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L’AIDS al cinema ha negli anni Novanta il volto emaciato del Tom Hanks di “Philadelphia”, premio Oscar nel 1994 come miglior attore protagonista. Esattamente vent’anni dopo, un altro interprete di un personaggio segnato dalla scandalosa malattia ottiene la statuetta dorata: è Mattew McConaughey, quasi irriconoscibile nel ruolo di Ron Woodroof, protagonista di “Dallas Buyers Club”, firmato dal regista canadese Jean-Marc Vallée. I toni del racconto non potrebbero essere più diversi dal precedente e famosissimo film sullo stesso tema, trattato qui con ruvidità e senza concessioni ai buoni sentimenti. Siamo a Dallas a metà degli anni Ottanta: Ron è il prototipo del texano un po’ bifolco e razzista, convinto che il senso ultimo della vita si consumi nello spazio di un rodeo innaffiato di alcool e festini erotici. Il vero toro, quello che non si può dominare con la forza mascolina, arriva all’improvviso nella sua vita: si chiama AIDS, una condanna a morte ancora poco conosciuta, ma abbastanza da sapere che quella sigla è abbinata allo status di omosessuale.

Impossibile crederci, impossibile far credere agli pseudo-amici del bar che quell’infame destino non è arrivato dal rapporto con un altro uomo. Quella che si sarebbe potuta trasformare in una deriva esistenziale, nella resa assoluta di fronte a un nemico impossibile da sconfiggere secondo la medicina ufficiale – che offre solo terapie palliative e consolatorie – si converte in occasione di riscatto e di crescita umana. Il cambiamento passa attraverso la sofferenza e diventa rivoluzione non solo individuale, ma sociale e collettiva, con la possibilità per gli spettatori di seguire un destino che si allarga e include un fenomeno di più ampia portata.

Le cure approvate negli Stati Uniti guardano forse più al profitto che alla salute dei pazienti, ma la speranza per un esercito di sieropositivi oltrepassa i confini con Ron deciso a fare della battaglia contro la lobby delle case farmaceutiche un business utile e vivacemente gestito. Hai un’alternativa per lottare contro l’AIDS, ce l’hai però solo se hai contanti a sufficienza per pagarla. Una buona dose di cinismo e di diffidenza verso il prossimo accompagnano Ron nel suo viaggio, lungo molto più del previsto, attraverso un virus colorato di passione e di sentimenti, in forma assolutamente nuova per lui, pronto a rinnegare la vecchia vita di cowboy per un’amicizia autentica.

Un racconto asciutto e misurato, riempito completamente dalla recitazione e in particolare dalla prova d’attore di McConaughey e di Jared Leto, che si è aggiudicato l’Oscar come miglior attore non protagonista. Per entrambi il lavoro è partito dalla preparazione fisica per il film, in cui appaiono fortemente dimagriti e portatori di una bellezza lontanissima dai canoni estetici hollywoodiani. La metamorfosi permette di dimenticare i loro volti patinati e sorridenti per identificarli completamente con i personaggi, realmente esistiti ma caratterizzati dalla sceneggiatura con qualche differenza rispetto alla realtà, almeno a sentire chi Ron lo ha conosciuto davvero.

“Dallas Buyers Club” ha avuto una genesi produttiva lunghissima: si parla di un soggetto già pronto vent’anni fa, quindi in un periodo ancora molto vicino ai fatti raccontati, rifiutato più di cento volte prima di arrivare nelle sale. C’è da chiedersi quale sarebbe stata la percezione della storia allora rispetto ad oggi, considerando il mutato scenario intorno al problema dell’AIDS, grazie alla maggiore consapevolezza e agli strumenti di prevenzione che hanno normalizzato il fenomeno riducendo pregiudizi e discriminazioni.

Le dubbie politiche messe in atto dalle multinazionali farmaceutiche con l’avallo delle Agenzie nazionali per il Farmaco rimangono di bruciante attualità e rappresentano probabilmente il cuore della pellicola, che rende onore a un uomo normale divenuto eccezionale quando di fronte alla morte ha scoperto quanta forza e bellezza fosse ancora possibile trovare nella pochezza del vivere.

Elisabetta La Micela

 

 

Pubblicato in 16mm

Non sono una fanatica di cinema; non saprei descrivere le mirabolanti bellezze registiche di film ora sotto l’opinione pubblica, spesso i film culto m’infastidiscono. Mi bastano belle storie e immagini che vibrino, quasi di vita propria viventi.

Per questo intervistare il regista Cosimo Alemà m’ha da subito incuriosita: mi piace vedere ciò che si nasconde sotto un prodotto finito.

Non avendo la possibilità di chiacchierare di persona, lo incontro su Skype: siede comodamente davanti al computer, spesso sorride, ma con discrezione, la voce è sicura e calda.

Di primo acchito, mi sembra una persona che sa ciò che vuole, che punta dritto alla sostanza delle cose. Cominciamo.

 

 

Partiamo dalla più classica delle domande: quando hai maturato l’idea di voler percorrere la strada del cinema? Con che mentalità hai affrontato questo percorso, a quando i primi successi e le prime sconfitte?

 

Cominciai con la musica,: seguendo questo percorso approcciai l’idea del cinema mediante i video musicali, ti parlo di più di vent’anni fa; lavorai per un regista appunto di questo settore, migliorando le mie conoscenze e facendomi, in un certo senso, le ossa.

 Oltre ai video musicali avevo una forte passione per la fotografia, ereditata da mio padre. A diciannove anni mi trovai già con molta voglia di fare, delle esperienze e una discreta attrezzatura fotografica; nel ’92 feci il mio primo set: fu un evento importante, sebbene lavorassi nell’ambiente degli effetti speciali, assieme a Sergio Stivaletti. Mi occupai della produzione di Fantaghirò, non so se hai presente. (eccome, eccome se ho presente. La mia infanzia! N.d.R.).

