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Laureata in Fashion Design presso l’Istituto Marangoni di Milano, scrive di arte, moda e costume con uno sguardo curioso e contemporaneo. Indaga i linguaggi estetici e culturali del presente, muovendosi tra ricerca visiva, stile e immaginario collettivo.
Dal 3 al 6 settembre 2026, il Courtyard di BASE Milano si trasforma in un villaggio del gusto interamente dedicato al mondo gluten free. Arriva il Festival Senza Glutine, il primo festival itinerante italiano dedicato al cibo senza glutine: quattro giornate tra street food, divulgazione, showcooking, incontri e intrattenimento, con ingresso gratuito.
Pensato per chi segue un’alimentazione gluten free, ma anche per curiosi, food lovers e famiglie, il Festival porta a Milano una proposta gastronomica costruita attorno ai Food Truck aderenti al network AFC – Associazione Italiana Celiachia. In menù specialità da diverse regioni italiane: dagli arrosticini abruzzesi alle olive all’ascolana, dagli hamburger di Black Angus agli smash burger, fino ad arancini, röesti di patate e cannoli siciliani preparati al momento. Per completare l'offerta non mancheranno le birre senza glutine.
Il Festival nasce per raccontare il mondo gluten free attraverso il gusto, ma anche attraverso informazione, esperienze e creatività. Accanto alla proposta gastronomica sarà infatti presente un’Area Talk & Divulgazione, realizzata in collaborazione con Anna Morini e AIC Lombardia, dedicata a celiachia, alimentazione consapevole e benessere, con testimonianze e showcooking.
Tra gli appuntamenti, venerdì 4 settembre alle 15.30, l’illustratrice, animatrice e specializzata in Arteterapia e Graphic Medicine Martina Follador presenterà Dietro le quinte del Manuale di sopravvivenza per celiaci: dall’idea alla stampa. Attraverso le tavole originali racconterà come nasce un fumetto e quale percorso lo accompagna fino alla pubblicazione. Per i più piccoli ci sarà anche Le avventure di Ciccio il Riccio, una fiaba narrata attraverso il Kamishibai, un tradizionale teatrino giapponese in legno nel quale le immagini scorrono mentre la storia viene raccontata, seguita da un laboratorio creativo.
Sabato 5 settembre alle 11 sarà la volta di Silvia Visconti, content creator e autrice di libri di cucina senza glutine. L’incontro sarà dedicato all’utilizzo delle farine naturalmente prive di glutine e culminerà in uno showcooking con la preparazione della torta soffice ai frutti di bosco, tratta dal suo libro La mia cucina naturale senza glutine.
Alle 15 spazio invece alla quotidianità di chi convive con celiachia e allergie alimentari. Marta Di Muro, content creator, travel lover e fondatrice di AllergiApp, presenterà un aggiornamento dell’applicazione che consente di tradurre in diverse lingue le proprie esigenze alimentari, facilitando la comunicazione con il personale della ristorazione anche durante i viaggi.
Nello stesso momento interverrà Francesca Gibellini, content creator milanese e fondatrice di Celiachia Insieme Milano, community dedicata alla vita gluten free in città. Il suo appuntamento sarà dedicato alla lettura consapevole dei menù: quali domande fare al personale di sala, cosa verificare prima di ordinare e come muoversi con maggiore autonomia nella scelta di un locale.
A rendere l’esperienza ancora più fluida contribuirà la formula completamente cashless: sarà possibile pagare con i principali metodi elettronici, evitando il contante, rendendo così più rapide le operazioni alle casse.
Durante le quattro giornate, musica, momenti di relax e attività per famiglie e bambini accompagneranno un programma pensato per vivere il gluten free in modo informale, inclusivo e coinvolgente: un’occasione per scoprire nuovi sapori, ascoltare storie e lasciarsi ispirare dalla creatività. Con una certezza: qui tutto è senza glutine.
Informazioni Utili
Dove: BASE Milano – Via Ambrogio Bergognone da Fossano 34
Quando: 3, 4, 5 e 6 settembre 2026
Orari: 11:00 – 23:00
Ingresso gratuito
Evento completamente cashless
Food Truck 100% gluten free
Per maggiori informazioni: https://ilfestivalsenzaglutine.it/
La mostra “John Galliano: Horizons” sarà una delle più discusse nella storia recente del Costume Institute del Metropolitan Museum of Art di New York. Non solo per l'importanza del designer a cui è dedicata, ma per ciò che rappresenta: il tentativo di raccontare una figura che ha lasciato un'impronta profonda nella moda contemporanea, senza separare il talento dalle ombre che ne hanno segnato il percorso.
Ogni anno il Met Gala, l'evento che inaugura la mostra del Costume Institute, contribuisce a definire i temi e le narrazioni che influenzeranno l'immaginario della moda globale. Per il 2027 la scelta ricade su John Galliano, un nome che continua a dividere.
