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Due concerti a Bologna e Roma in febbraio

 

C'è chi si nutre di cliché (musicali): elettronica, rock, pop e così via. Poi è arrivato il crossover:  andare oltre, sfondare i muri e le barriere di genere. Alcuni di voi rabbrividiscono nel sentire associare il nome di Trentmoller al crossover. E' naturalmente una provocazione. Di sicuro T è nel novero degli artisti che travalicano i generi mostrandosi per quello che sono: alchimisti della musica.

 

Indubbiamente i suoi primi passi significativi nascono nell'alveo della house-trance, cassa in 4/4, suoni ipnotici e rave culture, figlia degli anni '90, tanto psicotropa. Al contrario di molti suoi colleghi dj e producer che iniziano la loro carriera nei dancefloor e lì restano, l'artista scandinavo da ormai quasi un decennio porta avanti un percorso assai personale nella (re)interpretazione degli stilemi digitali.

 

Non solo la raffinatezza della architetture ritmiche, ma anche la sensibilità nel calibrare arrangiamenti e pennellate melodiche, a comporre strutture musicali lontane dai luoghi comuni della musica elettronica con la cassa in quattro, lo rendono subito un fenomeno a sé, raccogliendo i favori di un pubblico assai trasversale.

 

I suoi tre album (“The Last Resort”, 2006; “Into The Great Wide Yonder”, 2010; “Lost”, 2013) disegnano una progressiva ascesa verso un microcosmo sonoro personalissimo, dove ogni particolare è cesellato con cura assoluta e dove l'equilibrio dinamico diventa quasi un esercizio zen, il tutto con una ricchezza espressiva ed emozionale davvero rara. Anche il regista Pedro Almodovar ne è rimasto sedotto, come testimonia l'uso della traccia “Shades Of Marble” nel trailer e nella colonna sonora del film “La pelle che abito”; così come ne sono rimasti sedotti i Depeche Mode, che hanno voluto il live set dell'artista danese in apertura alle date europee del loro “Delta Machine Tour”.

 

Un live set, quello di  Trentemøller, che rende alla perfezione la ricchezza del suo universo sonoro, aggiungendo anche – com'è giusto che sia – ulteriore impatto “fisico” alle sue creazioni. Il tutto evitando rigidamente soluzioni scontate o luoghi comuni, e utilizzando i linguaggi di house, techno e post rock non come riferimenti rigidi ma come piattaforme da cui lanciarsi verso territori onirici e rari da esplorare.

 

24 febbraio 2014– Bologna – Estragon

Biglietto: 15 + d.p.

 