 Dopo i video musicali lavorai come aiuto in film e pubblicità, sempre portando avanti miei esperimenti in campo registico, dunque, per darti qualche riferimento cronologico direi dal 97/98, ho iniziato a fare il regista full time.

I videoclip musicali sono una categoria registica particolare e complessa: bisogna avere la capacità di raccontare storie o trasmettere sensazioni in un tempo relativamente breve. Qual è la tua poetica a riguardo? E quanto affidi, nelle scelte estetiche e concettuali, al committente? Quanto si estende il tuo margine d’inventiva?

 

In realtà il margine è piuttosto alto: conta che siamo in Italia, un paese dove l’industria musicale è così allo sbando che vi sono delle tematiche che altrove non sarebbero nemmeno prese in considerazione. Già quindici anni fa tuttavia, quando cominciai a realizzare i miei primi lavori, c’era un atteggiamento, da parte dei discografici, molto più attento e simile al mondo pubblicitario.

Il limite sostanziale più grande e gravoso, è quello di dover aver sempre come protagonisti gli artisti, con le quali presenze limitano l’inventiva e la creatività. Del resto l’Italia, in campo musicale, è davvero un paese pavido. Non esiste una poetica unica: mi piace applicarmi in idee e tentare sviluppi sempre nuovi. In 500 video che ho fatto, approcciandomi sempre con una mentalità quasi artigianale, sono riuscito a introdurre una sorta di narrazione cinematografica. Posso vantarmi di essere in un certo senso l’inventore di un certo tipo di regia, nei video: spesso introduco, come testa, coda o intermezzo, dei pezzi di vera e propria fiction, con dialoghi ed effetti sonori.

Hai registi ai quali t’ispiri per le tue scelte stilistiche e sceniche? Hai influenze, preferenze o avversioni?

 

Devo fare un discorso molto separato: essere regista pubblicitario e regista invece di film; tra questi due aspetti v’è una certa attinenza, ma molto labile. Per quanto riguarda i video musicali, mi sono formato con la scuola britannica anni ’90, per intenderci. Un approccio molto english in un paese del terzo mondo qual è l’Italia.

 Parlare di estetica nei video è difficile, non ho mai avuto particolare fascinazione per i registi di spot e video più originali, come Michel Gondry, mi sono formato con un gusto e sapore più cupo e british, con un riferimento al cinema piuttosto forte.

Dal punto di vista cinematografico ho vari cineasti che stimo e seguo moltissimo: sono un patito di Roman Polanski, soprattutto fino alla fine degli anni ’80. Apprezzo Walter Hill, e sempre tra gli americani si confà al mio gusto anche un certo genere di cinema commerciale, sempre negli anni ’80. Qualche esempio? Non solo Spielberg, per dirci.

Sono sempre stato molto attento all’Europa, mentre invece, per quanto riguarda i registi giovani extraeuropei, apprezzo il canadese Reitman, che attua una sorta di commistione tra commedia e dramma, chiamata per questo dramedy, molto interessante e originale.

 Apprezzo anche i film che affrontano tematiche importanti, di politica o di attualità, come Zero Dark Thirty.

Pochi sono i film capaci di essere veramente moderni, sia a livello di tematiche che d’estetica: questo è importante per me, questo sarà il mio leit motiv per i miei prossimi film.

 

 

Vorrei che tu mi parlassi di The Mob: di come sia nato il progetto e di quali difficoltà si siano presentate durante la sua crescita. È faticoso far crescere e prosperare questo genere d’iniziative, in Italia?

 

 

 Dietro a The Mob si nasconde un concetto ben poco romantico: a un certo punto della propria carriera, ciascun regista sente il bisogno di non essere più strapazzato tra cento case di produzione, così abbiamo fatto noi, decidendo di creare una piccola casa di produzione.

Questo discorso procede dal 2001; abbiamo creato una piccola realtà romana dove eravamo capaci di gestirci autonomamente. Lì ho prodotto molti spot e videoclip, ma anche altri registi ne hanno usufruito: penso a Daniele Persica, Romana Maggiolaro e Paolo Marchione.

Nel 2009 abbiamo curato la produzione esecutiva del mio primo film, e da lì le cose sono cambiate.

The Mob continua a esistere, ma con i miei soci abbiamo un'altra casa di produzione, chiamata 99.9 Film.

 

 

Come ti sei approcciato, invece, all’horror? E di questo genere, quali sono le caratteristiche che t’incuriosiscono?

 

 

Non sono un grande fan degli horror, né lo sono mai stato: è stata un’esigenza comune, un film con un cast internazionale, in inglese, da esportare in tutto il mondo. Ci siamo detti: “magari a qualche ragazzetto brufoloso dell’Oklahoma potrebbe interessare questo film.” E così è stato.

Abbiamo deciso di realizzarlo dunque quasi più per motivi produttivi che per altro: è stata una grande soddisfazione, sebbene questo fosse un film indipendente, vederlo uscire nelle sale di quasi quaranta paesi. Da un punto di vista più personale, questa è stata una sfida: non mi sento molto portato per la commedia, nemmeno nei miei skills di regista pubblicitario, prediligendo atmosfere più cupe.

Il film in se stesso, At The End Of The Day, è una commistione di istanze americane, ma girato come un qualsiasi film europeo.

Un horror alla luce del sole, questa è l’idea che fa da colonna portante al tutto.

 

 

Potresti riassumermi, in poche parole, l’ambiente del cinema italiano?

 

Guarda, è meno disarmante di quanto io abbia pensato fino a poco fa, qualche film buono esce ancora: ben poca cosa, ma vedo una serie di registi interessanti, sia giovani che meno. Ogni anno mi ritrovo a stilare un elenco di film che ho avuto modo di apprezzare; ad esempio recentemente ho visto “Viva la libertà”, per non parlare poi di Virzì, nutro anche grandi aspettative per la nuova serie televisiva “Gomorra”, di Sollima.

