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Come scovare il talento dietro gli occhi verde magnetico del bel Riccardo del nuovo cinema italiano? La generazione di “Tre metri sopra il cielo” ha consacrato ormai dieci anni fa uno Scamarcio poco più che ventenne, fresco di diploma al Centro Sperimentale di Cinematografia,  sex symbol e idolo delle “mocciose”, che lo ritrovano anche nel secondo film ispirato, appunto, ai romanzi di Federico Moccia, “Ho voglia di te”. Deve affrancarsi dal carico scomodo del belloccio senza cervello il nostro Riccardo, partito dalla provincia pugliese con tutta l’intenzione di sfondare nel mondo del cinema, e se almeno all’inizio quell’aria affascinante da malandrino lo porta dritto al record d’incassi di un fenomeno generazionale, passando per qualche fiction tv, il salto verso il cinema “adulto” arriva presto con “Mio fratello è figlio unico” di Daniele Luchetti, dove la prova recitativa sembra finalmente oscurare almeno in parte la prestanza fisica. Risulta forse troppo uguale a se stesso, monocorde in più di un’occasione, anche quando si trova di fronte a ruoli drammatici come in “Colpo d’occhio” di Sergio Rubini o nel ritratto storico sul terrorismo italiano “La prima linea” di Renato De Maria. Torna invece simpaticamente in auge il sorriso furbetto nella carrellata leggera dei vari “Manuale d’amore”, “L’uomo perfetto”, “Una piccola impresa meridionale”, del conterraneo Rocco Papaleo, fino alla rivelazione brillante estorta dal Ferzan Ozpetek di “Mine vaganti”, sempre innamorato dei suoi attori e capace di svelare con profondità unica quel lato che nessuno aveva ancora visto. I rapporti amorosi rimangono quasi sempre al centro delle vicende interpretative affrontate sul grande schermo da Riccardo, come accade al supplente tormentato - ma non troppo - dalla cotta di una sua allieva ne “Il rosso e il blu” di Giuseppe Piccioni, insinuando per l’ennesima volta il crudele dubbio: è bravo o solo bello? Può a ragione essere affiancato ai suoi giovani colleghi in fatto di bravura o l’accusa di essere raccomandato, magari dalla storica compagna di vita Valeria Golino, è davvero fondata? A sentire Woody Allen, che lo ha scelto per un piccolo ruolo, insieme a molti altri attori italiani, per il suo “To Rome with Love”, è un attore pieno di carisma e almeno in questo caso non sarebbe stata la sua notorietà a convincere il grande regista venuto da oltreoceano e conquistato dalle capacità dell’attore più che dal fascino del personaggio famoso. Si potrebbe pensare che sia l’Italia, insomma, a non sfruttare appieno le risorse di Scamarcio, costretto da sceneggiature poco generose a ricalcare il modello del “bello e dannato”, senza spingerlo oltre per scoprire nuove sfumature inespresse, un’occasione per liberarsi dei pregiudizi e confermare il vero talento, quello che niente, nemmeno la bellezza, può mettere in discussione.

 

