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Sabato, 27 Settembre 2014 22:28

Birdman: la dura vita del famoso incompreso

 

 

 

Che il successo senza talento esiste non vi è ombra di dubbio. Anzi spessissimo le due cose non vanno affatto di pari passo. Che essere celebri ma snobbati e incompresi come artisti può succedere altrettanto… Ma qui arrivano gli inconvenienti, perché c’è chi si rassegna, si gode soldi e successo e se ne infischia altamente del resto e chi invece lotta, si logora e si impegna affinché la propria fama non oscuri anche il vero talento che pensa assolutamente di possedere.

 

 

 

 

È successo anche al primo interprete cinematografico di Superman, tale George Reeves, morto per mano di una sua ex fiamma in un albergo di Beverly Hills.

George lottò quasi tutta la sua carriera per farsi assegnare altri ruoli e staccarsi dall’interpretazione del supereroe che l’aveva reso famoso ma che orami era diventato un vero incubo per la sua carriera di attore e non gli permetta di esprimere quel talento, che era convintissimo di possedere, in altri ruoli e altre interpretazioni.

Ed è esattamente quello che succede al protagonista della pellicola Birdman, interpretato da un sempre e ancora bravo ed eclettico Edward Norton e girato e realizzato da Alejandro Gonzalez Inarritu, regista messicano troppo poco commerciale per essere del tutto noto al grande pubblico.

Questa volta però Inarritu ci prova a confezionare una pellicola hollywoodiana nel senso più dispregiativo per lui ma di grande effetto sul pubblico, ricchissima come è di effetti speciali più o meno riusciti, movimenti di macchina classici e abusati e una recitazione che scimmiotta ripetutamente le grandi produzioni di Broadway.

Tutto si snoda intorno al desiderio dell’attore Riggan, divenuto famosissimo nel ruolo appunto di Birdman supereroe amato e seguito da milioni di spettatori.

Riggan però non ci sta più ad essere considerato capace di fare solo questo ruolo e sottovalutato nonché del tutto ignorato dalla critica e dal cinema colto e intellettuale che non gli affiderebbe mai nessun’altra interpretazione impegnata e che prevede una capacità di recitazione molto più alta.

Così stabilisce da un giorno all’altro di impegnarsi e realizzare un’impresa quasi impossibile, ovvero scrivere l'adattamento del racconto di Raymond Carver, Di cosa parliamo quando parliamo d'amore. Non solo, per dimostrare a tutto il mondo le sue doti artistiche Riggan decreta anche di dirigerlo e metterlo in scena in uno storico teatro di Broadway.

Accanto a lui in questa impresa disperata e ambiziosissima vengono coinvolti la figlia ribelle Sam, ex tossica e alcolista, la sua amante Laura, l'amico produttore Jake, un'attrice il cui sogno di bambina era calcare il palcoscenico a Broadway e un attore di grande talento ma di pessimo carattere che porterà sulla scena scompiglio e ripetuti cambi di programma.

La pellicola è divertente quanto basta e mostra fin nei minimi dettagli quanto può essere dura e insoddisfacente anche l’esistenza di persone famose, ancor di più se le stesse sono fagocitate dalle luci della ribalta e la ribalta si chiamano con i nomi dei grandi Studios della collina di Hollywood.

Alejandro Gonzalez Inarritu, da parte sua, ci prova a fare un film solo all’apparenza commerciale, parodiando e mimando i veri film da botteghino, ma non ci riesce perché anche lui è troppo colto e imbottisce la pellicola di movimenti di macchina esagerati ed esasperati.

Il risultato è ancora una meravigliosa interpretazione di Norton capace da solo di reggere l’intero film e di dimostrare agli spettatori che anche lui stesso sulle tavole di un teatro non se la caverebbe per nulla male.

