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A volte si è solo belle, a volte si è molto brave e a volte si diventa vere icone del proprio tempo.

 

Karen Black è stata tutto questo e se si vuole anche di più perché ha saputo interpretare come nessuna la sua generazione aggiungendo al talento e alla bellezza tanto lavoro e tanto studio.

Come molte attrici del suo tempo anche la Black partì dal teatro, dal debutto sul palcoscenico con le assi di legno e da quel luogo magico che era l’Off – Broadway negli anni Sessanta.

Il suo talento e la sua avvenenza la fecero notare subito dalla Hollywood che conta e nel 1966 Francis Ford Coppola la volle nella sua pellicola Big Boys nel ruolo della bella e concreta segretaria Amy che alla fine del film riesce a conquistare il timido e disilluso protagonista.

La Black è talmente brava a rubare la scena anche agli interpreti principali che dal quel 1966 in poi viene chiamata da quasi tutti i registi più importanti di Hollywood, girando titoli di gran successo come Nashville, Il giorno della locusta, Il grande Gatsby, Airport ’75.

Il grande successo e la fama però arrivano con Easy Reader, pellicola diretta da Dennis Hopper che la volle come protagonista assoluta accanto a Peter Fonda.

Il film del 1969 diventa immediatamente il lavoro cult della generazione degli anni Settanta e Karen Black l’icona della generazione stessa, la bella e maledetta per definizione.

Il “trittico” profano che lega il film, l’attrice e la storia restano immutati nel tempo tanto che la Black e Easy Reader diventano un tutt’uno per la storia del cinema internazionale.

La pellicola riceve, come sempre in questi casi, plauso e consensi per il coraggio e la veridicità del soggetto e feroci critiche da parte dei tutori della pubblica morale.

Tutto questo però non ne ferma il successo e il film non solo si aggiudica premi prestigiosi ma lancia ancora di più la figura di Karen Black come attrice e icona della sua generazione.

L’anno successivo, infatti, la brava e bella interprete riceve una nomination agli Oscar e conquista un Golden Globe con il film Cinque pezzi facili recitando accanto a Jack Nicholson.

Karen Black è ormai di fatto una delle attrici più importanti di Hollywood e può permettersi incursioni anche in televisione, girando e interpretando serie di grande prestigio come La Trilogia del terrore, dove recita accanto al suo secondo marito Robert Burton, e naturalmente a teatro, suo primo amore, per cui scrive e interpreta pièce e spettacoli di grande intensità.

 

Karen Black, nata e cresciuta in una famiglia di artisti, dove la scrittura la musica e l’interpretazione erano le doti che si tramandavano tra le generazioni, ci ha messo però tanto di suo, diventando l’attrice manifesto di una intera generazione.

 

La sua morte, dovuta a una malattia incurabile e molto aggressiva, priva il mondo dell’arte di una grande interprete e lascia contemporaneamente orfane le donne che dal mondo del cinema a quello del sociale hanno sempre visto in Karen Black un esempio e una figura da seguire, pur se nelle luci e nelle ombre che hanno caratterizzato la sua intera esistenza.

Nel fine settimana che ha visto uscire nelle sale cinematografiche italiane film costosi, grandi produzioni e pellicole pubblicizzatissime Stefano Calvagna regala al suo pubblico un thriller sorprendente, intenso, quasi a costo zero, realizzato da chi il cinema lo ama davvero e quindi lo sa fare. Multiplex è il film che non ti aspetti. La prova di regia che fa pensare che nel nostro paese esiste ancora un certo modo di fare il cinema, di costruire le scene, di alimentare la suspense, di plasmare gli attori e renderli credibili e meravigliosamente naturali. È il cinema italiano in poche parole e non ha bisogno di effetti speciali e tecnologie all’avanguardia per essere buono.

Basta soltanto saper raccontare una storia ed essere abbastanza bravi a far immaginare tutto il resto agli spettatori. La trama di per sé è molto semplice: sei ragazzi, tre maschi e tre femmine. La struttura classica della narrazione che diventa sceneggiatura. La decisione di fare qualcosa di pericoloso e adrenalinico insieme, nulla che possa danneggiare persone o cose, solo un gioco tra loro per mettersi alla prova e per saggiare qualcosa di nuovo.

