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Altro che timido folletto dai capelli rossi, Malcolm McLaren è stato crudele, insofferente, egoista e spocchioso per tutta la durata della sua vita, fino sul letto di morte, estromettendo il suo unico figlio dal testamento e preferendo lasciare i propri averi alla giovane compagna degli ultimi anni.

Il fatto è che Malcolm era un vero genio e a quelli come lui si perdona sembra tutto, o quasi.

Dopo una infanzia difficile e sofferta e una giovinezza passata a fare come mestiere quello che gli capitava, passando da una scuola di arte all'altra, nel 1977 si inventa uno dei movimenti più importanti è sconvolgenti del '900, il Punk. Racchiudendo in esso l'intera cultura popolare britannica e dando vita a una sorta di contenitore tanto nuovo quanto eclettico.

 

Punk è moda, musica, arti visive ma è soprattutto rivoluzione vera e propria. Una rivoluzione di costume e di società. Anzi, più che altro una ribellione. A dirla tutta il Punk McLaren lo inventa con la sua socia, fidanzata e madre di suo figlio Vivienne Westwood, oggi la più grande artista punk vivente, icona della moda internazionale e vero punto di riferimento per almeno quattro generazioni. E a dirla ancora tutta Malcolm si inventa il Punk negli incredibili anni Settanta. Ovvero in un periodo storico in cui dall'est europeo fino agli Stati Uniti, passando per il Giappone  e il Sud America era tutto un susseguirsi di mutamenti, rivolte, manifestazioni e conflitti. E il giovane McLaren pur ancora radicato esclusivamente al suolo nativo inglese sente e respira l'aria di rivoluzione culturale. Medita e sperimenta prima da solo ma è incontrando Vivienne che il suo genio personale esplode e i due formano una coppia perfetta e magica. Più dal punto di vista lavorativo che da quello effettivo.

 

Malcolm e Vivienne inventano il Punk come filosofia di vita e lo fanno con il loro grido: “No Future”, un concetto che interpretano e danno alle masse attraverso la loro moda. Le loro “collezioni” diventano stile di vita e di esistenza. La loro boutique londinese, Sex, è luogo di incontro e di confronto di artisti di ogni genere. L'insegna del negozio è il simbolo dell'anarchia e il sottotitolo recita : il punk è la moda per soldati, prostitute e lesbiche. In poche parole è la moda degli anni '70. Niente e nessuno in quel periodo storico poteva interpretare meglio cosa stava succedendo nel mondo come il Punk. La ribellione immaginata e creata da Malcolm è prima di tutto visiva ma poi lui comprende che il Punk deve essere supportato da altre forme di creatività e di arte. Crea e fonda così il gruppo musicale dei Sex Pistols, nati come eco pubblicitaria del suo negozio e della sua moda e in seguito sperimenta contaminazioni tra il punk e le arti visive, la letteratura e la scrittura.

 

Dopo la rottura sentimentale con la Westwood, avviene anche quella artistica, McLaren viaggia moltissimo, vive a New York e Parigi dove incontra altri artisti e molti suoi ammiratori e con loro non smette mai di sperimentare e cercare di dare nuovi volti e nuove prospettive alla cultura punk. I suoi successi però sono altalenanti, gli anni Ottanta sono sicuramente differenti e la moda reinventa da sola e per altre strade il punk creato da Malcolm. Paradossalmente Vivienne Westwood colleziona invece un successo dopo l'altro, espone, insegna e apre il più prestigioso atelier della moda punk, diventa una icona e una maestra. McLaren l'apostrofa come una piccola borghese perbenista che non ha mai saputo davvero rinnovarsi, una donnetta con un terribile accento del nord dell'Inghilterra. La Westwood lascia correre perché non riesce a odiare l'amore della sua vita, nonché il padre di suo figlio. Figlio che invece Malcolm ignora in tutta la sua esistenza. In realtà McLaren usa lo stesso trattamento con tutti i suoi collaboratori o soci, lo fa con il leader dei Sex Pistols, con i registi con i quali scrive e mette in scena film, con gli stilisti e gli artisti con i quali lavora. Nessuno per lui è mai alla sua altezza. Anche nei momenti in cui la fama e la gloria non lo sostengono il suo atteggiamento non cambia. Lui è McLaren,  il genio che ha inventato il Punk.

 

Muore così, con questa convinzione nell'aprile 2010.

Il suo funerale diventa una commemorazione dell'uomo e dell'artista e viene organizzato e voluto da Vivienne e dal loro figlio, imprenditore multimilionario. Il finto bravo ragazzo di Londra, folletto dai capelli rossi, ha vinto ancora una volta. I geni non si possono odiare.

