CHIAMACI +39 333 8864490

La fotografia come arte, ispirazione, passione e talvolta come provocazione, strumento per suscitare riflessioni su temi sociali importanti, assolutamente contemporanei e condivisi dalla maggior parte delle persone.

Perchè lo scopo del fotografo non è sempre creare un’immagine “bella”, perfetta nelle proporzioni, luci e colori, a volte è necessario uno scossone, un terremoto che crei una foto dissonante, fuori dal coro, che si avvicini ad un’estetica del brutto che, come è noto, lascia un segno più profondo e lacerante.

Di estetica del brutto non è possibile parlare in questo caso, ma sicuramente le fotografie della serie “The men under the influence” non sono immagini che passano inosservate, proprio per la loro natura provocatoria.

Firmate da Jon Uriarte, fotografo spagnolo nato nel 1980 e residente a Barcellona, le immagini di questa raccolta hanno lo scopo artistico di suscitare “una sensazione di perdita” nel fruitore e nei modelli che sono immortalati.

Le immagini ritraggono singolarmente gli amici di Uriarte che si sono prestati a questo esperimento antropologico-sociale, vestiti con gli abiti, accessori e trucco delle loro compagne di vita, fidanzate, mogli, amiche.

Nello spazio delle loro abitazioni hanno indossato outfit femminili per portare agli occhi di tutti la visione del fotografo: “Io”, dichiara Uriarte, “non sono nè un antropologo, nè uno scienziato, questo è un modo per esprimere la mia visione”, visione appunto sui ruoli di uomo e donna all’interno delle coppie eterosessuali e più  nello specifico sul ruolo della “coppia”, omosessuale o eterosessuale che sia, nella società odierna.

La peculiarità di questi scatti è carpire in ogni singola immagine l’intimità e la delicatezza con cui ci si avvicina all’altro, vestire fisicamente i panni della persona che si ama, che condivide con te spazi, letto, idee.

La timidezza di molti dei modelli è stata percepita dallo stesso fotografo che spiega la difficoltà di realizzare questa serie: dalle fotografie si può pensare che i volti dei ragazzi siano sereni ma così non è, alcuni hanno pianto, alcuni si sono accigliati, altri ancora si sentivano completamente a disagio.

Il disorientamento e la sorpresa derivano da un avvicinarsi in maniera molto particolare alla sessualità e intimità della coppia, diventando l’altro, vestendo i suoi panni.

Un lavoro davvero profondo e sul quale ognuno dovrebbe provare a riflettere.

 

 

Pubblicato in SvelArte

L’esplorazione del nudo rimane uno degli argomenti preferiti per filosofi, artisti e soprattutto fotografi. Nel panorama delle personalità di spicco in questa disciplina emerge il finnico-statunitense Arno Rafael Minkkinen, nato a Helsinki nel 1945 ed emigrato in USA all’età di sei anni. Dopo la laurea in Letteratura Inglese inizia a scattare degli autoritratti intorno al 1971 durante uno stage in una agenzia pubblicitaria di New York. Nel 1974 ottiene il master in fotografia e da quel momento diventa insegnante di arte, design e fotografia senza mai abbandonare la sua vera ossessione: lo studio del corpo umano unito alla natura, il rapporto misterioso e affascinante tra la figura dell’uomo in relazione al “landscape”, il paesaggio naturale. Il corpo inteso come protagonista, centro nevralgico del palco dell’esistenza, sapientemente studiato e messo in scena per creare composizioni visive dove la ricerca formale, la scomposizione della luce e il paesaggio concorrono a creare un unico grande elemento: lo scatto fotografico. Come ogni grande artista Arno Rafael Minkkinen elabora la sua tecnica e sceglie il suo tratto distintivo: è il bianco e nero per ogni sua immagine. Foglie, alberi, erba, fiumi e laghi si fondono in un panismo primordiale con il corpo, quasi sempre maschile, per dar vita ad un unico respiro: con il battito del cuore dell’uomo la natura vive e si anima, facendo sentire talvolta la sua potenza, talvolta la sua grazia e delicatezza, talvolta con il fragore di una cascata, talvolta col cadere di un petalo di ortensia. Il chiaroscuro spesso valorizza i soggetti, sia umani che naturali, lo stesso Minkkinen è spesso protagonista delle sue fotografie.