 

 

Antonia del Sambro

 

 

 

Pubblicato in Cultura
Giovedì, 17 Luglio 2014 12:11

Omaggio a Tilda Swinton

La Fondazione Cineteca Italiana omaggia dal 19 luglio al 3 agosto, Tilda Swinton con 11 imperdibili interpretazioni che saranno proiettate presso lo Spazio Oberdan di Milano.

 

Tilda Swinton, nata a Londra nel 1960, resa famosa nel campo della video arte dalla performance “The Maybe” nella quale l’attrice cinematografica e teatrale, rimane distesa per otto lunghe ore(al giorno!) in un contenitore di vetro esposto alla Serpentine Gallery della capitale inglese, è da tempo una delle figure più intriganti del panorama artistico contemporaneo.

L’attrice inizia la sua carriera cinematografica nel 1984 con “Caravaggio“ di Derek Jarman, con cui intrattiene una collaborazione che proseguirà fino alla morte del regista che la considerava come una sorta di musa.

Grazie al suo viso androgino, il corpo sottile, la pelle diafana, gli occhi penetranti e una innata eleganza la Swinton è diventata una delle attrici più richieste per ruoli complessi e ambigui come il ruolo che le è stato assegnato nel film di grande successo “Orlando” del 1992.

La fama mondiale che è scaturita dalla partecipazione a questo film ha fatto si che, da allora, le sue interpretazioni si siano susseguite senza interruzioni permettendo all’attrice di confrontarsi con opere ad autori molto diversi tra loro ma, nonostante questo, i ruoli che le vennero riservati mostravano sempre quei tratti di eccentricità e di ricerca che le hanno permesso di diventare una delle figure di spicco del mondo contemporaneo.

I film della rassegna, che saranno proiettati nel tardo pomeriggio e in prima serata, spazieranno dal più remoto “Orlando” del 1992 ai più recenti Snowpiercer  e Solo gli amanti sopravvivono, proponendo agli spettatori una vasta gamma di generi, dall’affascinante e misteriosa storia di un amore secolare ad un intenso ed emozionante film d’azione proiettato nel futuro.

 

Undici film di una straordinaria attrice da segnarsi in agenda!

 

Per avere la programmazione completa dell’evento la rassegna completa è presente al sito www.cinetecamilano.it

 

 

 

 

INFO:

T 02.87242114 / Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

 

MODALITÀ D’INGRESSO:

Biglietto d’ingresso:intero € 7,00

Biglietto d’ingresso ridotto per possessori di Cinetessera o studenti universitari: € 5,50

Proiezione pomeridiana feriale:  intero € 5,50, ridotto € 3,50.

Cinetessera annuale: € 6,00, valida anche per le proiezioni al MIC – Museo Interattivo del Cinema - e all’ Area Metropolis 2.0 – Paderno Dugnano.

 

UFFICIO STAMPA:

Fondazione Cineteca Italiana / Cristiana Ferrari Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo. – 3337357510

Pubblicato in Lifestyle

Wes Anderson prova l’impossibile. Prova a far sorridere e divertire lo spettatore con una commedia che parla in realtà di razzismo, di sospetto per il diverso e di intransigenza contro tutto ciò che non si conosce e che non si desidera approfondire.

Il regista è bravo a richiamarsi alla commedia corale, alla struttura narrativa classica e alla creazione di tanti personaggi quante sono le storie e gli ambienti raccontati o solo presentati nella pellicola.

È onestamente un azzardo quello di Anderson perché lo spettatore moderno se non è un appassionato del cinema classico dei pionieri hollywoodiani rischia di perdersi e di non carpire fino in fondo lo scopo reale della narrazione filmica.

Scopo che è invece importante da cogliere e da assaporare perché Grand Budapest Hotel è la commedia dove più ci si può indignare per quei comportamenti, quelle azioni e quelle scelte che ancora persistono nell’Europa attuale e che tanto strazio e dolore hanno portato nei secoli più bui del nostro continente. E pensare con forza e coraggio: mai più.

