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E’ uno degli eventi della primavera 2013. In occasione dell’apertura di un nuovo store targato Giorgio Armani in via Condotti a Roma, lo stilista milanese ha deciso di regalare alla città eterna uno show di un'intera notte: oltre al party per l’opening, infatti, ci sarà un’altra inaugurazione, quella della mostra che sta girando le più importanti città del mondo, “Eccentrico”.

 

Giorgio Armani ha pensato proprio a tutto, glamour, un party di alta classe, arte e tanta moda, ovviamente: sempre questa sera infatti i suoi selezionatissimi ospiti potranno vedere in anteprima la collezione A/W 2013-14. Una serata che è destinata già sulla carta a diventare imperdibile per gli addetti ai lavori che siamo sicuri non si lasceranno scappare l’occasione di poter visitare il centralissimo punto vendita che è posizionato in una delle vie dello shopping più esclusivo di Roma.

 

La One night only ha fatto tappa un po’ in tutto il mondo con happenings voluti dall’onnipresente e instancabile patron: la prima è stata a Londra nel 2006 dove è stata presentata la collezione RED a sostegno di una campagna per combattere l’AIDS in Africa. Poi è stato il momento di Tokyo, nel 2007, dove Giorgio Armani ha voluto rendere omaggio a uno dei suoi più grandi partners commerciali come Ginza. Terzo appuntamento in Cina per “creare un altro ponte tra est e ovest per supportare i nuovi talenti che questa regione può offrire”: Armani ha infatti sviluppato un programma di ricerca presso la Tsinghua University di Pechino.

 

Ma dato che viaggiare è bello ma ancora più bello è tornare a casa, tappa obbligata doveva essere l’Italia da cui Armani è partito 38 anni fa fondando la sua azienda che oggi è una delle leaders mondiali nel campo della moda. “Penso sia il momento giusto per dare un contributo alla rinascita del mio paese e all’immagine che ha nel mondo. L’italia sta attraversando un brutto periodo, ma rimane una grande Nazione. Roma è il simbolo della bellezza senza tempo, è una città che tutto il mondo ci invidia. L’anno scorso ho portato la One night a Pechino, ora è il turno dell’Italia”. https://www.youtube.com/watch?feature=player_embedded&v=g69NzOqgP_Q

Il primo Ottobre 2012 viene lanciato sul mercato “Squillo”, gioco di carte dedicato allo sfruttamento della prostituzione.

All’epoca, la redazione di Nerospinto guardò subito molto interessata al prodotto chiedendosi: “Chi può essere il folle ad aver inventato un gioco così politicamente scorretto e, quindi, così sublime?”.

Chi se non il Casto Divo? Immanuel Casto, musicista e cantante di successo, autodefinitosi “principe del Porn Groove”, autore di canzoni sature di denuncia sociale concernente argomenti inerenti al sesso, quali “Escort 25”, “Che bella la cappella”, “Sniffate Rettali”.

 

Strutturato come un classico GDR di carte, in squillo troverete carte prostituta, con il nome della prostituta, la specialità della ragazza, la sua parcella, e il ricavato nel caso si decidesse di venderne gli organi. Ad affiancare le carte base, troverete le carte di potenziamento, quali lo spanking, la mastoplastica o “l’ingoio finito in tragedia”.

Al gioco di base, la “Pappa Edition” nello spot ufficiale, vengono annunciate subito due espansioni: “Bordello d’oriente” e “Markettari sprovveduti.”

 

Essendo l’Italia lo stato della Chiesa, ovviamente, il gioco è incappato in non pochi problemi “etico-morali”.

Assodato che la morale è solo un’invenzione del prelato per costringere il popolo a pagare l’8x1000 e, ovviamente, per salvarli dalle spire infernali, entriamo più nello specifico.

Ad appena dieci giorni dal lancio sul mercato del gioco, la ormai ex-senatrice Emanuela Baio Dossi (Terzo Polo-APL-FLI), richiede in senato l’immediato ritiro del gioco dal mercato. Motivo: “Incitamento alla mercificazione del corpo femminile”.

Ad una qualsiasi persona fornita di un’intelligenza media, penso fosse ben chiaro l’intento dell’ideatore: denuncia sociale tramite l’ironia.

