista per dare alla sua pellicola l’idea della frenesia e dell’improvvisazione che regnava proprio nel periodo storico presentato e per richiamare l’attenzione dello spettatore sul fatto che ogni finale sarà comunque a sorpresa.

Nella sua frenesia creativa Russell non manca di coinvolgere anche un mostro sacro di Hollywood come De Niro a cui affida un cammeo di pochi minuti ma talmente ben riuscito e intenso da farlo ricordare con precisione a chiunque veda la sua pellicola.

Diciamo allora che il copione regge. La storia è improponibile e grottesca ma l’idea finale che resta agli spettatori è quella di un film non commerciale ma geniale e originale quanto le prime pellicole dei fratelli Coen. In realtà American Hustle non ha nulla della pellicola di autore e Russell è un regista da Studios ma il fumo negli occhi che è riuscito a inviare grazie a una ricostruzione minuziosa dei particolari gli regge benissimo il gioco e l’atmosfera del film è da dieci e lode.

Bellissimi i costumi, le pellicce non vere ma molto ben fatte, le complicate acconciature delle protagoniste, le tutine con profondi scolli davanti della bella Amy Adams e i riccioli artificiali e nerissimi del grande Bradley Cooper, quasi irriconoscibile con il look di Tony Manero.

Indovinate anche le ambientazioni disco e il clima italo americano del New Jersey proprio degli anni Settanta dove tra politici, elettori, poliziotti e procuratori i cognomi italiani la facevano da padrone e il senso di piccola comunità si sposava con il patriottismo americano delle seconde generazioni. E così che David O. Russell regala agli spettatori un film quasi da sfogliare come un libro di Ellroy, dove c’è la pupa e il boss, il poliziotto accanito e il politico corrotto ma c’è anche tutto il glamour e il fascino di un decennio che ha inventato la modernità e la trasgressione.

Bellissimo e coraggioso.

 

 

Dietro i candelabri è un film difficile da comprendere anche se facile da guardare perché la trama è semplice ma l’intento del regista di raccontare lo show bussiness attraverso la vita privata e pubblica di una icona dello spettacolo americano degli anni Settanta non si realizza appieno e non porta lo spettatore dove la sceneggiatura vorrebbe arrivare.

Il protagonista Liberace è probabilmente il pianista e intrattenitore più importante e celebre della sua epoca, fa ascolti altissimi, il pubblico l’adora e guadagna molti soldi, solo che le regole ferree del mondo dello spettacolo degli anni Settanta l’impongono di non rivelare la propria omosessualità e di continuare una messinscena perenne fuori e dentro il palcoscenico.

Strana cosa davvero, perché a prescindere dalla pellicola di Soderbergh, a chiunque capiti di osservare qualche filmato dell’epoca su Liberace, ovvero sul vero artista americano Valentino Liberace, non può sfuggire il fatto che lui ce la mette propria tutta, dagli abiti, ai candelabri vistosi, alla scenografia e alle performance dei suoi lavori a far capire alla gente e al suo pubblico come stanno sul serio le cose.

E allora quale rimane lo scopo della pellicola di Soderbergh?

Raccontare l’ipocrisia e le piccolezze di un mondo fatto di lustrini e spettacoli dal vivo dove anche l’evidenza sembra essere soggetta e ancella di uno scopo ultimo più importante e fondamentale, quello di fare soldi e di avere successo.

Nel mezzo, certo, c’è anche la relazione più importante del protagonista non più giovanissimo con un bel ragazzo che gli ruba il cuore e l’anima.

Però questo è secondario. E quindi lo spettatore non ha né il tempo né la possibilità di parteggiare per questa relazione o per il sentimento tra i due perché l’attenzione è perennemente richiamata su dialoghi, azioni e scenografia che nulla hanno a che vedere con Liberace e il suo giovane amante Scott Thorson.

Nel pieno dei suoi voli cinematografici Soderbergh opta anche per un cast del tutto incredibile, affidando il ruolo di protagonisti a Michael Douglas e Matt Damon.

Che per carità, sono bravissimi ma talmente poco credibili da costringere il regista a imbalsamarli in una recitazione serratissima e nervosa.

Scelta da autore sicuramente. Prova da cineasta consumato. Sì e ancora sì.

Il pubblico però si annoia perché non trova il pathos della tormentata storia d’amore sulla quale non si può fare outing e fa fatica a comprendere lo scopo reale della pellicola, che rimane la denuncia dello show business ma talmente mischiata e amalgamata con tutto il resto da risultare oscura.

Unica vera nota positiva l’effetto glamour. Quello vero, degli anni Settanta, dove il bianco, l’argento, le luci e l’eccesso erano inspiegabilmente di buon gusto.

Tempi passati. Guardiamoli con affetto…non possiamo fare altro.