La trama del film è complicata e semplice allo stesso tempo, il direttore dell’hotel è un uomo affabile e servizievole e per questo gode delle simpatie e delle confidenze di molte delle clienti più mature del Grand Budapest, tanto che una di loro gli lascia in affidamento un prezioso quadro.

Quando la donna muore, però, il figlio della stessa accusa il direttore di furto e lo fa imprigionare.

Ad aiutarlo e assisterlo in questo difficile momento è un suo dipendente straniero e immigrato, Zero, che pur neoassunto e poco pratico delle questioni che si svolgono nell’hotel farà qualsiasi cosa per salvare il suo datore di lavoro, dimostrando un attaccamento e una riconoscenza davvero esemplari. Wes Anderson oltre a costruire la pellicola in questione richiamandosi alle commedie più classiche del cinema internazionale fa della stessa anche un omaggio importante e significativo a uno dei pacifisti più convinti e attivi degli anni Venti e Trenta del secolo scorso, lo scrittore Stefan Sweig, ebreo austriaco a cui i nazisti hanno bruciato tutte le opere nel 1933.

Per questo Grand Budapest Hotel diventa un modo per riflettere ancora su a che punto siamo. Quanti passi avanti abbiamo fatto come società e come individui dal 1933, dall’orrore delle leggi razziali, dalla paura dello straniero e dall’accettazione del diverso?

L’Europa è cambiata, è più pronta, è più matura?

Quando la commedia corale, divertente e un po’ irreale diventa un momento e una occasione per parlare e riflettere sulle frontiere geografiche, mentali e culturali allora il cinema diventa arte educativa e vale sempre la pena di essere visto.

Indira Fassioni

 

Pubblicato in Cultura
Mercoledì, 30 Aprile 2014 23:26

Vivian Maier, l’artista che amava mentire

A volte succede che la fama e il successo non interessano, che non essere riconosciuti per strada quando si crea e si fa arte risulta più proficuo, interessante e affascinante di una copertina su una rivista o un articolo sul giornale.

Perché a volte fare arte implica mistero, trasformismo, segreti e anche bugie.

Vivian Maier aveva deciso di fare della sua vita un palcoscenico nascosto dove la sua arte sarebbe stata celata attraverso i suoi innumerevoli travestimenti, il suo lavoro da baby sitter in casa di famiglie agiate, il suo falso accento francese e la sua noncuranza nell’interpretare ruoli e personaggi. Solo così Vivian sapeva di poter sperimentare tutte le mille sfaccettature delle forme artistiche in cui amava cimentarsi. Prima di tutto la fotografia. Intensa, realistica, cruda eppure modificata dal suo genio, dalla sua percezione sconfinata della realtà circostante.

Raccontare per immagini è qualcosa di estremamente suggestivo e affascinante. Lo sanno tutti i maggiori fotografi ma lo sanno anche i più grandi registi. E dalla fotografia al cinema il passo è quasi inesistente. Così Vivian Maier sperimenta anche forme di cinema personali, scrivendo sceneggiature e storie e dando vita a particolari documentari di cronaca, anche questi smitizzati nella loro durezza e modificati come reportage ironici.

In poche parole tutto un mondo creativo che fa di Vivian Maier una delle artiste più complete della sua epoca.

Ma chi è Vivian Maier e come mai nessuno o quasi ne ha mai sentito parlare fino a ora?

Sicuramente Vivian non voleva che si parlasse di lei e non voleva essere famosa per cui aveva inventato un escamotage dietro l’altro per rendersi invisibile e per celare a tutti la propria arte.

Però la vita è strana, piena di coincidenze inspiegabile e forse meno prevedibile di quanto si pensi.

Così succede che un giovane filmaker con la passione per la fotografia, John Maloof, trova in un mercato delle pulci di Chicago una scatola piena di negativi non ancora sviluppati. La compra, sviluppa le foto e si imbatte nella vita e nell’arte di Vivian Maier. Donna poliedrica e artista nascosta. Persona dura e riservata ma anche ironica e visionaria.