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Ha un cognome difficile da pronunciare ma che ormai non si può non ricordare, così come quell’esile figura contornata da un volto pallido e dai tratti rinascimentali, ora antico nei riccioli d’oro ora improvvisamente trasformato dalla dura intensità di uno sguardo, di un colore e un taglio di capelli dettati dal personaggio di turno. Sono tantissime le donne vissute dentro il corpo di Alba Rohrwacher, rapita subito dai migliori registi italiani dopo una prima formazione teatrale e il diploma in recitazione al Centro Sperimentale di Cinematografia di Roma, per il quale ha lasciato la natìa Firenze forse senza sapere fin dove il suo talento l’avrebbe portata, quale impegno totalizzante sarebbe diventato il mestiere di attrice. La scelta dell’impegno è evidente nell’amore e nella dedizione al ruolo dimostrata film dopo film, senza concedere spazio alla frivola vanità e all’autocompiacimento: passa dal criptico “Io sono l’amore” di Luca Guadagnino al surreale dramma soldiniano  “Il comandante e la cicogna” con la leggerezza di uno sguardo sottilmente colmo di varietà espressive, prestato a racconti mai banali e lontani dal vissuto. Partecipa alla storia con tutto il peso della sofferenza, della malattia, della mancanza di certezze quando entra nella vicenda di Eluana Englaro raccontata da Marco Bellocchio in “Bella addormentata” o nella disturbata figlia de “Il papà di Giovanna” di Pupi Avati, concedendosi poca leggerezza, lasciando ancora in larga parte inesplorata la vena comica. Non è un percorso mentale ma profondamente carnale, fisico, quello che passa attraverso lo schermo dando alla finzione un carico di verità sempre più netto negli ultimi “Via Castellana Bandiera” e “Con il fiato sospeso”, presentati al Festival di Venezia, percorsi di libertà creativa di una Sicilia piena di contraddizioni, stanca dell’immobilità esistenziale. Alba si tuffa con trasporto da protagonista ancora una volta cogliendo una nuova sfida con se stessa e con il suo lavoro, continuando a costruire una dimensione interpretativa molto più ampia del legame con un set e con una sceneggiatura da eseguire: la forza della ricerca di senso, della motivazione racchiusa tra parole e gesto, penetra e rimane nello spettatore affascinato dalla verosimiglianza, perché un personaggio interiorizzato diventa con naturalezza un altro sé, un modo per parlare delle proprie emozioni senza ricorrere al gossip. Non è l’ultimo fidanzato o la vacanza a Formentera a ricordarci di questa leggiadra e potentissima attrice della nuova generazione cinematografica, è la scelta di incarnare la qualità e l’impegno artistico per crescere consapevolmente nella strada intrapresa.

 

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Domenica, 15 Dicembre 2013 03:06

South is nothing

Tre parole, per raccontare il buio e la rassegnazione di una generazione costretta a vivere in una landa desolata dove la criminalità stringe e soffoca la gente per bene ogni giorno un po’ di più, toglie sogni e speranze e non fa arrivare fondi, investimenti e vita.

Il sud è niente. Chi ci ha vissuto anche sono qualche anno può testimoniare che è vero, che le cose stanno proprio così e che non c’è più forza né volontà per cambiarle.

Non si può lottare contro i mulini a vento, non si può lottare quando alla fine del tunnel quello che si intravede è ancora buio e tenebre.

Fabio Mollo, regista nato e cresciuto a Reggio Calabria, sulla difficile e a volte orrenda realtà che si consuma nello Stretto, lo sa perfettamente e riporta nella sua opera prima Il sud è niente tutto il mondo reale e sommerso del meridione italiano, sempre più lontano e isolato dal resto dell’Europa e del mondo ma anche della stessa Italia del nord.

Protagonista del suo racconto è Grazia, una adolescente timida, introversa e complicata che non riesce ad avere un dialogo con il papà Cristiano, che vende il pesce alla periferia di Reggio Calabria e che subisce come tanti altri uguali a lui le richieste di racket di un malavitoso locale.

Grazia da sola e con fatica cerca e ricerca risposte a domande esistenziale e a quesiti difficili. Una sera, durante un bagno notturno, crede di vedere il fratello Pietro, morto anni prima in circostanze poche chiare, uscire dall'acqua e avviarsi verso la città, la visione è così reale e veritiera che la ragazza cercherà allora di avere quelle risposte che non ha mai avuto. E anche l'incontro con Carmelo, figlio di giostrai che dopo la festa del patrono cambieranno di nuovo città, servirà moltissimo a Grazia ad aiutarla in una difficile crisi di passaggio da una adolescenza finta e buia a una consapevolezza di se stessa e di un mondo crudele ma ancora ricco di sfumature da cercare.

Di nuovo sola ma con una forza interiore diversa la giovane calabrese comprende di non essere più disposta a lottare contro i mulini a vento o contro qualcosa più grande e antico di lei e cerca nella fuga verso il nord quella speranza in grado di poterle ridare la vita e l’occasione per viverla.