25 febbraio 2014 –Roma –Atlantico

Biglietto: 15 + d.p.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Un format, una serie di conferenze lampo. Nato a Londra e approdato a Milano lo scorso 16 Ottobre, mette insieme cinque personaggi, chiamate ognuna a raccontare le proprie idee, conquiste e ispirazioni in storie di 15 minuti, che indichino intuizioni originali e all'avanguardia. Dopo la prima serata, che ha visto ospiti Gianni Biondillo, Bros, Roberto Burdese, Ilaria D’Amico e Ferdinando Scianna, arriva il secondo appuntamento con 5x15, giovedì 14 novembre dalle 19.45 sempre nel centralissimo Circolo Filologico Milanese, in via Clerici 10.
5x15 vede sfidarsi i protagonisti del mondo dell'arte, della scienza, dello spettacolo, della comunicazione, dell'innovazione e del volontariato per conquistare attraverso le loro storie il pubblico in sala.  Solo 2 regole: si parla a braccio e 15 minuti a disposizione per appassionare, commuovere, stimolare, incuriosire o divertire la platea.
Gli oratori che si alterneranno sul palco di 5x15 saranno: Carlo Freccero (autore tv ed esperto di comunicazione) che affronterà un'analisi sul piccolo schermo in "Come fare la TV con i fichi secchi”, Pietro Leeman (chef patron del ristorante Joia di Milano, alta cucina naturale vegetariana) che parlerà de "La scelta del cibo", Marisa Passera (conduttrice radiofonica) che divertirà il pubblico con "È bello? Racconti mai raccontati", Andrea Sales (docente di Psicologia dell'Università di Padova) che racconterà "Il significato della parola nei significati della persona" e infine Alessandra Simone (Dirigente della Polizia di Stato di Milano) che guiderà il pubblico attraverso le "Tecniche di indagine e di interazione con le vittime di violenza".
Ingresso: euro 12,00
Gratis fino a 18 anni e over 65 con prenotazione fino ad esaurimento posti disponibili
Forma era il punto di riferimento della fotografia a Milano. Un centro espositivo importante, di respiro internazionale, in cui trovavano spazio anche gli uffici e lo spazio formativo, per corsi e workshop. Dal 2005 sono state più di 80 le mostre allestite: Richard Avedon, Henri Cartier-Bresson, Robert Mapplethorpe, Robert Doisneau, tanto per citarne alcune.
Purtroppo, notizia di qualche giorno fa, lo spazio Forma traslocherà altrove, in via Piranesi 10. Nell'area dei Frigoriferi Milanesi non ci sarà uno spazio espositivo, ma troveranno spazio l'archivio, gli uffici amministrativi e una libreria.
In pratica Forma non potrà più contare su uno spazio permanente. Cosa significa? In pratica che non tutte le mostre saranno allestite in città. Dei 6 progetti in cantiere per il 2014, solo uno ha una casa milanese, si tratta di un focus su Sebastiao Salgado ospitato a Palazzo Reale in occasione di Bookcity, mentre gli altri verranno allestiti a Roma, Verona e Venezia.
Una perdita importante per la cultura a Milano. Roberto Koch, padre di Forma e già fondatore dell'agenzia fotografica Contrasto, ha voluto esprimere in primis il suo disappunto verso Atm, proprietaria dell'edificio in cui lo spazio è nato e cresciuto. Un mancato accordo sulla modalità di utilizzo dell'edificio di piazza Lucrezio Caio. Dito puntato anche sulla giunta Pisapia, colpevoli a parere di Koch di non avere riconosciuto «il giusto valore strategico al progetto Forma»:
<blockquote>Sappiamo bene che le casse del Comune non sono in condizione di poter spendere, ma quello che abbiamo sempre chiesto era essenzialmente un riconoscimento pubblico della importanza del progetto e una diversa modalità di utilizzazione del palazzo (in comodato e non in affitto come è sempre stato) di proprietà dell’ATM e quindi del Comune, su cui abbiamo realizzato una grande rivalutazione patrimoniale, dandogli una nuova vita e un nuovo senso.
</blockquote>
Non si è fatta mancare la replica stizzita di Palazzo Marino: «le scelte di un soggetto privato, che ha peraltro sempre rivendicato orgogliosamente la propria autonomia progettuale e gestionale, non possono in alcun modo essere imputate a supposti mancati interventi da parte del Comune». Si è interessato (almeno verbalmente) anche il Ministro alla Cultura Massimo Bray che in un tweet ha espresso solidarietà al progetto Forma: «Sono molto colpito dalla chiusura della sede storica della Fondazione Forma e cercherò di capire cosa sia possibile fare».
Rimpalli, accuse e illazioni che in un paese normale non ci sarebbero neanche. La cultura è importante, fonte di ricchezza materiale e non. Compito delle istituzioni è supportare le iniziative strategiche, anche private. Nello specifico è vero che ATM è di proprietà comunale e il Comune avrebbe potuto intercedere. Nel frattempo giacciono ancora nel cassetto i progetti dell'Ex Ansaldo, l'OCA che fu, anch'esso progetto di belle speranze naufragato nel limbo della burocrazia. Stare a vedere.

Ormai ne sono convinto, la vita è qui e ora. Non in nessun altro posto, ma qui, ora. Mentre scorro la pagina di Facebook che ritrae gli amici del social alle prese con le vacanze vorrei essere li con loro. Mare, montagna, posti esotici. Invece sono qui, sdraiato in un letto di ospedale nel deserto dei tartari, la Milano agostiana, aspettando che qualcuno arrivi, proprio come accadeva nel racconto di Buzzati, in eterna costante attesa del nemico che arrivasse. Dalla finestra accanto al mio letto riesco a scrutare il cielo, costantemente vitreo. Sono ormai diversi giorni che giaccio su questo letto, in attesa di un'operazione. Una fatalità, una caduta come altre. Un'operazione di routine. Ma io, sfortuna ha voluto, devo attendere che la pelle guarisca da una fittosi, così la chiamano i medici. Io vedo solo pus che esce copioso, come una crema viscosa che esce da un tubetto schiacciato troppo violentemente.

