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Viva, il nuovo singolo degli Zen Circus

E’ il singolo “viva” ad anticipare il sesto album in studio (quarto in italiano) del gruppo alternative rock formatosi in quel di Pisa.

Sotto l’alto patronato de La Tempesta Dischi, santuario di tutto quel sottobosco di cultura alternativa italiota il cui occhio del ciclone (a livello di risonanza mediatica, almeno) è da ritrovarsi nel folgorante esordio del Teatro Degli Orrori.

 

Ma se due anni orsono la band di Capovilla e Favero partorì un che potremmo eufemisticamente definire “deludente”, (il pachidermico, ancorchè indigesto concept sull’immigrazione “Il Mondo Nuovo”) andando a mostrare simultaneamente debolezze e manie di grandezza di una scena rock forse un po’ troppo pretenziosa e derivativa, l’ultimo Zen Circus navigava in direzione opposta.

 

Battendo la strada di un pop autoriale e minimalista, (per l’impiego di una strumentazione perlopiù acustica e una scrittura diretta ed asciutta) di una retorica comunicativa scevra da inutili e anacronistici orpelli vetero-cantautorali, la band di Appino andava a posizionarsi nell’ala più lontana dal sensazionalismo e facile presa di certo rock italiano. (leggi I Cani, Lo Stato Sociale)

 

Proprio perché di italiano, in senso stretto, la musica degli Zen Circus ha davvero poco; il loro è stato fin qui un garbato recupero di R.E.M. periodo IRS, il folk dei Violent Femmes, Pixies e Hüsker Dü (Candy Apple Grey, Warehouse: Songs And Stories) unito a delle liriche ironiche e caustica critica sociale.

 

Non si allontana molto da tali coordinate il nuovo singolo, costruito su riff acustici e incedere di rullante sul quale Appino vomita un testo “qui ed ora”, tra autobiografia e situazionismo sociale, da generazione in crisi sguazzante nei luoghi comuni e facili appigli post-ideologici. (non mancano riferimenti all’ascesa Pentastellata)

 

Non deve meravigliare il coro di “viva” finali, fra cui risalta un “viva il duce”: altro non è che una perizia psichiatrica nazionalpopolare da cui si può vedere il linguaggio privo di dignità di un paese senza rotta, spiaggiato su una grande crisi d’identità e becero revisionismo.

 

Se quindi da queste poche note è facile intuire che non vi saranno grandi stravolgimenti per quanto riguarda il sound del gruppo di Pisa, è altresì auspicabile un disco la cui musica sarà un semplice vettore per parlare di questo paese, orfano ormai di una vera e propria cultura popolare di protesta.

 

 

Redazione Nerospinto

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