Mi sembra che qualcosa si stia muovendo.

Chiaramente sono molte le cose che mi fanno incazzare: detesto la maggior parte dei film e dell’approccio non solo registico, ma autoriale del cinema più commerciale. I registi in Italia sono perlopiù o attori o autori, e questo a va a discapito della qualità stilistica del lavori.

Molto preoccupante è invece la questione commerciale:film interessanti molto spesso non riescono a raggiungere molte sale, non ottenendo poi cifre buone di botteghino. Stesso problema all’inverso: l’ultimo film di Verdone, un qualcosa di assolutamente indecente, una monnezza integrale, ha un passaparola terribile, ma è uscito quasi in 600 sale.

 

La Santa: un film con una trama insolita. Perché hai scelto proprio il Sud come ambientazione? E perché una Santa? È parto della tua fantasia, o collegato a qualche avvenimento della tua vita?

 

Vorrei specificare innanzitutto che questo film è un lavoro sul quale ho “messo le mani” quando era già ben abbozzato e finanziato dalla Rai: sono stato chiamato a girarlo e ho partecipato ad una riscrittura; la trama tuttavia m’interessava molto, e aveva anche delle inquietantissime analogie con il mio primo film, nonostante si tratti di una cosa completamente diversa. Marco Muller ha apprezzato molto il film e lo ha voluto al Festival del Cinema di Roma, definendolo come un “western meridionale”, in realtà proprio di questo si tratta: piccoli farabutti, uno strano colpo, risvolti inquietanti. Da questo film stiamo traendo tantissime soddisfazioni: nonostante sia un film piccolo, ha una trama incredibilmente originale e una forza visiva pregnante. (e poi questo film, l’ho visto. Scioccante e tetro, getta luce su dinamiche che potrebbero benissimo avvenire in questa nostra Italia, ma che non nemmeno sogneremmo. N.d.R.)

 

Tanto s’è detto e tanto si dirà su La Grande Bellezza, il film di Paolo Sorrentino: cosa pensi a riguardo? Può rappresentare, se non in toto almeno in parte, il panorama cinematografico italiano di questi anni?

 

Premetto che ho apprezzato questo film: non sono un grande patito dei film di Sorrentino, che ovviamente stimo. Non mi piace il suo approccio così manieristico alla realizzazione, mentre le storie che racconta invece sono sempre molto acute e interessanti.

Sono molto stupito da questa polemica: ho avuto l’impressione di vedere un film abbastanza epocale nel suo genere; è imperfetto, con tratti bellissimi e altri molto meno. Sostanzialmente, è incredibilmente interessante. Dunque, da un certo punto di vista mi rallegro dei riconoscimenti che sta ottenendo un po’ ovunque, credo siano molto importanti per l’industria cinematografica italiana, d’altro canto non penso sia un’opera rappresentativa del cinema italiano; non lo è a livello di modernità, se non dal punto di vista strettamente narrativo, con un arco narrativo quasi inafferrabile. È molto difficile che un film solo possa rappresentare un paese intero, come Gomorra, qualche anno fa.

 

Parlami del rapporto regista – attore: come lo gestisci? Che tipo di legame s’instaura con chi veste il ruolo da te scritto? Cosa ne pensi degli attori, in generale?

 

È un rapporto veramente sostanziale: durante la lavorazione di un film questo legame è uno degli elementi più delicati e cruciali per la riuscita dell’opera.

Detto questo, le mie esperienze sono sempre state molto positive, anche se c’è da dire che ho fatto solo due film (ridacchia. N.d.R.).

Una volta ho avuto a che fare con un cast internazionale, ed è stato leggermente più difficile: è nato tuttavia un legame fortissimo, che continua ancora oggi.

Con “La Santa” ero invece molto preoccupato, un po’ per una sfiducia cosmica nei confronti di tutti gli attori italiani. Le mie preoccupazioni si sono rivelate assolutamente infondate: io non riesco a non creare dei legami fortissimi con gli attori, e lavorare diventa qualcosa di davvero creativo ed artistico. A differenza di molti registi, poi, sono anche l’operatore di macchina di tutto ciò che giro: gestisco al 100% le operazioni di ripresa. Per il tipo di storie che racconto sono immerso completamente nella scena, divento quasi uno degli attori, e non posso dunque avere altro che un rapporto viscerale.

 

Cos’è per te il “blocco creativo”, o la fobia da pagina bianca? Se l’hai mai avuto, come l’hai risolto? Sei stato aiutato e supportato nel tuo percorso, o hai dovuto gestire le tue ansie da te?

 

Probabilmente questa domanda la fai alla persona sbagliata: ho un approccio troppo pragmatico e troppo di mestiere per potermi permettere dei blocchi creativi. Non considero la possibilità che esista questo genere di problema in quanto non considero il mestiere di regista come un lavoro artistico, se non in una percentuale variabile.

Sono tantissimi anni che mi sono lasciato alle spalle l’ideale romantico e abbastanza giovanile dell’ispirazione da cogliere: la mia visione è estremamente professionale, se ho da scrivere venti pagine in un giorno, le scrivo, ho un planning di lavoro da rispettare.

Questo discorso non esclude tuttavia che vi siano momenti, settimane, mesi, nelle quali si sia più prolifici ed altri meno. Il discorso però s’incentra più sulla qualità, non sulla produzione.

L’arte è qualcosa d’incredibilmente artigianale, e il blocco creativo, in un regista, credo sia indice di cose ben poco belle.

 

Essere regista, che tipo di lavoro è?