Ne nascono una mostra di grande successo e ora un documentario in proiezione nella sale italiane.

Alla ricerca di Vivian Maier così diventa l’unico modo per avvicinarsi a questa artista, morta nel 2009, e che ha desiderato rimanere nascosta per tutta la sua vita.

Ma soprattutto vuol dire avvicinarsi alla sua arte e al suo mondo onirico e fisico insieme.

Non sapremo mai cosa penserebbe Vivian di tutto questo tardivo successo e di questa fama postuma e questa in realtà è la domanda primaria che ci si dovrebbe fare scoprendo Vivian Maier.

 

 

 

Pubblicato in 16mm
Martedì, 29 Aprile 2014 10:15

Un secolo di Alberto Lattuada al MIC

Da 2 Maggio al 4 Giugno una rassegna dedicata al grande regista e fondatore, insieme a Luigi Comencini, della Cineteca di Milano: Un secolo di Alberto Lattuada.

 

 

Presso il MIC - Museo Interattivo del Cinema, Fondazione Cineteca Italiana presenta Un secolo di Alberto Lattuada, rassegna in 10 film, dedicati al regista e fondatore della Cineteca di Milano, in occasione del centenario della nascita.

Alberto Lattuada, estremamente erudito e grande amante della cultura, è uno degli artigiani del cinema italiano di maggior valore nel periodo della grande commedia italiana.

 

Dopo l’esordio alla regia all’inizio degli anni ’40, Lattuada si impegna nella trasposizione sullo schermo di celebri opere letterarie: nel 1947 si ispira al romanzo di Gabriele D’Annunzio per la realizzazione del film Il delitto di Giovanni Episcopo, che mostra un uomo umiliato e offeso, interpretato da Aldo Fabrizi, alle prese con una società inerte e indifferente. L’anno successivo gira nella Pineta del Tombolo insieme a Tullio Pinelli e Federico Fellini Senza pietà, descrizione di un paese in rovina dove, insieme agli aiuti degli americani, sbarcano violenza, contrabbando e malavita. Del 1949 è Il mulino del Po, tratto dal romanzo di Riccardo Bacchelli, un affresco sulle lotte sociali dei contadini delle campagne padane alla fine dell’Ottocento. Alberto Lattuada realizza poi Anna, che introduce il genere del melodramma contemporaneo nel cinema italiano.

Uno dei film più particolari del regista è Il cappotto, dal racconto di Gogol, girato a Pavia con protagonista Renato Rascel. La pellicola si svincola definitivamente dal neorealismo, guardando amaramente l’ipocrisia di una società perbenista che isola le persone nella loro solitudine.

 

Negli anni ’60 il regista si dedica a film con tematiche differenti: I dolci inganni analizza la trasformazione sentimentale e sessuale di un’adolescente innamorata di un uomo molto più grande di lei; Mafioso si incentra sulla mafia siciliana, osservata con fredda e asciutta eleganza;  Don Giovanni in Sicilia, ispirato al romanzo di Vitaliano Brancati, segue le vicende di un avvocato diviso tra l’amore e il lavoro tra il nord e il sud d’Italia.

 

Negli anni ’70 Lattuada tratta la tematica dell’erotismo con film come Oh Serafina, tratto dall’opera di Giuseppe Berto, ma gira anche un film fantascientifico, Cuore di cane, ispirato al romanzo breve omonimo scritto nel 1928 dal russo Michail Bulgakov.

 

Per reperire maggiori informazioni e visionare il programma completo della rassegna visitare il sito www.cinetecamilano.it.

 

 

Una rassegna, dedicata ad un grande regista italiano, da non perdere vi aspetta dal 2 Maggio al 4 Giugno al MIC!!

