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Pancakes|Two Eggs and Style|Yogurt di granola e insalata di frutta fresca|Toast Avocado|||

Per un mese, dal 7 maggio al 7 giugno, il mattino dei milanesi avrà l’oro (nero) in bocca! Grazie alla collaborazione con Manicardi, azienda agricola emiliana che produce il pregiato Aceto Balsamico di Modena, California Bakery rivisita il primo pasto della giornata.

 

 

 

 

Bisogna essere molto cinefili per amare i lavori di Carax e non perché sono intrisi di movimenti di macchina antichi e superati né perché il regista è un cineasta alla vecchia maniera, quella che ricorda le opere cinematografiche dei maestri del cinema del Novecento.

 

 

 

 

Ma perché le storie in immagini che racconta Carax scrollano gli spettatori dal tutto già visto a cui sono stati abituati negli ultimi decenni e li portano a pensare che il buio della sala cinematografica non serve per dormire o distrarsi con il cellulare ma ancestralmente è ancora il luogo deputato all’onirico dell’intelletto.

Così quando si guarda Holy Motors, ultima fatica del genio filmico di Leos Carax ci si stupisce e ci si delizia insieme. La trama confusionaria in maniera ordinata induce lo spettatore a chiedersi come mai bisogna perennemente indossare una maschera ed essere sempre qualcun altro in questo mondo.

E non solo nella nostra società contemporanea ma quasi sempre nella storia dell’umanità.

Le molteplici personalità assunte dal protagonista della storia Monsieur Oscar sono un omaggio alla creatività e insieme una condotta di vita che dalle maschere della commedia dell’arte fino ai personaggi del cinema muto non hanno mai mancato di sottolineare la necessità dell’uomo di nascondersi e camuffarsi a seconda della necessità del momento.

Per questo, alla fine, Monsieur Oscar è un uomo solo.

Un attore triste che interpreta ruoli affascinanti e meravigliosi ma che finiscono irrimediabilmente per nascondere la sua vera identità.

Perché in Holy Motors il leit motiv è appunto celarsi continuamente agli altri. Così come fa l’unico essere umano del film che ha contatti stretti con il protagonista, ovvero la sua autista, una affascinante e misteriosa donna bionda di cui anche lo stesso Oscar non sa praticamente nulla.

La genialità della narrazione filmica si basa appunto su questo particolare che rende speculari Celine e Oscar in un gioco di maschere e trasposizioni dove nessuno è mai ciò che appare.

Holy Motors è l’essenza del cinema tradizionale, primitivo ed essenziale.

Un viaggio nel passato per tutti i cinefili più convinti e pervicaci e una straordinaria scoperta per i nuovi spettatori che possono così scoprire la finzione cinematografica più pura.

 

 

Antonia del Sambro

 

 

 

 

 

Fa riflettere e sciocca l’ultima pellicola di Ivano De Matteo che si affida a un cast di super attori per narrare e presentare agli spettatori italiani a che punto di degrado è arrivata la nostra società.

 

 

E a far considerare e pensare non sono solo alcune immagini davvero forti e realistiche del film ma la capacità che il regista ha di mettere lo spettatore di fronte al fatto compiuto e lasciarlo là a giudicare aspetti e comportamenti della vita reale che se non ci appartengono in prima persona possono diventarci molto vicini tanto da scioccarci più e quanto gli stessi protagonisti della pellicola. Si parla di violenza e la violenza sgomenta sempre ma quanto a perpetrarla può essere un nostro fratello, una nostra sorella o i nostri figli allora è più abominevole e orrenda perché è come se ad armare quelle mani siamo stati addirittura noi. Con la nostra indifferenza, la nostra inconsapevolezza e il nostro distacco nei riguardi di tutto quello che ci accade intorno.

Ed è una cosa ancora più mostruosa quando un regista c’è lo sbatte in faccia attraverso immagini e dialoghi che non avremmo voluto mai vedere e sentire ma che dobbiamo ammettere ci fanno assolutamente bene e ci aprono gli occhi sul “mostro” che vive non nella porta accanto ma vicinissimo a noi.

