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Attenzione ai dettagli e menù arricchito: Hambistro di via Savona cambia volto con numerose nuove proposte

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Amuse Bouche è un piccolo bistrot dallo stile francese tutto da scoprire in via Savona.

L’atmosfera nostalgica francese mescolata a colori industriali e materiali decisi.Una piccola bottega dal sapore del tempo che fu, un laboratorio di idee sfiziose. Tutto questo è Amuse Bouche: di francesini e altre malizie.

Lo trovate al civico 13/a di via Savona, a Milano, a pochi passi dall’hamburgeria HamBistrot e dall’okonomiyaki street food giapponese di Maido.

Amuse Bouche in francese significa “divertimento per la bocca” e racchiude un concetto geniale nella sua semplicità ma tutt’altro che facile da realizzare: francesini da 30 grammi l’uno da mixare tra loro per solleticare il palato e riceverne una esperienza sensoriale completa. Da gustare in pochi bocconi, accompagnati da ingredienti gustosi e di alta qualità, sono irresistibili spuntini da mangiare uno dietro l’altro.

Accanto ai mini francesini trovate anche un’offerta di piccoli piatti, sempre in ottica assaggio, pensata per chi non cede alla tentazione dei carboidrati ed una golosa proposta di dolci, tutti da assaggiare.

Oltre alla qualità del pane e alla ricerca di abbinamenti raffinati e sfiziosi, il locale si distingue, appunto, per l’originalità dei nomi dei francesini, che rimandano ironicamente alla Francia, attraverso storpiature o giochi di parole in cui gli ingredienti che compongono i panini sono i protagonisti. Chapeau alla copy Morena Rossi!

Non lasciatevi sfuggire, tra gli altri, il “Decolleté”, a base di speck, primo sale, crema di pere caramellate -davvero eccezionale-. Da assaggiare pure il delizioso “Ne me quitte pas”, con crema di gorgonzola, pere caramellate, trevisana e noci, accompagnato magari dalla birra artigianale "‘Na Biretta", una birra bionda biologica, ispirata alle Lager tedesche.

Se avete voglia di fare una scorpacciata di panini -che singolarmente costano dai 3 ai 5,50 €- è stata pensata una particolare “combo-degustazione”, grazie al vassoio di condivisione da 6, 12 o 24 pezzi.

Amuse Bouche è l’ideale per una pausa veloce, un pranzetto easy, un aperitivo sfizioso e una cenetta da farsi consegnare a casa. Ha solamente un difetto: si sa, un francesino tira l’altro.

 

Amuse Bouche: di francesini e altre malizie Via Savona, 13/A Milano 20144 www.amuse-bouche-.it Fb/ Amuse Bouche Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

 

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Ho incontrato Paolo Giordano la prima volta qualche anno fa, a San Giorgio Lomellina, in una sala gremita all’inverosimile per un incontro con l’autore organizzato dalla biblioteca locale. Era uscito da poco il suo primo romanzo, La solitudine dei numeri primi, e mi diede l’impressione di un ragazzo un po’ timido e impacciato, in imbarazzo davanti a quella grande quantità di gente venuta per ascoltare proprio lui. Rispondeva alle domande dell’intervistatrice con semplicità e chiarezza, quasi scusandosi del successo del suo libro. Ricordo di aver pensato che solo un giovane poteva scrivere in modo così attento e coinvolgente di altri giovani, solo un giovane poteva descrivere così bene le angosce di due giovani problematici come Mattia e Alice. Perché Mattia e Alice sono due giovani ‘speciali’, privi delle difese naturali necessarie per vivere nella società moderna e con i moderni coetanei. Mattia è un autistico ad alto funzionamento, un genio matematico che non riesce a stabilire rapporti normali con le persone che gli stanno intorno e che si porta dentro un grande segreto che pesa come un macigno: la scomparsa della sorella gemella handicappata che lui ha lasciato da sola in un parco quando erano bambini. Alice è prigioniera delle aspettative di un padre insensibile ai suoi bisogni e alle sue paure, e, soprattutto, inconsapevole del fatto che sua figlia sia caduta nel baratro dell’anoressia.

Mattia e Alice sono destinati ad incontrarsi, ma come due numeri primi gemelli, separati da un solo numero e quindi “vicini ma non abbastanza per sfiorarsi davvero”. Le loro anime si cercano e si desiderano per tutto il libro, ma la loro condizione non permette loro di trovarsi davvero, ognuno rimane chiuso nella sua solitudine, che nessuno riesce a spezzare. Un libro che per certi versi non offre alcuno spiraglio di speranza, nessuna possibilità di felicità a chi è diverso, nessuna medicina da parte del tempo.

Ho rivisto Paolo Giordano il 28 ottobre scorso durante la trasmissione Che tempo che fa, mi è parso più maturo, sicuro di sé davanti alla telecamera, l’accento torinese era meno marcato. Anche il suo nuovo romanzo è un romanzo che parla di maturità e di maturazione, del passaggio dalla giovinezza all’età adulta, che qui avviene in modo inesorabile e traumatico. Il corpo umano è un romanzo nato durante i due reportage che Giordano ha fatto in Afghanistan per Vanity Fair, un romanzo di guerra combattuta contro un nemico e di guerre combattute contro sé stessi. I protagonisti de Il corpo umano sono ancora giovani: un gruppo di militari ventenni che partono per la missione in Afghanistan e vengono assegnati ad uno sperduto e pericoloso avamposto nel Gulistan, un recinto di sabbia in mezzo al nulla.

In un’atmosfera di noia angosciante, che ricorda Il deserto dei Tartari, i militari saranno sospesi in un silenzio assoluto, rotto solo dai rumori del loro corpo, e dovranno fare i conti con le loro speranze, con le loro paure e con i problemi che hanno lasciato in Italia. Alla fine del libro, al loro ritorno, avranno irreversibilmente attraversato la linea sottile che separa la giovinezza dall’età adulta e saranno persone nuove.

Questo seconda opera di Giordano, che esce cinque anni dopo la prima, fornisce la prova definitiva di come il ricercatore di fisica teorica sia in realtà uno scrittore adulto a suo agio con tematiche ed impianti narrativi diversi, abile a scandagliare il cuore dei suoi personaggi e a metterlo a nudo.

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