Prodotto da due giovani francesi, Jean-Denis Le Dinahet e Sebastien Msika, Il sud è niente è da considerarsi come la nuova frontiera del cinema indipendente, un lavoro coraggioso ed essenziale dove la storia è unicamente affidata al racconto che ne fa la macchina da presa con primi piani e panoramiche degne del miglior realismo francese.

Fabio Mollo si candida a rappresentare l’Italia più intima e sconosciuta, quella di cui tanti parlano anche all’estero ma che davvero in pochi conoscono intimamente e sulla propria pelle.

Una pellicola struggente che fa dimenticare l’importanza degli effetti speciali e delle nuove costosissime tecniche e che fa riscoprire la purezza del cinema d’autore.

 

 

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Estate 2013, Londra, parco cittadino, la band rock più famosa e longeva del mondo ritorna proprio da dove era partita più di quaranta anni prima. La loro città e l’Hyde Park che li avevano visti protagonisti e consacrati a idoli musicali nel 1969.

L’evento richiama migliaia di fan da tutto il mondo e i Rolling Stone non si risparmiano e non lesinano mettendo in scena un concerto evento di ore e offrendo agli spettatori una scaletta di brani e di esecuzioni da mandare in estasi anche chi di rock e di assoli di chitarre fino a quel momento non ne aveva voluto sapere nulla.

Il potere del mito e il potere della “storia” dunque, capaci di rendere ancora ragazzi musicisti settantenni e richiamare sotto il loro palco quattro generazioni di ammiratori.

L’evento e il concerto sono di una importanza così grande ed eccezionale da richiamare con largo anticipo l’attenzione non solo di tutti i fan della band ma anche degli addetti ai lavori che decidono di trasformare il concerto evento anche in una pellicola evento.

Nasce così Sweet Summer Sun- Hyde Park Live 2013, con la regia di Paul Dugdale e il favoloso montaggio di Simon Bryant. Non una semplice ripresa del concerto, non un semplice racconto in immagini dell’evento ma un vero film, con movimenti di macchina ben precisi, primi piani degli artisti e degli strumenti fatti in maniera professionale e un suono capace di catturare anche il più piccolo scambio di battute tra Mike Jagger e compagni.

La pellicola è stata mandata in anteprima italiana al Medimex, Salone dell'innovazione musicale di Bari, lo scorso 5 dicembre e ha visto l’introduzione di Ernesto Assante e Gino Castaldo che hanno tenuto una vera e propria lezione di rock.

Un film evento insomma che celebra oltre a una delle band rock più celebri e di lunga vita al mondo anche un fenomeno di cultura e di società che sembra non essersi mai spento nonostante la crisi internazionale, il passare delle mode, l’alternarsi delle generazioni.

 Indira Fassioni

 

 

 

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Associazione Ci.T.T.À DOLCI – Circuitazione Teatrale in Terre di Acque Dolci – presenta sabato 30 novembre nel comune di Castegnato (BS) “Mi chiamo Aram e sono italiano”, di Gabriele Vacis e Aram Kian.

Una classica infanzia degli anni Ottanta, vissuta nella periferia industriale di una grande città del Nord, fra tegolini del Mulino Bianco e compagni di scuola strafottenti; una banale adolescenza anni Novanta, condita di musica grunge, cortei studenteschi e serate in discoteca; una comune giovinezza a cavallo del nuovo secolo, fatta di inconcludenti anni universitari e lavoro che non si  trova. Ritratto tipico di un trentenne italiano. Solo che, quando il trentenne in questione si chiama  Aram e ha un padre iraniano, le cose si complicano un po’... In bilico fra incanto, ironia e tragedia, lo spettacolo racconta la storia dei nuovi italiani, i figli degli immigrati, le cosiddette "seconde generazioni". Attraverso la voce dell’attore protagonista, Aram Kian, Gabriele Vacis costruisce un testo che è uno stralcio di vita e di memoria e, insieme, uno sguardo al futuro di una società che impara, giorno per giorno, a dare un significato all’aggettivo “multietnica”.