I nostri ragazzi racconta il dramma di due fratelli per bene, professionisti stimati e impeccabili membri della società in cui vivono che, tramite filmati, servizi al telegiornale e approfondimenti di cronaca, apprendono del pestaggio crudele e criminale di un barbone a opera dei loro rispettivi figli.

Il filmato che viene trasmesso da una nota trasmissione televisiva nazionale e poi ripreso da molti altri media non mostra in alcun modo l’identità dei due ragazzi né porta la firma del realizzatore dello stesso ma i due fratelli comprendono quasi subito che si tratta dei loro due figli, i cugini Michele e Benedetta, e cercano di affrontare allora il dramma da differenti punti di vista.

De Matteo come si vede induce da subito lo spettatore a fare la prima grande considerazione della narrazione filmica: come fanno i due fratelli a comprendere da un filmato amatoriale e senza firma che si tratta appunto dei loro ragazzi?

La risposta circola per tutto il resto del film e anche dopo e ciascuno degli spettatori riesce a darsela ancora prima che la visione della pellicola termini.

Ed è questo che spaventa e fa riflettere più di ogni altra cosa ne I nostri ragazzi.

L’assoluta consapevolezza dei protagonisti del film e di tanti genitori o spettatori dell’opera che sì, i nostri ragazzi possono farlo, possono essere capaci di arrivare a tanto.

Il perché o i perché sono sciorinati abbondantemente in talk show di terza categoria, da pseudo psicologici e psicoterapeuti di dubbia o certa fama e dalle chiacchere che si fanno al bar o al mercato. E magari in tutto questo parlare e discutere sul problema c’è anche qualche verità, pur banale nella sua essenza. Colpa della televisione, di internet, della poca attenzione dei genitori, della società violenta. Forse. Il vero problema è che la meglio gioventù degli anni Duemila è figlia di una pessima gioventù degli anni passati, a sua volta figlia di decenni di ipocrisia e falso perbenismo, di finta religiosità ostentata la domenica mattina e di discorsi pseudo razzisti durante il pranzo a casa subito dopo.

In questo perpetrarsi di ipocrisia e delitti morali I nostri ragazzi è un film su noi stessi che forse non ci piacerà ma che sarà molto utile guardare perché le reazioni a una società sempre più violenta fatta da noi stessi, dai nostri figli e dai nostri famigliari non possono più basarsi su semplici ramanzine e momentanea indignazione.

 

 

Antonia del Sambro

 

 

 

Mercoledì 4 giugno sono andata a cenare con un’amica al Jazz Café in corso Sempione e sono rimasta molto soddisfatta.

Il loro Dinner Menù è molto vario e tutto sembra essere molto allettante.

L’ambiente e l’illuminazione curati nei minimi dettagli rendono il posto accogliente e molto gradevole.

Sono rimasta piacevolmente sorpresa dal servizio impeccabile svolto dall’eccellente personale del locale, sempre molto gentile e disponibile, il tutto sotto la guida della responsabile Farida, ottima padrona di casa.

Come antipasto ho scelto il carpaccino di vitello scottato il cui sapore è messo in risalto dall’olio al tartufo e dalle scaglie di grana. Come secondo invece abbiamo ordinato il filetto di manzo alla Rossini con fois gras e tartufo e l’entrecôte  di Black Angus in american style: entrambi squisiti, accompagnati da insalata o patate e le porzioni sono molto abbondanti. Infine, abbiamo concluso con una deliziosa degustazione di dolci misti tra cui mi sento di consigliare vivamente la panna cotta con frutti rossi.

Indira Fassioni

Jazz Café - Corso Sempione 8, Milano   T: 0233604039

www.ristorantejazzcafe.com

Recensione The Go Find – Brand New Love (Morr Music, 2014)

 

'Miami' uscì nel lontanissimo 2004 e fu il primo album della band belga capitanata da Dieter Sermeus: i The Go Find arrivano ora, dieci anni dopo l'esordio, con un nuovo disco, il quarto (tralasciando la compilation di cover uscita nel 2010), legato al mese d'uscita e al mood del disco da un sentimento molto forte, l'amore.

 

Perché parto dal debutto? Semplicemente perché 'Miami' pur avendo un titolo fuorviante è stato un buonissimo punto di partenza con un electro-pop convincente mischiato a una nebbia elettronica leggermente disturbata da qualche influsso new wave. Andando avanti con i loro lavori il lirismo si è un po' perso, la sorpresa si è dissolta e, complice anche la poca spinta nel mercato italiano, si è arrivati al punto che dei The Go Find non è che se ne sentisse proprio la mancanza.

