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Il 23 febbraio esce "Distante Fire", l'EP di debutto dei Cairobi, nuova incarnazione dei Vadoinmessico

Pubblicato in Tête-à-tête
Lunedì, 11 Febbraio 2013 12:54

Zaha Hadid: l'architetto delle emozioni

“Il lusso a grande scala e per tutti: questo è lo scopo dell’architettura”. Sono sicuramente parole provocatorie, ma testimoniano lo spirito e le idee della più grande architetto mediorientale, Zaha Hadid, per la quale il lusso va inteso come bellezza, come l’armonia e il piacere di entrare in uno spazio che trasmetta emozione e la cui qualità non deve essere condizionata dal prezzo. “L’architettura deve offrire piacere. Entrando in uno spazio architettonico le persone dovrebbero provare una sensazione di armonia, come se stessero in un paesaggio naturale, al di là delle dimensioni e del valore economico dello stesso. Proprio qui risiede il mio personale concetto di lusso: è qualcosa che non ha nulla a che vedere con il prezzo, piuttosto con le emozioni che l’architettura riesce a trasmettere”. Belle parole che si rispecchiano in strutture in progetti che lasciano senza fiato per la loro bellezza, per la loro particolarità e per la loro capacità di sorprendere.

Zaha Hadid è una donna straordinaria, che è stata capace di farsi apprezzare dal mondo, un mondo prevalentemente maschilista e occidentalista; nasce a Baghdad nel 1950, da una famiglia benestante e si trasferisce a Londra a poco più di vent’anni per studiare architettura. Fin dai suoi esordi si percepisce la sua capacità di coniugare fantasia, libertà espressiva e rigore formale, derivante dai suoi studi matematici in patria. Si è parlato, a tal proposito, di “caos controllato”, di una apparente mancanza di ordine che rivela in realtà tanti ordini diversi che si intrecciano tra loro, senza una gerarchia di forme o strutture, ma una molteplicità di parti che interagiscono tra di loro.

Non dimentica mai i suoi natali, affermando che il suo non essere europea potrebbe essere il motivo per cui le sue opere appaiono più emozionali e intuitive. È il caso della stazione dei vigili del fuoco di Campus Vitra, a Weil am Rhein, in Germania, un edificio destinato al mantenimento della sicurezza all’interno del grande polo industriale del paese tedesco: i diversi corpi della struttura sono trattati come entità uniche, dove i muri si mescolano, si incastrano, si sovrappongono e si inclinano senza soluzioni di continuità, quasi come se la loro realizzazione fosse casuale, ma tanto originale da suscitare meraviglia.

Meraviglia che suscita anche il Contemporary Arts Center di Cincinnati, negli Stati Uniti, dove l’attenzione per i particolari si evince nelle soluzioni curve che connettono le pareti verticali al pavimento, soluzione che addolcisce la struttura, rendendola armoniosa.

Sono tre i materiali, le “materie prime” che la Hadid utilizza con costanza e in modi estremamente differenti: cemento armato, spesso a vista, acciaio e vetro, elementi che emergono in tutta la loro maestosità nel complesso residenziale del viadotto di Spittelau, in Austria, realizzato nel 2006, in cui sembra oltrepassare i confini dell’architettura e dell’urbanistica, sperimentando nuovi concetti spaziali, sfidando la legge di gravità, appoggiando quelle che sembrano pesanti membra su sottili gambe piegate dallo sforzo.

Nello stesso anno la Hadid progetta anche il Maggie’s Centre di Kirkcaldy in Scozia, dove cerca di creare degli ambienti dall’atmosfera rilassata, dove la luce ha un ruolo predominante: grandi vetrate permettono di osservare l’area verde circostante e i colori e i materiali sembrano accentuare il sincretismo dell’opera: il cemento armato è scuro e brillante ed è utilizzato solo per quelle pareti che necessitano di isolamento acustico e psicologico.