 

Antonia del Sambro

2013: un anno che passerà alla storia. Dopo che papa Benedetto XVI ha deciso di mollare il colpo e lasciare il potere del suo minuscolo Stato a qualcuno di più giovane, e forse più motivato di lui, il Vaticano salirà agli onori della cronaca per un altro fatto eccezionale: la partecipazione alla Biennale di Arti Visive di Venezia, che si terrà dal prossimo giugno nella bellissima città della laguna veneta.

È la prima volta che la Santa Sede partecipa a questo evento e la cosa ha suscitato non poche polemiche, soprattutto in riferimento alle parole del Presidente del Pontificio Consiglio della Cultura, il cardinal Ravasi, che ha deciso di non intaccare i fondi del suo stato, ma di cercare degli sponsor per coprire i costi di questa nuova impresa.

Il tema della manifestazione saranno i primi undici capitoli del primo libro della Bibbia, la genesi,  dunque verranno trattati argomenti come la creazione, il valore della coppia, l’amore, il creato, il peccato originale e quindi anche il male, la violenza, il diluvio universale e la figura di Abramo. Tutti temi che già si possono osservare nel più grande e meraviglioso capolavoro dello stato pontificio: la Cappella Sistina. Poco trapela sugli artisti che verranno chiamati e selezionati, pochi di numero, forse una decina, sia uomini che donne, alcuni famosi, altri meno conosciuti. Si parla di Bill Viola, l’artista americano divenuto famoso per i suoi videro, ma anche di Anish Kapoor e di Yannis Kounellis, ma mancano conferme definitive.

Il presidente della Biennale, il dottor Baratta, sembra aver messo a disposizione della santa sede le Sale d’Armi dell’Arsenale, una superficie su due piani di circa 1000 metri quadrati, che necessita di un restauro. Forse in Vaticano utilizzerà uno solo dei due piani e dividerà lo spazio con un'altra nazione. In ogni caso, deve recuperare i soldi del restauro, che spetta alle sedi ospitanti per scelta della Biennale. Le risorse trovate dovrebbero essere investite nel recupero delle sale, che ora versano in precarie condizioni. Ciò garantirebbe al Vaticano l’usufrutto su questi spazi per 26 anni, e spendendo di anno in anno soltanto i soldi per le spese di allestimento.

C’è chi si chiede se tale scelta sia corretta o meno: il Vaticano possiede sul suo territorio moltissime opere d’arte, alcune in cattive condizioni. Non sarebbe forse meglio investire i soldi nel proprio Stato proponendo lavori di restauro, il recupero di opere d’arte, di strutture architettoniche? Non sarebbe meglio pagare, ampliare l’offerta, magari aprendo alla visita al pubblico alcuni palazzi, organizzando un maggior numero di visite guidate anche in ambienti mai visitati prima? Non sarebbe meglio investire i soldi del Vaticano nel Vaticano, dove hanno lavorato alcuni dei maggiori e più famosi artisti del nostro paese, le cui opere attirano ogni anno milioni e milioni di fedeli?

C’è chi si chiede l’utilità di questa scelta, portata avanti con tanta fermezza da monsignor Ravasi. Si dice che per anni abbia cercato di far accettare la candidatura del Vaticano alla Biennale.

Certo, sarà un modo per far conoscere ad un pubblico ampio l’opera di alcuni artisti internazionali, ma niente di più. I soggetti scelti per questa prima Biennale non sono rivoluzionari e neppure un poco originali: la Cappella Sistina li propone da centinaia di anni.

 

 

 

 

 

Pipilotti Rist, una visual artist smarrita nel mondo delle meraviglie carnali. Viaggio itinerante attraverso lo specchio, tra visioni antropomorfiche e impressioni sonore.

Pipilotti, pseudonimo che combina Lotti, soprannome di Charlotte, con Pippi, riferimento al personaggio Pippi Calzelunghe di Astrid Lindgren, nasce come Elisabeth Charlotte Rist nel 1962 a Grabs in Svizzera.

Dal 1982 al 1988 frequenta l’Università di Arti Applicate di Vienna e la Scuola di Design di Basilea. Ancora studentessa produce la sua prima opera, I’m Not the Girl Who Misses Much (1986), video in cui si sposta da una parte all’altra dello schermo, scoprendosi il seno, mentre ripete la frase del titolo estratta dalla canzone dei Beatles "Happiness Is a Warm Gun".

