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Attrice, pittrice e naturopata toscana, Claudia Zanella è in libreria con il suo primo romanzo: Tu e nessun’altra, edito da Rizzoli.

31 luglio 2013 – Con questa frase, ormai collaudata, si apre il concerto allo stadio San Siro di Milano per la sua unica data italiana  del “Take the Crown Stadium Tour” e così  anche il mio tentativo di “recensirlo” o, più che altro, di raccontarvelo.

Dimenticatevi l’obiettività. Sono una fan. Emotivamente parlando, posso essere tutto tranne che obiettiva.

Quello che posso dire però è che ammetto di essere partita un po’ prevenuta. Non avrei mai detto che, dopo così tanti anni di assenza, riuscisse a tenere un concerto di più di due ore con una tale energia, una voce pulita e ancora melodica ma, soprattutto, la sua indiscussa capacità di intrattenimento; l’ultimo tour da solista infatti “The Close  Encounters” (io c’ero) risale al 2006.

Del resto è il tipo di artista che viene definito il classico “animale da palcoscenico”. Dimostra di ricordarsi perfettamente come si fa ed apre il concerto calandosi dall’alto. Parte “Let Me Entertain You” circondato da un palco a sua immagine e somiglianza, nel vero senso della parola, con la sua faccia scolpita in quella che sembra una roccia, color oro.

Ed è così che appena lo vedo si risvegliano in me antichi ricordi di diari di scuola tappezzati di fotografie, notti fatte di sogni in cui lo incontravo, raccoglitori con tutti i testi e le rispettive traduzioni (quel poco di inglese che so, lo devo a lui) e ante dell’armadio che ancora portano i segni del suo passaggio.

I decibel della mia voce si alzano a dismisura e ritorno ad essere la ragazzina di sedici anni che lo vide per la prima volta.

Canto a squarciagola ogni pezzo e mi invento spudoratamente le parole delle canzoni del nuovo album come “Be a Boy” e “Not Like the Others”che ancora non conosco bene.

Mi passano davanti i singoli più famosi Rock Dj, Kids, Millenium, Sexed Up, Come Undone, Sin Sin Sin e mi regala chicche come Me and My Monkey, Better Man, Hot Fudge e Monsoon.

Il tutto intervallato da momenti di dialogo e qualche tentativo di parlare in italiano che fanno divertire il pubblico. Fa salire sul palco Chiara, fortunatissima ventitreenne,  (invidiatissima da tutte e da me profondamente odiata) che se lo abbraccia per tutta la durata di “Strong”.

Ci fa cantare le cover di “Minnie the Moocher” di Cab Calloway, diventata famosa grazie al film “The Blues Brothers” (avete presente quella che fa “heidi heidi heidi hi” in cui si chiede alla folla di ripetere gli stessi suoni, in un botta risposta sempre più complicato? Ecco, quella) e poi  “Walk on the Wild Side” di Lou Reed e My Way di Sinatra.

Sono passate due ore, quasi senza accorgermene arriviamo alla fine e già mi si smuove un sentimento simile alla malinconia; esce e rientra con “Feel” e  She’s the One”, ci guarda  e ascolta compiaciuto le nostre voci che sovrastano la sua.

Con una lunghissima versione di “Angels” ci dà un ultimo saluto, stavolta quello vero.

Mi rendo conto che il  pubblico di Robbie Williams cresce con lui e penso che il suo tentativo di prendersi, o nel suo caso riprendersi, la corona sia perfettamente riuscito.

Mentre sta per uscire mi sbraccio pur sapendo che non mi può vedere e neppure leggermi nel pensiero, ma gli prometto comunque che al prossimo concerto prenderò il biglietto per il prato e sicuramente sarò io la fortunatissima, invidiatissima e odiatissima ragazza che salirà sul suo palco.

Con questa certezza, mi addormento felice.

Lou Reed, inguaribile trasformista

Iniziamo dai giorni nostri. Partiamo pure dalla fine, andando poi a ritroso, e citiamo il nome di una donna, Lulù, che è anche il nome di un disco. Lou Reed con i Metallica (2011), non è uno scherzo e non so quanti tra i rispettivi fan abbiano gridato allo scandalo. Magari gli adepti del newyorkese hanno addirittura pensato: “Ancora? Dai, basta con queste cose folli, rimani per un po’ te stesso”. Il Problema è che Lou Reed ama questi giochini, desidera ardentemente fare qualcosa di diverso, cambiare e trasformarsi – da solo o grazie ad altri – per creare qualcosa di cui parlare. Sì, perchè le sue molteplici facce non sono state apprezzate da tutti, c’è chi storceva il naso e chi lo avrebbe adorato comunque, anche se avesse deciso di musicare un film Disney.