Insieme decidono di rimanere chiusi in una sala cinematografica dopo l’orario di chiusura e di trascorrere la notte in un Multiplex al buio e isolati, sperimentando e inventando giochi proibiti e ad alta tensione emotiva. Nella struttura del cinema, però, scoprono presto di non essere da soli e per i sei ragazzi comincia una caccia all’uomo spietata e fatale con un finale tutto da assaporare.

Le prede e il cacciatore si inseguono e si scontrano nei lunghi corridoi del Multiplex, nelle bianche cabine dei bagni, nelle scale di emergenza e tra le locandine di film in programmazione da cui gli attori di carta li sbirciano impotenti.

Lo spettatore rimane affascinato e coinvolto da una tensione e da un pathos creato ancora alla vecchia maniera, fatto di rumori fuori campo, di lunghe carrellate in avanti e di primi piani indovinatissimi. Multiplex è un thriller d’autore che ricorda e richiama il miglior Dario Argento e la scuola dei cineasti italiani di genere anni Settanta e Ottanta. Una pellicola fatta da chi di cinema se ne intende, intrisa di citazioni filmiche e di rimandi ai grandi maestri del noir e dell’horror, come il film che scelgono di andare a vedere i ragazzi protagonisti, un vero cult come Fatal Frames,il cammeo che si regala il regista Calvagna nella propria pellicola e che rimanda al vezzo del grandissimo Hitchcock e soprattutto le musiche. L’intera colonna sonora originale di Multiplex è stata creata e curata da Claudio Simonetti, guru musicale di Dario Argento e compositore della maggior parte delle colonne sonore dei suoi film, da Suspiria a Profondo rosso, da Phenomena a Opera. Insomma, una vera garanzia. Simonetti sottolinea e sottotitola la pellicola di Stefano Calvagna facendone aumentare il fascino e la trepidazione, l’attesa e la scoperta.

Pertanto, se per questa estate non ne potete più di zombi e di mostri di zinco e metallo, di effetti speciali computerizzati e di commedie tristemente divertenti il cinema italiano rimane ancora una garanzia e Stefano Calvagna una vera scoperta.

 

 

Da Beverly Hills agli arresti domiciliari a Roma, da attore di fiction a regista e scrittore impegnato:Stefano Calvagna è un artista di altri tempi. Tempi in cui la vita privata, i valori e la cerchia di amici e conoscenti finivano inevitabilmente con il contaminare anche la vita artistica e la carriera professionale. Parlo con Stefano e mi rendo conto di quanto gli avvenimenti della sua vita lo abbiano pesantemente segnato e influenzato senza scalfirlo e senza togliergli l’entusiasmo e la capacità di fare film e di scoprire talenti. Lui che dai set di Hollywood dove impara a fare l’aiuto regista, finisce a montare le sue pellicole in una palestra romana perché è l’unico luogo dove può lavorare senza violare gli arresti domiciliari a cui viene condannato dopo una brutta storia personale e legale. Una forza e un coraggio incredibili conditi da una rabbia e una amarezza che Stefano Calvagna veicola ed esorcizza attraverso la sua arte e i suoi lavori come il film Rabbia in pugno e il libro Cronaca di un assurdo normale. Questa la sua intervista a NeroSpinto.

 

 

Stefano l’11 di luglio arriva nelle sale

Rabbia in pugno. Probabilmente il tuo

film più personale. Ce ne vuoi parlare?

 

“È un poliziesco. Anzi il classico poliziesco.

Il protagonista è un campione di arti marziali

che ha una compagna che desidera tanto fare

l’attrice. Viene contattata per un provino da un

personaggio losco e senza scrupoli in un locale

pubblico e qui, senza che lei se ne accorga le

viene somministrata la droga dello stupro.

Una droga che esiste davvero sul mercato delle

sostanze tossiche e che nella giovane compagna

del protagonista ha un effetto letale e la conduce alla morte.

A questo punto il suo compagno dà vita a una vendetta

Personale. Ma non dico di più. Bisogna andare a vedere

il film”.

 

 

Detto così sembra un film molto forte,

molto da maschi.

 

“In realtà è un film che si rivolge a tutti.

La storia non è incentrata solo sul protagonista,

le arti marziali o il suo desiderio di vendetta ma anche

sul mondo delle donne. Sulla loro fragilità e vulnerabilità.

Su una droga che può diventare un’arma pericolosissima

nelle mani di uomini senza scrupoli e che può portare

alla morte o a pesanti traumi per tante giovani donne”.

