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Quando l'amore è stato folle, esclusivo e drammatico non può finire. Neppure a distanza di anni e con la scomparsa di uno dei due protagonisti. Jane Birkin è Serge Gainsbourg si conobbero alla fine degli anni '60 sul set del film Slogan e fu subito amore folle e repulsione caratteriale. Lei era bellissima e di grande fascino, aveva già fatto innamorare mezzo mondo con la scena di nudo nel film di Antonioni del 1966 e aveva una carriera di modella, cantante e attrice già consolidata. Lui era il dannato, tenebroso, arrogante e geniale attore e cantante icona della musica sofisticata, poetica e impegnata degli anni cinquanta e sessanta del Novecento. L'attrazione tra i due fu immediata e travolgente. Così come il declino successivo. Jane e Serge alla fine erano troppo diversi. Lui, affatto bello ma dal fascino fatale, si divertiva a ignorare quasi tutte le donne, le snobbava e non le considerava quasi mai alla sua altezza. La Bardot lo aveva lasciato proprio per questo, stufa di essere considerata una bambolina bionda e basta. Jane, però, era diversa. Non solo era caparbia e molto bella ma anche una straordinaria artista, versatile e brillante, che garantiva successo e fortuna a tutto quello in cui si impegnava. Jane sfilava indossando semplici magliette con coulisse e dopo qualche ora tutte le ragazze di Londra ne volevano una; i fan rubavo spezzoni dei suoi film per poterli rivedere a casa in maniera ossessiva, la sua voce sensuale faceva vendere migliaia di copie di dischi in pochi giorni. Serge Gainsbourg era un intellettuale snob e scorbutico ma non era stupido e capì che con la bellissima Jane avrebbe potuto condividere la vita privata ma anche quella artistica. I due entrarono in sala di incisione e ne uscirono con la canzone scandalo degli anni '70 Je t'aime...moi non plus. Il loro sodalizio, finché durò, fu perfetto. Pellicole, dischi, vita mondana e artistica spinta al massimo e nel 1971 la nascita della loro figlia, Charlotte, oggi tra le attrici più sofisticate e brave della sua generazione. Intanto Jane all'apice della sua carriera gira con i maggiori attori del suo tempo come Hills, Schneider, Delon, Belmondo. Diventa una icona di nome e di fatto perché Hermes, dopo aver dedicato la Kelly alla principessa di Monaco, disegna una borsa tutta per lei, la Birkin ( oggi la borsa più amata dalle attrici di Hollywood), insomma è il periodo d'oro di Jane. Proprio in questo momento, però, tra lei e Gainsbourg qualcosa si rompe. Lui diventa geloso e più aggressivo del solito. Si chiude in se stesso e fa un uso massiccio di alcol. La Birkin capisce che il rapporto non è più recuperabile e che gli alcolici hanno preso nella vita di Serge il posto di lei e della sua arte. Perciò lo lascia e continua la sua vita, sposando e frequentando altri uomini. Fino a che Gainsbourg non la richiama e non le regala tre bellissimi e intensi album, tutti nuovi e da cantare sulla loro storia d'amore e sul loro legame. Jane e Serge così ritornano a loro modo uno nella vita dell'altra, fino al 1991, anno della morte di Gainsbourg. Jane continua la sua carriera di attrice e cantante e nel 2011 decide di omaggiare il grande amore della sua vita (l'uomo del suo destino) con una tournée nei maggiori teatri del mondo dove canta solo le canzoni scritte da Serge. In Italia Jane Birkin si è esibita il 7 e 8 marzo a Roma e Milano, incantando tutti con la sua sofistica voce e con il suo immutato fascino ma soprattutto con i testi di Serge Gainsbourg. E questo è ancora amore.

L'ultimo incredibile episodio di The Following ha permesso agli spettatori di fare un ulteriore e prezioso passo in avanti per comprendere la psicologia della setta di Carroll e intuire cosa ci si può aspettare dalle prossime puntate.

 

I seguaci sono stati presentati fin dal primo episodio come un gruppo unito, compatto e assolutamente motivato dal loro leader e dalla sua mission. Ciascuno di loro agisce, però in maniera libera e autonoma.  Ogni follower ha un compito ben preciso e un percorso criminoso per delineato da seguire.

Questo è  l'esercito di Joe Carroll. Follower pronti a tutto pur di portare a termine il loro compito e ad agire per lo scopo ultimo della setta.