Oggi Zaha Hadid è uno degli architetti più conosciuti e famosi al mondo, e il suo curriculum è ricco di premi, riconoscimenti e onorificenze. Può vantare un primato del quale va molto fiera: essere stata la prima donna a ricevere il Pritzker Price, che ha ricevuto a soli 53 anni, nel 2004. Si tratta della più alta onorificenza nel campo dell’architettura, il cui scopo è premiare l’artista vivente che si sia distinto per talento, impegno e abilità creativa, realizzando opere che possono essere considerate un “significativo contributo dato all’umanità ”. È particolare osservare che solitamente il premio viene assegnato a noti architetti ormai alla fine della loro carriera, mentre la Hadid lo ha ricevuto quando la sua carriera era in piena maturazione.

Un grande riconoscimento per l’opera di una grande artista che ancora ci sta regalando meravigliose opere: presto vedremo in Italia vedremo completa la riqualificazione della zona fiera, dove la Hadid, in collaborazione con Arata Isozaki e Daniel Libeskind, sta regalando anche al nostro paese un esempio della sua grande creatività e passione. (Per chi volesse notizie e informazioni sull’opera dei tre grandi artisti in Italia può visitare il sito ufficiale http://www.city-life.it/it/). Non sarà il suo primo lavoro in Italia: tutti possiamo ammirare il genio creativo della Hadid nella meravigliosa struttura del MAXXI a Roma. Il Museo nazionale delle Arti del XXI secolo è un museo di arte contemporanea realizzato a partire dal 1999, anno in cui è stato approvato il progetto. Si tratta di un campus dalle molteplici funzioni: gli spazi articolari e complessi passano da aree dedicate al museo a quelle dei laboratori per la ricerca, agli spazi per l’accoglienza, per il commercio ma anche per gli eventi culturali. Dopo più di 10 anni di lavori, il 28 maggio 2010 il MAXXI viene inaugurato: oggi tutti possono ammirare questo luogo di sperimentazione, dove gli elementi costruttivi, i materiali e l’estetica dimostrano la grande personalità della Hadid.

A noi di Nerospinto piace Zaha Hadid per la sua poliedricità: la sua capacità di esprimere le sue brillanti idee tanto in opere di grande respiro, tanto in piccoli ambienti come l’atelier per Chanel, oppure in collezioni di calzature, come quella realizzata per la Lacoste. Ci piace la sua attenzione per le emozioni e per i più piccoli particolari, ma anche per le provocazioni. Proprio come noi di Nerospinto.

Pubblicato in Cultura
Lunedì, 28 Gennaio 2013 13:46

L'architettura è donna

Si è spenta lo scorso primo novembre uno dei più grandi architetti e designer italiani, Gaetana “Gae” Aulenti, donna dal forte carisma, tanto da segnare indelebilmente la storia dell’architettura contemporanea. Nata in provincia di Udine, nel 1927, si laureò in architettura al Politecnico di Milano, iniziò la carriera accademica prima come assistente di cattedra a Verona e successivamente a Milano. Si formò in un clima come quello degli anni ’50 milanesi, dove si stava tentando un recupero dei valori architettonici del passato, convergendo nel movimento Neoliberty, come reazione al razionalismo.

La critica ha più volte identificato proprio nell’Aulenti colei che per prima, senza finzioni o falsi moralismi, aveva provveduto alla crisi del Movimento Moderno, mettendo da parte il culto dei maestri, metodologie e tecniche per applicarsi senza remore alla sperimentazione di nuovi e più attuali linguaggi.

Soprannominata la “pendolare del bello”, si presentava come una donna fredda ma cordiale, semplice, quasi claustrale, con quel capello corto e quel tono duro, aspro, che le permetteva di tenere testa a qualsiasi interlocutore. Ci si stupisce osservando le sue opere da architetto: ha sempre rifiutato partnership maschili per portare avanti i propri progetti. Apprezzare questo fatto oggi, dopo l’esperienza femminista, con una rivoluzione dei ruoli tra i generi che ancora oggi non si è conclusa, può sembrare marginale; eppure, ripensata agli anni ’50-’70 quando la situazione era certamente diversa, testimonia senza dubbio la forza di carattere di questa donna architetto, che affermava che il profumo migliore fosse l’odore del cemento e il suo obiettivo quello di rincorrere la semplicità, uno dei traguardi più difficili da ottenere.