 

ARAM KIAN

Si diploma attore alla “Civica Scuola d’arte drammatica Paolo Grassi” nel 1996 e da allora il teatro è la sua attività principale. Nel corso degli anni collabora con parecchi registi e attori fra cui Valerio Binasco, Gabriele Vacis, Gigi Dall’Aglio, Massimo Navone, Cristina Pezzoli, Fausto Paravidino. Da sempre interessato alla nuova drammaturgia italiana e straniera. In radio ha partecipato a diversi radiodrammi. Attualmente sta portando nei teatri di tutta Italia lo spettacolo “Mi chiamo Aram e sono  italiano – Storie da Synagosyty”, scritto a quattro mani con il regista Gabriele Vacis.

Per il cinema lavora con il regista Francesco Lagi nel film “Missione di pace”, presentato al Festival del Cinema di Venezia nel 2011. Ha avuto una parte di rilievo nel cast di “Educazione siberiana”, l’ultimo film di Gabriele Salvatores, uscito lo scorsa primavera.

 

Associazione Culturale Ci.T.T.A' Dolci

Ci.t.t.à. dolci è il Circuito Teatrale Lombardo che si estende nell'area tra il Lago d'Iseo e il Lago di Garda. La finalità della circuitazione è di far diventare la cultura locale promotrice ed innovatrice delle nuove tendenze nel campo della drammaturgia moderna e del teatro multidisciplinare. Nata nel 2004 sotto la spinta della Regione Lombardia -che ne è tuttora la  maggiore promotrice- all’interno del progetto Circuiti Teatrali Lombardi, ha come capofila il comune di Rodengo Saiano ed è sostenuta dalla Provincia di Brescia. Sin dalla sua prima edizione ha conosciuto ogni anno una positiva evoluzione che ha segnato il suo vitale rapporto con il territorio.

Tra i nomi noti del teatro italiano che sono stati ospitati spiccano Alessandro Benvenuti, Alessandro Bergonzoni, Cadadie teatro, Elsinor, ma anche tutta la nuova generazione: Teatro Koreja, Armamaxa, Garambobo delle risse, Teatrino Giullare, Teatro Pubblico Incanto. Accanto a questi si sono alternati spettacoli di compagnie giovani o di recente formazione ma di indubbia professionalità ed elevata qualità artistica quali Manicomics Teatro (PI), Narramondo (Roma), Rita Pelusio (BO), Macromoudit (MI), Mascherenere (MI-senegal), Teatro Minimo (Bg), Carichi sospesi (Pd), Eccentrici dadarò (Mo), Teatro Guascone (Rm), Aia Taumastica (Mi), Comteatro (Mi), Teatro necessario (Bs), Teatro Magro (Mn).

 

SABATO 30 NOVEMBRE

ORE 21.00

Comune di CASTEGNATO

Centro Civico - via Marconi

 

MI CHIAMO ARAM E SONO ITALIANO

Storie da Synagosyty

 

Di Gabriele Vacis e Aram Kian

Con Aram Kian

Regia Gabriele Vacis

Scenofonia Roberto Tarasco

Produzione Fondazione Teatro Regionale Alessandrino

PRENOTAZIONE CONSIGLIATA

Intero: 3 euro Ridotto: 2 euro (over 60, under 22, famiglie composte da 4 persone, prenotazioni)

 

Info line e prenotazioni: 030.3701163 – 339.2968449 Contatti: Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo. - www.cittadolci.com

 

Evento promosso da Circuiti Teatrali Lombardi – Regione Lombardia

Direzione artistica: Davide D'Antonio

Organizzazione: Associazione Culturale Città Dolci

Ente capo fila Comune di Rodendo Saiano

Con i Comuni di Castegnato, Erbusco, Provaglio d’Iseo,  Lonato, Rovato

 

 

Pubblicato in 16mm
Domenica, 24 Novembre 2013 11:00

Woody Allen profeta in patria

Per il regista più newyorkese di tutti i tempi essere apprezzato e amato nella propria terra di origine non è mai stato difficile, anzi. E la sua ultima pellicola conferma appieno questo successo.