Evidentemente la sopracitata senatrice non è fornita della sopracitata intelligenza media.

Accertato questo, un acquirente del gioco ha così risposto alla senatrice:

 

“Ma rea di indurre allo sfruttamento della prostituzione? Di incitare alla violenza sulle donne?

Stiamo parlando di un gioco Signora. Di finzione.

Se così fosse come dovremmo giudicare il famoso gioco da tavolo Risiko? Un gioco che incita alla guerra?

Mi vuole dire che per lei un gioco sulla guerra è più accettabile di una satira sulle escort?

Vogliamo mettere alla gogna anche Cluedo? In cui il giocatore interpreta un assassino. O magari Monopoli, che incita al capitalismo selvaggio e al tentare di ridurre in bancarotta, anche passando per lo strozzinaggio, gli avversari?”

 

Dopo non ben chiare vicissitudini, nel marzo 2013, fortunatamente il gioco viene rilanciato sul mercato in una DELUXE edition.

Orsù dunque, la redazione consiglia vivamente “Squillo Game”, ben consapevole che si tratti di una satira dello sfruttamento della prostituzione in Italia, la quale, cieca di fronte agli effettivi problemi di questo mondo, mostra ancora reticenza, tanto per usare un eufemismo, nei confronti della legalizzazione dei bordelli svizzeri e olandesi. (Nonostante il borghese medio milanese si scapicolli in svizzera costantemente per soddisfare le proprie voglie.)

 

Lascio i link al sito del gioco, accompagnato dall’ultimo irrispettoso video del Divo.

 

http://www.squillogame.com/

https://www.youtube.com/watch?v=QSmDyazPv8s

 

La Fondazione Forma per la Fotografia ha inaugurato mercoledì la mostra Paradise del fotografo italo-svedese Joakim Kocjancic, che durerà fino al 23 giugno.

Nelle immagini dell'artista la città di Stoccolma avvolge le figure, con tracce di graffiti, saluti al paesaggio, messaggi da coloro che sono invisibili, catturati dal fotografo che è sia una parte dell'immagine, sia un elemento estraneo a essa, una persona sola che vede oltre la materia e che vuole andare fino in fondo, esplorare l'anima della città e delle persone che la animano.

Paradise offre un tour gratuito nel paese delle meravigliose illusioni, un incontro tra cielo e terra, tra bianco e nero, attraverso fotografie di vita in movimento, tentando di opporre resistenza a ciò che ci distrugge, i poteri e il tempo.

Joakim Kocjancic nasce a Milano nel 1975, dopo aver frequentato l'Accademia di Belle Arti di Firenze e Carrara, si sposta per diverse città europee e consegue un master di fotogiornalismo alla London College of Communication. Nel 2006 si stabilisce a Stoccolma e realizza alcune mostre, trovando la sua ispirazione nella fotografia di strada con riferimenti alla tradizione americana, giapponese e ovviamente al neorealismo italiano. Nel 2009 è membro dell'agenzia fotografica Linkimage ed è stata selezionato due volte al Foto Festival di Roma. Nel 2010 vince in Svezia il premio per la migliore fotografia in bianco e nero.

Dal 29 maggio al 23 giugno Fondazione Forma per la Fotografia Piazza Tito Lucrezia Caro 1 Milano

Info: www.formafoto.it Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo. 0258118067 0289075419

Lora Lamm, la grafica pubblicitaria “delle donnine”, artista, pittrice del secondo dopoguerra milanese è  in mostra negli spazi del m.a.x. Museo di Chiasso con un’esposizione dal titolo “Grafica a Milano 1953-1963”. La raccolta di opere in mostra si inserisce nel filone della grafica contemporanea e propone un focus sull’attività giovanile della celebre creativa nella città di Milano fra gli anni ’50 e ’60. Lora Lamm opera una trasformazione nel campo del graphic design: i suoi lavori hanno forte capacità comunicativa, sono ricchi di colore e dai tratti leggiadri, e le semplici forme disegnate risultano immediate e al contempo vitali e giocose. L'esposizione raccoglie una sessantina di manifesti e un centinaio fra bozzetti, biglietti di invito, carte da pacco, packagin: tutti lavori che Lora Lamm realizzò su commissione de La Rinascente, Pirelli,  La Centrale del Latte di Milano, Elisabeth Arden. Una sala dell’esposizione è inoltre dedicata al periodo tra gli anni '50 e '60 in cui avvenne un sodalizio collaborativo tra Lora Lamm e Max Huber, portando alla scoperta dei lavori di entrambi. Lora Lamm, con la sua grafica lineare, pulita e spensierata ha rivoluzionato l’immagine e la comunicazione nell’Italia del dopoguerra proponendo campagne pubblicitarie di impatto immediato e forte carica emozionale. La mostra è aperta fino al 21 luglio 2013.