La notorietà arrivò a metà degli anni Sessanta, quando disegnò la lampada da tavolo Pipistrello, un capolavoro di design dalle forme semplici, ma nello stesso momento ricercate ed eleganti; sarà la collaborazione con la Olivetti, nota produttrice di macchine da scrivere, a portare Gae Aulenti alla fama, tanto che di lì a poco arriveranno le prime importanti commissioni, come le ristrutturazioni chieste da Gianni Agnelli per l’appartamento in zona Brera e per altri progetti.

Membro attivo di numerosi comitati direttivi di riviste del settore, si avvicinò al mondo dei musei, curando la ristrutturazione e l’allestimento di alcuni tra i più prestigiosi edifici storici nazionali: Napoli, Bari, Palermo, Ferrara per citarne alcuni. È proprio in questi esempi che si evince quanto la Aulenti aveva a cuore: la decisione di mettere la sua architettura in stretta relazione con l’ambiente urbano già esistente, che prende a modello, quasi fosse la forma generatrice della sua idea, per creare spazi unitari ma dove i singoli elementi emergono in tutta la loro potenza.

Donna dal carattere forte non si lasciava sconvolgere dalle polemiche: quando nel 2007 il rosso lacca utilizzato per l’Istituto italiano di cultura a Tokyo venne definito “grottesco” e per qualcuno avrebbe potuto minare le relazioni diplomatiche tra Italia e Giappone, la Aulenti rispose “rosso è, e rosso rimane”, chiudendo ogni margine di trattativa.

Anche nella sua Milano non fu esente da polemiche e scontri: alla fine degli anni ’90, viene incaricata di ripensare gli spazi della stazione Cadorna, decidendo di porre al centro della piazza la scultura della coppia svedese Oldenburg, il famoso ago e filo in acciaio e vetroresina di diverso colore, quale omaggio alla famosa industriosità dei milanesi, incapaci di stare con le mani in mano. La critica non perse tempo, anche il sindaco Moratti si scagliò contro l’opera, arrivando a proporre di spostare l’opera in un parco della periferia. I milanesi furono d’accordo: da un sondaggio risultò che parteggiarono per il sindaco. L’opera però è ancora lì!

La fama della Aulenti varcò presto i confini italiani: in Francia, la “magicienne des formes”, realizzò uno dei suoi più grandi capolavori: il Museo d’Orsay, disegnando tutto lo spazio sotto la grande volta di vetro, inventando gli elementi d’arredo, dai mobili alle panchine, dalle sedie al desk d’ingresso, tanto che qualcuno la accusò di essersi fatta prendere un po’ la mano, preoccupandosi di valorizzare di più il suo lavoro che le opere che avrebbero dovuto essere esposte.

Gaetana non fu soltanto designer e architetto: negli anni ’70 cominciò la sua attività in campo teatrale, diventando scenografa e costumista. Il teatro diventa il mondo dove la trasgressione è concessa: lo spazio della scena viene per la prima volta identificato come antitesi alla platea e quindi deve perdere la sua forma codificata per sperimentare. La scena non è più soltanto un contenitore da abbellire ma un vero e proprio spazio in cui giocare.

A noi di Nerospinto piace ricordare Gae Aulenti perché ha saputo far valere i diritti delle donne senza essere femminista, ha saputo dimostrare che l’architettura non è solo un mestiere da uomini, ha saputo diventare uno dei grandi maestri dell’architettura senza essere un archistar.

Pubblicato in Cultura

Osservando le architetture di Frank O Gehry, ci si trova davanti a creazioni fantastiche, mitiche, inimmaginabili. Le forme non sono pure, i materiali acquistano una fisionomia così articolata da non essere più semplici materiali: diventano il cuore pulsante dell’opera; caos, movimento, creatività, diventano il suo marchio di fabbrica.

Gehry riesce a ribaltare tutte le concezioni artistiche: il suo stile, che rompe con la classicità di linee e forme del Movimento Moderno, è informale, completamente lontano da rigore e formalità in auge negli anni Settanta e Ottanta. Frank rivoluziona il mondo dell’architettura, che ancora oggi, lo ringrazia. È proprio con Frank e le sue opere che si fa nascere il movimento decostruttivista: geometrie instabili con forme disarticolare e decomposte, dove i volumi sono frammentati, deformi, tagliati in modo asimmetrico e lontani dai canoni estetici tradizionali. Il decostruttivismo punta a “decostruire” ciò che è costruito, a ribaltare le linee dritte, che invece ora si piegano senza una precisa necessità.