L'ospedale, etimologicamente, deriva dal latino ospitalità. Un luogo accogliente e protetto. Non si può dire che qui dove alloggio non lo sia. Il personale è gentile e premuroso, i dottori esaustivi per ogni domanda, anche le più stupide. D'altronde uno dei vantaggi di abitare in una grande città del nord è anche questo: potere scegliere dove curarsi. Pensare che alcune strutture del sud non hanno neanche l'aria condizionata ti fa pensare di essere fortunato. Nascere in posto piuttosto che in altro è una lotteria inconsapevole. Come diceva Forrest Gump: la vita è come una scatola di cioccolatini, non sai mai quello che ti può capitare. Bella cagata Forrest. Chissà quanto si sono arrovellati gli sceneggiatori per giungere ad una tale perla di saggezza.

Metafore a parte, qui davvero non si sta maluccio. Il cibo non è male, dicevo dell'aria condizionata e dei numerosi benefit, tipo amici che ti regalano libri e fumetti. Una rassegna stampa quotidiana e le chiacchiere con il cappellano, sempre impagabili.

Fa il giro la mattina, si avvicina ed entra subdolo nelle camere. Fingendo di interessarsi alla tua condizione, inizia a sproloquiare senza sosta. Alla fine la discussione si riduce ad un monologo, che sul finale si trasforma in sermone: “la malattia arriva a cavallo e se ne va a piedi”. Ecco un'altra massima capace di farmi contorcere il fegato. Lo scopo è quello di far riflettere sulla condizione di malattia, intesa nel sua accezione di purgatorio. Un momento di riflessione forzata che dovrebbe indurre a pensare alla vita e alla sua caducità. Il prete però è furbo. Evita di nominare il suo principale. Piu che per timore reverenziale, per un senso del pudore che sublima con il suo sguardo vacuo, sempre alla ricerca di qualcos'altro da guardare. Scusate, ma ero rimasto al predicatore vecchio stampo, quello che per convincerti della bontà delle proprie affermazioni ti guarda negli occhi per cercare un'intesa.

Ma il corollario umano contempla altre bellissime sorprese. Come il mio compagno di letto. Cesare all'anagrafe, Isabelle nella vita. E dire che non mi ero accorto di nulla. Nessuno mi aveva spiegato perchè mi misero insieme ad una donna, anziana per giunta. Proprio perchè non è una donna, realizzai poi parlando con l'infermiera, che fece allusioni strane che io non avevo colto, tipo il pappagallo sul comodino. Sono proprio tonto. C'e da dire, a mia discolpa, che proprio un uomo non sembra. Al contrario: una settantenne in buono stato di conservazione, con una voce non marcata, con il vezzo del trucco e dei perizomi. Eccentrica, pensavo. Di sicuro non così tanto. Certo in confidenza mi disse che in vita sua unì l'utile al dilettevole, soprattutto l'utile. “hai capito la meritrice”, pensai. Ormai in pensione, si sollazza nel tepore della casa, comprata con il frutto della suo lavoro di anni e anni di prestazione d'opera. E così è stato, sempre prestazioni d'opera, ma con uno strumento in più. Certo la cosa è piuttosto boccaccesca. La diversità è come la malattia, quando scopri di averla te la tieni e diventa parte di te stesso. E così accade quotidianamente con Isabelle che si sveglia con qualcosa che vorrebbe non avere. Il diniego di una tua parte. Un rapporto castrante, di sicuro.