 

 

INFO

Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

www.cinetecamilano.it

T 02 87242114

 

MODALITÀ D’INGRESSO ALLE PROIEZIONI

Biglietto d’ingresso intero: € 5,50

Biglietto d’ingresso ridotto: € 4,00 

Biglietto d’ingresso adulto + bambino: € 6,o0

Pubblicato in Cultura
Venerdì, 18 Aprile 2014 11:44

Turturro gigolò e Allen grillo parlante

 

Ebbene sì, ci tocca!

Come ogni primavera ecco in arrivo l’ennesima commedia newyorkese garbata e ironica, dove si sorride un po’ e ci si annoia nelle parti centrali della storia.

A proporcela questa volta è John Turturro alla sua quinta prova da regista, che si ritaglia per sé il ruolo da protagonista ma che soprattutto convince un recente appannato Woody Allen a farsi dirigere e a interpretare il ruolo del coprotagonista. Fioravante e Murray, amici nella Grande Mela che si divertono a improvvisarsi l’uno gigolò di donne sole e particolari e l’altro manager e consigliere smaliziato e disincantato.

Non è una commedia sul sesso e neppure sulla seduzione vera e propria e più una pellicola per raccontare la crisi economica e sociale anche nella città più viva e frenetica del mondo.

Un crisi condotta e vissuta da due uomini di mezza età che nonostante tutto si giocano gli ultimi sprazzi di una esistenza che non vogliono triste e dimessa.

Fiorante, che come Turturro nella realtà delle cose ha sia origini italiane che ebree presenta inevitabilmente il mondo americano che conosce e tratteggia i personaggi con maestria e consapevolezza. Le donne che lui incanta con fiori, parole e azioni non sono affatto lontane dalla realtà del mondo newyorkese contemporaneo e perciò risultano più belle e più credibili, e la stessa Comunità ebraica dove incontra la donna du cui si innamora è abbastanza vicina all’essenza e al portamento di molte comunità chiuse e gelose delle proprie origini e dei propri costumi.

Sia Turturro che Allen in questo caso lo possono fare. Un po’ come fanno i fratelli Cohen nei loro affreschi impietosi e divertenti.

Il romanticismo della commedia di Turturro poggia sulla grazia e sulla raffinatezza con le quali il suo “gigolò” si muove e conquista e sulla speranza di vivere un amore reale e dolce con Avigail, vedova di un rabbino e donna che lui immagina al proprio fianco.

Tra amore cortese e corteggiamento artificiale e fasullo Fioravante e Murray si muovono ognuno a proprio agio in una fiaba contemporanea dove all’ingenuità del protagonista si contrappone la saggezza e il pragmatismo del coprotagonista nel ruolo del grillo parlante.

Gigolò per caso è una commedia senza infamia e senza lodo, dove si ride il giusto ma in compenso si può riflettere molto sulla solitudine maschile, un tabù che se sdoganato bene come fa Turturro può risultare indubbiamente interessante per molti spettatori.

 

 

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Dal 15 al 17 Aprile tre incredibili giorni di proiezioni a Milano. Va in scena #nuovocinemamilano!

 

Festival MIX Milano e Milano Film Network organizzano #nuovocinemamilano: una rassegna di tre giorni! In programma tra il Cinema Nuovo Orchidea, riaperto eccezionalmente per l’occasione, e lo Spazio Oberdan, una selezione di titoli che hanno riscontrato maggior successo di critica e pubblico nelle ultime edizioni dei sette Festival del Network.