 

È necessaria grande concentrazione e dedizione. È un lavoro di passione pura, talmente totalizzante che può esistere solo se supportato da un amore per il cinema che prevarichi qualunque cosa.

Si tratta di un lavoro impegnativo, soprattutto anche in questione di economia dei tempi.

Una cosa molto importante nel lavoro di regista è la self promotion: bisogna essere capace di vendersi bene, ed è primario.

 

 Immergiamoci in un mondo utopico: se tu non avessi intrapreso questa strada, in che mestiere ti rivedresti?

 

Mi sembra abbastanza improbabile pensarmi in qualcos’altro che non tocchi uno qualsiasi degli aspetti del mio lavoro: la scrittura, la fotografia, musica eccetera. Mi sento incredibilmente proiettato verso questo genere di cose, se penso quando avevo la tua età, per me è quasi pensare alla vita di un’altra persona, ora che ho quarant’anni.

 

Infine, se tu potessi dedicare le tue parole, per chi sarebbero?

 

Per tutte le persone che hanno voglia d’intraprendere un cammino faticoso quale quello che ho intrapreso io.

Dal momento che sono uno che non ha avuto più occasioni di altri, né ricco di famiglia né figlio d’arte, è stata la mia passione e la mia volontà a portarmi qui. Questo basta, anche in un paese terribile come l’Italia.

Io sono la dimostrazione del fatto che se si sbatte il muso su qualcosa che interessa veramente, si riesce.

Se qualcuno dovesse leggere e, incredibilmente, essere così pazzo da voler ascoltare le mie opinioni, deve sapere che questa professione non è impossibile da fare; basta iniziare.

 

Pubblicato in Tête-à-tête

La notte più importante per il mondo del cinema è arrivata senza delusioni per "La grande bellezza" di Paolo Sorrentino, che si aggiudica il premio come miglior film straniero. Ma se un occhio è puntato ai premi e al talento, l’altro è rivolto agli abiti da sogno delle attrici. Vediamo insieme i loro look e proviamo a stilare una classifica in fatto di stile, per capire chi si meriterebbe l’Oscar per l’eleganza.

Nel 2013 è rimasto indelebile il vaporoso abito Dior di Jennifer Lawrence, che si è aggiudicata il premio di miglior attrice in "Il lato positivo", sbaragliando Jessica Chastain, Naomi Watts, Emmanuelle Riva e Quvenzhane Wallis. Senza dubbio, la Lawrence avrebbe vinto anche se ci fosse stato un Oscar per la bellezza: il suo aspetto era quello di una giovane sposa emozionata.

Ma veniamo al presente: la notte del 2 marzo 2014, a vincere il titolo di miglior attrice non protagonista è stata Lupita Nyong’o per la sua interpretazione in "12 anni schiavo". Celebra la sua vittoria con uno svolazzante abito by Prada: da favola. Jennifer Lawrence, altra candidata per la statuetta, non stupisce come l’anno scorso: rimane fedele a Dior, ma sceglie un abito stretto rosso, che ci fa un po’ rimpiangere la nuvola bianca che la circondava un anno fa. Elegante e semplice, Julia Roberts opta per il nero, come nella notte degli Oscar del suo anno più fortunato: il 2001.

Si sono contese, invece, la statuetta di miglior attrice Amy Adams, Sandra Bullock, Judi Dench, Melyl Streep e Cate Blanchett. È quest’ultima, come da pronostico, che si aggiudica il titolo per il ruolo da protagonista in "Blue Jasmine". Indubbiamente è una stagione d’oro per Cate, che, testimonial della fragranza "Sì", non può che scegliere un luccicante abito firmato Giorgio Armani. Portato da una persona qualunque sarebbe potuto sembrare un po’ pacchiano. Ma la Blanchett non è una persona qualunque: per merito del suo charme innato, l’attrice australiana era semplicemente impeccabile. Degne di nota anche le due donne in blu: Amy Adams, in Gucci Couture, e (soprattutto) Sandra Bullock, che ha scelto un abito di Alexander McQueen.

Tra le non candidate, vogliamo far vincere Kate Hudson, che sembrava appena uscita dall’Olimpo degli dei, precisamente un Olimpo firmato Versace. Seguono Angelina Jolie e Emma Watson. La prima, che piaccia o meno, non è passata inosservata (e come potrebbe?) con il suo abito Elie Saab Couture. Ma anche la giovane Emma, in Vera Wang,  ha mostrato un’eleganza invidiabile. In attesa che concorra agli Oscar come attrice, per il momento ci accontentiamo di metterla nella lista delle vincitrici di stile.

Indira Fassioni

Pubblicato in Lifestyle

Alice Herz-Sommer si è spenta a Londra all’età di 110 anni.

Un traguardo di vita di tutto rispetto considerando che Alice era la più anziana sopravvissuta dell’Olocausto nazista e che la morte l’aveva vista da vicino più e più volte.

Alice, nella sua Praga dei primi del Novecento, aveva imparato a suonare il piano, un po’ perché le signorine di buona famiglia dell’epoca lo facevano quasi tutte e un po’ perché a lei suonare piaceva davvero tanto.

La musica, anzi, era la sua più vera e autentica passione.

Alice conosceva alla perfezione il repertorio classico ma si dilettava a suonare anche brani di compositori contemporanei e lo faceva sempre con il sorriso sulle labbra e con a gioia nel cuore.

Quando conobbe Alfred fu amore a prima vista e con la dolcezza e la grazia che contraddistinguevano da sempre Alice, i due si sposarono e misero al mondo Stephen.

Amore e musica, quindi, per una famiglia che viveva la normalità del suo tempo pur in mezzo alla straordinarietà degli eventi e della storia.

Nel 1938, le leggi razziali fecero sì che molte famiglie ebree emigrassero in cerca di pace e salvezza in altre parti del mondo e lasciassero quella vecchia Europa che sembrava preda della follia più assurda e inspiegabile.