Per avere più notizie di questo artista è possibile trovare nelle librerie uno dei suoi scritti più famosi : “Body land: body land” del 1999 edito da Smithsonian Books, oppure “Balanced equation” del 2011, edito da Lodima Press.

Pubblicato in SvelArte

È morto un artista della fotografia degli anni sessanta, doveva la sua fama a un servizio di più di 2500 fotografie che scattò a Marilyn Monroe prima della sua sfortunata fine.

Ci ha lasciato martedì 25 giugno all’età di 83 anni nella sua amata New York Bert Stern il fotografo che svelò al mondo il vero volto di una delle dive più misteriose e famose della storia, Marilyn Monroe.

Dopo questo servizio la sua fama crebbe incredibilmente ma la verità è che Bert Stern è sempre stato un grande artista impegnato in un percorso di innovazione della fotografia commerciale, di pubblicità e moda.

Abbandona la vita nella stessa città che lo ha visto nascere il 3 ottobre 1929 e crescere a fianco del padre anch’esso fotografo: ritrattista di bambini insegnò a suo figlio a cogliere le sfumature degli occhi per poi svelare la vera essenza delle persone, scartare l’involucro esterno per andare a colpire l’animo più profondo e recondito.

Dopo aver lavorato in alcuni giornali di moda Stern conosce Stanley Kubrick con il quale instaura un’intensa amicizia: è proprio a Stern che il grande regista affida il compito di creare la locandina del film Lolita del 1962, la ragazza che guarda maliziosa dietro gli occhiali di acetato a forma di cuore è proprio uno scatto di Stern.

La sua carriera proseguì intensa e brillante, apportando enormi innovazioni nel mondo della pubblicità, prima fra tutte la campagna visual per la vodka Smirnoff ritenuta e definita rivoluzionaria per la sua disarmante semplicità.

Tuttavia la sua fama è indissolubilmente legata al nome di Marilyn Monroe e alle foto scattate poco prima della scomparsa della diva americana.

Sei settimane prima della sua morte infatti Vogue commissionò un servizio a Stern che chiusosi nel Bel Air Hotel di Los Angeles con Marilyn confezionò un autentico catalogo delle espressioni e pose di Marilyn, considerato il servizio più naturale e autentico della attrice e cantante icona di un’epoca.

Anni dopo Stern concesse un’intervista circa quei giorni e parlò della sua modella, della fantastica esperienza che ebbe con lei: «Era così bella a quel tempo. Non le dissi “posa nuda”. Avvenne tutto spontaneamente, come se ti togliessi un vestito alla volta. Lei si mise a pensare per un momento. Io dissi qualcosa e la posa finale venne da sé».

Le foto furono poi raccolte in un libro pubblicato nel 1992 dal titolo “Marilyn Monroe: the complete last setting”.

 

 

Pubblicato in SvelArte
Mercoledì, 03 Luglio 2013 19:10

L'occhio ribelle di Toni Thorimbert

É strano definire “Rapper della fotografia” (cit. Silvia Paoli) uno svizzero del 1957, promotore del rilancio dello scatto Made in Italy.

Eppure la storia di Toni Thorimbert è simile a quella di tanti cantanti e artisti di strada americani, frequentatori dei bassifondi: nasce a Losanna ma passa la sua infanzia e adolescenza nella provincia di Milano, e più precisamente a Pioltello.

All’ombra della grande città Toni inizia il suo lavoro di fotografo, giovanissimo, a 12 anni creando ritratti dei suoi amici, un po’ per combattere la noia, un po’ per un’irresistibile spinta ad impugnare la macchina fotografica. “Bambini di Pioltello” è la sua prima raccolta ed esce nel 1973, forte e dura, volti di ragazzini già cresciuti, già esperti della vita, il corrispettivo in immagini dei romanzi di Pasolini.