Questo non vuol dire che Dieter Sermeus non abbia le palle, tuttaltro; però ora come ora sembrano leggermente imbevute di melassa; essì, andando fino alla fine del disco lungo le sponde di 'The River' si rimane appiccicati a questa sensazione. La parola cuore salta fuori in ben due episodi su dieci: sulla mid tempo di 'Jungle Heart' messa in apertura e nella lentezza voce-synth di 'Your Heart', che risultano essere comunque due buone tracce; 'We promised together' invece è un pop malinconico, ripescato da alcuni brani già pronti e lasciati fuori dall'album precedente 'Everybody knows it s gonna happen only not tonight'.

 

Il sax in 'Japan' abbellisce un'altra canzone in stile “go find mide-tempo” mentre la voce di Karolien dei The Few Bits aiuta a staccare un po' nella statica 'On the Rebound', solo vocalmente parlando però, perché l'atmosfera rimane sempre quella ed è un problema. Durante i ripetuti ascolti si ha la sensazione di qualcosa di troppo, mentre mancano veri e propri guizzi, glitch elettronici che ti facciano rizzare le orecchie o semplicemente... delle ottime canzoni.

 

Brand New Love rimane un album che raggiunge tranquillamente la sufficienza ma non per questo me la sento di consigliarlo, anzi, personalmente rimango in attesa di quel guizzo che potrebbe portare in ribalta i The Go Find.

 

Magari un giorno riusciranno a superare Lali Puna e Notwist, ma ancora non possiamo saperlo.

Facebook Page: www.facebook.com/thegofind Sito Internet: www.thegofind.com Casa Discografica: www.morrmusic.com

 

 

Andrea Facchinetti

 

 

Recensione Hjaltalìn – Enter 4 (Sena, 2013)

 

Si dice sempre che il terzo disco è quello più difficile da fare, pensate un po' se a mettersi in mezzo c'è la salute mentale, con i relativi ricoveri psichiatrici, del cantante Högni Egilsson; senza contare che gli altri componenti oltre ai loro progetti laterali avranno avuto delle enormi difficoltà a tenere a galla la ragione sociale Hjaltalìn. 'Enter 4' esce però nel 2012 in Islanda e viene accolto subito bene, anzi benissimo, tant'è che il singolo Crack In A Stone con la cover di Halo di Beyoncé si piazza primo in classifica.

 

Diciamo che il disco non è così immediato, non parla di elfi e non vi fornisce immagini sonore dei fantastici paesaggi islandesi ma pesca nei chiaroscuri della mente del cantante. Voi ora non andate subito a prendere la famosa Bjork o i conosciuti Mum, perché qui si mescolano elettronica, un soul dannatamente caldo e l'orchestra che ci eravamo già abituati a sentire nei lavori passati degli Hjaltalìn. Ve lo dico subito: quest'album scotta e dovete stare attenti, ascoltate bene, vi prenderà sicuramente.

 

Bisognerebbe seguire uno schema ma non importa, partiamo dall'ultima canzone 'Ethereal' (mai titolo fu più azzeccato): due voci in tre momenti, strumentale compreso e un po' di silenzio, sembra quasi di sentire la presenza di Antony & The Johnsons. 'We' è cantata dalla fantastica voce di Sigríður Thorlacius, che si solleva a tratti da un ritmo pulsante, aspettando la calma momentanea di Egilsson. 'Lucifer/He felt like a woman' entra subito in testa, sensuale ma in modo bizzaro; 'I Feel You' si mette a giocare con i fantasmi nascosti nell'ombra e le voci interagiscono alla perfezione (guardatevi anche il bel video uscito da poco). 'Myself' è delicata con un lieve retrogusto trip-hop, insomma un altro centro clamoroso, e non c'è una canzone che possa far abbassare il livello di questo bel disco.

 

Pensate quindi al già citato Antony & The Johnsons, prendete i Portishead, Brian Eno e mischiate tutto con un bel po' di caldo Soul, ma ancora non sarete arrivati al dunque: fate prima a comprarvelo, un disco simile, e a tenervelo assai stretto.