Molti dei famigliari di Alice, prima che arrivasse il peggio, decisero di emigrare nell’allora Palestina, altri fuggirono in America ma Alice preferì restare a Praga per accudire la madre che era molto ammalata.

Per lei, sua madre, il marito e suo figlio Stephen fu il disastro più assoluto.

Alfred venne imprigionato per primo e condotto prima ad Auschwitz e poi nel campo di concentramento di Dachau dove morì senza poter rivedere o riabbracciare sua moglie e suo figlio.

Alice e il piccolo Stephen furono portati nel campo di Teresin, restando in Cecoslovacchia ma tagliati fuori dal resto del mondo. Schiavizzati, umiliati, affamati e distrutti nel corpo e nell’animo dai nazisti e dal regime autoritario.

Con Alice e suo figlio a Teresin c’erano quasi centocinquantamila ebrei, quasi quarantamila di questi morirono.

Alice e Stephen riuscirano a sopravvivere fino all’arrivo dei liberatori e allo smantellamento del campo di concentramento. Come? Alice spiega e racconta che è stato merito della musica, delle note che le permettevano di evadere con la mente e con lo spirito e che permutavano questa stessa illusoria evasione anche a suo figlio a i tanti prigionieri che dividevano con lei gli spazi di morte e distruzione del campo di Teresin e la sua stessa infelice sorte.

Prima che la più anziana sopravvissuta all’Olocausto ci lasciasse per sempre, però, è stato girato un documentario The Lady in number 6 candidato come miglior corto alla serata deli Oscar del prossimo mese di marzo. Un omaggio a una dolce e fortissima donna.

Un documento da tramandare alle future generazioni per raccontate la forza della vita anche tra la più atroce follia e l’oppressione della morte. Addio Alice. E grazie per la tua musica.

 

 

Pubblicato in Cultura
Venerdì, 28 Febbraio 2014 11:08

Cinema e buddismo: Samsara di Fricke

Un’anteprima italiana per tutti gli appassionati di cinema vi aspetta all’Oberdan.

Il film Samsara del 2011 firmato da Ron Fricke, sarà proiettato per la prima volta nel nostro paese dall’1 al 9 Marzo 2014 presso lo spazio milanese.

Dopo l’uscita del film cult Baraka, il regista torna con un viaggio nell’oceano dell’esistenza che stordisce per la bellezza delle immagini.

La pellicola non è da confondere con l’omonimo lungometraggio del 2001 di Pan Nalin, Samsara (termine che in sanscritto significa “costantemente in moto” e rimanda al ciclo di vita, morte e rinascita della religione buddhista) è un viaggio che tocca innumerevoli angoli del pianeta, trasformandosi in un’esperienza di stupefazione, una meditazione guidata, un distaccamento da sè e dalla vita di sempre per ritrovare il senso del sacro e il desiderio d’infinito.

Ogni inquadratura sembra animata da un’energia spirituale interna che evoca l’eternità e la precarietà delle cose, il mistero della natura e dell’esistenza umana, la straziante meravigliosa bellezza del creato e l’abbacinante perfezione della morte.

Un film mai distribuito in Italia, un distaccamento da sè e dalla vita di sempre per ritrovare il senso del sacro e il desiderio dell’infinito.

In Baraka era indagato il rapporto tra l’uomo e la natura, in Samsara è la circolarità della vita a fare da protagonista e donare una carica fortemente comunicativa alle immagini.

La pellicola, legata alle tradizioni religiose orientali, incanta con il fluire d’immagini dal sapore zen.

Ron Fricke vuole sottolineare come l’essere umano abbia preso una direzione errata nell’evoluzione delle specie. L’essere umano però non è composto solo da questa componente, il regista infatti porta all’attenzione quelle società non ancora totalmente corrotte da questo virus di onnipotenza che scarnifica l’essere umano.

I temi esplorati nel film sono quelli della nascita, della morte e della rinascita attraverso una grafica molto particolare e una musica mozzafiato. Nel naturale fluire delle cose si trasmette una forte sacralità.

 

Il regista e direttore della fotografia statunitense è considerato da sempre un maestro della fotografia con la tecnica time-lapse. Fricke dice del suo lavoro: «Sento che il mio lavoro si è evoluto attraverso Koyaanisqatsi, Chronos e Baraka. Sia tecnicamente che filosoficamente sono pronto ad approfondire sempre di più quello che per me è il tema più importante: la relazione umana con l'eterno».

 

Nerospinto consiglia la visione di questa pellicola, spirituale e sacrale, che vi lascerà senza parole.

 

 

Spazio Oberdan

Sala Alda Merini

Viale Vittorio Veneto 2, Milano

 

Orari

Sabato 1 marzo h 17 e h 21.30 / Domenica 2 marzo h 19 / Mercoledì 5 marzo h 21.15 / Giovedì 6 marzo h 19 / Sabato 8 marzo h 19 / Domenica 9 marzo h 15 MODALITÀ D’INGRESSO

Biglietto d’ingresso: intero € 7,00

Biglietto d’ingresso ridotto per possessori di Cinetessera: € 5,50

Spettacoli delle ore 15 e 17 dei giorni feriali: intero € 5,50, ridotto per i possessori di Cinetessera € 3,50

Pubblicato in Cultura

Siete degli appassionati di Roman Polanski? Fondazione Cineteca Italiana propone la rassegna del regista polacco.

 

Una selezione di tre film di Polanski, che testimoniano la grandezza nell’esplorare i meandri più sotterranei e minacciosi dell’animo umano, sarà proiettata allo Spazio Oberdan nella Sala Alda Merini.