Allen che negli ultimi anni si è lasciato affascinare da Londra, Parigi, Roma e Barcellona, sperimentano un nuovo modo di fare cinema nelle metropoli europee più famose, con il suo nuovo film ritorna alle origini e gira l’intera pellicola negli Stati Uniti.

Blue Jasmine è un prodotto americano nel senso più ampio del termine. Lunghe panoramiche su grattacieli e su strade a quattro corsie, location glamour e frequentate da donne borghesi e benestanti, case da rivista patinata e coppie di sposi all’apparenza impeccabili.

Il regista, però, è proprio su questo che gioca e che costruisce la trama del suo racconto in immagini. Un matrimonio dall’aspetto perfetto in cui una moglie bella e sofisticata passa le sue giornate a preoccuparsi di cose futili e a sfoggiare il suo status e le sue buone maniere fino a che non comprende di essere sposata in realtà con un truffatore e che il suo piccolo mondo moderno è poco più che una farsa che gli si sta sgretolando sotto gli occhi.

Allora la bella ed elegante Jasmine decide di lasciare New York, il suo prestigioso appartamento cittadino, chiedere il divorzio e raggiungere la sorella a San Francisco, in un modesto e affatto grande appartamento. Sembrerebbe apparentemente una vera rivoluzione di vita.

E invece Jasmine è troppo ancorata alle sue abitudini, al suo modo di vivere e di relazionarsi con gli altri e al suo aplomb connaturato e non cede né concede.

Inveisce contro il fidanzato della sorella, che considera un perdente, contro il suo ex marito che odia quasi visceralmente, contro le abitudini che vigono a San Francisco e contro la sua stessa sorella colpevole di non essere abbastanza ambiziosa o glamour per gli standard colti ed eleganti che continua a mantenere Jasmine.

In realtà la bella e sofisticata donna newyorkese è annebbiata da psicofarmaci e antidepressivi e non riesce neppure a badare bene a se stessa, per cui la sorella si fa in quattro per cercarle una occupazione e sollevarla dallo stato di torpore, indolenza e farneticazione.

Jasmine così trova lavoro in uno studio dentistico ma anche qui le cose non sembrano andare per il verso giusto fino al finale tutto alleniano che gli spettatori non mancheranno di apprezzare.

Commedia pura e da intrattenimento assoluto Blue Jasmine ha sbancato il botteghino delle sale americane confermando Woody Allen autore amatissimo e il cinema made in USA apprezzato e tanto dai suoi spettatori. La protagonista della pellicola è Cate Blanchett, e a mio avviso non poteva essere nessun altra. Bella, bionda, sofisticata e credibile nel ruolo della snob newyorkese anche se lei americana non è. Ma le grande prove artistiche sono anche queste.

 

 

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Tre storie, tre metropoli famose, amori e conflitti in corso per raccontare il modo di vivere di persone del tutto differenti tra loro ma accomunate da conflitti interiori e scelte di vita simili.

Probabilmente condizionato dalle vite parallele di Plutarco, Haggis firma a suo modo un altro lavoro sui sentimenti e sul romanticismo. Solo che questa volta decide di infilarci l’elemento novità del lato più oscuro che accompagna i protagonisti della sua pellicola.

Presentato lo scoro settembre, in anteprima, al Festival del Cinema di Toronto Third Person non ha mancato di stupire gli spettatori e di convincere più di un critico per la capacità straordinaria del regista di muoversi tra soggetti diversi e in location distanti tra loro.