 

 

Andrea Facchinetti

 

Recensione Diaframma – Preso nel vortice (Diaframma Records, 2013)

 

Federico Fiumani è davvero inarrestabile, non c'è che dire; dopo solo un anno dall'ottimo precedente disco 'Niente di serio' (Miglior album autoprodotto ai Pimi 2012), il relativo tour e la ristampa della pietra miliare dei Diaframma, ovvero il grandissimo 'Siberia', ha sfornato un album nuovo di zecca contente quattordici brani: 'Preso nel vortice'.

 

Probabilmente non ve lo aspettavate ma questa volta ci sono diversi ospiti, a partire dal prezzemolino e bravissimo Enrico Gabrielli (sax, piano e tastiere), le voci di Alex Spalck e Marcello Michelotti (rispettivamente Pankow e Neon, se non vi dicono nulla andate a ripescarli), Max Collini degli OfflagaDiscoPax in 'Ho fondato un gruppo' e last but not least Gianluca de Rubertiis de Il Genio (piano e tastiere). Per non lasciare indietro nessuno vi dirò che la formazione è completa con Lorenzo Moretto alla batteria, Luca Cantasano al basso ed Edoardo Daldone come seconda chitarra.

 

'Claudia mi dice' è una bella ballade ricca di sentimenti e si inizia bene anche con le citazioni, in questo caso Il Teatro degli Orrori, poi verranno i Rolling Stones di Altamont e Allen Ginsberg in 'Hell's Angels' così come i Television nella nostalgica 'Il suono che non c'è più'. 'Ottovolante' è addirittura dedicata a Piero Pelù, compagno di avventura negli anni '80 e destinatario di una gran bella visione: “Io te sopra l'ottovolante, amico mio che bella la terra da quassù, amico mio il mondo sorride assieme a te, peccato che l'effetto svanisce e se ne va ma spero che, che presto anche lui ritornerà, da me”.

 

'Infelicità' invece è dark e carica del pensiero dell'artista, si perché qui oltre alla nostalgia canaglia, ai sentimenti contrastanti, all'essere orgogliosi di quello che si possiede ('Ho fondato un gruppo') e alla filosofia del Fiumani, non c'è molto altro. I testi però sono mastodontici, nel senso che la capacità lirica di Fiumani è davvero notevole, rimane assai ispirata anche quando si parla di questioni comuni, se così si possono definire.

 

I Diaframma sono un gruppo importantissimo del panorama new wave italiano, che si è risollevato dopo alcuni dischi non all'altezza. 'Preso nel Vortice' però rimane, se non allo stesso livello, nella scia del predecessore, pur essendo arrangiato e curato assai meglio.

 

 

Andrea Facchinetti

 

Nine Inch Nails - Hesitation Marks (Null Corporation / Columbia, 2013)

Quando penso ai Nine Inch Nails mi viene in mente il gran video, del regista Mark Romanek, di “Closer” (conosciuta anche come Closer to God o Halo 9, contenuta in The Downward Spiral del 1994) e il testo incisivo, crudo ed efficace e che diceva così: “I wanna fuck you like an animal, i wanna feel you from the inside, i wanna fuck you like an animal, my whole existence is flawed, you get me closer to God”. Erano gli anni ’90 e i NIN avevano fatto il botto, arraffando sia grandi fette di pubblico che una valanga di complimenti dalla critica specializzata.

Trent Reznor ora è tornato proprio con i suoi Nine Inch Nails lasciandosi però alle spalle gli ultimi lavori davvero deludenti, per non dire di peggio: Year Zero, Ghosts I-IV e The Slip (il primo del 2007 e i successivi datati 2008). Cinque anni di distanza e tanta voglia di pensare, meditare e costruire un album valido, in modo maniacale ma a quanto pare con più leggerezza. Diciamolo subito senza creare false speranze ai fan di vecchia data: Hesitation Marks taglia i ponti con il passato, è semplice e furbetto oltre che molto più elettronico (pronti a ballare?).