 

Venere in pelliccia, in concorso all’ultimo Festival di Cannes e interpretato dalla straordinaria Emmanuelle Seigner, moglie del regista, attrice dal grande fascino, un fascino misterioso e inquietante. Il film si interroga sul gioco della seduzione evidenziando luci e ombre, messe a nudo anche dal rapporto tra cinema e teatro, naturale sfondo della pellicola. Il lungometraggio, dall’omonima pièce teatrale di David Ives tratta dal romanzo di Leopold Von Sacher-Masoch, narra la storia di Thomas. In un piccolo teatro parigino, dopo una giornata di provini alle attrici per la pièce che sta per essere rappresentata, Thomas si lamenta al telefono per lo scarso rendimento delle candidate. Mentre si prepara a uscire si presenta Vanda, una candidata in estremo ritardo. La donna incarna tutto ciò che Thomas odia: è volgare, impertinente e non si ferma davanti a nulla pur di ottenere il ruolo. Il regista decide di darle una chanche e, con sommo stupore, assiste alla sua metamorfosi. Vanda non solo conoscere perfettamente la parte ma mostra di aver compreso in profondità il personaggio e di essere un’attrice molto qualificata. Thomas, sempre più attratto da lei, finirà per esserne completamente soggiogato.

 

La bellissima Emmanuelle, sarà interprete anche in Luna in fiele, ambientato in una nave da crociera che diventa la proiezione fisica delle nevrosi, delle paure, della follia dei personaggi. I due giovani inglesi che hanno intrapreso il viaggio in mare stringono amicizia con una coppia: lui scrittore americano di poco successo costretto sulla sedia a rotelle, lei una francese bella e ambigua, entrambi hanno accese fantasie sessuali sadomaso nelle quali ben presto coinvolgeranno i due inglese. Dal romanzo omonimo di Pascal Bruckner, il cast comprende molto attori importanti: Emanuelle Seignier, Peter Coyote, Hugh Grant, Kristin Scott Thomas, Victor Banjeree.

 

L’inquilino del terzo piano è la terza pellicola della rassegna dove è lo stesso Polanski a mettersi in scena in una sorta di confessione per interposto personaggio delle sue più ricorrenti ossessioni. Il film, dal romanzo “Le locatarie chimerique” di R. Topor, narra la storia di un impiegato polacco, da poco naturalizato francese, prende in affitto un appartamento in una vecchia casa di Parigi. L’inquilina precedente si è suicidata buttandosi dalla finestra. L’uomo ne assume l’identità fino a ripetere la tragica fine.

 

Non perdetevi questa rassegna d’autore, avete l’occasione di entrare nel mondo di uno dei più famosi e talentuosi registi del mondo del cinema.

 

ROMAN POLANSKI, O DEI LUOGHI OSCURI

Spazio Oberdan viale Vittorio Veneto 2, angolo piazza Oberdan Milano

SABATO 15 FEBBRAIO

h 21.15 Venere in pelliccia (R. Polanski, 2013, 96')

MERCOLEDÌ 19 FEBBRAIO

h 16.30 Luna di fiele (R. Polanski, 1992, 138')

h 21.00 L'inquilino del terzo piano (R. Polanski, 1976, 125')

VENERDÌ 21 FEBBRAIO

h 17.00 L'inquilino del terzo piano (R. Polanski, 1976, 125')

h 19.15 Venere in pelliccia (R. Polanski, 2013, 96')

SABATO 22 FEBBRAIO

h 15.00 Luna di fiele (R. Polanski, 1992, 138')

h 18.00 Venere in pelliccia (R. Polanski, 2013, 96')

 

 

MODALITÀ D’INGRESSO

Biglietto d’ingresso:intero € 7,00

Biglietto d’ingresso ridotto per possessori di Cinetessera: € 5,50

Spettacoli delle ore 15 e 17 dei giorni feriali: intero € 5,50, ridotto per i possessori di Cinetessera € 3,50

 

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Il polo museale milanese di Intesa Sanpaolo in Piazza Scala ospiterà un evento eccezionale! Dal 13 Marzo al 13 Aprile 2014 le Gallerie d’Italia saranno il luogo di un approfondimento cinematografico legato alla mostra “Homo ludens. Quando l’arte incontra il gioco”.

 

L’iniziativa si colloca nell’ambito di una nuova e stimolante collaborazione tra Fondazione Cineteca Italiana e Gallerie d’Italia, che si svilupperà nell’abbinamento di rassegne ed eventi cinematografici con mostre temporanee.

 

I titoli proposti creano, insieme alle opere d’arte, un percorso attraverso varie tematiche legate al gioco, l’elemento fondamentale della creazione artistica. A dare l’avvio all’approfondimento cinematografico sono alcuni cortometraggi che sottolineano l’importanza dell’aspetto ludico nel cinema delle avanguardie, tra questi alcuni titoli sono Entr’acte, uno dei film sacri del movimento surrealista, nato da un soggetto di Francis Picabia, accompagnato dalle musiche di Satie, interpretato da questi e altri celebri artisti è una deliziosa e irriverente messa a frutto delle tecniche poetiche del gruppo guidato da Breton; e Cirque Calder in edizione originale, mostra lo scultore americano Alexander Calder con il circo che costruì in miniatura nel 1929, un enorme giocattolo usato per divertire gli amici ma anche un’anteprima di quelle che divennero caratteristiche essenziali dei suoi “mobiles”.

Le proiezioni dei cortometraggi d’avanguardia sarà impreziosita dall’accompagnamento al piano forte solo e dall’utilizzo di strumenti giocattolo a cura di Francesca Badalini.

 

Allo scacchista statunitense Bobby Fischer, una delle figure più affascinanti e tragiche del secolo scorso, è dedicato il documentario inserito in calendario Bobby Fischer Against the World. Realizzato da Liz Garbus, una regista che ha firmato alcuni dei più celebrati documentari americani degli ultimi anni, più volte candidata all’Oscar, vincitrice del Sundance Film Festival e di un Emmy Awards, ripercorre la contiguità di genio e follia del personaggio americano di Bobby.