Ephraim Goldberg nasce a Toronto nel 1929 da una famiglia ebrea di origini polacche che decide poi di trasferirsi in America: è in California che Frank si laurea in architettura e dopo una lunga gavetta, apre il suo studio a Santa Monica, nel 1962. Cambia il suo nome alla nascita della figlia: vuole che il peso delle sofferenze e delle ingiustizie subite in gioventù non gravi anche sulle nuove generazioni.

Il suo nome comincia presto a farsi conoscere in tutto il mondo: edifici si possono osservare in ogni parte del mondo, dalla California al Meryland, dal Connetticut al Minnesota, dalla Germania alla Spagna, dalla Repubblica Ceca alla Svizzera e in molti altri paesi del mondo, con più di dieci progetti in fase di esecuzione o costruzione; sono oltre 50 le opere completate mentre una ventina sono i progetti in fase di completamento, testimonianza di un successo planetario.

Non si contano premi, riconoscimenti e mostre a lui dedicate; in Italia è stato protagonista di una mostra a tema alla Triennale di Milano nel 2009, mentre l’anno prima gli è stato consegnato il Leone d’oro alla carriera alla Mostra Internazionale di Architettura di Venezia.

Nel 2005 l’amico Sydney Pollack gli dedica un bellissimo documentario in cui è Frank racconta la sua arte, dalla nascita dei progetti alle difficoltà di realizzazione, alle paure dei committenti quando le sue idee sembrano troppo estreme.

“Se oggi il mondo è più bello lo dobbiamo anche al genio di Frank Gehry, uno dei più grandi architetti viventi”, dice Pollack, ed è vero. Con una serie di interviste, Sydney si fa raccontare come nasce un’opera d’arte come quelle di Frank, da dove prende le idee, come procede nella realizzazione.

Frank è anche diventato un personaggio dei cartoon: in un episodio dei Simpson viene chiamato in città per realizzare un nuovo auditorium che deve fare invidia: l’ispirazione per il progetto nasce da una cartaccia gettata a terra, tutta accartocciata.

Come da lui stesso ammesso, Gehry deve molto all’utilizzo del computer: è il cervello elettronico che gli consente di capire se la sua fantasia si sta spingendo troppo oltre, se la sua idea è destinata al fallimento; ogni struttura ha i proprio problemi costruttivi e se i calcoli accertano che i suoi edifici saranno stabili e capaci di stare in piedi, allora la fantasia può correre libera e noi possiamo osservare degli edifici magnifici e decisamente particolari.

Tra le opere che più lo hanno reso famoso va annoverato di certo il Museo del Guggenheim di Bilbao, la piccola città basca che è diventata famosa in tutto il mondo proprio per il suo museo e che attira migliaia di visitatori ogni anno. Titanio, pietra calcarea, cristallo, creano una struttura disorganica, che da lontano la fa assomigliare ad una nave e che, con il sole, fa brillare i pannelli come le squame di un pesce. Le superfici non sono piane, si sormontano l’una sull’altra, creano un gioco di volumi, di pieni e vuoti, che la critica non sempre ha apprezzato: il museo venne chiamato “fabbrica di formaggi” da uno degli esponenti della comunità basca.

La critica non ha sempre ben accettato le opere di Frank, che ha fatto della creatività il suo cavallo di battaglia. All’arte non si comanda, verrebbe da pensare, anche quando trae ispirazione da un cestino dei rifiuti: “pensate a quante idee, a quante forme e quante superfici ci sono lì dentro”, ha affermato Gehry.

Creatività, intelligenza e aiuto delle nuove tecnologie: Frank O Gehry è diventato uno dei più grandi architetti del nostro tempo. “Ci sono riuscito grazie al computer”, ammette.

La tecnologia non basta, sono le idee che fanno grande un uomo. Le idee di Frank sono diventate realtà, e possiamo ammirarle, e sorprenderci di come un solo uomo abbia potuto fare tanto per l’architettura.

 

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