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Dal 3 al 7 giugno Torino ospita la 29ª edizione del festival dedicato al cinema ambientale. Alla conferenza stampa al Cinema Massimo, tra Groenlandia, clima, acqua, ipersfruttamento delle risorse e agricoltura rigenerativa, prende forma un’edizione che guarda alla crisi ecologica come esperienza ormai quotidiana

Nemmeno la Mole Antonelliana, che si erge proprio davanti al Cinema Massimo, sembra poter proteggere Torino dal caldo insolito di fine maggio. I 36 gradi delle 9.30 del mattino, fuori dal cinema, sembrano già dire molto prima ancora che inizi la conferenza stampa di CinemAmbiente 2026. Il caldo è appiccicato addosso, difficile da ignorare. E forse è proprio da lì che conviene partire: dall’ambiente non come tema lontano, ma come qualcosa che entra nella giornata prima ancora delle parole.

Dentro, nella Sala Tre, intitolata a Mario Soldati (giornalista, saggista e scrittore torinese), il tono è quello delle grandi occasioni: posti pieni, interventi istituzionali, programma alla mano e l’impressione che questa 29ª edizione arrivi in un momento in cui parlare di ambiente non sia più una scelta di campo, ma una necessità. Il Festival CinemAmbiente tornerà a Torino dal 3 al 7 giugno, con il Cinema Massimo come centro principale di una manifestazione che da quasi trent’anni prova a raccontare il rapporto tra esseri umani, natura, crisi climatica e modelli di sviluppo.

Ad accogliere la sala sono Carlo Chatrian, direttore del Museo Nazionale del Cinema, e Lia Furxhi, direttrice artistica del festival. Ad aprire gli interventi è Enzo Ghigo, presidente del Museo Nazionale del Cinema, seguito dalle parole dell’assessora Chiara Foglietta, assessora alla Transizione ecologica e digitale del comune. Il riferimento è al 2030, l’anno fissato dall’Agenda ONU per gli obiettivi di sviluppo sostenibile: una scadenza che, nelle parole dell’assessora, non può restare un’etichetta da convegno, ma deve misurarsi con trasporti, consumi, energia, aria, rifiuti e abitudini quotidiane.

Il problema, viene ricordato durante la conferenza, non è più una preoccupazione generica. È un allarme reale, concreto, già presente nella vita delle città. Anche Domenico Garcea, vicepresidente vicario del Consiglio comunale di Torino, sottolinea il ruolo del festival come spazio di confronto: una collaborazione che usa il cinema per aprire discussioni che spesso restano chiuse nei report, nei dati o nelle polemiche politiche.

Matteo Marnati, assessore regionale all’Ambiente, insiste invece sul peso storico della manifestazione. Parlare di ambiente da ventinove anni significa aver intuito con largo anticipo una questione che oggi è diventata centrale. Lo dimostra, ricorda, anche il fatto che negli ultimi anni le risorse dedicate all’ambiente siano cresciute, segno di una priorità ormai sempre più evidente nelle politiche pubbliche.

 

Un festival senza red carpet: la star è la Terra

Chatrian la mette così: in un festival come CinemAmbiente le star non sono quelle del tappeto rosso. La “star”, semmai, è il pianeta. E la difficoltà sta tutta lì: far sì che l’ambiente non resti fondale o pretesto, ma diventi davvero il centro della storia.

La 29ª edizione proporrà 69 film provenienti da 30 Paesi, tra concorsi, sezioni speciali, documentari internazionali, cortometraggi e produzioni italiane. In gara ci saranno 8 lungometraggi documentari, 17 cortometraggi e 23 titoli nella sezione Made in Italy, di cui 4 in anteprima nazionale.

Prima dell’apertura ufficiale, il 28 maggio, il festival ospiterà Michel Gondry, che riceverà la Stella della Mole Green e premierà gli studenti vincitori della settima edizione di CinemAmbiente Junior, presentando anche il suo film Maya – Dammi un titolo. Un appuntamento che tiene insieme cinema, immaginazione e formazione, confermando l’attenzione del festival verso le nuove generazioni.

Lia Furxhi presenta il Festival alla platea del cinema Massimo

 

Dalla Groenlandia alla terra da rigenerare

L’apertura ufficiale, mercoledì 3 giugno, sarà affidata a Den store GrønlandsfilmIl grande film della Groenlandia — film muto del 1922 dedicato alla vita degli Inuit. La versione restaurata sarà accompagnata dalla sonorizzazione dal vivo della band inuit Inuk. Una scelta non casuale: la Groenlandia diventa immagine simbolica dello scioglimento dei ghiacciai, ma anche luogo attraversato da tensioni climatiche, culturali e geopolitiche.