 

Non manca un’antologia cult: Norman McLaren tra animazione e sperimentazione giocosa, che comprende alcuni cortometraggi girati negli anni ’50-’60 dal regista scozzese, autore di opere fondamentali nel campo del cinema di animazione. Alcuni dei titoli sono Neighbours, Pas de deux e Le merle. 

 

In programma La casa dei giochi, il thriller psicologico con la regia di David Mamet; L’arte del sogno, l’opera più personale del visionario Michel Gondry, che ci porta alla scoperta dell’immaginario onirico del protagonista. Non manca una proiezione dedicata ai più piccoli: Labyrinth - dove tutto è possibile, film ricco di avventure e incontri fantastici con una giovanissima Jennifer e un carismatico David Bowie.

 

Una serie di proiezioni che uniscono due mondi: quello del gioco e quello dell’arte. Un’iniziativa da non perdere vi aspetta dal 13 Marzo alle Gallerie d’Italia.

 

 

 

 

RASSEGNA CINEMATOGRAFICA COLLEGATA ALLA MONOGRAPHIA ‘HOMO LUDENS. QUANDO L’ARTE INCONTRA IL GIOCO’

Gallerie d’Italia - Piazza Scala, Milano

 

L’ingresso alle proiezioni è gratuito

Per informazioni:

www.cinetecemilano.it

www.gallerieditalia.com

 

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Venerdì, 14 Febbraio 2014 11:50

Lezione di cinema con Carlo Verdone

Un incredibile appuntamento ti aspetta Sabato 15 Febbraio 2014 all’Anteo spazioCinema. Carlo Verdone diventa per un giorno insegnante e tiene una lezione di cinema.

Dopo la proiezione del film “Sotto una buona stella”, il regista romano Carlo Verdone tiene una lezione svelando i retroscena di un mondo, di un’arte e di un linguaggio nei quali lui è immerso. Il famoso attore e regista ha iniziato nel 1977 con lo spettacolo di cabaret “Tali e quali”, messo in scena al Teatro Alberichino di Roma. All’inizio degli anni Ottanta l’amico Sergio Leone si propone come produttore del suo primo lungometraggio, “Un sacco bello” (1980), la sua interpretazione nel film gli vale il David di Donatello come miglior attore esordiente. Succedono incredibili successi come “Bianco, rosso e Verdone”, “Borotalco” e “In viaggio con papà” diretto da Alberto Sordi, suo maestro dichiarato e fonte d’ispirazione. Il suo film più famoso è sicuramente “Compagni di scuola”. Nel corso della sua carriera ha vinto molti premi tra i quali il Nastro d’Argento. Il regista e attore romano conta nella sua esperienza non solo opere nel mondo cinematografico ma anche libri, partecipazioni a programmi televisivi e radiofonici ed esperienze come registra nel teatro lirico.

Il film “Sotto una buona stella” analizzato da Carlo Verdone narra la storia di una famiglia: Federico il padre di famiglia ha divorziato dalla moglie quando i figli erano ancora piccoli. Si presenta come un padre attento ai bisogni famigliari ma a causa del lavoro, presso una holding finanziaria, assente.  La morte improvvisa della ex moglie e uno scandalo finanziario sconvolgono la vita di Federico. Non potendo più permettersi l’affitto della casa dei figli, è costretto a ospitarli in casa propria. Gemma, la compagna di Federico, spaventata dai figli e dalla nuova vita affollata e caotica scappa. A portare un po’ di serenità nella vita della famiglia sarà Luisa, la vicina di casa gentile e simpatica che fa il mestiere la “risanatrice di azienda”.

La lezione di cinema è inserita nel progetto OffCine, frutto della collaborazione tra Anteo spazioCinema e Istituto Europeo di Design. L’incontro è moderato da Andrea Morandi.

Un occasione da non perdere per tutti gli appassionati di cinema e di Carlo Verdone!

 

LEZIONE DI CINEMA CON CARLO VERDONE

Anteo spazioCinema

Via Milazzo 9 Milano

INFO: 02.4391276902.43912769 www.spaziocinema.info / Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

Sabato 15 febbraio 2014

Ore 9.15

Proiezione del film SOTTO UNA BUONA STELLA Biglietti € 5,00 in vendita presso le casse o su www.spaziocinema.info

Ore 11.00

Lezione di cinema con il regista Carlo Verdone Ingresso libero previa prenotazione al numero 0243912769 int. 3 (Orari: dalle 10 alle 13 e dalle 15 alle 18)

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I fratelli Coen ritornano al cinema delle loro origini e lo fanno con una pellicola divertentemente amara dove le speranze e i sogni di un giovane e aspirante cantante si scontrano e si fondono con la dura realtà dei sobborghi operai di New York City e la difficoltà di emergere nel mondo dell’arte e della musica dei primi anni Sessanta del Novecento.

In Inside Llewyn Davis, presentato all’ultima mostra del cinema di Cannes e nei cinema italiani in questi giorni, c’è una realtà oggettiva fatta di sacrifici e di speranze e c’è il mondo onirico e intimamente drammatico del protagonista. Due universi che non possono incontrarsi e che sono destinati a rimanere paralleli nonostante la fatica, l’impegno e le indubbie doti artistiche del giovane Llewyn Davis. Gli anni Sessanta al Greenwich Village hanno visto la nascita e l’affermazione della musica folk come genere emblema di una generazione di musicisti e di appassionati, un genere che avrebbe cambiato per sempre la storia della musica internazionale e che avrebbe avuto in Bon Dylan il suo guru più importante.