Le storie di Third Person si svolgono a New York, a Parigi e a Roma. Nella pellicola francese, viene presentato agli spettatori un triangolo amoroso complicato ma decisamente originale, nella metropoli americana, la storia ruota attorno a una donna che cerca di riottenere la custodia di suo figlio, dopo che è stata accusata di aver tentato di ucciderlo. La sua tenacia e i suoi sforzi per dimostrare la propria innocenza sono raccontati in maniera intensa e coinvolgente, tanto da risultate quasi impossibile allo spettatore non identificarsi con il suo dramma.  A Roma, invece, la trama si fa più complicata e dal vago sapore della spy story. Un uomo d'affari americano si innamora di una donna italiana e cercare di aiutarla in ogni modo a liberare sua figlia, rapita da un boss locale.

Third Person è quel genere di pellicola che io amo definire trasversale, che può colpire in egual modo la sensibilità femminile e lo scetticismo maschile. Un film da andare a guardare appositamente in coppia e che lascia spazio a ogni ulteriore confronto.

Bellissima la fotografia di Gianfilippo Corticelli che regala stralci di Parigi e New York da lasciare senza fiato. Il direttore della fotografia, però, non il solo italiano a lavorare a questa pellicola che si avvale anche di Dimitri Capuani e Luca Tranchino come Art Director, di Dario Marinelli come compositore della colonna sonora originale e delle scenografie di Raffaella Giovanetti.

Se a questo aggiungiamo una piccola parte nel film di Riccardo Scamarcio possiamo ritenerci davvero soddisfatti. Anche gli autori stranieri amano parlare italiano sul set cinematografico.

 

 

 

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Lunedì, 18 Novembre 2013 19:00

Trionfo e polemiche per La vie d’Adèle

Il film vincitore della Palma d’Oro a Cannes 2013 ha entusiasmato la Giuria del Festival, ricevuto applausi a scena aperta dagli spettatori e mandato letteralmente in estasi i critici che per giorni non hanno fatto altro che parlare del talento di Abdellatif Kechiche e della bravura delle due attrici protagoniste Lea Seydoux e Adele Exarchopoulos.

Kechiche però è tunisino di origine e nella madre patria il suo capolavoro che parla di amore lesbo e mostra scene erotiche esplicitamente omosessuali non è piaciuto affatto, tanto che il leader del partito laico Union Patriot Libre, Slim Rihai, è giunto ad affermare con vera indignazione di essere disonorato dal fatto che un suo compatriota abbia vinto il massimo premio al Festival di Cannes, dicendo che la Tunisia non ne è affatto orgogliosa né onorata e che l'oggetto di un film che difende l'omosessualità lede il loro essere arabi e musulmani. E Rihai è il leader del partito laico!

Insomma, come sempre Nemo profeta in patria. Nel caso del regista Kechiche, inoltre, le polemiche si estendono anche ai costi effettivi della pellicola, in principio considerati e immaginati come quelli di un lungometraggio d’autore e in seguito levitati a quelli di una produzione americana e con tempi di lavorazione lunghissimi e massacranti tanto che sul set allestito nella città di Lille l'atmosfera è stata piuttosto tesa e il lavoro dell’intera troupe e delle maestranze è passato da due mesi e mezzo a cinque, con tecnici e operai che hanno denunciato condizioni lavorative non facili.

Ma Abdellatif Kechiche ha dimostrato di avere tempra resistente e caparbietà da vendere e alla fine ha realizzato il suo lavoro più importante, la pellicola che lo consacrerà negli annuali della storia del cinema. In realtà, il film non è bellissimo nel senso cinematografico più puro.

Non emoziona per la regia o per le scelte dei movimenti di macchina. Non ci sono scelte autoriali che fanno pensare al capolavoro filmico vero e proprio. Anzi, a volte alcune scene si ripetono cadenzatamente pur con mutamenti di scena e di location. È vero che il rispetto delle unità aristoteliche è stato abbandonato ormai da tempo dai cineasti internazionali ma è anche vero che la storia deve reggere proprio nei passaggi e nei momenti più importanti e difficili della narrazione.