Dopo aver fondato la rock-band tutta al femminile Les Reines Prochaines, gruppo col quale, dal 1988 al 1994, realizza alcuni album, concerti, video e performance dal vivo, ha inizio la sua vera e propria carriera artistica .

Nel 1992 raggiunge la notorietà con Pickelporno (Pimple porno), un lavoro sul corpo femminile e l’eccitazione sessuale, in cui le riprese, cariche di colori intensi, ambigue e sensuali, si spostano lungo i corpi di una coppia. Pipilotti Rits sviluppa un suo linguaggio estetico peculiare che si avvicina a quello dei video musicali: l’artista appare in molti dei suoi video, spesso cantando sulle soundtracks; i suoi lavori durano generalmente solo qualche minuto e contengono alterazioni di colore, velocità e suoni; i temi trattati sono principalmente collegati alla femminilità, alla sessualità e alla fisicità.

Si dedica inoltre alla creazione di installazioni multimediali, come Flying Room(1995) e Himalaya’s Sister’s Living Room (2000), in cui videocamere e monitor proiettano direttamente i filmati sugli spazi delle gallerie, e tra il 2005 e il 2009 si occupa della realizzazione del suo primo cortometraggio intitolato Pepperminta, presentato lo stesso anno al Festival del Cinema di Venezia.

Al contrario di molti artisti concettuali, i suoi lavori sono pervasi di sonorità insolite, carichi di colore, trasmettono un senso di spensieratezza e semplicità, aprono i nostri percorsi emozionali, istintivi, vitali.

Le sue riproduzioni sono affascinanti, sanno trasformare il cemento in pelle e carne, ogni installazione cambia a seconda del luogo in cui viene proiettata, le decorazioni murali prendono vita, le superfici si animano.

Pipilotti Rist gioca con la nostra sensibilità e con i nostri sensi, media per noi una nuova esperienza, che diventa esperienza endogena: esplora i nostri corpi dando forma ai nostri desideri reconditi, alle nostre perversioni, ma anche ai nostri sogni, evocando immagini rubate all’immaginario collettivo, come quelle del giardino dell’Eden e di Adamo ed Eva, ci riporta dentro il grembo materno, ad un panteismo in cui l’unico Dio è donna, una Demetra metafora della natura e del nostro ciclo vitale.

 

C’è un momento in cui l’arte lascia spazio al senso umano dello stupore e della grazia. Un momento in cui l’occhio ignaro dello spettatore/passante riesce a cogliere quel nonsoché di mistico e trascendentale che sembra riportare, anche se per poco, ogni uomo all’origine della sua forma e della sua essenza.

Ed è proprio questo che accade recandosi a visitare la mostra di Alberto Garutti (Galbiate, 1948) al PAC di Milano.

L’esposizione, curata da Paola Nicolin e Hans Ulrich Obrist prende il titolo “Didascalia”, parola molto importante per l’artista perché sottolinea la necessità di un’arte spiegata e da spiegare, dunque non chiusa in una turris eburnea di incomunicabilità e distanza dal suo pubblico.

Il percorso espositivo traccia l’intera evoluzione delle ricerche di Garutti, a partire dagli anni 70 fino ad oggi, che attraverso una fenomenale commistione tra arti visive, conversazione e insegnamento inquadra il lavoro dell’artista in una dimensione narrativa dell’opera d’arte.

Una sorta di racconto partecipe dell’umanità, all’interno del quale tocca temi quali il rapporto tra artista e committenza (nella serie Orizzonti - dipinti a partire dal 1987 su vetro in bianco e nero, in diverse dimensioni, ogni quadro porta il nome del suo committente) o come la riflessione dello spazio e del ruolo dell’artista nella città, basti pensare all’istallazione “Ai Nati Oggi” (realizzato in varie città dal 1998 al 2005) dove l'artista collega alcuni lampioni presenti in aree pubbliche ai reparti di maternità degli ospedali, in modo che la nascita di un bambino coincida con l’intensificarsi della luce che aumenta per poi decrescere lentamente. Facendo questo Garutti inserisce l’arte non solo nei luoghi di “cultura” ma fa diventare arte la vita comune, ridando giustizia e poeticità alle zone d’ombra dell’esistenza.

Si tratta di arte concettuale evocativa, spesso non immediata, che merita un secondo sguardo. Per l’artista l’arte è un luogo eclettico, un’epifania del vero in cui tutti fanno la loro parte, l’artista come il passante.

Una ricerca di luce sul mondo, dunque, per ridare sensibilità e bellezza attraverso l’arte, la forma più antica di rappresentazione dell’uomo, l’unica in grado di rappresentarci sempre e comunque, da un’eterna dimensione del cuore.

 

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