 

 

Rabbia in pugno è ambientata quasi tutta in una

palestra perché lei non poteva muoversi dato i domiciliari

e naturalmente con pochi soldi e con tanta buona volontà

da parte di tutti i suoi collaboratori. Come ci è riuscito?

“Beh, diciamo che ho preso il lato migliore

di tutta la faccenda e che la mia forza di volontà

ha fatto il resto. Polanski fece solo il montaggio

all’epoca dei suoi domiciliari in Europa, io ho

fatto l’intero film e tutto sommato non mi lamento.

Certo, avrei voluto avere più libertà, più mezzi, più soldi

ma i miei più che film sono piccoli miracoli.

Sono pellicole che hanno lo stesso budget di uno spot

o di un lungometraggio. Il pubblico gradisce lo stesso

e io sono soddisfatto ancora di più dei miei piccoli miracoli”.

 

 

Ancora un film con Alberto Tordi come attore e come

compagno di lavoro e di avventura. Deve credere

davvero molto in lui.

 

“E ci credo infatti. E non solo perché Alberto è un grande

professionista, un bravo attore e un artista capace ma perché

è un bravo ragazzo, una persona per bene.

Nel mio mestiere avere persone per bene con cui lavorare

e con cui condividere qualcosa è il primo passo per riuscire

a realizzare quello che si deve realizzare.

Io so che su Alberto Tordi posso contare e questo

mi tranquillizza e mi fa lavorare bene”.

 

 

Antonia del Sambro

Joanne Woodward diceva: “le mie figlie sono più belle di me? Certo, mio padre non è Paul Newman”. Ovviamente lo diceva con tutto l’orgoglio di madre e di una donna che se pur molto bella, e attrice apprezzata a sua volta, era riuscita a far innamorare e anche a sposare l’uomo più sexy e desiderato del pianeta.

 

Sono i primi anni Sessanta, la rivoluzione è alle porte e Newman e la Woodward sono la coppia più bella di Hollywood ma anche del cinema di quegli anni, tanto che i responsabili della 66esima edizione del Festival del cinema di Cannes hanno deciso di omaggiare Paul Newman e i suoi film scegliendo come immagine la locandina di Il mio amore con Samantha, pellicola del 1963 che il bell’attore americano interpreta proprio al fianco di sua moglie Joanne.

 

L’omaggio al divo più divo del cinema mondiale è del tutto giustificato perché Newman non è stato solo il sogno proibito di quattro generazioni di donne ma anche il più intelligente e moderno degli attori della sua epoca. Ciò che lo ha caratterizzato, oltre ai suoi meravigliosi occhi e alla sua faccia da angelo, è stata la capacità di scegliere solo copioni e pellicole adatte a lui.

 

Non si è fatto incantare da ingaggi facili e da contratti milionari e non si è scoraggiato neppure quando per tutto il periodo degli anni ’50 James Dean e Marlon Brando gli hanno rubato tutti i ruoli da protagonista nei film che a lui sarebbe piaciuto interpretare.

 

I rivoluzionari e indimenticabili anni Sessanta lo vedono, però, protagonista indiscusso delle pellicole di maggior successo del tempo: Lo spaccone, Nick mano fredda, Il sipario strappato, Le avventure di un giovane, Detective’s story, Intrigo a Stoccolma. Un trionfo dopo l’altro una Nomination dopo l’altra. Newman vola sulle ali dell’affermazione assoluta come attore, come sex symbol e come immagine del divo americano per definizione. Gira spot pubblicitari, alcuni anche al fianco della bella moglie Woodward, fa innamorare di se i maggiori stilisti del mondo e fa vendere decappottabili.

 

Sembra che Paul sia il tipico fenomeno di costume di un’epoca, il bello che quando non sarà più considerato giovane e attraente verrà delegato in ruoli e comparse di secondo e terzo ordine dall’industria del cinema internazionale. Newman però non ci sta e forte dei successi conquistati e della maturità interpretativa acquisita si propone e viene scelto per i film più belli e importanti degli anni Settanta e Ottanta. Tanto da meritarsi un Oscar alla carriera nel 1986 e un Oscar come miglior attore protagonista nel 1987 per il sequel de Lo spaccone.

 

Paul Newman è un attore sempre più bravo e sempre più impegnato anche nel sociale. Insieme allo scrittore Hotchner, nel 1982 fonda la "Newman's Own", un'azienda alimentare specializzata in produzioni biologiche i cui ricavati che ammontano a centinaia di milioni di dollari vengono devoluti in beneficenza per scopi umanitari ed educativi e che nel 1994 gli fa ricevere il Jean Hersholt, un particolare premio Oscar per contributi a cause umanitarie.

