CHIAMACI +39 333 8864490

L'Esorcista, il capolavoro horror di William Friedkin, torna nelle sale italiane per una sola notte di paura,mercoledi 19 giugno, per festeggiare il Leone alla Carriera consegnato al regista durante la 70esima edizione del Festival del Cinema di Venezia.

Lasciatevi condurre da Regan MacNeil nei meandri del suo spirito posseduto dal perfido Pazuzu, sotto le mentite spoglie di Capitan Gaio. Damien Karras e Padre Merin vi attendono nella stanzetta al primo piano, per una sessione di preghiera collettiva.

Non lasciatevi sfuggire l'occasione di gustare gli 11 minuti di scene inedite di questo capolavoro pop della cultura americana, la cui uscita nelle sale, nel 1973, causò fenomeni di isteria collettiva, svenimenti e decessi.

 

Info Cinema a Milano:

Odeon The Space, via Santa Radegonda 8

h 22

http://www.thespacecinema.it

 

UCI Cinema Bicocca, viale Sarca 336, angolo via Chiese

h 19.50; 22.41

UCI Cinema Certosa, Via Gentile 3

h 20.00; 22.30

http://www.ucicinemas.it

 

Arcobaleno Filmcenter, viale Tunisia 11

Ducale Multisala,Piazza Napoli 27

http://www.cinenauta.it/

 

 

Pubblicato in 16mm
Giovedì, 13 Giugno 2013 12:15

Le grandi coppie artistiche del cinema

Le coppie più fedeli di Hollywood non sono certo quelle tra marito e moglie, ma tra attore o attrice e regista, soprattutto quando quest'ultimo trova qualcuno che recita in linea con il proprio modo di dirigere, con il quale crea un legame difficile da sciogliere e anche capolavori indimenticabili.

 

Nel mondo del cinema un attore che interpreta numerosi film diretti dallo stesso regista viene chiamato attore feticcio, e spesso incarna l'alter ego sullo schermo di colui che sta dietro la macchina da presa. Le attrici invece possono incarnare il modello femminile o essere le muse ispirartici del regista, che in alcuni casi possono portare alla nascita di relazioni sentimentali.

 

Ci sono le collaborazioni d'obbligo come nel caso delle serie cinematografiche, ma più interessanti sono quelle che scaturiscono da un reale legame, dall'incontro di due persone di talento e di creatività che insieme riescono a creare qualcosa di speciale. E' il caso di quei registi che affidano i loro personaggi sempre allo stesso attore, perché il loro trovano la perfetta realizzazione e interpretazione della loro idea mentale.

 

Partendo dalle origini del cinema fino ad arrivare ai nostri giorni di coppie di questo genere è pieno il panorama cinematografico, ma sono poche quelle davvero riuscite.

Martin Scorsese e Robert De Niro hanno lavorato insieme in nove film di grande successo, come

'Taxi Driver', 'Casinò' e 'New York New York', che una volta conclusosi ha portato il regista a rivolgersi ad un'altro attore italoamericano, con il quale ha avuto la stessa intesa che dura tutt'oggi, ossia Leonardo DiCaprio, che lo stesso De Niro indica come suo erede, e che ha portato alla realizzazione di quattro film, 'Shutter Island', 'Gangs of New York', 'The Aviator' e 'The departed', con il quale Scorsese ha vinto l'unico oscar della sua carriera.

 

Altro due geniale e creativo è quello formato da Tim Burton e Johnny Depp, che oltre ad essere amici hanno portato sul grande schermo personaggi eccentrici ma strepitosi, protagonisti di otto film, tra cui 'Edward mani di forbice', 'La fabbrica di cioccolato', 'Alice in wonderland' e 'Dark shadows'. La versatilità di Depp riesce a penetrare le profonde creazioni del regista, passando dall'ironia alla malinconia con grande naturalezza.