La chiusura, domenica 7 giugno, sarà invece affidata all’anteprima italiana di Groundswell, ultimo capitolo della trilogia dedicata all’agricoltura rigenerativa firmata dai registi statunitensi Josh e Rebecca Tickell.

L’effetto è chiaro: si parte dal ghiaccio che si scioglie e si arriva alla terra da rigenerare. Due estremi, ma la stessa domanda sullo sfondo: come si abita un pianeta che cambia?

Furxhi entra poi nel dettaglio del programma, tra premi, sezioni e focus tematici. Accanto ai riconoscimenti ufficiali, tra cui il Premio Gaetano Capizzi, il Premio SMAT e i premi dedicati ai documentari internazionali, trovano spazio il Premio del pubblico, Ambiente e Società, Casacomune, Slow Food e il nuovo premio Piemonte Parchi.

Il riferimento a Slow Food porta inevitabilmente con sé il ricordo di Carlo Petrini, scomparso da pochi giorni, e del suo modo di tenere insieme cibo, territorio, ambiente e politica.

Risorse, clima e nuove forme di attivismo

Tra i focus principali dell’edizione spicca quello sull’ipersfruttamento delle risorse, dal consumo di suolo all’estrazione mineraria. In questo percorso si inserisce anche la presenza del filosofo Kohei Saito, noto per la sua riflessione sull’ecosocialismo e sulla critica al modello della crescita infinita.

C’è poi il tema della fatica emotiva davanti alla crisi climatica: sapere, leggere dati, vedere immagini, e allo stesso tempo non sapere bene che cosa farne. Da qui il focus sui climatologi, sull’attivismo e su quella linea sottile tra ansia e azione. In questo contesto si inserisce anche la presenza di Luca Mercalli, chiamato a fare il punto sulla situazione climatica, insieme a Cristina Caimotto.

Il festival celebrerà inoltre i 60 anni del WWF Italia con la proiezione del documentario dedicato a Fulco Pratesi, Nel nome della Natura, omaggio a uno dei pionieri dell’ambientalismo italiano.

L’acqua come ferita e come racconto

A presentare le sezioni competitive è Eugenia Gallianone, che individua un filo rosso tra documentari, cortometraggi e Made in Italy. Nei documentari internazionali la denuncia passa spesso attraverso una chiave più intima, meno frontale, più vicina alle vite delle persone. Protagonista ricorrente è l’acqua: dalla siccità allo scioglimento dei ghiacciai, dai territori fragili alle comunità costrette a ridefinire il proprio rapporto con l’ambiente.

Tra i titoli citati emerge Time and Water, in cui la memoria personale si intreccia con la scomparsa dei ghiacciai. Il tema dell’acqua attraversa anche altre sezioni, diventando non solo elemento naturale, ma lente attraverso cui osservare perdita, trasformazione, precarietà.

Nei cortometraggi, invece, la crisi climatica sembra ormai non essere più soltanto il tema da raccontare, ma il punto di partenza. Il cinema breve si muove dal micro al macro, dalla storia quotidiana alla distopia, mostrando un futuro che non appare più così lontano.

Il Made in Italy guarda invece all’Italia dei territori fragili: luoghi esposti, marginali, spesso feriti, ma non per questo immobili. Film come Le voci dell’acqua, La mia preghiera al mare e Averno raccontano ambienti vulnerabili, precarietà sociali ed esistenziali, comunità sospese tra perdita e possibilità.

CinemAmbiente fuori dalla sala

CinemAmbiente non resterà chiuso dentro il Cinema Massimo. Durante la settimana sono previsti due villaggi attorno alla sala. Il primo, il 5 giugno, in occasione della Giornata mondiale dell’ambiente, coinvolgerà studenti e studentesse degli atenei torinesi, chiamati a raccontare nei banchetti e nelle attività pubbliche i progetti di ricerca legati alla sostenibilità sociale e ambientale.

Il secondo villaggio sarà realizzato in collaborazione con i parchi piemontesi, che presenteranno le proprie realtà attraverso gazebo e momenti di divulgazione. A chiudere il percorso sarà anche il cineforum del Politecnico di Torino, con la proiezione di un film dedicato ai progetti di cinque giovani sulla sostenibilità.