 

Tra gli anni ’90 e il 2000 arrivano pellicole come Le parole che non ti ho detto, Era mio padre, La vita a modo mio dove Newman è perfetto come attore maturo, con le rughe e i capelli bianchissimi. Attraente e meraviglioso come sempre. Tanto che tra pellicole impegnate, famiglia sempre più unita e numerosa e responsabilità nel campo della beneficenza dichiara: “questa storia dell’essere sexy è una delle cose più ridicole che potevano capitarmi”. Parole di un ultraottantenne che ha preso dalla vita, dall’amore e dal cinema tutto quello che di meglio potevano offrirgli ma che fa anche comprendere quanto lavoro e impegno ha dovuto metterci per dimostrare al mondo intero che Paul Newman era un vero uomo anche e soprattutto fuori dagli studio hollywoodiani. Il Festival di Cannes 2013 lo omaggia con documenti, immagini e film tra i più significativi; una scelta intelligente e che permetterà alle adolescenti di oggi di comprendere come era davvero un divo di Hollywood.

La lunga mano del serial killer si estende a ogni nuovo episodio e i follower diventano più numerosi e organizzati.

Nell’ultima puntata, andata in onda rigorosamente in lingua originale, la novità è stata rappresentata dal personaggio dell’avvocatessa, anche lei una “seguace” di Carroll, ma con una particolarità, non è una adepta spontanea. Il serial killer la minaccia e la costringe. La giovane avvocatessa diventa, così, suo malgrado, la portavoce ufficiale di Carroll e la sua messaggera privata. Una svolta impensata nella sceneggiatura di The Following, dove i seguaci e gli adepti della setta sono scelti dal serial killer ma possono ora anche essere vittime della stessa organizzazione criminale. Il senso di questo cambiamento nello sviluppo della storia può essere trovato nella intensificazione della suspense e nella volontà dei creatori della serie di coinvolgere gli spettatori ad ogni azione dei personaggi. The Following comincia puntando l’attenzione sulla minaccia e le implicazioni che possono arrivare dalla Rete. La comunità di internet è un bacino inesauribile di contatti al quale attingere per coinvolgere persone, ma creare anche storie e vite parallele. I primi follower di Carroll sono coinvolti in un progetto criminale e malvagio che condividono e che fanno proprio. Gli ultimi sviluppi della serie presentano qualcosa che fa ancora più paura della scelta libera e consapevole, seppur sbagliata, dei primi seguaci del serial killer: la coercizione.

Si può essere coinvolti nei piani diabolici, spietati e folli di Carroll anche senza il proprio volere.

Quando la giovane avvocatessa si presenta alla stampa, facendosi portavoce del serial killer, declamando e citando brani di Edgar Allan Poe a molti sembra un gesto incomprensibile, ma i veri seguaci di Carroll sanno che è un messaggio del loro leader per loro: è il segnale per dare il via a nuove e pericolose azioni.

Stessa sorte tocca all’ex moglie del killer quando l’avvocatessa si fa messaggera e la induce a violare la sorveglianza dell’FBI e ad eseguire la volontà di Carroll se vuole rivedere il loro bambino.

A questo punto, nella serie e nella storia cambia tutto. A far paura agli spettatori non è solo una setta invasata e criminale ma la possibilità che tutti possiamo entrare a farne parte, pur senza il nostro volere. Alla giovane avvocatessa, Carroll fa mozzare un dito per costringerla ad agire.

A qualcun altro quindi può fare di peggio, se questo serve ai propri scopi.

All’azione precisa e metodica dei follower e del serial killer risponde sempre la contro-azione mirata e inequivocabile dell’antagonista Ryan Hardy e degli agenti del Bureau che personificano la legge e l’ordine. Bravissimi a seguire le tracce dei criminali e a intervenire per scongiurare la tragedia collettiva passo dopo passo. Hardy e i poliziotti rappresentano l’azione contrastante alla setta e al killer ma non rappresentano la speranza. O almeno non ancora.

E questo continua a far paura.

 

Anche per questo 2013 è arrivata la Notte degli Oscar, la serata più glamour piena di star e starlette dell’anno, celebrata rigorosamente in quella magnificenza che è il Golden Theatre di Los Angeles, che è a sua volta la città con il maggior numero di gente famosa.