 

Una nuova coppia con appena due film usciti, ma che promette di diventare un'unione vincente è quella tra Nicolas Winding Refn e Ryan Gosling, che nonostante sia agli inizi è riuscita a riscuotere successo con 'Drive' e 'Solo Dio perdona', acclamati dal pubblico e dalla critica.

 

Un'altro regista che resta fedele agli stessi attori è Quentin Tarantino, che portò Uma Thurman al successo rendendola la sua musa ispiratrice e protagonista di alcuni tra i suoi più famosi film come 'Pulp Fiction'e 'Kill Bill', nei quali l'attrice mostra tra le migliori performance della sua carriera.

Tarantino inoltre ha una stretta collaborazione con Samuel L. Jackson, che considera quasi un portafortuna, infatti è presente, anche solo con piccoli cameo, in molti dei suoi film, da 'Jackie Brown' a 'Django Unchained', quest'ultimo film vede anche l'interpretazione dell'attore Christoph Waltz, già protagonista di 'Bastardi senza gloria', e promettente candidato per una nuova coppia.

 

Anche Woody Allen ha scelto spesso come attrice Diane Keaton, sua compagna anche nella vita per un lungo periodo, trasformandola nella sua musa in 'Io e Annie', per poi passare a Mia Farrow, che lavorò con lui per ben tredici film, tra cui 'Crimini e Misfatti', 'Hannah e le sue sorelle' e 'La rosa purpurea del Cairo'.

 

Tra i sodalizi più conosciuti troviamo anche quello italiano di Federico Fellini e Marcello Mastroianni, che ha permesso a entrambi di raggiungere la fama internazionale con 'La dolce vita' e ''. Anche la relazione artistica e sentimentale tra Michelangelo Antonioni e Monica Vitti ha dato vita a film di grande successo, come 'L'avventura', 'La notte' e 'L'eclisse'.

 

Riguardando agli anni passati si possono trovare brillanti sodalizi anche tra Josef von Sternberg e Marlene Dietrich, sancita dall'opera 'L'angelo azzurro', Sydney Pollack e Robert Redford con 'La mia Africa', John Ford e John Wayne, che realizzarono ventuno film tra cui 'Sentieri selvaggi', Alfred Hitchcock e Ingrid Bergman, che incarnava il modello di femminilità perfetta secondo il regista che l'ha resta protagonista della sua trilogia, di cui va citato il film 'Notorius', per poi fare riferimento a Grace Kelly e a James Stewart e Cary Grant per i ruoli maschili.

 

Alcune di queste coppie sono nate per una casualità, altre per affinità e altre ancora per un'attenta ricerca, ma l'importante è che abbiano generato un grande cinema, con opere eccellenti sia per la struttura che per la performance dei protagonisti, riuscendo ad esprimere al meglio l'idea generale della storia. E' proprio questo che i bravi attori devono fare, cercare di immaginare ciò che esiste nella mente del regista e provare a trasportarlo sullo schermo nella maniera più coerente possibile, mentre i grandi registi devono essere in grado di scegliere gli interpreti migliori e spiegare la loro idea. In questi sodalizi, soprattutto i più riusciti questo processo di immedesimazione avviene in modo semplice e naturale. Per questo si parla di coppie geniali.

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Nerospinto vi invita ad intraprendere un viaggio fatto di atmosfere gotico-romantiche, domenica 16 giugno presso Parco Tittoni a Desio.

Ad esibirsi vi sarà infatti The Spleen Orchestra, che porterà in scena il Tim Burton Show, uno spettacolo unico nel suo genere, che unisce musica, teatro, rendendo omaggio alla fantasia visionaria del grande regista americano.

La Spleen Orchestra nasce nel dicembre 2009, quando il pianista compositore (e vero appassionato di Burton) Silvano Spleen organizza una serata in onore del cineasta in un locale della Brianza.

La vicinanza tra le atmosfere burtoniane, rese in musica dal compositore Danny Elfman e il percorso artistico personale di Silvano Spleen , spingono quest’ultimo a reclutare personaggi originali e creativi, tra cui artisti, poeti  e musicisti.