È uno dei punti su cui il festival insiste di più: non fermarsi alla diagnosi del disastro, ma cercare anche chi sta provando, in piccolo o in grande, a fare qualcosa.

Dagli interventi degli sponsor emerge lo stesso richiamo alla concretezza. Per AMIAT, la gestione dei rifiuti resta un tema “di pancia”, vicino alla vita quotidiana delle persone, ma in un contesto come CinemAmbiente può essere affrontato anche attraverso la bellezza e l’attenzione del racconto cinematografico. SMAT, con Catia Venturi, richiama invece il ruolo delle infrastrutture, citando il collettore mediano come opera fondamentale per collegare la zona sud e la zona nord, e ricorda come anche i gesti quotidiani possano contribuire alla tutela del pianeta.

Uscendo dal Cinema Massimo, il caldo è ancora lì. Non serve forzare troppo la metafora: basta sentirlo addosso. Forse è anche questo il punto da cui riparte CinemAmbiente 2026: non parlare dell’ambiente come di qualcosa che riguarda soltanto il futuro, ma come di una materia già presente, quotidiana, fisica.

 
 
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Alla rosa di partnership importanti di WeShort- la piattaforma On-Demand del grande cinema breve- si è aggiunta recentemente quella con il Teatro Bello di Milano, che verrà ufficializzata il 13, 14 e 15 aprile con una tre giorni di lancio del progetto.
Tre gli orari di proiezione giornaliera (15.00; 18.00; 20.00); questi i titoli dei cortometraggi proposti: Magic Alps, Skin, Logorama, EZK: Behind the walls, Everything will be ok.

Il corto 'Per le vie del paradiso' di Giuseppe Gimmi in concorso al David di Donatello 2022|||

Scritto, diretto e interpretato dal giovane sceneggiatore 24enne fasanese Giuseppe Gimmi, "Per le vie del paradiso" è in concorso al David di Donatello 2022 nella sezione Cortometraggi; la storia di un ragazzo nelle campagne pugliesi degli anni '70

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Tre cortometraggi mentre si degusta il proprio cocktail preferito. Il cinema si beve a piccoli sorsi nella patria per eccellenza dell’aperitivo all’italiana: il Camparino in Galleria. Lo scorso Giovedi 24 Gennaio abbiamo assistito alla quarta serata dell’appuntamento “Cinema a Piccoli Sorsi” presso lo storico locale milanese la cui insegna è stata firmata dal maestro Ugo Nespolo.

Dal  25 al 30 marzo 2014 al Teatro Nazionale di Milano è in scena OPEN del noto coreografo Daniel Erzalow.

Rispetto alla prima versione, che ottenuto grossi successi in tutto il mondo, questa nuova edizione vede la collaborazione con la prestigiosa compagnia italiana di danza contemporanea Spellbound Contemporary Ballet diretta da Mauro Astolfi.

In perfetto stile Erzalow, la danza moderna si fonde con la musica classica, il risultato è una serie di pièces, ognuna che gode di vita propria all’interno di un unico spettacolo dove umorismo e pathos a volte si alternano, a volte si sposano.

In Open il genio creativo del coreografo nato a Los Angeles si materializza nella fantasia, nella potenza scenica, nella capacità di far riflettere all’interno di uno spettacolo di intrattenimento.

Tra immagini, luci, tecnologie visive all’avanguardia, quadri mobili, proiezioni, vignette, colori, bianco e nero vanno in scena amore, odio, gioia, passione, rabbia, dolore, allegria.

Il pubblico rimane sorpreso e meravigliato dalle movenze e dai corpi degli 8 ballerini sul palco, capaci di catalizzare l’attenzione, senza mai stancare e stancarsi per quasi un’ora e mezza consecutivamente.

Uno show che può piacere alle menti più aperte e non piacere a quelle più tradizionali, ma di certo unisce tutti nel colpire e far discutere di sé per l’inarrestabile susseguirsi di momenti tecnicamente ed emotivamente diversi.

La provocazione d’altronde è il fil rouge del lavoro del coreografo statunitense, classe 1956, uno spettacolo che necessariamente porta a riflessioni sulla danza, sulla musica, sull’ecologia e sulla società.