Il suo lavoro viene immediatamente notato dai colleghi “più grandi” e subito approda nel mondo luccicante e fatato della moda. Con un servizio sui “paninari” (1984) inaugura il suo vero stile di fotografia: in uno studio preparato ad hoc Thorimbert riproduce il mondo, la strada, sfrutta i corpi e gli abiti per palesare la morale dell’individuo e del gruppo a cui appartiene.

Negli anni ’90 approda negli USA e sfrutta l’espediente di portare la strada in studio sempre più spesso. Crea il suo marchio di fabbrica, la sua firma. Collabora con riviste patinate che fanno a gara per ottenere “gli scatti di Toni” che immortala con lo stesso atteggiamento top model e clochard, noncurante e un po’ ribelle, dotato di un occhio unico, straziante e veritiero.

In questo modo afferma la sua poetica: rifiuta il mondo asettico ed esteticamente perfetto della moda non allontanandosene ma aggiungendo ad esso significato, profondità e drammaticità. Nei servizi di nuove collezioni di affermati stilisti aggiunge il suo tocco personale, la sua visione del mondo e dell’arte. La moda non è solo un fatto commerciale, è molto di più ed è compito del fotografo addizionare questo quid, che spesso si incarna nell’ironia.

Thorimbert è ancora vivo e continua a perseverare con la sua arte. Tra i suoi lavori Nerospinto segnala le raccolte fotografiche “Alegria”, “Gangs of Milan”, “Thermal baths of Vals”.

Pubblicato in SvelArte

Sfogliando la programmazione di iniziative culturali ed eventi a Milano in queste calde giornate estive, non ho potuto fare a meno di notare un’interessante mostra che si aprirà il 25 giugno all’Associazione Culturale Renzo Cortina, in via Mac Mahon 14. Questa iniziativa riguarderà un percorso dalla op art all’arte cinetica, movimento, quest’ultimo, che mi ha sempre colpito e molto affascinato per il particolare connubio che si instaura tra le leggi fisiche dell’ottica e l’estro artistico delle personalità che hanno fatto di questa particolare pratica la loro bandiera. Tra gli anni Cinquanta e gli anni Sessanta l’Europa diventa bacino privilegiato per il diffondersi di questa arte: lo scopo primario di questo movimento era quello di introdurre il movimento dentro l’opera. In chiara opposizione con l’arte “informale”, l’Arte Cinetica vuole creare un lavoro in team che porti l’opera d’arte ad essere considerata un oggetto in prima istanza e secondariamente uno spazio sperimentale, un luogo di ricerca privilegiato dove avviene un interazione forte tra soggetto che crea e oggetto creato. In linea con l’evoluzione industriale del tempo, l’opera viene concepita in funzione degli effetti sul fruitore e come oggetto che può essere riprodotto in serie: sono quindi parti fondamentali della creazione artistica l’uso delle tecniche produttive e la progettazione industriale. L’artista diventa esperto di tecnologia, padroneggia le conoscenze scientifiche e fisiche è consapevole che l’arte non può essere solo ispirazione ma razionalità, controllo, rigore per poter esprimersi anche con la comunità scientifica.

Tra le figure italiane più significative si è soliti considerare Bruno Munari, che nel 1952 pubblica il Manifesto del macchinismo,  nel quale i macchinari sono essi stessi artisti, promotori di arte seriale a basso costo. Ma non è possibile tralasciare il Gruppo T fondato a Milano nel 1959 di cui fecero parte meneghini illustri come Gabriele De Vecchi, Gianni Colombo, Grazia Varisco e Davide Boriani, Marina Apollonio e Dadamaino.

Per capire come entrare in questa forma d’arte coinvolgente e razionale non perdete questo evento, omaggio agli artisti che hanno fatto grande la città di Milano.