Nasce cosi la Spleen Orchestra, composta da 8 elementi, che ripropone in chiave indie la ricchezza visiva ed emozionale dei film burtoniani, grazie anche ad un imponente allestimento scenico, trucchi, costumi e scenografie createad hoc.

Dopo il successo ottenuto in location prestigiose tra cui Hiroshima Mon Amour ed Estragon, festival , teatri, live show, come quello organizzato a Venezia in occasione del Carnevale 2012, il Tim Burton Show è pronto a stupire il pubblico di Milano e dintorni.

 

THE SPLEEN ORCHESTRA - Tim Burton Show

L'unica orchestra che omaggia il regno incantato di Tim Burton

In una location magica

Ingresso: 5€

Munirsi di tessera ARCI

In caso di pioggia, lo spettacolo si terrà presso l’ARCI Tambourine di Seregno

 

Parco Tittoni Traversi

Via Lampugnani, 62

Desio (MB)

 

Per maggiori informazioni:

http://www.parcotittoni.it/

http://www.thespleenorchestra.it/index.html

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Giovedì, 13 Giugno 2013 18:15

Conosci te stesso

Noi di Nerospinto vi segnaliamo un evento imperdibile nel suo genere.

Dal 14 giugno al 5 luglio 2013 presso la Sala Alda Merini- Spazio Oberdan della Provincia di Milano, la Fondazione Cineteca propone in anteprima per la scena italiana, due lungometraggi: Mandala e Sadhu- il cercatore della verità.

In maniera concisa e attraverso immagini folgoranti, entrambi i film indagano le radici della spiritualià orientale: sulle tracce di un eremita in viaggio dal Nepal al Tibet (Sadhu), o seguendo nel suo farsi la mirabile costruzione di sabbia ad opera di monaci del Bhutan (Mandala), gli autori dei film si spogliano di ogni preconcetto intellettuale e sovrastruttura occidentale. Si tratta di una sorta di pellegrinaggio alla fine del quale potranno dichiarare di conoscersi meglio.

I due lungometraggi saranno sempre proiettati insieme a uno dei due corti (Golok  e  La tenda nera) di “più Tibet”, che Giuseppe Cederna ha realizzato durante un recente viaggio con ASIA-Associazione per la Solidarietà Internazionale, una ONG che dal 1988 sviluppa con successo progetti umanitari in diversi paesi del continente asiatico.

A tutti i lettori di Sesto Senso consigliamo questo momento di "meditazione"  attraverso gli insegnamenti delle filosofie orientali.

Spazio Oberdan

oberdan.cinetecamilano.it

Viale Vittorio Veneto, 2

20124-Milano

Tel:02.7740.6300

 

Pubblicato in 16mm
Mercoledì, 12 Giugno 2013 14:00

Intervista a Stefano Calvagna

Da Beverly Hills agli arresti domiciliari a Roma, da attore di fiction a regista e scrittore impegnato:Stefano Calvagna è un artista di altri tempi. Tempi in cui la vita privata, i valori e la cerchia di amici e conoscenti finivano inevitabilmente con il contaminare anche la vita artistica e la carriera professionale. Parlo con Stefano e mi rendo conto di quanto gli avvenimenti della sua vita lo abbiano pesantemente segnato e influenzato senza scalfirlo e senza togliergli l’entusiasmo e la capacità di fare film e di scoprire talenti. Lui che dai set di Hollywood dove impara a fare l’aiuto regista, finisce a montare le sue pellicole in una palestra romana perché è l’unico luogo dove può lavorare senza violare gli arresti domiciliari a cui viene condannato dopo una brutta storia personale e legale. Una forza e un coraggio incredibili conditi da una rabbia e una amarezza che Stefano Calvagna veicola ed esorcizza attraverso la sua arte e i suoi lavori come il film Rabbia in pugno e il libro Cronaca di un assurdo normale. Questa la sua intervista a NeroSpinto.