Eccellenti le danzatrici e i danzatori, ognuno con caratteristiche distinte e uniche che nel gruppo vengono esaltate, diversi negli stili (classica, moderna, acrobatica, street dance) eppure in perfetta sintonia.

 

Debora Bionda

La mostra del cinema di Cannes 2013 è stata già ribattezzata da molti come l’edizione degli esordienti.

Dei registi esordienti in particolare, che hanno portato nella cittadina del sud della Francia le loro pellicole e i loro lungometraggi e cortometraggi per mostrarli al grande pubblico come si fa con gli abiti in vetrina. Tanto per esserci anche loro e non per vincere qualcosa o partecipare al concorso cinematografico vero e proprio.

E così in qualche sala di qualche albergo della Croisette è possibile guardare anche pellicole assurde o noiosissime come il primo lavoro da regista di Keanu Reeves, Man of Tai Chi che ha come attore protagonista un vecchio amico del regista, ed ex stuntman di Matrix, e una trama che più noiosa non si può.

 

Come si può evincere dal titolo la pellicola è stata girata prevalentemente in Cina, tra Pechino e Hong Kong, e narra la storia di un giovane combattente di arti marziali reclutato da un uomo cattivo e spietato, interpretato dallo stesso Reeves, per combattimenti clandestini, pericolosi e illegali.

Insomma una vera barba anche per gli appassionati del genere dato che la griglia narrativa è molto simile a un’altra sessantina di film sul genere e che gli attori, pur avendo esperienza da vendere, sembrano alle prese con la loro prima recita scolastica.

Eppure la regia della pellicola e la tecnica delle riprese erano state pensate dal neo regista in maniera molto ambiziosa tanto che durante la pre-produzione era stata fatta circolare una clip in cui si annunciava e si mostrava che le sequenze di combattimento sarebbero state girate con un avanzatissimo sistema di ripresa Bot & Dolly. Peccato che lo stesso sistema abbia finito per rivelarsi troppo impegnativo da utilizzare impedendo così di integrarlo nelle riprese come ha spiegato lo stesso Reeves e che anche per questo alla fine la pellicola appaia davvero sotto tono in quasi tutto.

 

Rimane il sospetto che anche il famoso attore americano si sia lasciato affascinare dalla facilità con cui le pellicole asiatiche o di registi asiatici abbiano fatto incetta di premi nelle ultime più importati manifestazioni cinematografiche internazionali.

Man of Tai Chi però è una pellicola proprio scialba. La storia non decolla e i combattimenti anche se sono spettacolari si ripetono in una sequenza che lascia allo spettatore poco tempo per affezionarsi alle vicende e alle disavventure del giovane protagonista.

 

Keanu Reeves invece ha tenuto a rimarcare che ha voluto presentare agli spettatori un giovane che è ancora innocente in questo mondo corrotto e pieno di pericoli. Il protagonsita deve fare un viaggio spirituale e qui metterà in discussione i propri valori e si lascerà affascinare dalle tentazioni del mondo moderno. Addirittura!

Reeves si è ritagliato per sé la parte dell’antagonista cattivo anche se a lui piace definirsi in questo film più un seduttore di anime e un maestro di vita.

 

Probabilmente per gli amanti del genere l’unica particolarità da segnalare è il contributo alla pellicola del bravissimo coreografo, Yuen Woo Ping, anche lui già in Matrix e in lavori come La tigre e il dragone e che ha curato personalmente tutte le action del film.

Un film che ha in tutto diciotto combattimenti e quaranta minuti di esclusivo kung-fu movie.

Come dicevo: una vera noia!

 