Per informazioni: www.maxmuseo.ch

 

I Killers, la band americana capitanata dal bel Brandon Flowers, ritorna in Italia per 3 date esclusive: si comincia martedi 11 giugno presso l’Ippodromo delle Capannelle (Roma) per poi continuare il 12 nell’Ippodromo del Galoppo (Milano) e il 17 nella splendida cornice di Piazza Napoleone a Lucca, teatro del Lucca Summer Festival.

I nostri saranno accompagnati da due gruppi di tutto rispetto: i gallesi Stereophonics nelle date di Roma e Milano, e gli statunitensi Black Rebel Motorcycle Club in quel di Lucca.

I 4 di Las Vegas sono reduci dal successo internazionale del loro ultimo album, Battle Born, uscito nel settembre 2012  e trascinato dal singolo Here with me, impreziosito da un video diretto nientemeno da Tim Burton (già regista del singolo Bones del 2006) e che vede la partecipazione della sempre eterea Winona Ryder.

Il video riprende le atmosfere decadenti Burtoniane ed è stato girato a Blackpool, amena destinazione vacanziera britannica rimasta ferma, per stile ed atmosfera, agli anni ’50.

Il main concept del video sta nella storia d’amore tra un giovane e la statua di cera di Winona Ryder, creata per l’occasione dai celebri maestri del Museo di Madame Tussauds di Londra.

L’album segue i fortunati  Day &Age (2008), Sam’s Town (2006) e Hot Fuss (2004), disco di esordio e di maggior successo per la band, grazie alla presenza di veri e propri inni generazionali come Mr.Brightside e Somebody Told Me .

La musica dei Killers risente di molteplici influenze, a partire dalla new wave per proseguire con David Bowie, U2, i New Order e i Queen.

La fede mormone non impedisce al leader Brandon Flower, di dedicarsi anima e corpo alla musica, tanto da pubblicare nel 2010 il suo primo album solista, Flamingo, anticipato dal singolo Crossfire, il cui video vede come protagonista una Charlize Theron in versione Rambo.

Una band americana dalle sonorità britanniche: questi sono i Killers, che tra eyliner, piume e lustrini, ci raccontano di fanciulle in fiore, amori da casinò e fughe nel deserto del Nevada.

What happens in Vegas doesn’t stay in Vegas

The Killers-Here with me

http://www.youtube.com/watch?v=7SxTyvOixJA

E’ un percorso pieno di domande alla vita e sulla vita quello che coinvolge gli spettatori chiamati a seguire Augusta, protagonista del nuovo film del regista bolognese Giorgio Diritti.

 

“Un giorno devi andare” affida all’espressività del paesaggio umano e naturale dell’Amazzonia, dolorosamente attraversato dagli sguardi della protagonista Jasmine Trinca, il compito di raccontare un viaggio dell’anima, materia rara nel cinema italiano che avvicina piuttosto il regista all’orizzonte filmico europeo. E’ il dolore a spingere Augusta lontano dall’Italia, a metterla di fronte alla diversità estrema delle popolazioni indios che una missione cattolica sembra imprigionare ancora nelle trame culturali dell’occidente.

Allora la giovane e inquieta Augusta sceglie di andare oltre, di vivere dal di dentro tutti i limiti e le diversità di quella terra, scoprendo quanto la precarietà materiale possa abbattere ogni filtro con la sua interiorità, spazzando via le difese dalla sofferenza. Ma la quotidianità lasciata a casa continua ad irrompere con le figure della mamma e della nonna della donna, definendo nella storia una molteplice immagine del femminile in diversi momenti esistenziali, alla quale si aggiunge la presenza di una ragazza amazzonica il cui destino si incrocia con quello della protagonista trasformandola quasi nel suo alter ego, in un rovesciamento di costumi e abitudini tra due mondi apparentemente molto distanti.