 

 

Stefano l’11 di luglio arriva nelle sale

Rabbia in pugno. Probabilmente il tuo

film più personale. Ce ne vuoi parlare?

 

“È un poliziesco. Anzi il classico poliziesco.

Il protagonista è un campione di arti marziali

che ha una compagna che desidera tanto fare

l’attrice. Viene contattata per un provino da un

personaggio losco e senza scrupoli in un locale

pubblico e qui, senza che lei se ne accorga le

viene somministrata la droga dello stupro.

Una droga che esiste davvero sul mercato delle

sostanze tossiche e che nella giovane compagna

del protagonista ha un effetto letale e la conduce alla morte.

A questo punto il suo compagno dà vita a una vendetta

Personale. Ma non dico di più. Bisogna andare a vedere

il film”.

 

 

Detto così sembra un film molto forte,

molto da maschi.

 

“In realtà è un film che si rivolge a tutti.

La storia non è incentrata solo sul protagonista,

le arti marziali o il suo desiderio di vendetta ma anche

sul mondo delle donne. Sulla loro fragilità e vulnerabilità.

Su una droga che può diventare un’arma pericolosissima

nelle mani di uomini senza scrupoli e che può portare

alla morte o a pesanti traumi per tante giovani donne”.

 

 

Rabbia in pugno è ambientata quasi tutta in una

palestra perché lei non poteva muoversi dato i domiciliari

e naturalmente con pochi soldi e con tanta buona volontà

da parte di tutti i suoi collaboratori. Come ci è riuscito?

“Beh, diciamo che ho preso il lato migliore

di tutta la faccenda e che la mia forza di volontà

ha fatto il resto. Polanski fece solo il montaggio

all’epoca dei suoi domiciliari in Europa, io ho

fatto l’intero film e tutto sommato non mi lamento.

Certo, avrei voluto avere più libertà, più mezzi, più soldi

ma i miei più che film sono piccoli miracoli.

Sono pellicole che hanno lo stesso budget di uno spot

o di un lungometraggio. Il pubblico gradisce lo stesso

e io sono soddisfatto ancora di più dei miei piccoli miracoli”.

 

 

Ancora un film con Alberto Tordi come attore e come

compagno di lavoro e di avventura. Deve credere

davvero molto in lui.

 

“E ci credo infatti. E non solo perché Alberto è un grande

professionista, un bravo attore e un artista capace ma perché

è un bravo ragazzo, una persona per bene.

Nel mio mestiere avere persone per bene con cui lavorare

e con cui condividere qualcosa è il primo passo per riuscire

a realizzare quello che si deve realizzare.

Io so che su Alberto Tordi posso contare e questo

mi tranquillizza e mi fa lavorare bene”.

 

 

Antonia del Sambro

Pubblicato in Cultura
Lunedì, 10 Giugno 2013 11:20

Intervista ad Alberto Tordi

Attore e interprete affermato, Alberto Tordi è uno dei talenti italiani su cui ha puntato il nostro cinema negli ultimi anni. Egli ricambia con impegno e costanza e nonostante la crisi della cultura e le poche possibilità per i più giovani dichiara: “l’Italia è il mio paese”. Sostenitore e promotore dell’arte indipendente sogna Almodovar e ama Mastroianni. Il prossimo 11 luglio sarà nelle sale cinematografiche italiane con il nuovo film di Stefano Calvagna La rabbia in pugno.

La sua intervista a Nerospinto.

 

Alberto, lei si è imposto sia in fiction di successo che in film impegnati come interprete puro, una figura cinematografica che è sempre stata propria della tradizione italiana.

Quali dei suoi personaggi ha amato di più?

Imposto è un parolone! Diciamo che lavoro da una decina d'anni con dedizione, studio e sacrifici.Il ruolo che più ho amato è stato sicuramente nel film indipendente Ovunque Miracoli nel quale interpretavo Francesco un compositore musicale. Due mesi di lavorazione in un convento del 1500 lontano dal caos della città completamente immerso in una dimensione a me nuova. Ho forse capito cosa significa ascoltarsi, aprire il cuore a questo lavoro.