 

Essendo la serie costruita in flashback, tutte le volte che appare un nuovo seguace e un nuovo pericoloso protagonista viene mostrato allo spettatore  come è avvenuto il suo incontro con il serial killer. Molti di loro sono stati affascinati dal Carroll docente universitario e esperto di Poe e della sua poetica, altri lo hanno incontrato in rete e ne sono divenuti seguaci e discepoli, tanto da volerlo poi incontrare in carcere. Nessuno, però, ha mai incontrato o conosciuto gli altri seguaci o almeno il regista fa credere agli spettatori che ogni discepolo ha la sensazione di avere un rapporto unico e particolare con il proprio leader, pur non ignorando la presenza degli altri membri della setta, ai quali sa di doversi interfacciare nel momento in cui gli verrà ordinato o richiesto da Carroll.

Unica eccezione è  Emma, che fin dal primo episodio collabora con l'ex coppia di finti fidanzati gay per il rapimento del figlio del serial killer. La donna,  anche se non esplicitamente detto, viene identificata dallo spettatore come il braccio destro di Carroll. È  la follower più preziosa e più “esaltata”, pertanto, la più pericolosa.

Emma sembra essere il filo sottile e invisibile che collega tutti i follower, l'unica a ricevere informazioni dagli altri e a condividerle con tutti a sua volta, fino all’ ultimo episodio.  Da questo momento in poi nella storia e nell'evoluzione della sceneggiatura cambia tutto. Qualcuno tradisce i due ragazzi che sono con Emma nella casa rifugio del New Jersey. La ragazza dopo una breve telefonata scappa dalla porta di servizio insieme con il figlio di Carroll che tiene in custodia e lascia i suoi coinquilini alla loro sorte. I due vengono feriti da agenti dell'FBI e un attimo dopo salvati da altri finti agenti seguaci di Carroll e membri anche loro del gruppo, per poi essere nuovamente lasciati al loro destino e inseguiti dalle forze dell'ordine. Emma, invece, riesce a mettersi in salvo aiutata da altri follower inviati dal serial killer e smette di rispondere al telefono ai due ragazzi.

 

Il tutti per uno e uno per tutti che sembrava tenere insieme ogni membro della setta di Carroll è sparito. Considerando che nessun seguace disobbedisce al leader della setta e che nessuno di loro agirebbe mai di propria iniziativa, perché Emma ha abbandonato i suoi complici e amici?

Ci sono follow di serie A e follow di serie B, alcuni membri della setta sono sacrificabili, quali? E soprattutto lo hanno saputo fin dall'inizio o sono anch'essi niente altro che vittime dello stesso Carroll?

Tutte domande senza risposta  per ora, ma i prossimi episodi saranno certamente da non perdere.

 

 

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Quando lo stile è una visione olistica dell’eleganza.

La poetica e la produzione artistica di Sophie Calle si possono descrivere solo in seno alla sua biografia. La sua vita è la sua opera. L’artista francese si cala nel ruolo di narratore, regista, attore e osservatore nella rappresentazione del proprio intimo e nella documentazione della vita privata altrui. Beppe Sebaste (L’Unità, 27 gennaio 2004) scrive di lei: “Le idee sono nell’aria, quindi sono di tutti. Ma l’unico tratto che distingue oggi l’arte dagli altri oggetti e pratiche della vita più o meno ordinaria è la firma, dalla cui “istituzione” dipende ogni ulteriore valorizzazione estetica. Catturare le idee e poi ridistribuirle come pezzo del proprio vissuto soggettivo: è il tratto costante e comune alle opere concettuali di Sophie Calle. Ossia fare del mondo, di ogni cosa del mondo, la propria autobiografia.”.

Una delle più note opere di Sophie Calle è Prenez soin de vous, presentata alla Biennale di Venezia nel 2007: fotografie, lettere, video e installazioni di 107 donne che leggono un messaggio di addio che un uomo, per la fine di un amore, ha inviato all’artista, commentandolo e criticandolo in un clima di onesta e cruda complicità femminile.

Un’altra opera che vale la pena ricordare è "Pas pu saisir la mort", una descrizione ruvida e intima degli ultimi giorni di vita della madre e dei graduali passaggi verso la morte. Un voyeurismo autobiografico in cui l’artista è autore e attore della propria opera. Struggente e autentica.

