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Gioacchino Cataldo, ultimo rais della tonnara di Favignana: un vero e proprio Patrimonio Umano Vivente

Continuano gli appuntamenti con le domeniche crossover della Sacrestia Farmacia Alcolica!

Domenica è la volta di una serata all'insegna del rock, del blues e di tutto ciò che fa di un uomo una leggenda! Stiamo parlando di Mr Jim Morrison, il leader dei Doors, cuore e anima degli anni Sessanta, colui che ha condotto i giovani verso la libertà sessuale e l'emancipazione della generazione dei loro genitori.

La Sacrestia rende omaggio a Jim Morrison nel giorno del suo compleanno, l'8 dicembre, dedicandogli un omaggio sentito e partecipato. Perchè se è vero che gli artisti vanno ricordati nel giorno della loro morte, è doppiamente vero che vadano ricordati anche quando sono giunti su questa terra.

MISS MOJO RISING. DOORS REVISITED è un'occasione per ascoltare dal vivo il funambolico repertorio della band californiana capitanata da Jim, rivisitato per l'occasione.

I MISS MOJO RISING sono formati da  Gabriele Bernardi (tastiere),  Domenico Mamone (sax), Marco Parano (percussioni)  e Irene Bongiorno (voce).

 

8 DICEMBRE 1943/2013

MISS MOJO RISING . DOORS REVISITED

Start h. 18.30

domenica 8 dicembre

Sacrestia Farmacia Alcolica

via Conchetta 20 (Angolo A. Sforza), Milano

 

Posti limitati a numero chiuso

Per prenotare: Valentina 388 3979020.  da euro

Ingresso: 12/13.50 euro  con consumazione inclusa

Ingresso gratuito per studenti e disoccupati

 

Per maggiori info: https://www.facebook.com/events/477658759018658/

https://www.facebook.com/MissMojoR

Nei primi giorni di maggio si è parlato moltissimo di “The Doors” fondamentalmente per due motivi: il primo, purtroppo, per la morte del leader fondatore e tastierista della band Ray Manzarek, il secondo per l’uscita di una pioneristica applicazione per Ipad che racconta il viaggio nel rock di Jim Morrison & Co. Una vera innovazione non solo in campo tecnologico, ma anche in campo di fruizione dei contenuti digitali: tutta la storia della band è racchiusa in un’app! Video inediti, fotografie, canzoni, confessioni, scavano nel più profondo intimo dei musicisti per regalare agli utenti in un solo unico pacchetto l’esperienza “The Doors”.

 

L’idea è stata  progettata e finanziata da Jac Holzman, fondatore dell’Elektra Records la prima casa discografica che offrì nel 1966 un contratto ai Doors, e da Robin Hurley; con la partecipazione del batterista John Densmore, del chitarrista Robby Krieger, del tastierista Ray Manzarek, e di tutta l’eredità lasciata dal cantante e icona Jim Morrison. Holzman, noto al mondo discografico per le sue idee all’avanguardia, ha sempre spinto la band a creare testi e musiche innovative, che spiazzassero i fan e ne ha fatto il punto di forza di tutta l’immagine legata al gruppo.

 

Ora presenta e realizza un progetto da lui stesso definito visionario:

“Questo progetto è nato dal desiderio di digitalizzare il box set, di utilizzare le nuove tecnologie per dare ai fan una nuova e migliore esperienza. E proprio per questo motivo ha avuto senso scegliere The Doors. Sono sempre stati un passo avanti e la loro storia è una delle più grandi saghe del rock, insieme con la band, raccontiamo una storia avvincente con materiali provenienti dagli archivi dei Doors e da un centinaio di altre fonti che abbiamo recuperato in questi anni – un vero e proprio tesoro tra cui si trovano foto inedite, interviste mai viste, girati dietro le quinte degli eventi live. Il tutto consegnato in un singolo download: questo è un approccio avvincente per mostrare l’intera carriera di una band. Credo che abbiamo gettato le basi per il futuro delle applicazioni musicali … indubbiamente una buona cosa da fare!”