 

 In piena crisi economica e sociale come fa un artista, nel suo caso un attore professionista, a non farsi scoraggiare dal clima non proprio di ottimismo che si respira ovunque e dalla mancanza di fondi che ha investito la cultura italiana in quasi tutti i suoi ambiti?

Non nego le difficoltà i sacrifici e la quantità di lavori fatti per portare avanti la professione di attore. Quello che mi dà la forza di continuare è senza dubbio la passione. L’approfondire la materia di studio, essere curioso, cercare di assorbire tutto ciò che può arricchire la mia preparazione.Cerco di non adagiarmi e non giustificarmi dietro il momento di crisi che il nostro Paese sta attraversando. Proprio in questi momenti si può attingere a qualità che abbiamo non ancora espresse. La speranza è che ci sia una ripresa del sistema italiano, ma questo è un discorso più ampio.

 

 Quale è il ruolo che ancora non ha interpretato e che amerebbe fare e con quale regista?

Adoro Marcello Mastroianni, il sogno sarebbe una versione teatrale del film "Una giornata particolare”, film che amo profondamente.Per quanto riguarda il regista, il cinema indipendente offre maggiori possibilità agli attori privi di raccomandazione come me. Comunque Almodovar è il mio preferito!

 

Tanti giovani di talento e di successo stanno lasciando il nostro paese per cercare fortuna altrove o semplicemente perché gli sono state offerte possibilità che da noi non si trovano più. Lei ha mai pensato di lavorare all’estero?

Posso dire che il nostro paese preferisce sostenere i "vecchi talenti”! Istintivamente più di una volta ho pensato "mollo tutto e me ne vado"ma abbandonare la nave non penso sia la soluzione migliore. Il mio Paese è l'Italia e credo sia giusto rimanere. C’è un mondo di artisti indipendenti in movimento, che sicuramente ha cose più interessanti da dire rispetto a chi è introdotto nei canali convenzionali. Spero che prima o poi queste voci vengano ascoltate e dato loro il giusto spazio.

 

A cosa sta lavorando ora e che progetti ha in corso?

Ho iniziato da poco le letture di un testo teatrale che porterò in scena a settembre a Roma. L'11 di luglio uscirà nelle sale cinematografiche italiane "La rabbia in pugno" un film di Stefano Calvagna che mi vedrà nel ruolo di un poliziotto corrotto.

Intanto grazie... e baci ai lettori di Nerospinto!

 

 

Antonia Del Sambro

Pubblicato in Cultura
Giovedì, 06 Giugno 2013 17:47

Trionfo e polemiche per La vie d’Adèle

Il film vincitore della Palma d’Oro a Cannes 2013 ha entusiasmato la Giuria del Festival, ricevuto applausi a scena aperta dagli spettatori e mandato letteralmente in estasi i critici che per giorni non hanno fatto altro che parlare del talento di Abdellatif Kechiche e della bravura delle due attrici protagoniste Lea Seydoux e Adele Exarchopoulos.

 

Kechiche però è tunisino di origine e nella madre patria il suo capolavoro che parla di amore lesbo e mostra scene erotiche esplicitamente omosessuali non è piaciuto affatto, tanto che il leader del partito laico Union Patriot Libre, Slim Rihai, è giunto ad affermare con vera indignazione di essere disonorato dal fatto che un suo compatriota abbia vinto il massimo premio al Festival di Cannes, dicendo che la Tunisia non ne è affatto orgogliosa né onorata e che l'oggetto di un film che difende l'omosessualità lede il loro essere arabi e musulmani. E Rihai è il leader del partito laico!

Insomma, come sempre Nemo profeta in patria.