E da un film vincitore della Palma d’Oro ci si aspetta sempre che sia da esempio per tutti gli altri.

Allora perché tutto questo entusiasmo? Sicuramente per il coraggio.

Il coraggio di portare sul grande schermo una storia così forte e soggetta a critiche e il coraggio per averla saputa raccontare senza mezzi termini. A questo possiamo aggiungere sicuramente la capacità di Kechiche di dirigere i propri attori, soprattutto se ancora giovani e poco conosciuti e, in questo suo ultimo lavoro, se donne in particolare.

La pellicola racconta la vita di Adele, innamorata di una ragazza dai capelli blu incontrata per caso e ritrovata in un locale gay. Un cocktail e una panchina sono l’inizio di una storia d'amore appassionata e travolgente che matura Adèle e che la porta fuori dall’adolescenza. Nella vita con Emma, che studia alle Belle Arti e la dipinge nuda dopo averla amata per ore e sconvolta dal sentimento travolgente che prova per quella donna, Adèle diventa adulta imparando molto presto che la vita è molto di più di quello che si legge nei libri. Ancora una volta Abdellatif Kechiche guarda a Pierre de Marivaux, e attingendo al suo celebre romanzo  "La Vie de Marianne" confeziona e realizza  La vie d'Adèle, storia d'amore e di formazione di un'adolescente che concede alla macchina da presa ogni dettaglio e ogni sfumatura di sé. Il desiderio delle due protagoniste, il loro amarsi e concedersi reciprocamente restano il vero senso del film. Niente di morboso o scabroso. Solo amore omosessuale e passione. Chi si aspetta di sbirciare dal buco della serratura rimane deluso. La vie d’Adèle è solo cinema.

E così va preso e va visto.

 

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Nonostante fallimenti, tradimenti e precarietà c’è sempre un modo per ricominciare e rimettersi in gioco. Questo il messaggio diretto e cinematografico che l’attore e regista Rocco Papaleo proclama nel suo ultimo film Una piccola impresa meridionale.

Che la pellicola non abbia altre velleità che far divertire e riflettere gioiosamente sulla vita e sul senso che ognuno di noi riesce a darle lo si intuisce dai primi fotogrammi accompagnati musicalmente in una sorta di canto e controcampo con la voce del protagonista.

Appunto, parliamo del protagonista, interpretato magnificamente da Rocco Papaleo.

Don Costantino. Che don in realtà non è più perché ha deciso di “spretarsi” e stare con la ragazza di cui si è innamorato, per finire con l’essere mollato anche da lei e non sapere che altro fare della propria vita. Coraggio alle mani e gioco forza decide allora di ritornare al paese natale, giù al sud, e vedere di ricominciare in qualche modo, anche se non sa ancora come. La vita lo aspetta proprio in quel posto per dargli una seconda, o meglio, una nuova possibilità e ad affiancarlo in questo nuovo percorso gli regala anche degli improvvisati, improponibili e divertentissimi compagni di viaggio.

L’ex cognato, tradito dalla sorella di Costantino e anche lui allo sbando emotivo e concreto, la sorella della badante di sua madre, ex prostituta con tante idee in testa e anche tanta voglia di rimettersi in gioco lavorando onestamente, arrangiati muratori e ristrutturatori che di mestiere facevano i circensi e una comunità paesana che diventa una scenografia naturale per l’intera trama della pellicola. È ovvio che non ci troviamo di fronte a un capolavoro, nemmeno della comicità italiana, ma l’esperimento di Papaleo funziona. Ottima la scelta del cast con uno Scamarcio in versione ridimensionata ma molto convincente e una strepitosa Barbara Bobulova, bella, convincente, perfettamente inserita nella storia e nel suo personaggio. Brave e divertenti anche Claudia Potenza e Mela Esposito, più offuscata e meno brillante del solito invece la Felberbaum, forse il suo personaggio non la convinceva molto o probabilmente non ne aveva solo voglia.