Lo si capisce subito dal primo singolo Came Back Haunted ma anche dal secondo Copy of A, che parla appunto della piattezza generale e di come sia difficile uscirne, singolo che può sicuramente trasformarsi in un ottimo traino commerciale per qualsiasi cosa (film, videogioco, scarpe, etc). Le atmosfere dark e l’elettronica, un binomio ottimale oltre che un’arma a doppio taglio, sono inermi davanti alla pochezza di Find My Way; così si prova a inserire una sorta di funk modificato in All Time Low, e in Various Methods of Escape si gioca con i sussurri, i backing vocal e le urla poco convinte. Avevo detto con più leggerezza ma Trent Reznor ha ancora i suoi assi da giocare e li mette sul tavolo per ultimo (o quasi): la voce ritorna importante e fa venire i brividi in I Would For You; funziona anche il nuovo stadio minimale di While I’m Still Here, mentre Black Noise pesca nel pozzo profondo e oscuro ma purtroppo siamo alla fine del disco (nella versione Deluxe ci sono in più tre remix che però non gridano a nessun miracolo).

Voglio credere che questo sia solo un riassestamento e che Trent Reznor stia solo spingendo la sua creatura lungo un binario più vicino agli anni zero e che gli serva solo un altro po’ di tempo (essì, mica bastano cinque anni). Consiglio quindi questo Hesitation Marks a tutti coloro che non erano nati negli anni ’90, con l’obbligo di recuperare i dischi che hanno reso grandi i NIN; per tutti gli altri, è una sufficienza tirata, nulla che possa farvi impazzire, ma al massimo, se proprio volete, ballateci su e non pensateci troppo.

 

Andrea Facchinetti

 

Nella prima settimana di giugno uscì una sorta di documentario, un 'making of' sul nuovo album di David Lynch che, senza approfondire troppo, presentava ai fan del regista il suo secondo disco: 'The Big Dream', a soli due anni dal debutto visionario di 'Crazy Clown Time'. Gli Artisti (sì, con la 'a' maiuscola) spesso non sono molto bravi ad esprimersi a parole, e nel caso di Lynch dobbiamo anche tenere presente quella sua vena yoga ricca di meditazione; ma bisogna lasciar parlare la sua arte.

 

Nel grande sogno di Lynch troviamo buona parte dei suoi film o, forse è meglio, possiamo immaginare le canzoni come parte di una nuova colonna sonora: è qui che si fonde l'ispirazione del maestro, la sua sperimentazione sonora e vocale e quel brivido che David Lynch sente al sound giusto con Twin Peaks, Strade Perdute e Velluto Blu. Per dare una giusta collocazione alla musica vorrei riportare le sue stesse parole: “questo è un blues moderno, i pezzi partono come delle jam session e vanno per la loro strada, una sorta di modernizzazione del blues più scarno, il blues è una forma onesta ed emozionale e continuo a tornarci perché suona così bene”. Musica dell'anima, quindi, per un'anima inquieta e oscura, moderna grazie all'aiuto dell'ingegnere di studio Dean Hurley che mette a proprio agio la sua elettronica in un binomio artistico che viaggia sulla stessa lunghezza d'onda.

 

La title track parte proprio dal blues scarno e ancestrale, con una frase che ci era già stata anticipata dal twitter del regista: “Love is the name, in the wind”; la successiva 'Star Dream Girl' è un omaggio indiretto a Tom Waits, mentre 'Last Call' con quel beat caldo ci porta dalle parti del trip-hop con una semplicità disarmante. 'Cold Wind Blowin' potrebbe essere un omaggio a se stesso, al suo cinema e al famosissimo Twin Peaks; 'The Ballad of Hollis Brown' è una cover di Bob Dylan (pescata da 'The Times they are A-Changin') oltre che un esempio chiarissimo del modern-blues: torbido e psichedelico con un po' di dub. 'Wishin’ Well' è ancora trip-hop, 'We Rolled Together' è tetra e legata agli immaginari lynchiani mentre 'Sun Can’t Be Seen No More' con una voce assai bizzarra viene dai classici rock.