 

Non sono le parole a definire il racconto del film costruito piuttosto sulla forza dell’immagine – e dunque sulla fotografia e il talento registico – dominata dalla natura essenziale, senza artifici, seguita nel suo corso, con tutte le difficoltà tecniche del caso, nel pieno rispetto dei luoghi e della forza narrativa scaturita dal contatto elementare, quasi primigenio, della protagonista coinvolta come persona prima che come personaggio nell’esperienza del film.

E’ necessario che anche il pubblico posto di fronte al film si metta presto in cammino per superare la pigrizia dello sguardo, andare oltre i confini della lingua e della forma per afferrare il messaggio di stile e di contenuto racchiuso nella coraggiosa ed originale regia di Diritti, sostenuta da un cast pienamente a servizio del progetto, coinvolto e aperto all’incontro con la comunità indios e con gli attori non professionisti scelti dal regista per affiancare gli interpreti italiani. Una fusione armonica che trapela dopo scena dopo scena equilibrando la presenza “straniera” fino a confonderne l’identità, persa nei meandri della foresta e quasi abbandonata nel flusso naturale.

 

Nel finale una liberazione, per Augusta e per lo spettatore che la accompagna, avvertita come esigenza di perdersi per ritrovarsi, priva però di una chiusa razionalmente definita, in sospeso come è proprio della dimensione dell’andare, senza un “dove” che imprigioni l’occhio aperto verso l’infinito.

 

È il più grande innovatore del teatro italiano,l’unico che è riuscito ad avvicinarsi all’amarezza,al realismo di Eduardo De Filippo, alla sperimentazione e alla ricerca del teatro newyorkese con la stessa intensità e bravura. Carlo Cecchi dichiara di amare Shakespeare sopra ogni altra cosa, di considerarlo il suo unico maestro, ma poi sulle tavole del palcoscenico offre ai suoi spettatori interpretazioni crude e prive di ogni fronzolo del teatro elisabettiano avvicinandosi alla contemporaneità amara e gotica di Carmelo Bene.

 

Cecchi sa essere magistrale nella prosa radiofonica e nell’interpretazione cinematografica. Incanta con la sua voce profonda e cupa e con la sua gestualità misurata, intensa, essenziale che ha imparato e sperimentato recitando Cechov, Pirandello, Brecht, Moliere.

Carlo Cecchi è il solo attore italiano vivente che sa essere uno e centomila insieme, ma che sa trasformarsi in “nessuno” quando deve dare l’idea del senso stesso dell’esistenza umana.

 

 

Per questo registi importanti e internazionali, ma anche autori esordienti come Martone e Valeria Golino si sono affidati completamente a lui quando si è trattato di portare in scena personaggi difficili, attuali e drammaticamente veri.

 

 

In Morte di un matematico napoletano Cecchi rivela al pubblico del grande schermo quanto possa diventare tediosa e insopportabile la vita, anche per un razionale e serioso professore di matematica pura.

Il film è una denuncia sociale delle più dure e Carlo Cecchi rende il personaggio di Renato Caccioppoli così reale e orribile da meritarsi il Premio Speciale al Festival di Venezia.

 

Nel 2007 gli viene consegnato il premio Gassman come migliore attore teatrale, ma Cecchi ha già girato film come Il bagno turco, Arrivederci amore, ciao, Il violino rosso, Io ballo da sola.

 

Nato a Firenze nel 1939, dove ha cominciato a recitare poco più che ragazzo, si è fatto conoscere dal grande pubblico e dalla critica con Finale di partita di Samuel Beckett, la più grande interpretazione mai stata fatta del protagonista dell’opera in tutta la storia del teatro.