Eppure avrei dovuto intuirlo. Prima di scoprire la vera identità di Cesare, mi parlò della sua frequentazione con Amanda Lear. Mi confidò che entrambe facevano le maschere al teatro Piccolo e che nuda Amanda mostrava in privato un imperioso membro che la elevava a dea risoluta e androgina. Soffermandosi sulla sua generosità, Isabelle o Cesare, mi disse che una volta a ristorante con Amanda pagò lasciando una cospicua mancia al cameriere, come lei usava sempre fare. Una volta alzatisi, Amanda le restituì il danaro dicendo di non dover sprecare il danaro in quel modo. Da quel momento Isabelle decise di interrompere i rapporti con la vamp, rea di essere troppo avida e tirchia. D'altronde la generosità apre la porte del paradiso e per Isabella ci sarà un portone spalancato. Grazie al capitale raccolto negli anni ha potuto aiutare tutta la famiglia, amici, conoscenti e perfino qualche mascalzone che si approfittava di lei. Una santa uomo.

Oggi il cappellano è passato a farmi un saluto, ma parlavo al cellulare. Mi salutava augurandomi buon weekend. Rimasi perplesso. Fece qualche chiacchiera di circostanza anche con Isabelle, ma si vedeva che ne era spaventato, quasi infastidito. D'altronde non deve essere facile rapportarsi, per un uomo di curia, alla rappresentazione del diavolo in persona. Nella sua testa è come avere una specie di guerra intestina. La pulizia etnica perpetrata all'interno del suo pensiero deve aver offuscato il concetto di misericordia, che pure fa parte del pensiero unico cattolico. Ma a spaventare, a mio parare, è quello che una persona così rappresenta: libertà di espressione a tutti i costi, ostinatamente in direzione opposta e con vento sfavorevole.

Ci sono cose indigeribili. Isabelle è per molti così, un errore da nascondere e fuggire. A me invece incuriosisce la sua storia. Voglio saperne di più: il rapporto con la sua numerosissima famiglia, gli strascichi e la decenza nella vecchiaia, quando tutto si rallenta e la vita passata appare distante e in bianco e nero. Ci sarà occasione. Qua il tempo non passa mai e sopravvivere allo scandire delle lancette significa anche questo: farsi travolgere dalle storie e ricavane diletto.

Tre weekend sul tema del disagio mentale nell’ex ospedale psichiatrico di Mombello. Per la prima volta attraverso le testimonianze dirette, un progetto teatrale dedicato alla “villa dei matti”, tra le più grandi d’Europa.

 

C'era una volta un ospedale psichiatrico, anzi la “villa dei matti”. Così era definita nella zona Villa Pusterla, il manicomio di Mombello di Limbiate, Brianza, uno dei più grandi ospedali psichiatrici italiani e uno dei maggiori in Europa, detto anche palazzo delle “anime alla deriva”.

 

La Villa dei matti non era però una semplice villa. Dimora nobiliare eretta nel 500, accolse  nell’estate del 1757 niente meno che Napoleone Bonaparte, che ne fece il quartier generale della Repubblica Cisalpina e dove si sposarono le sorelle Elisa e Paolina. Poi, nel 1865, la conversione in manicomio, fino al boom negli anni Sessanta (oltre tremila pazienti, moltissimi artisti e personalità illustri, tra cui anche il presunto figlio illegittimo di Mussolini) e infine la chiusura, avvenuta a metà anni ’90, a seguito della legge 180.

 

Un manicomio amato e curato dai suoi direttori e dagli stessi infermieri e accettato dalla cittadinanza che in gran parte vi ha lavorato. Proprio quel periodo vuole essere rievocato attraverso lo spettacolo teatrale Voci da dentro il manicomio proposto in tre weekend, dal 14 al 29 settembre, all'interno del cartellone Ville aperte in Brianza.

 

Scopo condiviso anche dalla compagnia Teatro Periferico che per la realizzazione dello spettacolo ha raccolto numerose testimonianze del personale impiegato, i familiari dei malati, i malati stessi, anche alcuni cittadini; tutti hanno permesso di ri-costruire un quadro dettagliato della vita che si viveva là dentro che poi è diventato il terreno su cui è stata costruita la drammaturgia. “Con intento documentaristico abbiamo sezionato, scelto e poi rimontato le parole presenti nelle interviste, raccolte da un gruppo di cittadini, e i pensieri dei pazienti affidati al giornalino “La voce di dentro” per restituire la realtà di uno dei manicomi più grandi d’Europa, alle porte di Milano: certamente luogo di sofferenza, ma anche, insperatamente, di bellezza e di amore”. Così la regista Paola Manfredi che ci confida di essere stata toccata nel profondo da queste storie di umanità e anche di disumanità: “Mi ha colpito la storia di una ragazza legata per 28 anni in un letto, slegata solo per i bisogni. A storie limite come questa c'è da affiancare la grande umanità di operatori eccezionali”. In ogni caso lo spettacolo non patteggia per l'uno o l'altra fazione, i pazienti e gli operatori, al contrario “cerca di non dare giudizi e evitare interpretazioni poetiche su una materia tanto sofferta”.