Sophie Calle, come numerosi altri artisti prima e dopo di lei, ha occasionalmente lasciato un “dono” alla moda ed è diventata, senza volerlo, icona e ispiratrice.

Generalmente il contributo di un artista nella moda può manifestarsi in due modi. Il primo, più comune, attraverso le contaminazioni che le proprie opere possono avere sullo stile di una collezione. Il secondo, assai raro, attraverso un processo olistico in cui l’artista e lo stilista infondono un’anima alla collezione trasformando un freddo rigore stilistico in un cuore pulsante.

La prima volta che ebbi modo di sentire il nome di Sophie Calle fu proprio in occasione della presentazione della collezione di Piombo nel 2000. Da subito pensai che quest’unione rappresentasse un connubio perfetto tra eleganza artistica, ispirazione creativa e definizione tacita di stile in senso assoluto, fuori dal tempo. Massimo Piombo era allora, e rimane oggi, uno dei pochi designer di nicchia in grado di trasformare un’eleganza fittizia, fatta di forme e tessuti, in stile vivo e passionale. In altre parole, un miracolo stilistico.

Sensibilità nei mix cromatici, sartorialità dei tagli e dei volumi, ricerca sui tessuti e contaminazioni colte che partono dai significanti, fanno di Piombo una delle eccellenze di moda italiane.

Ed è proprio in nome di questa convinzione che Nerospinto vuole partire, ricordando una delle migliori definizioni di stile che la moda e l’arte insieme siano riuscite a partorire.

La collezione A/I del 2000 si presentava con l’immagine di una cravatta marrone incorniciata e un testo di Sophie Calle:

“La prima volta che l’ho visto era nel dicembre 1985, dove stava dando una lettura. L’ho trovato attraente, ma c’era una cosa che non andava in lui: indossava una brutta cravatta.

Il giorno seguente gli ho mandato, anonimamente, una cravatta sottile, color marrone.

Più tardi l’ho rivisto in un ristorante; la stava indossando. Sfortunatamente stonava con la sua camicia. E’ stato in quel momento che ho deciso di prendermi l’impegno di vestirlo dalla testa ai piedi: gli avrei mandato un articolo di vestiario ogni anno a Natale. Nel 1986 ha ricevuto un paio di calze grigie di seta; nel 1987, un maglione in alpaca; nel 1988 una camicia bianca; nel 1989 un paio di gemelli placcati in oro; nel 1990, un paio di boxer con un motivo di alberi di natale; niente nel 1991; e nel 1992, un paio di pantaloni grigi.

Un giorno, quando sarà completamente vestito da me, vorrei che qualcuno me lo presentasse.”

“The wardrobe”, Sophie Calle

Dopo averlo letto, pensai che Sophie Calle avesse perfettamente interpretato il concetto di eleganza che chiunque avrebbe voluto indossare.

Non c’è bellezza in un abito se non nella persona che lo indossa. L’eleganza non si può delegare ad un tessuto, ad una cucitura o ad un modello.

Elegante è il corpo imperfetto che indossa con magistrale perfezione, è lo sguardo di una donna innamorata con un semplice dolcevita nero, sono gli occhi fieri di un uomo su di una camicia bianca e pulita.

Un bell’abito è il frutto di una comoda scelta, mai distonica al proprio corpo. E’ il riflesso di allusivi richiami e mai veicolo di un significato dichiarato, come spesso si vuole far credere.

La moda è quindi solo un linguaggio, un linguaggio che non dovrebbe mai parlare di sé, della parola stessa. La moda è un modo per “rap-presentare”. È la cornice di un quadro, il cui valore può essere solo marginalmente impreziosito dal contorno. E’ la fotografia di un momento, è il riflesso di una società, ma non è mai in grado, da sola, di descriverla. La moda è necessaria, perché superflua; irresistibile, perché frutto di un bisogno accessorio; essenziale perché leggera, frivola; onirica, perché veicolo di un sogno.

Una visione di moda in cui le ispirazioni, spesso solo accennate, dovrebbero trarre origine da quei mondi lontani che sono fatti di intenzioni, gesti, pulsioni e rossori.

Sophie Calle ha rappresentato in poche righe proprio questo, forgiando un dogma umano che spesso la moda dimentica: parlare pensando di essere nudi, e nell’attesa di prender parola, raccontarsi in silenzio attraverso quel poco che si può indossare.

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