 

Per Carlo Cecchi il teatro è tutto, il rapporto tra attore e pubblico in sala diventa allora per lui l’unica forma possibile di dialogo e di arte. “Il teatro è calore, è vita, ed è l'unica forma d'arte che non si trova su internet” dice spesso a tutti, una filosofia che egli per primo segue scrupolosamente e quando si “presta” al cinema lo fa solo per sceneggiature che hanno una scrittura quanto più vicina a quella teatrale, ovvero pura ed essenziale.

 

La sua ultima fatica cinematografica lo vede nei panni del coprotagonista del lungometraggio, Miele, diretto da Valeria Golino. La sceneggiatura è tratta da un romanzo di Covacich, ma il personaggio interpretato da Carlo Cecchi rimanda a ben altro.

Sicuramente è presente un richiamo al matematico napoletano di Martone, con la medesima difficoltà di vivere una vita che non appassiona più e da cui non si pretende più nulla; e ai più attenti non sarà sfuggita neppure la similitudine con la scelta inaspettata e lucida di Mario Monicelli, che ultranovantenne decide di suicidarsi buttandosi dalla finestra della sua camera di ospedale.

 

Carlo Cecchi  diventa, così,  la trasposizione concettuale, teatrale e filmica di uomini veri, reali, tormentati e coraggiosi, almeno a loro modo, e lo fa con tutto il rigore dell’attore novecentesco e la modernità dell’uomo contemporaneo, unendo luci e ombre, interpretazione classica e attualità di linguaggio.

Se pensiamo poi che lui non ama e non ha mai amato definirsi artista ma solo attore si può comprendere quanto per lui recitare non sia soltanto una professione ma la passione che guida le sue scelte e lo fa reinventare a ogni nuova interpretazione e a ogni nuovo personaggio.

La stessa morte per Carlo Cecchi diventa allora metafora e allegoria da accogliere fino in fondo per dare un senso compiuto alla vita di ogni uomo.

Lui è un grande regista italiano, lei un’intensissima attrice, simbolo degli anni d’oro del Neorealismo; l’altra, la bella collega rivale, arriva in Italia dal Nord Europa per girare un film e distruggere il loro amore. Sotto i riflettori c’è Roberto Rossellini – un matrimonio alle spalle e una relazione in corso con Anna Magnani - trascinato nello scandalo per l’unione con la svedese Ingrid Bergman, già diva ad Hollywood, stregata dalle pellicole del cineasta italiano al punto da indirizzargli una lettera che suonava più o meno così: “Caro Signor Rossellini, ho visto i suoi film Roma città aperta e Paisà e li ho apprezzati moltissimo. Se ha bisogno di un'attrice svedese che parla inglese molto bene, che non ha dimenticato il suo tedesco, non si fa quasi capire in francese, e in italiano sa dire solo 'ti amo', sono pronta a venire in Italia per lavorare con lei”.

E’ il 1950, il film galeotto è “Stromboli terra di Dio”, protagonista una straniera che non riesce più a vivere con un povero pescatore siciliano. A darle voce e corpo è proprio lei, l’algida Ingrid, icona di quella borghesia europea che con il suo stile e i suoi valori comincia a frasi strada nell’Italia del dopoguerra e nel cinema che la rappresenta, sostituendo nell’immaginario filmico la drammatica figura della figlia del popolo che da “Roma città aperta” in avanti fu identificata con la disperata corsa verso la morte della Magnani.  Anna, donna e artista appassionata, rapisce i sensi di Rossellini mentre stanno girando il film, il sentimento li travolge e si riversa nell’arte.

Nel 1948, tre anni dopo “Roma città aperta”, rinnovano infatti il sodalizio artistico con il film “L’amore”, in cui verità e finzione si fondono nell’inquietante presagio del personaggio della Magnani abbandonato dal compagno: è incombente la minaccia sulla loro felicità, la nordica diva che già sogna il cinema italiano e il suo maestro.

Due isole belle e selvagge, due set, ancora una volta, saranno teatro del triangolo cine-amoroso più chiacchierato del momento: a Stromboli Rossellini sceglie la Bergman come musa e amante, mentre il tradimento scatena nella furiosa Magnani la vendetta con “Vulcano”. E’ il regista americano William Dieterle a dirigerla negli stessi giorni poco lontano dal vento scandaloso del nuovo amore.