A differenza della sua prima fatica da regista, Una piccola impresa meridionale, segna per Papaleo un nuovo percorso verso il film di autore rendendolo un regista più consapevole e meglio propenso a dirigere colleghi attori di una certa bravura. Il risultato è una pellicola “corale” dove ognuno recita a perfezione la sua parte, dove non si sono prime donne, e dove la distribuzione dei ruoli è talmente perfetta da lasciare lo spettatore, per buona parte del film, con la convinzione che quelli che sta vedendo non siano affatto attori ma veri protagonisti di una storia tanto surreale che convincente.

A sottolineare l’elemento corale del film il commento musicale, una tecnica molto amata da Rocco Papaleo fin dai suoi esordi teatrali e che il regista ci ripropone in questa pellicola come l’altra metà del film stesso. In Una piccola impresa meridionale si canta, si balla e si ascolta la musica, anche quella solo mentale, quella che ognuno di noi ha come sottofondo musicale in molti momenti della nostra vita. Il risultato è una commedia affascinante, divertente, che fa riflettere.

E vi pare poco!

 

 

 

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È complicato parlare di un film come Un chateau en Italie perché non è una brutta pellicola e la Bruni Tedeschi come cineasta non se la cava neppure male.

Il problema rimane l’estrema personalizzazione della trama, la scelta del cast e soprattutto la scrittura filmografica per la quale la regista si è fatta anche aiutare da una sceneggiatrice dotata come Agnès de Sacy.  

Per cui dopo Uomini che odiano le donne Valeria Bruni Tedeschi prova a scrivere e a portare sullo schermo, a suo modo, donne che odiano gli uomini…ma non è completamente vero neppure questo perché l’intera pellicola è un gigantesco omaggio alla figura di suo fratello Virginio, morto da qualche tempo e la cui memoria la regista vuole ricordare e omaggiare con un lavoro troppo intimistico e privato per poter commuovere o convincere appieno lo spettatore.

E quando la regia e la storia traballano è normale che anche gli attori si spengono e si ridimensionano nei propri ruoli. Per niente brillante allora risulta l’interpretazione di Filippo Timi nel ruolo del fratello malato, troppo coinvolta e troppo decadente la Bruni Tedeschi nel ruolo della protagonista e del tutto incredibile Louis Garrel nel ruolo di Nathan.

Parlare di se stessi in un film è la cosa più difficile per un regista, anche se poi Ozpetech, Weiss e Rossellini lo hanno fatto benissimo, ma bisogna appunto essere tanto bravi e la regista di Un chateau en Italie probabilmente non è ancora pronta per storie così complesse e personali.

La pellicola racconta la storia di Louise, quarantenne profondamente sola e triste, appartenente a una nobile famiglia decaduta che possiede un vecchio castello nella pianura piemontese attraversata dal Po. Una vita spenta la sua che sembra accendersi solo quando incontra Nathan, un giovane attore che inizia a corteggiarla con passione. Louise però è molto legata a Ludovic, suo fratello, malato di Aids. Il giovane Nathan cerca di starle vicino e di sostenerla ma il desiderio ossessivo di una gravidanza con il compagno compromette il rapporto tra i due. Louise rimane nuovamente da sola dentro una vita di cui non trova il senso e la direzione. Nel frattempo muore anche l’amato fratello Ludovic e la donna sembra davvero non avere più forze né volontà di reagire.

Arriva però la svolta e tutto rifiorisce e riprende in una catarsi del dolore che è anche nelle intenzioni della regista un viaggio di salvezza e redenzione attraverso il cammino del contrappasso.

L’idea in sé rimane bella. Valeria Bruni Tedeschi cerca di lasciare aperto uno spiraglio su una speranza che a volte sembra venire meno in molte esistenze, cerca di confezionare un percorso di dolore e di rinascita tutto al femminile ma alla fine non ci riesce.

Il film è spento. Doloroso senza essere amaro, illusorio senza essere positivo.

La figura delle donne e del loro universo così complicato e affascinante ne escono a pezzi.

Un vero peccato!

 

 

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