 

Nel caso del regista Kechiche, inoltre, le polemiche si estendono anche ai costi effettivi della pellicola, in principio considerati e immaginati come quelli di un lungometraggio d’autore e in seguito levitati a quelli di una produzione americana e con tempi di lavorazione lunghissimi e massacranti tanto che sul set allestito nella città di Lille l'atmosfera è stata piuttosto tesa e il lavoro dell’intera troupe e delle maestranze è passato da due mesi e mezzo a cinque, con tecnici e operai che hanno denunciato condizioni lavorative non facili.

 

Ma Abdellatif Kechiche ha dimostrato di avere tempra resistente e caparbietà da vendere e alla fine ha realizzato il suo lavoro più importante, la pellicola che lo consacrerà negli annuali della storia del cinema. In realtà, il film non è bellissimo nel senso cinematografico più puro.

 

Non emoziona per la regia o per le scelte dei movimenti di macchina. Non ci sono scelte autoriali che fanno pensare al capolavoro filmico vero e proprio. Anzi, a volte alcune sequenze si ripetono cadenzatamente pur con mutamenti di scena e di location. È vero che il rispetto delle unità aristoteliche è stato abbandonato ormai da tempo dai cineasti internazionali ma è anche vero che la storia deve reggere proprio nei passaggi e nei momenti più importanti e difficili della narrazione.

E da un film vincitore della Palma d’Oro ci si aspetta sempre che sia da esempio per tutti gli altri.

 

Allora perché tutto questo entusiasmo? Sicuramente per il coraggio.

Il coraggio di portare sul grande schermo una storia così forte e soggetta a critiche e il coraggio per averla saputa raccontare senza mezzi termini. A questo possiamo aggiungere sicuramente la capacità di Kechiche di dirigere i propri attori, soprattutto se ancora giovani e poco conosciuti e, in questo suo ultimo lavoro, se donne in particolare.

 

La pellicola racconta la vita di Adèle, innamorata di una ragazza dai capelli blu incontrata per caso e ritrovata in un locale gay. Un cocktail e una panchina sono l’inizio di una storia d'amore appassionata e travolgente che matura Adèle e che la porta fuori dall’adolescenza. Nella vita con Emma, che studia Belle Arti e la dipinge nuda dopo averla amata per ore e sconvolta dal sentimento travolgente che prova per quella donna, Adèle diventa adulta imparando molto presto che la vita è molto più di quello che si legge nei libri.

 

Ancora una volta Abdellatif Kechiche guarda a Pierre de Marivaux, e attingendo al suo celebre romanzo  "La Vie de Marianne" confeziona e realizza  La vie d'Adèle, storia d'amore e di formazione di un'adolescente che concede alla macchina da presa ogni dettaglio e ogni sfumatura di sé. Il desiderio delle due protagoniste, il loro amarsi e concedersi reciprocamente restano il vero senso del film. Niente di morboso o scabroso. Solo amore omosessuale e passione. Chi si aspetta di sbirciare dal buco della serratura rimane deluso. La vie d’Adèle è solo cinema.

E così va preso e va visto.

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"Nessuno ha il potere finché non lo agguanta con il sesso o la violenza"

 

Le alternative sono due e su questo L'uomo con i pugni di ferro, esordio alla regia di RZA, non transige.

Bramosia, denaro, violenti scontri e sensuali prostitute sono i fili che intrecciano la trama del film e le storie dei personaggi che finiscono così con l'avvicendarsi, allearsi e scontrarsi.

 

Un carico d'oro da proteggere è ciò che muove la trama, un forziere che doveva essere protetto e che invece diviene motivo di tradimento e conseguenti lotte sanguinose.

I vari clan che vivono a Jungle Village, in perpetua competizione, vedono ora prevalere i Lions che, forti di un nuovo capo (che senza mezzi termini si è sbarazzato del precedente), osano sfidare il potere dell'imperatore cinese sottraendogli il suo carico di pepite.