Info Associazione Culturale Renzo Cortina Via Mac Mahon 14, Milano Tel. 02.33.60.72.36 www.cortinaarte.it

La mostra è aperta fino al 19 luglio con i seguenti orari: da martedì  a venerdì  dalle 10:00 alle 12:30 e dalle 16:30 alle 19:30; lunedì dalle 16:30 alle 19:30. Chiuso sabato, domenica e lunedì mattina.

Pubblicato in SvelArte

L’elemento che più apprezzo dei grandi fotografi è che ho sempre costantemente l’impressione che riescano ad aggiungere qualcosa alla realtà: guardo una fotografia di una modella e la trovo diversa da come vedo la stessa modella davanti ai miei occhi.

Niente questioni di make up o fotoritocchi, credo fermamente che il fotografo con la F maiuscola, sia colui che trasmette una potente emozione, poichè la sua grande dote è quella di trasformare il reale in straordinario ogniqualvolta prema il pulsante della sua macchina fotografica.

Andrè Brito, portoghese di Oporto classe 1972, è uno di questi.

Apprezzato a livello mondiale, Brito è il nuovo maestro del nudo, erede a mio avviso del grande Helmut Newton.

Sofisticatezza ed eleganza sono le parole d’ordine che contraddistinguono la sua arte: un amore profondo e radicato per la figura del corpo umano, preferibilmente femminile, nobilitato da un gioco di luci ed ombre che ne esalta la perfezione. “Il corpo femminile è la cosa più bella che la natura abbia mai creato” ha dichiarato in più occasioni l’affermato fotografo, il fascino che carpisce con i suoi scatti rende le immagini uniche e circondate da un alone di mistero.

Nell’epoca della manipolazione digitale Brito sostiene che sia fondamentale sfruttare questa tecnica: “I fotografi hanno sempre modificato le proprie creazioni anche nei giorni dell’analogico e della camera oscura. Ora è tutto molto più semplice, modificando una foto, non si cambia la realtà, la si esalta!”.

Un nudo sofisticato, appassionato che celebra le forme femminili con un amore e rispetto profondi.

"No Shame. Shape on you" è uno dei suoi libri più famosi, assolutamente da avere.

Pubblicato in SvelArte

“La fotografia è una scoperta meravigliosa..., un’arte che aguzza gli spiriti più sagaci... l’intelligenza morale del tuo soggetto, è quell’intuizione che ti mette in comunione col modello, te lo fa giudicare, ti guida verso le sue abitudini, le sue idee, il suo carattere e ti permette di ottenere, non già, banalmente e a caso, una riproduzione plastica qualsiasi, bensì la somiglianza più favorevole, la somiglianza intima”.

Fotografo, scrittore e caricaturista, Gaspard-Fèlix Tournachon nasce a Parigi il 6 aprile 1820.

Già da adolescente è evidente l’inclinazione di Felix a guardare il mondo da una prospettiva insolita: frequenta i giovani de "La Bohème" che lo soprannominano Nadar, nome che il ragazzo accetta di buon grado.

In un momento storico di grandi sconvolgimenti sia dal punto di vista economico che da quello tecnologico, scientifico, vede la luce la prima rudimentale macchina fotografica. Il “dagherrotipo” folgora Nadar che ne fa la sua forma d’arte: nel 1839, la nuova scoperta viene comunicata all’Accademia delle Scienza di Parigi e i giovani bohemien sono affascinati  dalle tecniche fotografiche e dalle potenzialità artistiche che da esse possono essere generate.

Inizia un momento molto prolifico per Nadar e nel 1843 conosce Banville e Baudelaire, del quale diventa grandissimo amico.

Durante questo periodo, si dedica anche alla pittura, diventa un affermato caricaturista e la sua passione per la satira lo conduce a problemi politici che si concluderanno solo con la caduta di Luigi Filippo di Orleans.