 

 

Date e orari spettacolo

Sab 21 e dom 22 settembre (ore 21) 2013 Sab 28 settembre (ore 21) e dom 29 settembre (ore 17 e ore 21) 2013

 

Villa Crivelli Pusterla

via Garibaldi 115, Località Mombello – LIMBIATE (MB) 

Info e prenotazioni:  www.villeaperte.info

 

 

Cosa chiedere di più dalla vita. In una sola settimana si concentrano i concerti a cui un rock addicted non può mancare. Lunedì a Villa Arconati (ingresso 25€) si comincia con un nome tutelare del rock oscuro e cupo, quel Mark Lanegan che ha esplorato le declinazioni del rock contemporaneo di matrice grunge, prima con i magnifici Screaming Trees, poi con una carriera solista che ha visto il bel tenebroso concepire capolavori in compagnia di illustri colleghi come Isobell Campbell, Soulsavers, Moby, l'ultimo con Duke Garwood si intitola Black Pudding, un lungo compendio di chitarre acustiche, slide guitar e quel senso di inquietudine che permea tutti i suoi lavori. Dal vivo Lanegan fa il suo dovere, ma non aspettatevi un istrione: immobile, fuma e canta. E basta. Ma ci basta solo la sua vce, capace di traghettarti all'inferno e ritorno.

 

C'è febbre di attesa per gli Atoms For Peace, mercoledì 17 all'Ippodromo, il supergruppo che potrebbe prendere il posto dei Radiohead. Deus ex machina è il folle(tto) Thom Yorke a cui si sono aggiunti Flea dei Red Hot Chili Peppers, il produttore e amico Nigel Godrich, il batterista Joey Waronker ed il percussionista Mauro Refosco. Una formazione amtipica. Insieme hanno pubblicato Amok, disco in cui convivono l’anima melodica ed elettronica di Yorke e Godrich e il cuore pulsante di Flea, Waronker e Refosco.

Dal vivo cosa aspettarsi? Improvvisazioni, accenni dance, intense session e improvvisazione. I nuovi Greatful Dead? Staremo a vedere, incuriositi.

Giovedì 18, non c'è bisogno di ricordarvelo, ci sono i Depeche Mode allo stadio San Siro. I biglietti sono andati esauriti da tempo. Un concerto dei Depeche è tutto “Faith and Devotion”, giusto parafrasando un loro album. Al di la' dell'ultimo album Delta Machine con non ha aggiunto nulla di nuovo e innovativo.

Infine, lunedì 22, al Carroponte (15€) transita Johathan Wilson, cantautore americano, trentasette anni, nato nella sgualcita North Carolina, cresciuto con una chitarra in mano, arriva al suo disco d’esordio solo poco tempo fa, Gentle Spirit. Vi spiego. Ci sono momenti della vita in cui una canzone squarcia la tela che avevamo dipinto fino a quel momento. Un riff di chitarra, una voce capace di incidere un segno, indicare una direzione, annunciare un sogno. Succede, è inevitabile; folgorati, innamorati al primo ascolto. Per me lo è stato tempo fa con Desert Raven.

E, senza fretta, spunta e deflagra il debutto, una specie di sussidiario del folk-rock. C’è lo spettro di Neil Young, il folk psichedelico dei Floyd, le dilatazioni e le atmosfere hippie di Laurel Canyon. Proprio Desert Raven è la summa del sound del Californiano, una scrittura immaginifica che spero squarcerà la vostra “tela” come è successo a me.