La domanda al centro dell'esposizione è semplice solo in apparenza: come si valuta l'eredità di un autore quando genialità e responsabilità convivono nella stessa storia? È da qui che prende forma “John Galliano: Horizons”.
Ridurre John Galliano alla sola definizione di stilista sarebbe limitante. La sua carriera coincide con una fase storica in cui la moda ha iniziato a superare i confini dell’abito per diventare uno strumento capace di costruire immaginari e universi narrativi.
Nato a Gibilterra nel 1960 e cresciuto a Londra, Galliano sviluppa fin da giovanissimo una profonda fascinazione per il costume storico, il teatro e il potere trasformativo dell’abbigliamento. La sua collezione di laurea alla Central Saint Martins, Les Incroyables del 1984, ispirata alla Rivoluzione Francese, attirò immediatamente l’attenzione della celebre boutique Browns, segnando l’inizio di una carriera destinata a lasciare un segno nella moda contemporanea.
Collezione di laurea di John Galliano alla Central Saint Martins: "Les Incroyables" del 1984
Dopo la laurea, Galliano fondò il proprio marchio e trasferì lo studio in un magazzino dell’East End londinese, costruendosi rapidamente la reputazione di “ragazzo prodigio” della moda britannica. Nel 1987 arrivò il primo importante riconoscimento: il British Fashion Council lo nominò British Designer of the Year, consacrandolo tra i talenti più promettenti della scena inglese.
Il suo linguaggio creativo si distingueva già allora per un approccio fortemente radicale: le collezioni prendevano forma attraverso riferimenti alla storia, al cinema e alla cultura, mentre abiti, scenografie e styling concorrevano alla costruzione di un immaginario coerente.
Trasferitosi a Parigi, nel 1995 Galliano venne nominato direttore creativo di Givenchy, diventando il primo designer britannico alla guida di una maison francese di haute couture. Un anno più tardi, Bernard Arnault lo scelse per dirigere Christian Dior, affidandogli una delle case più prestigiose della moda internazionale.
Durante i quindici anni alla guida di Dior, Galliano ne rinnovò profondamente l’identità, fondendo alta sartoria, riferimenti storici e cultura popolare in un linguaggio coerente e visionario. Le sue collezioni divennero celebri per la capacità di trasformare ogni stagione in un nuovo universo visivo, consolidando l’idea della sfilata come momento creativo autonomo e non più soltanto come presentazione di una collezione.
Il periodo trascorso da Galliano alla guida di Dior rappresenta il capitolo più iconico della sua carriera.
In un momento in cui la moda sembrava orientata verso un’estetica sempre più minimalista, il designer riportò al centro della scena l’idea di meraviglia. Le sue collezioni mescolavano ricerca storica, riferimenti artistici, suggestioni cinematografiche e influenze provenienti da culture lontane, creando un linguaggio riconoscibile e profondamente teatrale.
La forza del suo lavoro risiedeva proprio nella capacità di mettere in dialogo elementi apparentemente inconciliabili: tradizione e avanguardia, romanticismo e provocazione, ricostruzione storica e sperimentazione contemporanea.
Carrie Bradshaw in Sex and the City con una Dior Saddle Bag sottobraccio
Durante la sua direzione creativa nacquero alcuni degli oggetti più riconoscibili della moda moderna, come la celebre Dior Saddle Bag, destinata a diventare uno dei simboli estetici degli anni Duemila.
Al di là dei singoli successi commerciali il vero merito di Galliano fu quello di riportare Dior al centro dell'immaginario collettivo. Le sue passerelle non erano soltanto eventi fashion, ma racconti visivi capaci di influenzare fotografia, cinema, editoria e cultura pop.
John Galliano Horizons, The Met
La decisione del Met sarebbe stata molto meno significativa se si fosse limitata a celebrare il lato visionario del designer.
Non sarà così.
Aperta dal 9 maggio 2027 al 9 gennaio 2028, la mostra affronterà anche il capitolo più controverso della sua vicenda professionale: le dichiarazioni antisemite, razziste e anti-asiatiche risalenti al 2011, il successivo licenziamento da Dior, la condanna da parte della giustizia francese e il percorso di riabilitazione intrapreso negli anni successivi.
Il Costume Institute ha chiarito che “John Galliano: Horizons” non sarà un’esposizione celebrativa, ma un’indagine sulla complessità di una figura che continua a occupare una posizione unica nella storia della moda.
La mostra sarà articolata in tre sezioni: “Bearings”, “Horizons” e “Atlas of Transformation”. La prima analizzerà la frattura del 2011 e il suo impatto sull’opinione pubblica. La seconda esplorerà i riferimenti che hanno alimentato il suo immaginario creativo, dalla storia al teatro, dall’arte alla cultura visiva. La terza entrerà nel cuore del processo creativo, attraverso schizzi, materiali di ricerca, prove sartoriali e capi finiti.