 

Proprio queste parole, pronunciate da un uomo molto vicino alla band mi hanno fatto riflettere. Consegnare in un unico pacchetto pre confezionato una storia lunga anni è un vero peccato: è perdersi il gusto di andare in negozi di dischi usati per pescare il vinile che manca alla tua collezione, è strappare il poster ingiallito del bel Jim che ti guarda con gli occhi tenebrosi, è il non assaporare il piacere di una canzone ascoltata per la prima volta. Una vera passione coltivata negli anni perde di significato se servita tutta in un’unica soluzione e chi ha collezionato cimeli di un gruppo rock storico ne sa qualcosa. Sicuramente case discografiche e produttori devono cavalcare l’onda del momento e se il mercato richiede un’app che app sia. Tuttavia non posso nascondere, data la mia natura nostalgica, una punta di disappunto verso un’operazione che non ha nulla del tributo ad uno delle più grandi band di tutti i tempi ma è una trovata commerciale, tant’è vero che in concomitanza con l’applicazione sono stati rimasterizzati la maggior parte dei loro cd. D’altra parte probabilmente questa operazione porterà molti giovanissimi ad avvicinarsi ad una storia grandiosa ed avvincente, fatta di miti ed eroi, poesia e musica, sperando che la curiosità suscitata dalla tecnologia li spinga a generare un nuova passione.

 

A 74 anni scompare il fondatore dei Doors.

 

Lui odiava Oliver Stone, il regista che fece rivivere una seconda giovinezza ai The Doors e alimentare il mito del Re Lucertola. Non sopportava l'aurea da “fattone” che il film aveva appiccato a Jim. Jim era anche altro, molto altro: un poeta visionario, un grande performer, una voce immortale. Un amico.

 

Lui era il timido studente che convinse l'amico Morrison, nel '65, a intraprendere la carriera musicale fondando la band che cambiò la storia del rock degli anni '60, quella stessa band che ambiva ad aprire le porte della percezione che Huxley profetizzò in The Doors of Perception.

 

Colui che diede la piega musicale al sound della band, l'abilissimo pianista che non fece mai rimpiangere la mancanza di un basso.

Colui che con le sue intuizioni traghettò i Doors verso l'eternità, santificando suite che rimarranno per sempre nell'olimpo della musica: “Light My Fire”,“The End” e “When The Music is Over”, la musica è finita, parafrasando uno degli inni doorsiani. La musica si è fermata. Il suono della tastiera più innovativa della storia del rock, si è fermato. Le mani dell'uomo che non si rassegnava a  chiudere il mito, portando, discutibilmente, un sosia di Jim Morrison a cantare sul palco insieme all'amico Robby Krieger ( ma non al batterista John Densmore) in un tour che l'anno scorso transitò anche a Milano. La musica finisce, ma non si spegne l'eco:

 

The face in the mirror won't stop

The girl in the window won't drop

A feast of friends alive she cried

Waiting for me outside http://www.youtube.com/watch?v=BGtwpIVp4sw

 

Ci sono divi che non possono invecchiare e muoiono giovani. Basta pensare alla cosiddetta “maledizione dei 27 anni” che prende il nome dall'età in cui si sono spente stelle della musica come Jim Morrison, Jimi Hendrix, Janis Joplin, Kurt Cobain, Amy Winehouse e tante altre, o al terribile schianto che nel '55 si porta via il 24enne James Dean. In tutti questi casi la morte precoce è l'ultimo atto di vite spremute all'eccesso.

Marilyn è una storia a parte. Per quanto tragica, la sua fine a 36 anni non è l'epilogo di un'esistenza inquieta (che pure ha avuto), ma l'evento che rende la sua immagine eternamente giovane: un'icona di sensualità ingenua penetrata nella memoria visiva di tutti e per questo immortale.