Con gli anni migliorano le condizioni fisico-chimiche della fotografia e nel 1854 insieme al fratello minore Adrien si dedicano interamente all’arte fotografica.

Dalla grande personalità e con uno spiccato senso estetico, animato da una vivace curiosità intellettuale, Nadar, prende lezioni di fotografia e apre col fratello minore uno studio fotografico. Le sue prime fotografie documentate risalgono al 1853: foto di amici, passanti, bambini. Esplora Parigi a qualsiasi ora del giorno e della notte, per carpirne i segreti più profondi, per registrarne il volto e trasmetterlo a un pubblico quanto più vasto possibile.

I due fratelli collaborano ricevendo riconoscimenti anche internazionali.

Le prime fotografie realizzate sono soprattutto ritratti: la sua spiccata capacità di cogliere la psicologia e la personalità dei suoi modelli lo porta ben presto ad avere richieste da parte di artisti influenti sulla scena culturale mondiale. Richiedono un ritratto di Nadar personaggi come Gioacchino Rossini, Victor Hugo, Charles Baudelaire, Jules Michelet. La grande spontaneità delle sue fotografie è il risultato di un lavoro sul modello: nessuna scenografia, pochi accessori e studiati ad hoc.

Il viso e il corpo come protagonisti assoluti.

Durante le sedute fotografiche interagiva con il suo interlocutore, ne studiava le espressioni, il carattere, li spingeva anche ad assumere pose grottesche e brutte per carpirne la vera essenza.

Nella sua vita attraversa grandi passioni ma la fotografia rimarrà per sempre il suo marchio di fabbrica.

Muore nel 1910 e viene sepolto a Parigi, da sempre la sua città.

Milano offre una retrospettiva dei ritratti di Felix Nadar alla Galleria Ca’ di Fra’, in via Farini 2.

Nerospinto non se la perderà affatto.

 

Contatti: 02 29002108

Dal 23 maggio al 26 luglio 2013.

Dal lunedi al venerdi dalle 10 alle 13 e dalle 15 alle 19.

Entrata libera

 

Pubblicato in SvelArte
“Il corpo umano” è il secondo romanzo di Paolo Giordano che vede la vita a quattro anni di distanza dal suo primo grandissimo successo vincitore del Premio Strega e del Premio Campiello, “La solitudine dei numeri primi”. Mentre il romanzo del 2008 era una storia intima tra un uomo e una donna, il romanzo che ora viene proposto è stato studiato e concepito solo dopo una visita nel 2010 da parte dello stesso Giordano nel distretto del Gulistan, in Afghanistan, alla FOB Ice, e descrive le vite di alcuni soldati e ufficiali inviati in terra nemica per una missione di pace. Il libro è diviso in tre parti e racconta i diversi momenti della vita dei personaggi che decidono di partire per il fronte: prima, durante e dopo la guerra. Dopo la carrellata di presentazioni dei vari protagonisti la scena viene spostata direttamente in territorio bellico, alla FOB, dove vengono vissuti momenti di spensieratezza, di noia, di riflessione. Il libro mantiene un tono pacato, talvolta lento per tutta la durata dei primi due terzi del romanzo, ma aleggia costante la presenza della guerra, rappresentata da esplosioni udite in lontananza, dalla paura di non sopravvivere alle notti di freddo pungente, dalle incursioni di carri armati nella zona circostante l’avamposto. Solo nell’ultimo terzo del libro si assiste ad un’impennata di ritmo coincidente con l’attacco sferrato al Lince, un mezzo pesante che i soldati stanno utilizzando per tornare alla pista di decollo per rientrare in Italia. Nell’apparente calma di una gola desertica dove viene sferrato l’attacco perdono la vita cinque ragazzi e un altro uomo subisce uno shock tale da non riprendere più le sue facoltà mentali. La vita dei protagonisti cambierà per sempre. Al di là delle singole vicende credo che il messaggio profondo che ha voluto trasmettere Giordano con questo libro sia l’idea della guerra vissuta nella nostra generazione. Una guerra lontana, dalle motivazioni poco chiare, una guerra che viene intesa come missione di pace, una contraddizione in termini insomma. Il libro di Giordano, nonostante sia ben scritto, non è riuscito ad appassionarmi, forse perchè non l’ho ritenuto coinvolgente, forse perchè racconta una guerra che non mi appartiene, che tuttavia come definisce lo stesso Giordano è, volenti o nolenti, la guerra del nostro tempo. Anche la struttura del libro rispecchia bene questa idea dell’autore: la FOB inizialmente viene descritta come un parco divertimenti, un luogo ricreativo dove sono stanziati i soldati, dove si mangia, si beve, si fanno feste e si intrattengono relazioni personali più o meno intime. Poi dopo l’agguato, l’arrivo della morte, tutto cambia e il gioco della guerra diventa vero. Chi come me non ha vissuto veramente il conflitto bellico sul territorio crede che la guerra sia fondamentalmente un lavoro, una decisione liberamente presa a fronte di una ricompensa in denaro. E troppo spesso si pensa ad essa senza darle il giusto peso, senza pensare che il nostro corpo umano, vulnerabile e delicato, non possa sopportare certe devastazioni. Nonostante questo libro non sia epico, vale davvero la pena di leggerlo perchè porta a riflettere su un problema del nostro tempo, che talvolta viene trascurato, trasformando i soldati in eroi e parlandone solo quando vengono a mancare.
Pubblicato in SvelArte
Martedì, 11 Giugno 2013 14:09