Il folk, però, nasce da più lontano. Come inno di passione e di speranza ad opera di giovani dei sobborghi operai della City che tra un turno in fabbrica, un lavoro estivo e uno provvisorio arrivano al Village pieni di sogni e speranze ma soprattutto con l’irrefrenabile desiderio di dare una svolta alla loro vita. Figli di operai che sognano il palcoscenico e la loro musica che passa nelle radio più famose d’America. Llewyn Davis è uno di questi ragazzi. Vive alla giornata, dorme da conoscenti ogni volta diversi che lo ospitano su piccoli e logori divani in altrettanto piccoli e dimessi appartamenti e non riesce a guadagnare neppure un dollaro al giorno. E come per i migliori personaggi ebrei pensati dai fratelli Coen per le loro pellicole è perseguitato da una sfortuna incredibile. Che lo stesso Llewyn ha contribuito a costruire e di cui è in buona parte responsabile. Fragile, malinconico, introverso e irresistibile, il giovane protagonista riesce a non concludere nulla neppure con il socio musicista con cui parte alla conquista di New York immaginando di suonare in un duo e di conquistare così pubblico e critica. Il socio però lo molla presto e Llewyn rimane solo a gestire la sua vita e la sua ebraicità cercando il successo ma sentendosi in colpa per questo, desiderando essere famoso al più presto ma volendo conservare il suo purismo artistico.

Llewyn è probabilmente uno dei personaggi più infelici e belli mai creati dai fratelli Coen.

Il film è per i nostalgici dell’epoca e anche per chi da contemporaneo ne vuole respirare l’aria più autentica. I registi sono riusciti a riportare fedelmente le ambientazioni degli anni Sessanta, gli studi di registrazione, i locali dove la musica folk spopolava e perfino i tipici appartamenti newyorkesi con le scale antincendio esterne improvvisando un omaggio cinematografico a Colazione da Tiffany facendo anche apparire un gatto che, a differenza dell’altro con la bella protagonsita del film del 1961, riesce a essere più scaltro, fortunato e vincente del protagonsita Llewyn.

È l’amaro di tutti i film intimisti dei fratelli Coen, il loro marchio di fabbrica più famoso e meglio riuscito e che fa di Inside Llewyn Davis la pellicola più struggente dell’ultima mostra del cinema di Cannes. Il protagonsita del film è l’attore Oscar Isaac ma c’è anche una piccola e divertente parte interpretata da Justin Timberlake che canta in maniera intimista e dolce e che dà al film dei Coen un paio di fotogrammi di commercialità pura.

Inside Llewyn Davis rimane soprattutto un film emozionante dove lo spettatore vive con apprensione e compassione le vicende del protagonsita fino al suo provino più importante dove si esibisce nella ballata triste e intimista davanti al manager che lo liquida con una delle frasi più comiche e irriverenti di tutta la narrazione.

Le speranze non fanno mangiare. L’arte non paga e la musica folk è solo per pochi eletti.

O almeno sembra. Ma non è tutto vero. Llewyn Davis canta, continua a cantare.

In fondo il vero senso della vita rimane quello di essere fedeli al proprio, irrealizzabile, sogno.

 

 

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Sono partenopei, amici e complici, protagonisti di una liaison artistica tra le più fortunate del cinema italiano degli ultimi anni. Stiamo parlando di Paolo Sorrentino e Toni Servillo, regista il primo e attore il secondo, lanciati con “La grande bellezza” in corsa verso l’Oscar, dopo la candidatura dell’Academy che li ha inclusi nella magica cinquina dei candidati nella categoria “Miglior film straniero”. Ma facciamo un passo indietro, un lungo passo di oltre dieci anni che ci riporta al 2001, quando il trentenne Sorrentino - impegnato già nella direzione di diversi corti - firma il suo primo lungometraggio, “L’uomo in più”. Protagonista doppio e capace di caratterizzare con il suo istrionico talento una sceneggiatura originale è già lui, Toni, la cui identità si confonde con quella dei suoi omonimi cinematografici. Antonio e Toni, uno e trino, uomo feticcio per il regista che lo vorrà ancora a consacrare il suo successivo film “Le conseguenze dell’amore”. Tutt’altra atmosfera, fredda e rarefatta, inquietante come i silenzi che un volto dalle mille sfumature riesce a modulare con maestria di teatral fattura. Il successo è già dietro l’angolo, i cinque David di Donatello conquistati dalla pellicola aprono la strada al vincente e profondo sodalizio rotto solo raramente - come succede per “L’amico di famiglia” - subito ricreato per conquistare il Festival di Cannes nel 2008 con “Il divo”, Premio Speciale della Giuria e fortissima interpretazione ideologica e figurativa del personaggio di Giulio Andreotti. Per Servillo è ovazione a furor di popolo, ma la recitazione è ancora una volta strumento a servizio di una prospettiva artistica intimamente legata all’universo Sorrentino, nel segno di un’alchimia professionale intensa e duratura. La bellissima parentesi americana di “This must be the place” vede uno straordinario Sean Penn rubare solo per poco il ruolo di primadonna a Servillo, cui Sorrentino dimostra dedizione assoluta ne “La grande bellezza”, costruendo la storia intorno al suo personaggio. Film corale, pieno di volti e di luoghi intessuti di visionarietà, movimento continuo intorno all’immobilità del Jep Gambardella incarnato da Servillo, vero fulcro narrativo e potente detonatore emotivo nel caos umano che si agita lento dentro una Roma multiforme, favolosa o ributtante come il film che la incornicia, come il regista che la racconta. Perché abbiamo a che fare con un cineasta molto amato ma anche molto criticato, per alcuni sopravvalutato, sicuramente artefice, insieme all’amico e ispiratore, della visibilità del cinema italiano nel mondo, e speriamo anche del prossimo Oscar conquistato dal nostro Paese.

 

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