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“Chi ha ucciso Laura Palmer?”: era il 1991 quando su canale 5 viene lanciato il promo di una nuova serie tv, l’immagine che la annuncia è agghiacciante: il volto di una ragazza pallidissima, una cerniera le si chiude davanti perché è ormai cadavere. Twin Peaks rivela al pubblico italiano un mondo oscuro dove niente è come sembra. Una cittadina della provincia americana nasconde segreti terrificanti, e l’investigatore, chiamato ad indagare sull’omicidio della giovane studentessa, viene risucchiato in un mondo parallelo popolato di sinistre presenze. Atmosfere inconfondibili per chi lo ama, ma forse non molti sanno che dietro quella serie tv divenuta culto c’è la mente geniale di David Lynch, regista americano classe ‘46, arrivato al successo internazionale con Mulholland Drive, Palma d’Oro al Festival di Cannes nel 2001. Il film, nato come pilota di una nuova serie tv, ha una trama che scardina tutti i normali riferimenti del racconto al cinema. Protagoniste due donne, un’attrice e un’aspirante attrice arrivata a Hollywood con il sogno di entrare nel mondo del cinema, ma le loro identità non rimarranno identiche fino alla fine della pellicola. A chi guarda, appare a un certo punto una realtà del tutto diversa, dove è sempre più difficile segnare un confine tra allucinazioni, incubi e vita vera; dove creature mostruose e indefinibili irrompono all’improvviso sullo schermo senza alcuna apparente funzione narrativa. Non basta vedere una sola volta Mulholland Drive se si cerca ad ogni costo di imprigionare in schemi razionali la storia; tentazione irresistibile per uno spettatore abituato a spiegare tutto, al cinema come nella vita. Altra cosa, è invece vivere un’esperienza visiva e lasciarsi trascinare dal regista in una dimensione che sfugge al controllo della mente, che racconta una città, Los Angeles, e le sue sfumature più oscure e controverse. Perché dietro la dorata patina hollywoodiana si agitano inquietudini profonde, e sono le donne a incarnarle in Mulholland Drive, ma non solo: le figure femminili attraversano tutto l’immaginario cinematografico lynchano, così come i luoghi-non luoghi, fatti di immagini astratte e di paesaggi dal respiro esistenziale, e gli oggetti simbolo che segnano il passaggio dall’onirico al reale con la precisa volontà di fondere e confondere i due piani. Difficile per Lynch trovare nel corso della sua carriera produttori in grado di sposare il suo universo creativo che da candidato all’Oscar The Elephant man, passando per Velluto blu, Fuoco cammina con me e Strade perdute, assumerà un’identità ben definita, pur nella continua fatica della ricerca di finanziamenti. Fino alla provocazione, accolta con prevedibile entusiasmo da una critica stanca di visioni oniriche, di Una storia vera, pellicola con una trama lineare e ispirata ad una vicenda reale, che risponde ai detrattori del regista, accusato di non aderire ai tradizionali canoni del linguaggio filmico, di sfuggire ad ogni costo dalla costruzione del significato. E’ l’istinto a muovere nei suoi film i legami tra immagine e parola, espressione dell’inconscio tormentato e irrisolto dell’epoca postmoderna, dove niente è risolto. E interpretare una storia significa, allora, trovare non uno, ma infiniti orizzonti di senso, con una libertà che diventa per Lynch la vera esperienza cinematografica, spinta fino all’assenza totale di un copione nel suo ultimo lungometraggio, Inland Empire - L’Impero della mente, presentato al Festival di Venezia nel 2006. Ancora una volta femminile e mistero, labirinti dell’anima aperti sul nuovo millennio, in attesa della prossima visione.