Tutto come da copione: abiti griffatissimi, donne bellissime e attori da mozzare il fiato.

I premi assegnati, però, sono una vera tristezza!

Andando per ordine, la migliore regia è stata vinta dal regista orientale Ang Lee per Vita di Pi, dico ma scherziamo? L’intero film si basa sulla bravura e l’ingegno di tecnici di tecnologia digitale, su effetti speciali fatti con i più avanzati programmi di elaborazione grafica e con pratiche di animazione che nulla hanno a che vedere con la regia intesa come scelta di movimenti di macchina, di inquadrature e di scrittura filmica; in questo caso, un esempio è Quarto Potere di Orson Welles o, per parlare di casa nostra, Sciuscià e Ladri di biciclette di De Sica.

Eppure, Vita di Pi, a ridosso tra scene reali e scene al computer, era candidata a ben undici statuette. Storia emozionante e originale, dicono alcuni. Forse, ma non si può premiare la regia, o meglio, non si può consegnare una statuetta d’oro a Ang Lee per la sua preziosa regia.

Resto d’accordo, ovviamente, alle candidature per gli effetti speciali e per la fotografia, premio quest’ultimo vinto dall’italiano Claudio Miranda, che se lo è meritato.

Proseguendo, il premio più ambito per il miglior film è andato a Argo, con una bella regia di un ispirato e redivivo Ben Affleck. Il film in effetti è bello, soprattutto è realizzato bene in quelli che restano i passaggi fondamentali, ovvero le ricostruzioni storiche degli eventi narrati.

Ed è qui che la mia perplessità sull’Oscar si fa avanti: vincere come miglior film non significa, infatti, pensare solo alla realizzazione della pellicola perfetta, ma presuppone che la stessa scaturisca da una sceneggiatura originale; invece Argo ha una sceneggiatura che si basa su un rifacimento precedente.

A Hollywood, però, quando nella stanza dei bottoni si decide chi deve vincere e chi deve perdere, di solito, non si guarda in faccia a nessuno. Ne sa qualcosa il povero Clooney surclassato lo scorso anno da un attore francese semisconosciuto! Così è stato anche per questo 2013, Argo vince come migliore film e viene premiato anche come migliore sceneggiatura non originale. Quando si dice essere scaltri! Oscar indovinati e indiscussi restano quelli al miglior attore protagonista, vinto da un superbo Daniel Day-Lewis nei panni di Lincoln e dalla migliore attrice protagonista, Jennifer Lawrence che nella pellicola Il lato positivo ha fatto vedere come si recita a una sopravvalutata Anne Hathaway smunta e afflitta nel musical Les Miserables, la quale, sempre perché siamo a Hollywood, ha preso il premio di consolazione, sempre d’oro, come migliore attrice non protagonista. Infine, due altri Oscar tutti meritati per due grandi professionisti del cinematografo, il primo andato al geniale Quentin Tarantino per la migliore sceneggiatura originale del film Django Unchained; la pellicola è un omaggio agli spaghetti western italiani ma rivisti e corretti dal regista americano in chiave splatter con l’alternarsi della realtà del vissuto e la finzione del fumetto e con uno sguardo all’apartheid attraverso la scelta del protagonista di colore che si affranca dai padroni bianchi. La seconda statuetta d’oro se la è conquistata la costumista Jacqueline Durran per i meravigliosi abiti del film Anna Karenina, la stylist inglese che aveva già vestito con successo Keira Kingthtley nel film Espiazione e Orgoglio e pregiudizio. Il costume creato dalla Durran per Anna Karenina è stato votato come il miglior costume della storia del cinema.

 

Sempre più appassionante la serie The Following in onda in Italia in contemporanea con gli Stati Uniti. Molti i punti di forza che tengono alto l’interesse e il coinvolgimento degli spettatori, dalla straordinaria bravura degli attori protagonisti, Bacon e Purefoy, alla scelta delle location e delle singole storie da raccontare in ogni episodio.

In realtà la serie è scritta in evoluzione, gli eventi e le narrazione seguono quanto già detto e fatto vedere, come se ci si trovasse ogni settimana a leggere un capitolo nuovo del medesimo romanzo, solo che, a ogni nuovo episodio, lo spettatore scopre avvenimenti e persone nuove che contribuiscono al senso della storia ma soprattutto ne diventano determinanti (come la sorella dell’agente Ryan Hardy, apparsa solo negli ultimi due episodi e immediatamente diventata fondamentale per rivelare agli spettatori qualcosa in più sul protagonista della serie e sulla sua vita privata).