 

Le conseguenze sono numerose: la sete di vendetta del principe dei Lions, diretto discendente del capo assassinato; l'ira dell'imperatore che smuove il suo esercito verso il paese; le mire della titolare di un bordello che, aizzando le sue protette, vuole impadronirsi del cospicuo bottino; gli stessi Lions pronti a dichiarare guerra per non perdere la propria posizione; il completo stravolgimento della vita di un umile fabbro, che altro non vorrebbe se non liberare la propria concubina e smettere di forgiare armi per le diverse fazioni. Il tutto contornato dalla misteriosa figura di un emissario dell'impero, che avrebbe dovuto vegliare sul bottino e che tarda a comparire, e un corpulento figuro che vende il suo invincibile corpo a chi gli offre la somma di denaro più alta.

 

Le vicende si snodano in un vorticoso susseguirsi di battaglie a colpi di kung fu, lanci di lame affilate, colpi d'armi e conturbanti episodi fra le lenzuola per arrivare ad un epilogo che vede trionfare in modo davvero improbabile l'umile artigiano.

 

Per gli amanti dello stile di Tarantino, che peraltro presta il proprio nome per presentare il lungometraggio, i riferimenti al grande maestro sono numerosi: dalla scelta di ambientare la storia in una Cina dal sapore controverso e corrotto (enfatizzato dalla presenza di una splendida quanto pericolosa Lucy Liu), alle inquadrature che privilegiano i dettagli splatter, sino al ritiro spirituale che il protagonista affronta prima del proprio riscatto (molto simile al percorso seguito in Kill Bill da Uma Thurman). Lo stile complessivo, inoltre, riflette molto l'influsso del regista con il quale RZA ha avuto modo di collaborare per l'appunto nella realizzazione di Kill Bill.

 

Un film senza grosse pretese che complessivamente coinvolge per le scene avvincenti ed originali, il carisma e la particolarità dei personaggi (una menzione particolare va ad un inaspettato e sorprendente Russell Crowe) e la buona quantità di azione, gestita in modo esemplare, che compensa e rinvigorisce la semplicità della trama.

 

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E’ un percorso pieno di domande alla vita e sulla vita quello che coinvolge gli spettatori chiamati a seguire Augusta, protagonista del nuovo film del regista bolognese Giorgio Diritti.

 

“Un giorno devi andare” affida all’espressività del paesaggio umano e naturale dell’Amazzonia, dolorosamente attraversato dagli sguardi della protagonista Jasmine Trinca, il compito di raccontare un viaggio dell’anima, materia rara nel cinema italiano che avvicina piuttosto il regista all’orizzonte filmico europeo. E’ il dolore a spingere Augusta lontano dall’Italia, a metterla di fronte alla diversità estrema delle popolazioni indios che una missione cattolica sembra imprigionare ancora nelle trame culturali dell’occidente.

Allora la giovane e inquieta Augusta sceglie di andare oltre, di vivere dal di dentro tutti i limiti e le diversità di quella terra, scoprendo quanto la precarietà materiale possa abbattere ogni filtro con la sua interiorità, spazzando via le difese dalla sofferenza. Ma la quotidianità lasciata a casa continua ad irrompere con le figure della mamma e della nonna della donna, definendo nella storia una molteplice immagine del femminile in diversi momenti esistenziali, alla quale si aggiunge la presenza di una ragazza amazzonica il cui destino si incrocia con quello della protagonista trasformandola quasi nel suo alter ego, in un rovesciamento di costumi e abitudini tra due mondi apparentemente molto distanti.

 

Non sono le parole a definire il racconto del film costruito piuttosto sulla forza dell’immagine – e dunque sulla fotografia e il talento registico – dominata dalla natura essenziale, senza artifici, seguita nel suo corso, con tutte le difficoltà tecniche del caso, nel pieno rispetto dei luoghi e della forza narrativa scaturita dal contatto elementare, quasi primigenio, della protagonista coinvolta come persona prima che come personaggio nell’esperienza del film.