Uovo Performing Arts, il festival più disubbidiente di tutti quelli dedicati alle performing arts, ritorna dal 20 al 24 Marzo alla Triennale di Milano. Giunto ormai alla sua undicesima edizione, anche quest’anno non mancherà di stupire, appassionare, coinvolgere, commuovere il proprio pubblico. Il Palinsesto del Festival, infatti, pregno delle più emozionanti e disparate performance, presenterà, come di consueto, rappresentazioni di artisti acclamati a livello internazionale, confermando la propria vocazione internazionalistica e legata alle forme più inconsuete di questa’arte. Mercoledì 20 Marzo, Jérôme Bel (FR), già apprezzato dal pubblico di Uovo nelle precedenti edizioni, presenterà, in prima Nazionale, Disabled Theater, messa in scena dal tono provocatorio e spiazzante, realizzata accanto agli attori professionisti portatori di disabilità mentali e sindrome di Down del Theater HORA di Zurigo. Sarà proprio la diversa percezione temporale e fisica della realtà degli attori, completamente discordante con quella del pubblico, a creare una rappresentazione straordinaria, capace di mettere in crisi il fruitore, proprio per le suddette differenti percezioni. Uovo 2013, presenta un appuntamento fruibile da uno spettatore alla volta: Strasse, collettivo nomade di artisti con base a Milano, propone il progetto Drive_IN #5, viaggio in macchina per le strade della città di notte. Lavoro di fusione tra la messa in scena teatrale e quella cinematografica, Drive IN trasforma la città in un palcoscenico, portando il telespettatore in un universo cittadino a metà tra la realtà e la percezione extrasensoriale. Giovedì 21 Marzo Alessandro Sciarroni propone “FOLK-S, Will you still love me tomorrow?”, rivisitazione dello “Schuhplatter”, danza di corteggiamento folkloristica bavarese e tirolese. I movimenti dei performer, forniranno uno spettacolo dai tratti festosi, ma parallelamente tristi, ricordanti il martirio. Battiti delle mani e dei piedi vengono sovvertiti, provocando un profondo mutamento della danza folkloristica, fornendo una trasposizione quasi moderna della tradizione alpina. Ancora Giovedì, con N-esimo Progetto Fallimentare della compagnia QuaLiBò, Maristella Tanzi e Carlo Quartararo propongono una rappresentazione autoironica di metateatro della vita di una compagnia teatrale, dei sacrifici necessari per la messa in scena di uno spettacolo, del processo di creazione dello spettacolo stesso. Venerdì 22 Marzo appuntamento con “Dialogo su Forsythe” in cui si affronteranno alcuni dei temi fondanti del lavoro di uno dei più importanti coreografi viventi, William Forsythe, tornato in Italia dopo dieci anni di assenza con la sua Forsythe Company. La compagnia Barokthegreat, basandosi su un’idea di espansione psicofisica e sull’idea di coincidenza tra finzione filmica e realtà, propone “L’attacco del clone”, rappresentazione del tutto inedita di un viaggio alienante basato sul meccanismo di imitazione e clonazione. Con “La Sagra della Primavera, Paura e Delirio a Las Vegas” , Cristina Rizzo dà vita al suo spettacolo basandosi sulle musiche di Stravinskij. Sabato 23 Marzo, basandosi sull’immaginario di Hieronymus Bosch, Giorgia Nardin metterà in scena “All dressed up with nowhere to go”, uno spettacolo imperniato sulla ricerca del rapporto tra bellezza e brutalità, alternando immagini mostruose a rappresentazioni fantastiche di figure tragiche. Ancora Sabato, Cecilia Bengolea (FR/AR), François Chaignaud (FR), Trajal Harrell (US), Marlene Monteiro Freitas (PT), in uno straordinario “Ménage à quatre”, insceneranno (M)IMOSA aka: “Looks or Paris is Burning at The Judson Church”, costruita intorno alla domanda: «Cosa sarebbe successo nel 1963 se qualcuno dalla scena del ballo di Harlem fosse sceso in città per danzare accanto ai primi postmoderni alla Judson Church?». Irriverente spettacolo dedicato al “Voguing” anni ’60, (M)IMOSA inscena una sorta di connubio tra il voguing praticato dalla comunità omo/transessuale afroamericana e la danza postmoderna della Judson Church di New York. Il risultato è una rappresentazione irriverente, spiazzante ma sapientemente riuscita della relazione, secondo molti punti di vista improbabile, tra due modi di esprimere i movimenti corporei agli antipodi l’uno dell’altro. A conclusione del festival, Domenica 24 Marzo, “Love Will Tear Us Apart” performance di Saša Božić e Petra Hrašćanec, darà vita a un’interessante fusione tra la musica New Wave e la danza astratta, invitando lo spettatore ad interrogarsi sul proprio ruolo all’interno dello spettacolo, sul ruolo dello spettacolo stesso come atto artistico e sociale palesando il proprio intento di analisi delle relazioni umane. Con “This is not a Love Story”, infine,  Gunilla Heilborn rivisita l’estetica del Road Movie, inscenando una storia infinita, che si ripete di continuo, tramite i protagonisti, Kowalski e Vera e le loro         interruzioni sarcastiche, le loro allusioni, i loro riferimenti satirici.

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