“L'unica cosa autentica che ho sono i sentimenti e i litri di silicone”. Agrado ha avuto un figlio, morto tragicamente in un incidente stradale, ne ha avuto un altro ma da un’altra donna, e non una donna qualunque. Una suora. Una suora che ha avuto un figlio da un uomo che ora per vivere fa divertire gli altri, che litri di silicone hanno trasformato in Agrado, un travestito bellissimo e pieno d’amore. E’ solo una parte, questa, del mondo di passione e colore in cui ci si immerge guardando Tutto su mia madre, premio Oscar come miglior film straniero nel 1999, espressione piena dello stile Almodovar. Il divino Pedro apre in Spagna una nuova era nella storia del cinema, gli anni ’80 condensano nelle sue pellicole le esplosioni artistiche e le contraddizioni di un paese dalla storia forte, intensa, che non potrebbe raccontarsi come succede negli interni borghesi di molto altro cinema europeo. Lo sguardo del regista entra dentro l’anima dei suoi personaggi con sfrontatezza, con violenza persino, alla continua ricerca di un’autenticità da imporre ai suoi spettatori, costretti ad abbassare le difese, incapaci di decifrare scelte stilistiche – si pensi a Parla con lei, all’incursione nel surrealismo che scorre nelle vene almodovariane, come spesso sottolineato dalla critica – legate a una visione del mondo e delle relazioni umane eccessiva e originale. L’eccesso diventa colore, rabbia e amore spinti fino alle estreme conseguenze, in un universo di personaggi mai riconciliati con se stessi e con la vita, perché lo schermo non maschera, non è finzione ma esasperazione di sentimenti selvaggi, dolci e disperati interpretati da attori-feticcio legati al regista quasi da un culto: Antonio Banderas e Penelope Cruz, per citare i nomi legati anche all’orizzonte cinematografico hollywoodiano, ma altri grandi nomi in Spagna come Carmen Maura, Bianca Portillo e Marisa Paredes. Un gruppi di attori che in 30 anni ha lasciato i set di Pedro per poi tornarci come si ritorna al primo amore, che incarna nel corpo, prima ancora che nello spirito, le parabole esistenziali estreme definite dal regista film dopo film. Specchi sporchi di vita, riflessi distorti della realtà. Le amatissime donne di famiglia, la loro forza di generazione in generazione – quella forza che in Volver si scontra con l’orrore, nel surreale spazio di una canzone portata dal vento – i variopinti travestiti alla continua ricerca d’amore in fuga dalla prigione delle apparenze, sembrano delle maschere, ma l’intima unione del regista con i loro volti, con i loro corpi – attraversati da inquadrature di poetica simbiosi – restituisce al pubblico la loro autenticità, anche quando questa significa violenza, disperazione e morte, come succede all’Antonio Banderas de La pelle che abito, apoteosi del male oltre ogni umana comprensione. Almodovar alza i toni per raccontare qualcosa che esiste, confinato nell’abisso della normalità, senza giudicare, senza risolvere con un lieto fine l’estrema ricerca di amore e di verità delle sue creature. con un linguaggio denso di riferimenti alla storia del cinema – il conterraneo Luis Bunuel prima di tutto, ma anche i maestri italiani – che diventano citazioni d’arte, pennellate dal tocco leggero e al tempo stesso abbagliante su una tela affascinante e mai banale, freneticamente animata, col segno netto e inconfondibile del grande Pedro, lui stesso icona dei suoi personaggi, affamato di verità senza compromessi, senza rinunciare a dire e mostrare perfino l’indicibile e l’inguardabile, restituendo al corpo e all’immagine il valore di simulacro perso nelle logiche consumistiche, con la bruciante passione per l’arte in tutte le sue forme.

 

 

Il sapore dolceamaro della vita nel cinema di Woody Allen

Un sodalizio lungo oltre quarant’anni quello tra Woody Allen e il cinema, scelto dal regista, attore e sceneggiatore newyorkese per raccontare temi universali- l’amicizia, la morte, il sesso, la religione – che sembrano aver perso la loro autenticità, diluiti nella realtà massmediatica. E’ infatti nella finzione cinematografica che si rivelano tutte le contraddizioni della cultura di massa: le nevrosi dei protagonisti delle pellicole alleniane svelano come la vita non corrisponda per nulla all’immagine patinata offerta dalla tv, ormai vero surrogato del reale, ma nasconda, ad un livello più profondo, sofferenze esistenziali che lo stesso Allen condivide. Ecco allora che allo spettatore è offerta la possibilità di affrontare un’autoanalisi, viaggiando sul registro comico dei personaggi nati dalla sua vivace vena creativa, in un continuo tributo stilistico alla storia del cinema – dalla comicità di Chaplin a quella di Buster Keaton e Jerry Lewis, fino ai cineasti europei – e non solo. La musica jazz, grande passione del regista, entra infatti prepotentemente, con tutto il suo bagaglio culturale, nei suoi film, così come la letteratura e la filosofia occidentale, tappe intellettuali di una costante ricerca di senso, in bilico tra i toni della commedia e quelli del dramma.

E’ nell’ultima produzione del regista americano che sembra accentuarsi la vena cinica caratteristica dei suoi copioni più celebri – da Io e Annie a Manhattan e Hannah e le sue sorelle – condannando i personaggi a un’infelicità senza salvezza.

L’inquietudine e le continue domande sul senso della vita - che per Allen sembrano trovare conciliazione solo nella pratica cinematografica, vera panacea per i suoi mali esistenziali – scorrono tra i paesaggi e le strade della sua città, New York, protagonista viva delle vicende raccontate, luogo dell’anima insieme a Parigi e Venezia, che contendono alla Grande Mela il cuore del regista, autore di un felice incontro fra le tre città nel riuscito musical Tutti dicono I Love You , brillante omaggio alla commedia Vecchia Hollywood.

Un inedito binomio, negli ultimi anni della sua ancora prolifica carriera, caratterizza l’incursione di Allen nelle tinte più fosche del genere drammatico e del thriller: a fare da sfondo ai dilemmi sulla colpa e la morale.

Al centro di Match Point e Sogni e Delitti è infatti Londra, location prescelta anche per Scoop, film cucito addosso a Scarlett Johansson, scelta anche per affiancare la coppia Penelope Cruz-Javier Bardem nell’incursione spagnola di Allen di Vicky Cristina Barcelona, e nuova musa del regista dopo Diane Keaton e l’ex moglie Mia Farrow.

Anche Parigi torna prepotentemente a invadere l’immaginario filmico di Allen, divenendo, come New York, ispirazione assoluta per un viaggio nel tempo del protagonista, aspirante scrittore di Midnight in Paris, finalmente pronto, insieme a Woody, a riconciliarsi con la realtà, nonostante tutto. Ancora una volta attraverso il cinema.

 

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