 

Martedì 15 Aprile al cinema nuovo Orchidea si terrà l’inaugurazione delle giornate dedicate al grande cinema. Alle 19.30 si terrà il cocktail inaugurale e musica live con i Nema Problema Orkestar e a seguire la proiezione di “Is the Man Who Is Tall Happy?: An Animated Conversation with Noam Chomsky” di Gondry. Attraverso illustrazioni, fantasiose tecniche d´animazione e riprese in 16mm, Gondry anima una conversazione con Noam Chomsky, professore del MIT, libero pensatore e padre della linguistica moderna. Gondry "entra" nella testa di Chomsky per un ritratto intimo e filosofico, un dialogo tra parole e disegni che indaga il senso della vita, quel bisogno tutto umano di soddisfare l´eterna e infantile domanda di felicità. Dopo il nuovo film di Gondry sarà proiettato Aeterna di Leonardo Carrano (Italia, 2012, 58’, Videoanimazione). Il progetto presenta una video animazione sperimentale per ciascuno dei quattordici  movimenti della celebre Messa di Requiem di Mozart. Un insieme organico ma variegato per tecniche d’animazione e linguaggi espressivi. “Un’opera straordinaria, unica ed eccezionale. Il Requiem è esaltato dalle invenzioni di immagini dove appare un mondo più alto di noi” afferma Ennio Morricone.

 

Mercoledì 16 Aprile al cinema Nuovo Orchidea alle 22.30 Interior. Leather Bar (di James Franco e Travis Mathews, USA, 2013): un docufiction ammantato di gloria già allo stadio di pre-produzione, si rumoreggiava infatti che ricreasse in toto quei 40 minuti di sesso esplicito tagliati di netto dal mitico Cruising di William Friedkin, Interior. Leather Bar è l'analisi delle tensioni, dei conflitti tra libertà e censura, di una troupe alle prese con quei mitici 40 minuti, la loro ricostruzione e che cosa ha significato per Al Pacino girarli nei primi anni 80. Backstage, interviste, prove trucco e sì, anche alcuni minuti molto coreografici. Diciamo così. La promessa del cinema indipendente Travis Mathews alla guida della factory di James Franco... Yes, James Franco!

 

Il programma completo è visionarie su MILANOFILMNETWORK.IT

 

Una rassegna sul grande cinema in questi giorni a Milano da non per perdere!!

 

 

 

 

 

#nuovocinemamilano

Mediapartnership: Radio Popolare, Fred Film Radio In collaborazione con: ceCINEpas

 

Ingresso gratuito con tessera del MFN (10 euro)

 

Cinema Nuovo Orchidea Via Terraggio, 3 - Milano

 

Spazio Oberdan Via Vittorio Veneto, 2 - Milano

facebook.com/milanofilmnetwork twitter.com/MilanoFilmNet

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Pubblicato in Cultura
Giovedì, 17 Aprile 2014 11:48

America: controcultura e nuova Hollywood

Dal 19 Aprile al 4 Maggio una rassegna dedicata ai migliori film americani degli anni Sessanta e Settanta vi aspetta allo Spazio Oberdan.

 

 

 

Presso la Sala Alda Merini, Fondazione Cineteca Italiana presenta “America: controcultura e nuova Hollywood”: una rassegna di film in lingua originale.

Dalla metà degli anni Sessanta gli Stati Uniti conobbero una stagione di eccezionale fermento politico, sociale e culturale.

Numerose furono le manifestazioni che videro protagonisti i giovani, gli studenti e la parte più progressista della nazione, contro la discriminazione razziale, la guerra in Vietnam e a favore dei diritti delle donne e per l’emancipazione sessuale.

Il cinema fu investito da questa onda di controcultura libertaria e, grazie a una schiera di agguerriti nuovi cineasti (registi, attori, sceneggiatori e produttori), la scena hollywoodiana si rinnovò profondamente e con essa lo stesso linguaggio filmico. Nel giro di pochi anni si affermarono artisti che avrebbero fatto la storia del cinema mondiale dei decenni successivi e si realizzarono decine e decine di indimenticabili capolavori.

 

La rassegna, che si terrà allo Spazio Oberdan nel capoluogo lombardo, ha come obiettivo far rivivere quell’incredibile periodo storico.