 

'I Want You' è tanto sensuale quanto sporca, seguita da 'Are You Sure' che chiude l'album spostando il tiro su una musica più d'atmosfera. C'è però una bonus track per coloro che hanno la versione digitale o LP (con il 7”): la sognante 'I'm Waiting Here' cantata perfettamente da Lykke Li che questa volta sfoggia tutta la sua bravura, non c'è che dire. La voce di David è unica, riconoscibile, è uno strumento vero e proprio che si unisce perfettamente con il tipo di musica che sta creando; lui lo ammette, e l'ha sempre detto, che non è un musicista e non è un bravo chitarrista ma ama la musica e la musica gli dà quell'eccitazione che difficilmente riesce a provare in altri mondi artistici.

 

Con un carisma simile e questa sua devozione per il suono, 'The Big Dream' non poteva che essere un gran bel disco. Caro David, non smettere e continua a fare tutto ciò che credi, massì anche la meditazione che tanto ti piace, mischia anche i tuoi mondi ma non scendere più da questo livello, promettimelo!

 

www.davidlynch.com

 

 

Andrea Facchinetti

 

Non era mai passato così tanto tempo tra un album e l'altro per i Queens of the Stone Age: dalla metà degli anni ’90 a ogni biennio circa sfornavano un disco; questa volta Josh Homme ha voluto prendersi molto più tempo. Era il 2007 l'anno in cui uscì ‘Era Vulgaris’, un lavoro che non si può descrivere in altre parole se non con l’aggettivo ‘brutto’.

 

E’ vero che all’origine di tutto ci furono i Kyuss, gruppo fondamentale dello stoner rock dal quale si generarono i QOTSA, ma cerchiamo di dimenticarcene, perché non è di loro che si sta parlando, non più, non fissatevi su questo e mettetevi l'anima in pace. Quindi inizio con l’accennarvi che per ‘...Like a Clockwork’ Josh Homme ha chiamato a sé, oltre a Troy Van Leeuwen, Dean Fertita e Michael Shuman, parecchi compagni di avventure: il grandissimo Mark Lanegan, il fido Nick Olivieri (Kyuss, Mondo Generator), il simpatico David Grohl (Nirvana, Foo Fighters), l'altalenante Trent Reznor (Nine Inch Nails, How to Destroy Angels), il baronetto Elton John, il giovane Alex Turner (Arctic Monkeys, The Last Shadow Puppets), il colorito Jake Shears (Scissor Sisters) e la moglie di Josh, ovvero Brody Dalle.

 

Tantissima gente chiamata per rendere il suono e il risultato il più possibile vicino ai vecchi successi, il problema è che questi amici e compagni di bagordi si sentono appena o sono relegati nei cori o in comparse che lasciano il tempo che trovano: tanto clamore intorno alla presenza di Elton John e poi, sentendolo in ‘Fairweather Friends’ (canzone scritta dal Lanegan migliore), siimmagina che potrebbe benissimo essere una bufala. Non pensate però che ‘...Like a Clockwork’ risulti l’ennesimo calo della band, perché i ragazzi tornano a scrivere brani come si deve e riescono a toglieresi di dosso quella cattiveria gratuita e scontata che faceva davvero pena. ‘If I Had a Tail’ ci riporta indietro nel tempo e nel suo incedere ci convince; ‘I Appear Missing’ è lenta e noir, avvolge e affascina con quelle sue chitarre così riconoscibili; tutto l’alternative rock di ‘I Sat by the Ocean’ e ‘Kalopsia’ scritta da Alex Turner di sicuro non sono male.

 

Una bilancia ben calibrata tra riff granitici e melodie toccanti, le canzoni sono state scritte bene (grazie anche agli aiuti di Turner e Lanegan, come citato sopra) ma capita la sensazione di avere a che fare con cali imbarazzanti di ispirazione e di relativo appiattimento. In conclusione mi dispiace ammettere che i QOTSA non hanno voluto strafare ma nemmeno applicarsi, in così tanto tempo avuto a disposizione, per un rilancio efficace della band. Questo nuovo album è buono, tutto sommato, ma ci si aspetta molto di più da Joshh Homme & C. Potete però star sicuri che se non dovessero ubriacarsi troppo il loro tour sarà una bomba.

 

Vi lascio, questa volta sul serio, con le ultime parole della emozionale title track: “One thing that is clear / It’s all down hill / From here”.

 

Sito Internet: www.qotsa.com

Facebook: www.facebook.com/QOTSA

 

 

Andrea Facchinetti

 

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