Lou non arrivò a tanto nemmeno con i Metallica. Forse l’opera più discussa e distante da tutto ciò che ha fatto è stata Metal Machine Music (sottotitolo: An Electronic Instrumental Composition, 1975): cacofonie, distorsioni, rumori e riff messi insieme a differenti velocità. C’è ben poco di melodico o di classic, anche se, in un’intervista a Lester Bangs, il musicista dichiarò che nella cagnara dell’album erano stati inseriti appositamente dei rimandi a composizioni di musica classica. Cosa significa questo lavoro? Si tratta di una voglia di mandare a quel paese la casa discografica o i fan che richiedevano sempre le stesse canzoni? La RCA Records ha avuto le sue colpe, è vero, chiedendo al musicista di fare un album commerciale (Sally Can’t Dance, 1974) e un Live, in seguito alla pubblicazione di Berlin (1973) imposta da Lou Reed stesso. Berlin risulta essere troppo difficile, anarchico, triste e non ha riscontri di pubblico e di critica anche se si tratta di un lavoro elevatissimo, ovvero uno dei dischi fondamentali di Lou Reed.

Ma cosa ci fu prima di questi album e dopo che Lou Reed ebbe abbandonato i Velvet Underground (durante le registrazioni di Loaded, 1970), per ritirarsi in disparte a “leccarsi le ferite”? Dopo il suo primo e omonimo disco da solista (un flop), la stessa RCA gli presentò David Bowie (divenuto famosissimo all’epoca), proponendogli di farsi produrre il disco con Mick “Ronno” Ronson: due pesi massimi della musica, in pieno periodo glam. Lou accettò, l’affinità con loro cresceva di giorno in giorno e iniziò anche a collaborare con i musicisti (assolutamente degli estranei per lui, non aveva più un gruppo al suo fianco). Lou Reed cambiò in qualcosa di più glam, molto più vicino all’immagine del periodo di Bowie: trucco pesante giapponese, contorno occhi neri e sbrilluccichini vari.

Siamo nella Londra degli anni settanta ma il mondo della Factory e la persona di Andy Warhol non scomparirono, anzi, furono d’ispirazione per i testi delle canzoni di Tranformer (1972). La copertina del disco è un chiaro riferimento al decadentismo del periodo, i testi portano alla luce alcune zone, alcuni personaggi e delle tematiche che difficilmente resisterebbero in classifica: Lou assieme ai due produttori riuscì a fare questo ed altro. “Vicious” è nata da una richiesta di Warhol che voleva un testo per parlare del vizio e del rapporto tra amanti, un rapporto sado dove si picchia il partner con un fiore (cantato ambiguamente su un rock gaio: Vicious, you hit me with a flower, You do it every hour oh baby, you’re so vicious); “Andy’s Chest” è una filastrocca piena d’amore e d’odio, dedicata sempre a Warhol dopo che rischiò di morire per mano della femminista Valerie Solanas. La jazzy song “Perfect Day” è perfetta sul serio, tanto da ritornare in classifica, al numero uno, anche dopo venticinque anni (nel 1997, fu scelta dalla BBC come singolo in favore dell’UNICEF e cantata da diversi artisti).

“Satellite of Love” è la ballata glam per eccellenza, David è straordinario e il suo accompagnamento vocale è da brivido; il testo è ironico e beffardo e parla fondamentalmente di gelosia, ma di quella pesante. “Make Up” è l’inno al travestitismo sostenuto dalla tuba di Herbie Flowers e da queste semplici parole: Now, we’re coming out of our closets, Out on the streets. “New York Telephone Conversation” è in presa diretta: assieme alla voce di Reed c’è quella di Bowie e l’atmosfera è frivola, quasi si fosse in un cabaret, dove le persone non smettono un secondo di chiacchierare sui pettegolezzi del momento.

“Walk On The Wild Side” è il singolo, e un pezzo enorme nella sua semplicità, con un contrabbasso e un basso che, assieme a una batteria suonata con le spazzole, formano lo scheletro portante e ritmico. Lou Reed doveva fare delle canzoni per adattare il libro di Nelson Algren, A Walk on the Wild Side (1956), che Andy Warhol voleva trasportare a teatro; non se ne fece più nulla ma a Reed rimase questo brano che raccontava di spacciatori, attori, travestiti e drogati che giravano attorno alla Factory. Insomma, ha fregato tutti anche la BBC, che la fece passare parecchio senza capire fino in fondo il testo, forse perché sedotta dal sax finale di Ronnie Ross: una bomba.

Che sia stato tutto un compromesso, un travestitismo per diventare famoso o che sia solo l'inizio dell'evoluzioni di Lou Reed, cosa importa? Lui stesso, davanti alle telecamere disse: “E’ solo un album. Sono solo canzoni su un semplice album. Si fa un album e si ha tutta la vita d’avanti”.

 

Andrea Facchinetti

 

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