 

Dive dai destini incrociati: Ingrid rimarrà in Italia da attrice e moglie di Rossellini, fino alla crisi che “Viaggio in Italia” racconta, con-fondendo ancora una volta cinema e vita, nel segno della verità umana indagata oltre ogni finzione dal grande cineasta. E Anna? La tormentata Anna? Hollywood, persa la Bergman ormai accasata nel Bel Paese, la accoglie alla fine degli anni Cinquanta e la celebra con un Oscar per  “La rosa tatuata”, sottraendola però solo per pochi anni al cinema italiano al quale tornerà, passata la bufera, per concludere la sua carriera, ritrovando quel legame forse mai spezzato con Roberto che le sarà accanto fino alla fine, accompagnandola nell’ultimo viaggio verso il Paradiso degli artisti.

Ultimo dei vedutisti veneti dell'Ottocento, erede dei maestri come Antonio Canal (meglio conosciuto come Il Canaletto), Francesco Guardi e Bernardo Bellotto, a Guglielmo Ciardi viene dedicata una mostra alla GAM Manzoni. Centro Studi per l'arte moderna e contemporanea. 

 

Fino al 31 maggio si potranno ammirare 25 opere dell'artista, provenienti da collezioni italiane ed estere, ripercorrendo, in ordine cronologico, la sua produzione.

 

Vero cantore delle magiche atmosfere della laguna, dei palazzi storici, delle calli, dei canali e dei territori circostanti, nacque il 13 settembre 1842 a Venezia e studiò all’Istituto di Belle Arti della sua città.

Uscito dall'accademia, si liberò dalle regole apprese negli anni di studio (senza dimenticare l'importante insegnamento del professor Domenico Bresolin) per ispirarsi esclusivamente alla natura, con una pittura dal vero e all'aperto, scegliendo i luoghi natali come soggetto: uno stile che risulta originale rispetto ai maestri del passato.

Nei suoi viaggi in Italia, incontra Telemaco Signorini, i macchiaioli, Diego Martelli e Nico Costa.

Con il quadro Messiodoro (1886) raggiunse la celebrità, vincendo la medaglia d'oro alle esposizioni di Nizza e Berlino, e fu acquistato dalla Galleria Nazionale d'Arte Moderna di Roma.

Insegnò all’Accademia di Venezia dal 1894 fino alla morte, avvenuta nel 1917.

 

L'esposizione, curata da Francesco Luigi Maspes ed Enzo Savoia, è l'occasione per approfondire lo studio e la conoscenza dell'artista.

 

GAM Manzoni. Centro Studi per l'Arte Moderna e Contemporanea

Via Alessandro Manzoni, 45

Milano

 

tel. 02.62695107

www.gammanzoni.com

 

Dal martedì al sabato dalle 10.00 alle 13.00 e dalle 15 alle 19.00

Ingresso libero

Il celebre scrittore e poeta tedesco Herman Hesse è ospite con un’eccezionale mostra d’arte nella cornice della Torre delle Arti del Borgo di Bellagio, la “perla del Lago di Como”.

Herman Hesse, autore di testi di grande successo come Siddartha, Narciso e Boccadoro, nonché vincitore del Premio Nobel per la Letteratura nel 1946, arriva sul Lago di Como con i suoi acquarelli.

Fino al 2 giugno si potrà visitare la mostra “HERMAN HESSE IN VISITA A BELLAGIO”, una ricca esposizione di acquarelli realizzati dallo scrittore.

Sono ben 35 le opere presentate, tutte parte dell’eredità che Hermann Hesse lasciò al figlio Heiner, a sua volta da lui oggetto di lascito alla figlia Eva. Lo scrittore, oltre agli acquerelli mette a disposizione dei visitatori alcuni documenti ed oggetti appartenenti al nonno.

“HERMAN HESSE IN VISITA A BELLAGIO “ esprime il profondo amore che il poeta tedesco ha sempre manifestato per l’Italia ed in particolare per lo splendido Lago di Como con i suoi giardini e ville storiche, piccoli borghi e paesaggi mozzafiato.

Tuffatevi indietro nel tempo e immergetevi in un viaggio alla scoperta dell’arte di Herman Hesse tra esistenzialismo, spiritualismo e misticismo.

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