Dadamaino, l’avanguardia è donna

DadaMaino ha superato la "problematica pittorica": altre misure informano la sua opera: i suoi quadri sono bandiere di un nuovo mondo, sono un nuovo significato: non si accontentano di "dire diversamente": dicono nuove cose. (P. Manzoni)

Talvolta la storia mette in secondo piano figure di donne che hanno rivoluzionato linguaggi artistici e movimenti di avanguardia. I loro nomi passano inosservati in mezzo a quelli dei loro colleghi maschi, nonostante siano state parti integranti di movimenti intellettuali complessi ed estremamente influenti.

Chi conosce infatti i giovani seguaci di Lucio Fontana, come Piero Manzoni e Gianni Colombo, non può trascurare la milanese Edoarda Emilia Maino, meglio nota al pubblico come Dadamaino.

Anch’ella frequentatrice del Bar Jamaica, in Brera, dove erano soliti ritrovarsi i giovani artisti meneghini, Dadamaino divenne ben presto parte di quel movimento di avanguardia artistica che scardinò i canoni estetici tradizionali negli anni ’50.

Forme d’arte irriverenti e talvolta incomprensibili solcavano la mente di questa giovane donna alla continua ricerca di un ideale geometrico percettivo che ribaltasse la logica del prodotto in serie per allontanarsi da una società fortemente industrializzata che minimizzava le differenze tra gli individui.

Espose in Inghilterra, Germania, Belgio, Olanda dove riscosse molto più successo che in terra nostrana. Aderì al gruppo Azimuth a capo del quale stava Piero Manzoni e al suo corrispettivo tedesco, Zero.

Il suo interesse si sposta quindi verso un orizzonte europeo, non più solo italiano, dove trova largo appoggio da parte della critica internazionale.

Lavorò al fianco di personalità di spicco come Enzo Mari e Bruno Munari e insieme a loro elaborò l’Alfabeto della mente, un codice composto da sedici segni. Questa sua opera naque dall’esigenza di dar voce a un profondo disagio emotivo, inesprimibile con le tradizionali forme comunicative. In questo modo i quadri si trasformano in segni grafici, simili a lettere, avviando una sperimentazione seguita con estremo rigore e maniacalità, tratti distintivi del suo carattere.

Femminista convinta fu attivista a cavallo tra gli anni ’60 e ’70: lei che conosceva benissimo quanto fosse difficile e arduo per una donna far sentire la propria voce in un coro di tenori.