15 titoli, fra i quali, segnaliamo 3 titoli per il loro valore e la loro rarità: Maharishi Mahesh Yogi – Sage of a New Generation, l’unico documentario mai realizzato con Maharishi Mahesh Yogi, mistico e filosofo indiano fondatore della tecnica conosciuta come meditazione trascendentale che tra la fine degli anni Sessanta e gli anni Settanta raggiunse un’enorme popolarità anche grazie al fatto di avere avuto tra i suoi discepoli numerose celebrità dell’epoca come il gruppo musicale dei Beatles, Mia Farrow e altri; Free at Last, documentario che riprende con lo stile del cinema-verità l’organizzazione e la realizzazione della marcia su Washington di Martin Luther King nel 1968 chiamata “The Poor People’s Campaign” e che, in seguito all’assassinio di King avvenuto qualche giorno dopo la fine delle riprese è un documento eccezionale delle sue ultime settimane di vita; e infine il magnifico Lo spaventapasseri, ritratto impietoso dell’America con due giovani formidabili protagonisti allora ai loro primi passi: Gene Hackman e Al Pacino.

Questi sono solo alcuni dei titoli presenti nella rassegna; saranno proiettati anche “Ciao America!” di Brian De Palma, “Cinque pezzi facili” con Jack Nicholson, “Easy Rider” di Dennis Hopper e molti altri film imprendibili per la loro rarità e bellezza.

 

Il programma completo è consultabile visitando il seguente sito: http://oberdan.cinetecamilano.it/eventi/america-controcultura-e-nuova-hollywood/.

 

 

 

Nerospinto consiglia di non mancare a una rassegna così interessante! Un’occasione per immergersi in un periodo storico vivace e importante!

 

 

 

 

 

America: controcultura e nuova hollywood

DAL 19 APRILE AL 4 MAGGIO

 

Sala Alda Merini - Spazio Oberdan - Provincia di Milano

Viale Vittorio Veneto 2, Milano

 

 

MODALITÀ D’INGRESSO

Biglietto d’ingresso:intero € 7,00

Biglietto d’ingresso ridotto per possessori di Cinetessera: € 5,50

Spettacoli delle ore 15 e 17 dei giorni feriali: intero € 5,50, ridotto per i possessori di Cinetessera € 3,50

 

Pubblicato in Cultura
Mercoledì, 02 Aprile 2014 23:57

Milano incontra Kitano

Dal 6 al 23 aprile 2014 presso il MIC - Museo Interattivo del Cinema, Fondazione Cineteca Italiana presenta una rassegna dedicata a uno tra i più grandi registi del cinema contemporaneo mondiale “Takeshi Kitano – Made in Japan”.

 

 

Già molto conosciuto nel suo paese come attore e comico, esordisce come regista nel 1989 ma solo nel 1993 viene conosciuto dal pubblico di tutto il mondo grazie al capolavoro “Sonatine”, originale storia yakuza. Il successo vero e proprio arriva insieme con una delle pellicole più particolari e fantasiose del cinema moderno ci abbia regalato, vincitrice del Leone D’Oro al Festival di Venezia, “Hana-bi. Fiori di fuoco”, il film è un’originale celebrazione della leggerezza dell'arte come soluzione alla pesantezza del vivere, filtrata dalla concezione orientale dell’esistenza come coesistenza di opposti.

 

Nel 1999 esce la commedia dedicata all'amicizia tra uno yakuza da quattro soldi, interpretato da Kitano stesso, e un bambino intitolata “L'estate di Kikujiro”, mentre l’anno successivo è il turno della suo unico film americano, “Brother”, che attraverso una gangster story nasconde una sottile critica alla società americana e al contempo a quella giapponese.

Negli anni successivi il regista giapponese cambia diverse volte genere come per il film “Dolls”, caratterizzato da un romanticismo esasperato, o per la pellicola “Zatoichi”, storia di sangue e vendetta ambientata nel Giappone dei samurai.

In “Achille e la tartaruga”, racconto della difficile vita di un pittore costretto a sacrificare il suo talento per compiacere il pubblico, Kitano evidenzia un tema molto importante per lui, l’arte.