Il mio mestiere di freelance si nutre di idee. Le idee sono tutto: averne di buone e inedite ti permette di scardinare porte che altrimenti rimarrebbero chiuse, sigillate. Le idee. Ennio Flaiano diceva che oggi, il cretino è pieno di idee. Vorrei essere un cretino. Credete che partorire idee sia una cosa bella? E' una sorta di schiavitù perpetua che ti affligge ogni momento quotidiano della vita. Al bagno, a letto, al bar: ogni momento ha una sua esegesi nella lampadina che si illumina sopra la testa. Peccato che spesso la lampadina decida di fulminarsi e cambiarla non è sempre facile. Primo perché sarebbe giusto sostituirla con una a risparmio energetico, secondo ci vuole una scala, è a casa spesso manca e quella del vicino solitamente è rotta.

 

Cosa fare quando non hai idee e tutto lo scibile della tua vita ti sembra nebuloso. Cambi vita, vai via, tenti di pensare ad un piano B? Coloro che esternano questa voglia con un ipotetico “vado a vivere al mare” andrebbero evitati: sono coloro che parlano perchè non hanno di meglio da fare che sognare un'ipotetica fuga che mai avverrà.

 

E allora che faccio? Mi siedo in balcone in attesa di un segno. Che probabilmente non arriverà. Poi aspetto: c'è il concerto dei Motorhead all'Ippodromo, domani. Poi la scoperta: tour cancellato. Come i Back Sabbath, tour cancellato anche loro.

 

Mi sono rotto il cazzo dei concerti cancellati. Questi vecchi padri, o vecchie cariatidi, non possono starsene a casa sul divano a guardare le vecchie repliche del Saturday Night Live?

 

Torno alle idee. Quelle mancano sempre. E allora mi torna in mente la disputa con un'amica assunta in un famoso weekly femminile dove la vanità è la farcitura del nulla. Lei sciopera perchè vogliono lasciare a casa buona parte del personale. Giusto scioperare. Giusto lottare per i propri diritti. Ma poi perché i diritti acquisiti si devono difendere? Io difendo il mio status.

 

Torno in balcone che raccolgo le idee. Mi mancavano, mi mancano. Cerco dunque di annebbiarmi i pensieri sciacquandoli con del vino rosso. Ora un'idea mi è venuta: non avere idee.

Vorrei sapere perché gli uffici stampa mi chiedono se ho pubblicato la notizia su un giornale cartaceo? Perché, mi chiedo, per qualcuno la stampa è ancora così prestigiosa? Non per me. Il futuro è qui, dove state puntando gli occhi ora, su uno schermo retroilluminato lcd. Questo è il presente retro-futurista. E il futuro lo possiamo già sfogliare. Non ci vuole un guru della comunicazione o dell'editoria per capire che i tablet (et simila) sono il futuro. Personalmente sono diventato un fervente sostenitore della lettura su dispositivi portatili. Ho inizialmente cominciato con l'interessarmi all'editoria maschile per poi approdare a quella di viaggio, con risultati alterni, tra l'indignato, lo stupefatto e il meravigliato.

Ci sono molte pubblicazioni, di editori prestigiosi in procinto di ristrutturazione, la cui differenza tra la rivista cartacea (che vende ormai come un'utilitaria italiana in Francia) e la sua versione elettronica è praticamente nulla (si, avete capito bene, ha un nome maschile di 3 lettere). Poi ci sono gli editori lungimiranti che invece puntano alla differenziazione, dando al lettore su tablet la percezione di stare leggendo qualcosa di unico, ricco e curioso (quella rivista dall'acronimo inglese). Palesando un esempio sportivo calzante: “se non ti sforzi di essere leader non hai più ragione di stare sul campo”.

Insomma, la vita non è fatta per ripetersi all'infinito. Ciò che è stato non è ciò che sarà. Il progresso (parola magnifica) presuppone un cambio di paradigmi, che cambiano le abitudini, anche quelle di acquisto. Quindi se la carta, romantica quanto volete, profumata quanto volete, resisterà, sarà solo colpa di un manipolo di nostalgici che ancora ti chiedono se hai pubblicato la notizia su carta.

Cosa siamo se non il frutto della nostra educazione? Siamo quello che ci hanno insegnato, ma anche quello che abbiamo scelto di essere. E' l'educazione siberiana: dura, spietata, romantica e implacabile. Ti segna la pelle, come i tatuaggi che alcuni dei protagonisti portano e che sottolineano un'altra chiave di lettura del film: la trasmissione del sapere e l'ostinazione dei protagonisti nel dare un senso alla vita, codificarla attraverso segni e usanze.