Lo intuisce per primo Andy Warhol: proprio nel '62 comincia ad utilizzare la tecnica della serigrafia, e la scomparsa della diva nell'agosto di quell'anno lo induce a riprodurne il volto, tratto da una foto di scena del film Niagara, con infinite variazioni cromatiche (alcune esposte nell'agosto di quest'anno a Rimini).

La testa biondo platino è onnipresente, si separa dal corpo e dalla sua esistenza terrena, diviene uno dei simboli della Pop art, arte della gente comune; icona a disposizione di tutti, che vive al di là della Marilyn reale, come dice, un po' sprezzante, Warhol stesso: “Per me la Monroe non è altro che una persona fra tante altre. E riguardo alla questione se dipingere l’attrice in toni di colore così vivaci rappresenti un atto simbolico, posso soltanto rispondere che a me interessava la bellezza: e la Monroe è bella”.

Possiamo aggiungere: Marilyn è un'incarnazione della bellezza senza tempo. La pensa così Bertrand Lorquin, esperto d'arte, che nel catalogo della mostra con l'ultimo servizio fotografico della diva, “The last sitting”, con gli scatti di Bern Stern, da poco conclusasi al Forte di Bard, ha evocato i nudi di Botticelli, Rubens, Velazquez, Goya, Ingres e Manet, per attribuire alle plastiche curve della Monroe un posto nella storia dell’arte”.

La bellezza deve mostrarsi, mettersi a disposizione degli occhi della gente, ha bisogno dello sguardo del pubblico; e nel Novecento Hollywood fabbrica le immagini in cui ognuno può proiettare i propri desideri e vederli prendere forma. Marilyn è perfetta per questo meccanismo, come nessun'altra è mai stata o sarà dopo di lei, anche se, paradossalmente, ha il terrore del palcoscenico.

Per entrare nel mondo del cinema si schiarisce i capelli e si ritocca leggermente il viso, accentuando la morbidezza dei tratti. Il ruolo iniziale non può che essere quello stereotipato e diffuso della dumb blond, la bionda svampita: il suo modo di interpretarlo diventa unico, con quel mix di sensualità e dolcezza che raggiunge l'apice con “Sugar Kane”, la cantante capace di far girare la testa a Tony Curtis in A qualcuno piace caldo.

Ma sin dai primi successi quella parte le sta troppo stretta. Sogna personaggi drammatici, che le diano la possibilità di esprimere le proprie capacità di recitazione. La sua evoluzione invece non consiste nel diventare una grande interprete, ma qualcosa di più: supera lo stereotipo per trasformarsi in un simbolo incarnato.

Sulla scena è in grado di impadronirsi dello sguardo maschile. Il critico Laura Mulvey, nell'analizzare una celebre sequenza di ballo all'inizio de Gli uomini preferiscono le bionde, coglie l'essenza della sua performance: nel primo piano, benché in movimento, riesce a essere perfettamente in posa, come immortalata da un obiettivo fotografico. Questa capacità di esporre la propria bellezza con tale studiata naturalezza resta inimitabile: lo spettatore sogna che Marilyn sia lì solo per lui, dolce e sensuale allo stesso tempo.

Possiamo cogliere questa sensazione nello sguardo di Tom Ewell, rapito dal sollevarsi della gonna dell'attrice nella scena celeberrima di Quando la moglie è in vacanza. Possiamo immaginarla anche in John F. Kennedy, quando gli viene dedicata un'indimenticabile Happy Birthday, Mister President cantata con voce ammiccante in un abito color carne.

Anche Hugh Hefner, padre di Playboy, intuisce da subito l'unicità del suo sex-appeal e acquista i diritti di una foto senza veli dell'attrice, non ancora famosa, per la primissima copia della sua rivista. Poche parole le bastano per evocare intense fantasie: “La notte mi vesto solo di due gocce di Chanel numero 5”.

Questa è Marilyn, immortale al di là della sua vita reale. Sex-symbol nel senso più pieno del termine e consapevole di esserlo: “La gente non mi vede! Vede solo i suoi pensieri più reconditi e li sublima attraverso di me, presumendo che io ne sia l’incarnazione”.

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