Per ulteriori informazioni sul programma completo della rassegna visitare il sito: http://www.cinetecamilano.it

 

Un evento che ti offre la possibilità di conoscere, o rivedere, film di un regista di fama mondiale…da segnare sicuramente in agenda!

 

 

 

“Takeshi Kitano – Made in Japan”

dal 6 al 23 aprile 2014 presso il MIC - Museo Interattivo del Cinema situate nella Ex Manifattura Tabacchi di Viale Fulvio Testi 121 a Milano

 

MODALITÀ D’INGRESSO ALLE PROIEZIONI

Biglietto d’ingresso intero: € 5,50

Biglietto d’ingresso ridotto: € 4,00 

Biglietto d’ingresso adulto + bambino: € 6,o0

 

 

Pubblicato in Cultura
Giovedì, 20 Marzo 2014 18:29

L’amore di Ozpetek per le donne

Allacciate le cinture è l’ultima fatica cinematografica del regista turco più italiano che ci sia ed è un vero e proprio omaggio alle donne.

La storia del film non è una storia d’amore come si potrebbe pensare in un primo momento, non è neppure un omaggio al Salento e ai meravigliosi paesaggi pugliesi e non è un film sull’omosessualità e sull’accettazione di essa da parte della società.

La nuova pellicola di Ozpetek è un ritratto veritiero e attuale sulla condizione femminile nel ventunesimo secolo dove le donne si innamorano ancora perdutamente ma devono fare i conti anche con l’essere mamme e figlie di donne che a loro volta pretendono continua attenzione e dedizione.

Chi sono gli uomini di queste donne del duemila?

Semplice: sono uomini vecchi, nel senso di uomini antichi che continuano a tradire, ingannare, corteggiare nel modo sbagliato e pretendere che la propria donna perdoni sempre e comunque.

Capita anche ai protagonisti di Allacciate le cinture dove Antonio è il macho conquistatore e proletario che conquista la bella Elena, donna impegnata, volitiva e moderna.

I due si abbandonano alla passione, si amano profondamente e si sposano.

Ma mentre Elena cresce ogni giorno di più, diventa mamma, donna in carriera e moglie perfetta, Antonio resta il conquistatore superficiale e un po’ becero di quanto era giovane.

Fino a che la malattia colpisce Elena in maniera improvvisa e terribile.

Allora tutto deve cambiare per forza. In una sorta di vite parallele dove l’unico punto fermo e reale resta il profondo amore di Elena per Antonio e viceversa.

Il film è bellissimo per molti motivi, primo tra tutti la trasposizione temporale che Ozpetech sa creare magistralmente e che stupisce e affascina lo spettatore fino all’ultimo fotogramma.

Ma la pellicola è bellissima anche per tutti i personaggi minori e di contorno che arricchiscono e valorizzano i due protagonisti e la loro vita.

L’amico del cuore gay, l’amante popolana e divertente, l’amica fragile e bugiarda, la mamma onnipresente e protettiva e la zia svampita e seguace delle tendenze, la compagna di stanza di ospedale improbabile e meravigliosa e la dottoressa conosciuta quando ancora era solo una studentessa.

Ognuno di questi personaggi è interpretato da attori di grande bravura e di lunga gavetta come Elena Sofia Ricci e Luisa Ranieri, Carla Signoris e Paola Minaccioni, Filippo Scicchiatano e Giulia Michelini. Insomma un cast eccezionale che dà vita al più bel film corale di Ozpetek.

Bravissimi, credibili e intensi Kasia Smutniak e Francesco Arca a riprova di quanto essere dei bravi registi vuol dire anche immaginare per primi gli attori in quel preciso ruolo.

In Allacciate le cinture vincono le donne, anche quelle che si abbandonano alla malattia, anche quelle tradite, anche le amanti abbandonate e le zie svampite e inconcludenti.

Ancora una volta viva Ozpetek.

 

 

 

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