Milano in questi giorni ricorda la sua grande artista, scomparsa nel 2004 in una mostra alla Galleria Gruppo Credito Valtellinese in Via Magenta 59, dal 10 al 29 giugno.

Per info: 02 48008015

Ingresso Gratuito

 

 

Pubblicato in Cultura
Domenica, 02 Giugno 2013 17:37

Eterno bambino "Il Piccolo Principe"

Nel 1943 vede la luce “Le petit prince”, romanzo inizialmente destinato agli scaffali delle librerie per ragazzi e poi divenuto uno dei best seller più noti del XX secolo.

L’opera dell’aviatore francese, Antoin de Saint-Exupery, scala ancora le classifiche, dopo 70 anni e innumerevoli riedizioni rimane uno dei libri preferiti del pubblico italiano, dopo 50 milioni di copie vendute in tutto il mondo il piccolo principe dal mantello azzurro non sembra ancora stanco di vagare da un asteroide all’altro collezionando una galassia di successi.

Ma cosa rende un libro per bambini, con tanto di illustrazioni (il grafico è l’autore stesso), un best seller mondiale, amato soprattutto da un pubblico di adolescenti e adulti?

In prima istanza la genuinità che l’autore è riuscito a trasmettere al suo personaggio protagonista, un ragazzino che vaga da un pianetino all’altro, per conoscere il mondo e cercare il metodo per proteggere la sua rosa.

Ogni personaggio incontrato è contraddistinto da una particolare caratteristica, un tratto speciale che lo rende unico: ognuno è fortemente stereotipato, come il re senza sudditi che pretende di governare su tutto il suo pianeta, l’ubriacone che beve per dimenticare la vergogna di essere alcolizzato, il geografo che si affanna alla ricerca di dati per completare il suo atlante.

Tra tutti spicca, nel capitolo più lungo ed elaborato, la figura della Volpe: l’animale solitamente descritto come scaltro e furbo, talvolta connotato da un pizzico di malizia, è in questo libro dispensatore di lezioni di vita.

Prima su tutte la celeberrima, “Non si vede bene che con il cuore: l’essenziale è invisibile agli occhi” è divenuta negli anni esortazione a non badare alle apparenze e a cercare di scavare in profondità nell’animo per conoscere la vera essenza del vivere.

Il secondo elemento vincente è il linguaggio che si avvicina, fino quasi a coincidere, a quello dei bambini.

Non ci si sente disorientati nell’aprire questo libro, è semplice comprendere ogni parola, ogni passaggio, ogni racconto.

È disarmante la linearità del dettato, la sconfinata ingenuità che scaturisce dalle parole del protagonista, dalle sue richieste infantili (“mi disegni una pecora?”) eppure così difficile da comprendere per una persona adulta.

Un libro prezioso, da leggere e rileggere nei diversi momenti della vita cercando di assomigliare sempre più al piccolo principe che vaga per l’universo cercando di capire perché la sua rosa è speciale.

 

Pubblicato in Cultura
Pagina 2 di 3

immobili sanremo

Instagram

nerospinto

nerospinto

nerospinto

nerospinto

nerospinto

nerospinto

nerospinto

nerospinto

nerospinto

nerospinto

nerospinto

nerospinto

nerospinto

nerospinto

nerospinto

nerospinto

nerospinto

nerospinto

nerospinto

nerospinto

 

 

Direttore Responsabile
INDIRA FASSIONI

Se vuoi scriverle: direttore@nerospinto.it

Questo sito fa uso di cookie per migliorare l’esperienza di navigazione degli utenti e per raccogliere informazioni sull’utilizzo del sito stesso. Utilizziamo sia cookie tecnici sia cookie di parti terze per inviare messaggi promozionali sulla base dei comportamenti degli utenti. Può conoscere i dettagli consultando la nostra privacy policy. Proseguendo nella navigazione si accetta l’uso dei cookie; in caso contrario è possibile abbandonare il sito.