 

 

 

Estate 2013, Londra, parco cittadino, la band rock più famosa e longeva del mondo ritorna proprio da dove era partita più di quaranta anni prima. La loro città e l’Hyde Park che li avevano visti protagonisti e consacrati a idoli musicali nel 1969.

L’evento richiama migliaia di fan da tutto il mondo e i Rolling Stone non si risparmiano e non lesinano mettendo in scena un concerto evento di ore e offrendo agli spettatori una scaletta di brani e di esecuzioni da mandare in estasi anche chi di rock e di assoli di chitarre fino a quel momento non ne aveva voluto sapere nulla.

Il potere del mito e il potere della “storia” dunque, capaci di rendere ancora ragazzi musicisti settantenni e richiamare sotto il loro palco quattro generazioni di ammiratori.

L’evento e il concerto sono di una importanza così grande ed eccezionale da richiamare con largo anticipo l’attenzione non solo di tutti i fan della band ma anche degli addetti ai lavori che decidono di trasformare il concerto evento anche in una pellicola evento.

Nasce così Sweet Summer Sun- Hyde Park Live 2013, con la regia di Paul Dugdale e il favoloso montaggio di Simon Bryant. Non una semplice ripresa del concerto, non un semplice racconto in immagini dell’evento ma un vero film, con movimenti di macchina ben precisi, primi piani degli artisti e degli strumenti fatti in maniera professionale e un suono capace di catturare anche il più piccolo scambio di battute tra Mike Jagger e compagni.

La pellicola è stata mandata in anteprima italiana al Medimex, Salone dell'innovazione musicale di Bari, lo scorso 5 dicembre e ha visto l’introduzione di Ernesto Assante e Gino Castaldo che hanno tenuto una vera e propria lezione di rock.

Un film evento insomma che celebra oltre a una delle band rock più celebri e di lunga vita al mondo anche un fenomeno di cultura e di società che sembra non essersi mai spento nonostante la crisi internazionale, il passare delle mode, l’alternarsi delle generazioni.

 Indira Fassioni

 

 

 

Roberto Minervini, marchigiano andato negli Usa per imparare il mestiere di regista ha fatto davvero centro. Ha appreso dagli americani tutto quello che c’era da imparare sulle origini del cinematografo e delle pellicole pioneristiche e ci ha aggiunto del suo, con la grazia e la cultura regalategli dal suo essere italiano. Il risultato è un nuovo cineasta che sorprende quanto il primo Godard e coinvolge quanto Ivory.

Stop the pounding heart esce questo fine settimana e io consiglio a tutti di andarlo a vedere perché un film fatto così bene e con tanta grazia e poesia non è facile che ci venga proposto dalle sale italiane, soprattutto in periodo natalizio.

La storia racconta della vita bucolica e tranquilla di una giovane donna del Texas che vive nella fattoria dei genitori, molto religiosi, con le sue sorelle e tante pecore e animali.

Sara trascorre le sue giornate a contatto con una natura quasi primitiva e incontaminata e le sue serate nel calore del focolare leggendo la Bibbia e commentandola con i suoi familiari.

Praticamente una cartolina di fine Ottocento. Un piccolo mondo antico che se da una parte sconvolge e fa inorridire gli amanti della tecnologia e dell’alta velocità dall’altra non può che affascinare anche loro, in una minima parte, per la diversità e l’incontaminazione che prospetta.

Tutto sembra scorrere quindi nella vita della protagonista fino a che non arriva Colby Trichell, allevatore di tori e cowboy senza sella che ne sconvolge l’esistenza e la porta in una crisi profonda. Sara, per la prima volta, comprende e assapora un sentimento nuovo, che la porta ad avvicinarsi al recinto del giovane e a godere dei suoi sorrisi e dei suoi saluti.

Nel ranch arriva però una ragazza molto più intraprendete e smaliziata di lei e la giovane donna comprende allora che il sentimento che l’ha distratta e fatto sognare non può che restare solo platonico perché lei non sarà mai diversa dalla donna che è, dalla persona educata da semplici e religiosi allevatori di pecore e che il suo mondo interiore ed esteriore lei ce l’ho ha già.

Allora ritorna alla sua vita che è bella e meravigliosa proprio perché sempre sospesa a metà tra un sogno bellissimo e una realtà altrettanto fiabesca e onirica.

Bravissimo Minervini a giocare sul deus ex machina proprio della tradizione classica, inserendo in una storia di formazione come Stop the pounding heart il personaggio maschile chiave che serve solo alla crescita interiore e fisica della protagonista. Un colpo da maestro per un cineasta arrivato con successo e bravura al suo primo film lungo.

La pellicola di Minervini ha un pregio dopo l’altro a partire dalle location, dove una fotografia filmica superba mostra allo spettatore un’America e un Texas insoliti e sognanti. Bellissima e appropriata la colonna sonora e indovinata la scelta degli attori che come insegnano i grandi maestri del realismo devono essere il meno famosi possibile.

Insomma, ne vale davvero la pena vederlo.

 

 

 

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