The Following, infatti, segue l’indovinata scelta registica della costruzione in flash back, dove la tensione e la suspense di quello che viene narrato al momento, comprese le scene di azione e di violenza, hanno sempre un fondamento e una ragione nella vita passata dei protagonisti e dei personaggi della serie.

Gli ultimi quattro episodi sono stati fondamentali, perciò, per conoscere la vita dei protagonisti prima del loro incontro, il legame che li unisce e l’occasione in cui l’agente Hardy e il serial killer Carroll si sono guardati in faccia la prima volta.

Altrettanto importante è stato conoscere la vita e gli incontri degli altri personaggi della serie, ovvero i following, i seguaci del serial killer che continuano a operare in un clima di violenza e terrore pur con il loro leader in carcere, proprio come se fossero estensioni fisiche e mentali del killer. Quello che viene mostrato allo spettatore è un gruppo di persone che prima di diventare membri della setta criminale di Joe Carroll avevano comunque una vita, dei legami familiari e un lavoro. Gente normale, comune e anonima, proprio per questo più facile da plasmare e più propensa a divenire parte di un progetto o di un gruppo. L’intelligenza del serial killer è tutta qui: scegliere da chi farsi seguire e obbedire. La prima e più pericolosa tra i seguaci di Carroll non a caso è Emma, Ragazza anonima e timida, con una madre opprimente e molto sicura di sé che non le risparmia umiliazioni e frecciatine ironiche e mortificanti. Quando Carroll incontra Emma, egli comprende subito che la ragazza ha le potenzialità per diventare la sua maggiore sostenitrice nel progetto criminale, la sua follow più importante, praticamente il suo “braccio destro”.

La incanta, la plagia, le insegna. E quando l’agente speciale Hardy cattura il serial killer, Carroll ha già il suo gruppo di seguaci, può contare su Emma e gli altri complici.

E infatti sono loro a coordinare tutti gli altri following e a perpetrare crimini e violenze.

The Following è scritto e diretto con grande maestria, e niente è lasciato al caso. E così risulta indovinata anche la scelta di presentare agli spettatori italiani sempre due nuovi episodi, uno in lingua italiana e uno in lingua originale con i sottotitoli. Una formula moderna e vincente che fa appassionare ancora di più alla serie e che permette di ascoltare la vera voce degli attori protagonisti, registrata in presa diretta nel momento in cui sono state girate le scene. Una vera chicca per intenditori.

 

Quando John Lennon incontrò Yoko Ono nel 1966, la stessa era già considerata una pioniera del movimento artistico Fluxus, che dal 1962  raccoglieva artisti d’avanguardia intorno alla figura di George Maciunas, l’architetto lituano che rese il celebre quartiere newyorkese di SoHo e lo trasformò in un rifugio per artisti. Yoko avvicinò e conobbe gli esponenti di Fluxus proprio nella “grande mela” e da qui tutti insieme cercarono di esportare e far conoscere le proprie opere in Europa e poi in Asia.

Gli artisti di Fluxus sono architetti, designer, poeti sperimentali e musicisti che rivendicano nella vita quotidiana e nei gesti di tutti i giorni la presenza estrinseca dell’arte. Il flusso del quotidiano permeato, appunto, dalle più disparate forme artistiche.

Yoko Ono, nella galleria londinese dove conobbe Lennon, aveva esposto una mela con sotto la scritta che recitava “apple” e invitava i visitatori a piantare in una parete espositiva dei semplici chiodi con un semplice martello al fine di farne un collage. Erano le prime mostre personali dell’artista che, come molti altri membri di Fluxus, imponevano l'artisticità dei gesti quotidiani in nome di un'arte totale. Un’arte che predilige come ambiti d'espressione la musica, la danza, la poesia, il teatro e la performance. Da qui nascono gli happening, prima quelli americani che vedono la partecipazione di personaggi del cinema e della cultura, ma anche di donne simbolo come Jacqueline Kennedy; e poi quelli europei, soprattutto tedeschi, dove è l'evento che conta e dove lo spettatore finisce con il diventare attore e protagonista dell’evento artistico.  Fluxus, dal latino flusso, indica un fenomeno in continuo mutamento, che non ha forma né luogo, che abolisce i confini tra le discipline artistiche, fra artista e pubblico, fra arte e vita. Le opere d'arte Fluxus finiscono così per diventare veri e propri avvenimenti, con video, assemblaggi e performance che dal quotidiano si ricombinano in un nuovo orizzonte provocatorio e sorprendente, e sempre lasciando grande spazio e importanza al caso.