E’ necessario che anche il pubblico posto di fronte al film si metta presto in cammino per superare la pigrizia dello sguardo, andare oltre i confini della lingua e della forma per afferrare il messaggio di stile e di contenuto racchiuso nella coraggiosa ed originale regia di Diritti, sostenuta da un cast pienamente a servizio del progetto, coinvolto e aperto all’incontro con la comunità indios e con gli attori non professionisti scelti dal regista per affiancare gli interpreti italiani. Una fusione armonica che trapela dopo scena dopo scena equilibrando la presenza “straniera” fino a confonderne l’identità, persa nei meandri della foresta e quasi abbandonata nel flusso naturale.

 

Nel finale una liberazione, per Augusta e per lo spettatore che la accompagna, avvertita come esigenza di perdersi per ritrovarsi, priva però di una chiusa razionalmente definita, in sospeso come è proprio della dimensione dell’andare, senza un “dove” che imprigioni l’occhio aperto verso l’infinito.

 

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Scintillante, vorticoso, caotico e spettacolare: il Grande Gatsby ritratto da Baz Luhrmann è tutto questo.

Un turbinio di luci, musiche, balli sfrenati e avventori che si avvicendano ogni giorno nella casa dell'uomo più ammirato e misterioso di West Egg, celebrandone il mito ma non comprendendone appieno il potenziale.

 

Lo sfarzo e la ricchezza di questo fascinoso gentiluomo, che poco si concede delle grandi feste che organizza, sono uno specchio per le allodole che attrae la più ampia varietà di personaggi, tranne colei che lui veramente desidera, poiché, anche lo splendore del lusso più sfrenato, non può competere con la speranza che sa accendergli nel cuore quella luce verde che risplende ogni notte dall'altro lato della baia e che sembra possa afferrare solo tendendo la mano: la luce del pontile della casa della sua amata, la sua passione mai spenta per Daisy.

 

In una cornice anni 20 ricostruita in modo splendido, dai meravigliosi costumi alle preziose scenografie, il film rilegge in chiave pop (soprattutto per la scelta della colonna sonora, molto audace) il classico di F. S. Fitzgerald. Non potendo rendere la delicata poesia che caratterizza alcuni passaggi del libro, il regista ha optato per una lettura differente, portando all'estremo la resa visiva di alcune scene con carrellate vertiginose ed esplosioni di luce e colore, rendendo più contemporanei gli ambienti mondani descritti e regalando una dimensione a sé ai due protagonisti.

 

Il sentimento, mai dimenticato in 5 lunghi anni di distanza, che riempie il cuore di Gatsby viene esaltato con sequenze a tratti ironiche, ma nella maggior parte dal sapore onirico in quanto, come cerca di spiegare più volte l'amico Nick Carraway, non è possibile rivivere il passato.

Ma dentro Gatsby la convinzione e la volontà sono più forti della realtà e l'ardore che brucia in lui al solo pensiero di Daisy lo porta a credere che anche per lei sia la stessa cosa, che resteranno insieme per sempre.

 

Lo scontro con la verità dei fatti porta però a riflettere: Daisy è sposata, Gatsby per potersi permettere quanto possiede è entrato in affari con i peggiori malavitosi di New York e tutto ciò crea un solco tra i due che non si può cancellare.

Il conflitto tra un presente inaccettabile e un passato che deve rivivere ad ogni costo è incarnato perfettamente dal protagonista, la cui dedizione al proprio sogno lo porta ad avere fede nelle sue possibilità sino al momento della sua morte.

 

Un impareggiabile Leonardo Di Caprio sovrasta tutto il cast (composto da star di rilievo quali Tobey Maguire, Joel Edgerton, Isla Fisher), rendendo con i gesti e soprattutto con gli sguardi il tormento di un uomo innamorato e prigioniero di un'illusione meravigliosa da cui è impossibile affrancarsi, ma sprigionando al contempo quel fascino e quella compostezza degna dell'uomo più mirabile e realizzato, quale Gatsby mira ad essere.

 

Un film da non perdere per lasciarsi incantare dal fascino di un'epoca che non c'è più e per farsi travolgere dalla forza di un amore che determina la grandezza di un uomo più di quanto possa fare qualsiasi ricchezza o posizione sociale.

 

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