Il rischio di banalizzare l'omonimo romanzo di Nicolai Lilin, libro potente e epico, ricco di spunti narrativi, era dietro l'angolo. Ma Salvatores ha schivato il pericolo lavorando (bene) sulla sceneggiatura, scegliendo di aggiungere una dimensione più ampia, che abbraccia 10 anni e aggiunge un finale inedito.

La Russia, lo sfondo (freddo) del film, a cavallo tra la fine dell'epopea sovietica e l'inizio del nuovo corso democratico, una linea immaginaria che segna implacabilmente anche i rapporti umani. Un film in costume che documenta con dovizia un mondo che non c'è più. Ma la centralità del cinema di Salvatores, come sempre, è la narrazione dei rapporti umani, l'amicizia, la lealtà, l'amore e come questi si evolvono e involvono.

Questo filtrato dagli "siberiani", discendenti degli Urca deportati da Stalin, stirpe criminale in decadenza, che cerca con i denti di resistere alla meschinità della corruzione e dalla modernità alle porte, che solletica nell'uomo moderno il sogno della ricchezza facile. E poi l'odio nei confronti del potere e dei suoi strumenti istituzionali: l'esercito, la polizia, i banchieri e anche i criminali corrotti, quelli che trafficano droga. I siberiani contro tutti.

 

Di fatto Educazione Siberiana è il film più ambizioso e coraggioso del regista milanese. Salvatores osa e riesce a trasmettere quel baratro (la modernità incipiente) nel quale il fiero popolo siberiano è destinato a cadere: sequenze epiche (il fiume in piena), scene di combattimento corpo a corpo e incisi cinematografici destinati a rimanere impressi nella memoria dello spettatore (la scena della giostra su tutte, con sottofondo Absolute Beginners di Bowie, scelta  a sostegno narrativo della condizione dei ragazzi, adolescenti che si affacciano nel mondo).

Ma il centro del film rimane l'epoca dell'educazione e il protagonista di questa storia, il nonno Kuzja (il superbo John Malkovich), il maestro d'armi, il vecchio carismatico che trasmette valori e ideali al giovane Kolima. L'educazione di cui parlavamo all'inizio, insegnamenti che si possono fare propri o che possiamo buttare al vento, come semi che non germoglieranno mai più.

 

 

L'arte e la sublime rappresentazione del tormento dell'anima. Un artista crea per dare sfogo ad una pulsione, ad una necessità intrinseca: esprimere se stesso per dare una collocazione al  proprio pensiero astratto. Ma non è la sola regola: l'arte è un mercato che muove soldi, tanti soldi. Lo diceva Warhol: l'arte è un prodotto e come tale deve essere commercializzata. Lo sanno benissimo le case d'aste che realizzano introiti miliardari con l'arte contemporanea. Un mercato fiorente che arricchisce persone già ricche, di massima.

A proposito di numeri il sito Flavorwire (http://www.flavorwire.com/362942/from-warhol-to-miro-the-10-top-selling-artists-of-2012) ha pubblicato la classifica dei dieci artisti più venduti nel 2012, realizzata dal sito Artnet, che si occupa del mercato internazionale dell’arte, con una piattaforma per le aste online. La classifica mostra, oltre al ricavato totale delle vendite, il valore dell’opera più costosa del relativo artista, quadri venduti durante le aste di Sotheby’s e Christie’s, che si spartiscono il mercato in un duopolio incontrastato.

 

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Al primo posto della classifica, manco a  dirlo, c’è  lui, il re della pop art Andy Warhol, le cui opere sono state vendute nel 2012 per un totale di oltre 380 milioni di dollari, e che ha battuto Pablo Picasso, fino allo scorso anno il più venduto, al secondo posto con un totale di oltre 334 milioni di dollari. Al terzo posto c’è il pittore tedesco Gerard Richter, con quasi 300 milioni di dollari. In classifica compaiono tre artisti cinesi, gli unici a scalfire il dominio delle opere d’arte occidentali. Insomma, se avete qualche soldo da investire sapete cosa fare.

 

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