E per festeggiare al meglio i suoi primi, meravigliosi, ottant’anni Yoko Ono espone le sue opere più importanti in una mostra itinerante:Women in Fluxus & Other Experimental Tales.

Nella mostra sono presentate, oltre ad opere scelte di singole artiste, documentazioni di eventi e spartiti, Event Scores, riprese video, fotografie, dischi, oggetti, documenti cartacei, Yearboxes e altri interessanti e singolari materiali relativi alle serate Fluxus. Le opere provengono dalle più importanti collezioni internazionali e intendono ripercorrere quell’incredibile momento d’interdisciplinarietà programmatica che Dick Huggins chiamò Intermedia, e che scrisse parte della storia dell’arte contemporanea, anche italiana.

Le opere di Women in Fluxus sono circa duecento e, oltre ai lavori di Yoko Ono, ci sono quelli di artiste come Anna Halprin, Carolee Shneemann, Charlotte Moorman e Alice Hutchins.

 

 

 

Tanto tuonò che alla fine piovve.

È proprio il caso di dirlo per l’uscita nelle sale di Promised Land il film di Gus Van Sant che ancor prima di venire completato nel montaggio aveva già scatenato la reazione delle potenti lobby petrolifere e di buona parte della politica e della stampa americane.

Sarebbe facile parlare di film di denuncia e ancora più semplice parlare di pellicola in odore di censura o peggio, ma in realtà Promised Land è esattamente il lavoro cinematografico a cui Van Sant ci ha abituati da sempre. Uno spaccato della società contemporanea su cui lo spettatore è chiamato a riflettere e a confrontarsi. Chiunque abbia visto Paranoid Park e Elephant ha subito lo stesso processo degli spettatori di Promised Land e si è fatto la stessa domanda: io che farei al posto dei protagonisti? Ecco, allora possiamo parlare di un film di coscienza. La coscienza degli spettatori chiamati dal regista a interrogarsi su come va fuori. Che succede fuori di casa, dal nostro ufficio e dalla nostra cerchia familiare. Promised Land è la dichiarazione di impegno civile che Van Sant e gli attori trasportano nella pellicola sforzandosi di fare anche un bel film.

In realtà il film bellissimo non è. Manca di personalità vera tanto che non si fa fatica a inserirlo nel filone dei film di denuncia che ci sono arrivati in maniera copiosa negli ultimi anni dagli Stati Uniti.

Basta pensare a Clooney o Crowe e alle loro pellicole sulle aziende farmaceutiche o le grandi industrie di tabacco. Insomma, le intenzioni di Gus Van Sant sono più che buone ma in Promised Land decisamente si perde. Il film è piatto, non emoziona e non decolla. Neppure nel momento in cui i protagonisti iniziano il loro riscatto di coscienza nei confronti della società.

E allora come mai Promised Land è stato così osteggiato e criticato? Ovviamente per la storia.

Per la sceneggiatura intesa come racconto; e quello che racconta il film è davvero sconvolgente perché parla di persone e di vita reale al tempo della crisi economica globale.

In un giorno qualsiasi due agenti di una grossa compagnia vengono inviati in una cittadina rurale con lo scopo di convincere gli abitanti a cedere i loro terreni così da poterli successivamente trivellare ed estrarne gas naturale. L’idea della grossa compagnia è che una manciata di agricoltori, certamente non benestanti e stretti dalla morsa della crisi, non avranno difficoltà a cedere le loro proprietà. Sembra un compito abbastanza semplice per i due agenti inviati nell’America rurale più chiusa e meno colta ma non è così. La globalizzazione non riguarda, infatti, solo gli interessi finanziari e l’economia ma anche le coscienze e ad opporsi alla grande compagnia c’è Dustin Noble, attivista ambientale, grande persuasore di folle e cittadino preparato.

La Terra Promessa è degli americani che la coltivano e che la rispettano.

Questo dice la coscienza di tutti e questo vuole l’impegno civile che deve ripartire appunto dalla terra, dalle radici. Che non avvenga mai che il bisogno di sopravvivenza possa essere usato da chi vuole danneggiare il bene e la salute delle persone.

Matt Damon nei panni del protagonista ritorna in un ruolo che nel passato gli ha portato molta fortuna: il carrierista che decide di stare alla fine dalla parte degli oppressi.

Era il 1997 e Coppola lo scelse per L’uomo della pioggia. Gus Van Sant ce lo ripropone in Promised Land. Niente da dire. La parte l’ha imparata bene.

 

 

Presentata all’ultima edizione della mostra del cinema di Venezia, la pellicola di Anderson è già candidata a tre premi Oscar e si annuncia come il film più atteso del 2013

 

Ci sono voluti quasi due anni di riprese e più di una location tra la California e le Hawaii, oltre che un cast di attori tra i più quotati ma il risultato ha premiato tutti.

The Master si annuncia, infatti, come il film capolavoro del 2013, candidato a ben tre Oscar e considerato di fatto la migliore performance del regista e sceneggiatore Paul Thomas Anderson. La pellicola pone l’accento sul mondo delle sette, un fenomeno mondiale ma che negli Stati Uniti vede ogni anno un proliferare di leader e di adepti che rendono la società e la collettività americana permeate da influenze e poteri occulti e insieme pericolosi.

In The Master in protagonista, Freddie Quell, è un soldato con diversi disturbi neurologi e psicologi che un giorno incontra Lancaster Dodd, un imbonitore che ha inventato un metodo di introspezione che sperimenta sul disturbato Marine. Freddie sembra trarre giovamento dalle cure e dai consigli di Dodd e da quel momento ha inizio un sodalizio che li vedrà percorrere insieme un lungo tratto di strada. Anche se il loro viaggio finirà con l'offrire loro esiti assolutamente diversi. La pellicola che prende spunto da una delle sette più famose e potenti d’America presenta, però, risvolti sociologi e positivi e un finale che spiazza del tutto lo spettatore e che rende il lavoro di Anderson originale e affascinante oltre ogni dubbio.

L’autore e regista di The Master fa parte di quella generazione di registi che, come il collega e grande amico Quentin Tarantino, non ha imparato a fare cinema nelle scuole ma guardando migliaia di film in video e che ha una conoscenza enciclopedica della tecnica e della cultura cinematografica. Celebri sono infatti le sue scene “corali” dove le vite e le storie dei suoi personaggi si intrecciano e si confondono tra loro e altrettanto nota è la sua tecnica nell’utilizzo del piano sequenza come scelta registica identificativa. The Master non fa eccezione e regala allo spettatore un film di grande qualità, con una sceneggiatura ricca di colpi di scena e di risvolti inattesi. Come la storia d’amore che nasce tra Freddie, ossessionato dal sesso e dalle donne, e la figlia di Dodd, interpretata da una solare e deliziosa Ambyr Childers.

Perfetta anche la scelta degli attori protagonisti, Phoenix e Hoffman, che si confrontano mettendo in gioco tutti i loro comportamenti devianti, e riuscendo a gestirli in maniera del tutto diversa ma ugualmente costruttiva. Alla fine del film si ripensa allo spazio angusto in cui i due si erano incontrati la prima volta mettendolo a confronto con quello in cui finiscono con il ritrovarsi uniti e al contempo divisi più che mai. Anderson fa in modo che lo spettatore si accorga da solo di quanto proprio in quelle due location si sintetizza il senso di un'opera che sa andare oltre la narrazione su una setta potente e miliardaria. L'ultima inquadratura, infine, riapre il film e chiude l'analisi sociologica e psicologica che è il vero fil rouge dell’intera pellicola. Ad accompagnare le scene e i dialoghi c’è ancora una volta la musica di Jonny Greenwood, compositore e leader del gruppo musicale dei Radiohead, tra i collaboratori più amati dallo stesso regista. The Master, ha sfiorato il Leone d’Oro a Venezia ma si è candidato comunque a tre premi Oscar prestigiosi non smentendo i successi che sono propri del regista e sceneggiatore Anderson come l’Orso d’Oro a Berlino con il film Magnolia e il premio come miglior regista a Cannes 2002 con Ubriaco d’amore.

The Master applauditissimo dai critici e dal pubblico americanouscirà nei cinema italiani il prossimo 3 gennaio e sicuramente è tra i film da non perdere nel prossimo 2013.

 

 

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Direttore Responsabile
INDIRA FASSIONI

Se vuoi scriverle: direttore@nerospinto.it

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