L’obiettivo non sembra essere quello di costruire una narrazione di caduta e redenzione, ma comprendere come genialità, errori e responsabilità possano coesistere nella stessa persona.
Dopo il 2011 Galliano trascorse un periodo lontano dai riflettori, durante il quale riconobbe pubblicamente le proprie responsabilità e intraprese un percorso di recupero legato alle sue dipendenze.
Il ritorno nel mondo della moda avvenne nel 2014 con la nomina a direttore creativo di Maison Margiela.
Maison Margiela Collezione Artisanal primavera-estate 2024
Una scelta inizialmente molto curiosa. Da un lato c’era Galliano, storico interprete della teatralità e della spettacolarizzazione della moda, dall’altro una maison costruita sull’anonimato, sulla decostruzione e sul rifiuto del culto della personalità.
Proprio da questa tensione nacque una delle fasi più interessanti della sua carriera.
In Maison Margiela Galliano non replicò semplicemente il passato, ma trasformò il proprio linguaggio. La couture del brand diventò un laboratorio di sperimentazione tecnica, dove materiali recuperati, costruzioni scultoree e ricerca artigianale dialogavano con la sua storica ossessione per il racconto.
La collezione Artisanal primavera-estate 2024 è considerata uno dei momenti più alti della sua fase recente: un’indagine sulla fragilità, sul corpo e sulla trasformazione, tradotta in silhouette scultoree e lavorazioni che sembrano dare forma alla materia stessa.
Il titolo della mostra non è casuale. Un orizzonte non è una meta definitiva, ma una linea che si sposta insieme allo sguardo di chi osserva. È la prospettiva con cui il Costume Institute sembra guardare a John Galliano: non attraverso un giudizio definitivo, ma come un autore complesso, la cui carriera continua a interrogare il presente.
Per decenni la moda ha alimentato il mito del genio creativo, una figura eccezionale a cui il talento sembrava poter concedere una sorta di immunità. "John Galliano: Horizons" mette in discussione proprio questa narrazione, senza però ridurre l'opera alle controversie che hanno segnato la vita dello stilista.
Il talento non annulla le colpe, così come le colpe non cancellano automaticamente il valore di una creazione.
È qui che la mostra apre una questione più ampia, che va oltre la figura di Galliano e riguarda il ruolo stesso delle istituzioni culturali. Un museo deve celebrare soltanto figure prive di ombre o può scegliere di esporre anche le contraddizioni della storia, offrendo al pubblico gli strumenti per confrontarsi con esse?
Con Horizons, il Costume Institute sembra scegliere la seconda strada.
Perché la moda non custodisce soltanto ciò che vale la pena celebrare, ma anche ciò che merita di essere discusso. E se le immagini passano, sono le domande più scomode a lasciare le tracce più durature.
Ci sono immagini che chiedono di essere osservate e altre che invitano a entrare in una dimensione nuova. A Palazzo Citterio, nel cuore di Brera, due mostre prorogate fino al 13 settembre 2026 trasformano gli spazi della Grande Brera in due racconti paralleli: “Giovanni Gastel. Rewind” e “PALADINO”.
Due percorsi molto diversi, ma accomunati dalla capacità dell’arte di andare oltre la superficie. Da una parte la fotografia elegante e visionaria di Giovanni Gastel, capace di trasformare moda, ritratto e still life in poesia contemporanea; dall’altra i Dormienti di Mimmo Paladino, trentadue figure in terracotta sospese tra sonno e veglia, mito e presente.
Se Gastel ha costruito immagini partendo dall’incontro con persone, oggetti e materiali, Paladino lavora sul mistero, sul simbolo e su ciò che resta nascosto.
Ph: Giuseppe Biancofiore
Ampia e articolata, “Giovanni Gastel. Rewind” ripercorre oltre quarant’anni di ricerca fotografica restituendo la coerenza e l’evoluzione di uno sguardo unico.
Curata da Uberto Frigerio e realizzata da La Grande Brera con l’Archivio Giovanni Gastel e l’Agenzia Guardans-Cambó, la mostra riunisce più di 250 opere: dalle prime copertine di moda del 1977 agli still life più sperimentali, dai ritratti alle campagne pubblicitarie, fino ai progetti più intimi e personali.
Il percorso non segue una semplice successione cronologica, ma costruisce una narrazione emotiva e tematica, dove fotografie, oggetti personali, strumenti di lavoro, scritti e poesie restituiscono la complessità di un artista che ha sempre considerato l’immagine come una forma di conoscenza.
Gastel non si limitava a registrare la realtà: la trasformava attraverso il proprio sguardo. Come affermava lui stesso, “non sono uno specchio, sono un filtro”. Ogni fotografia nasceva dall’incontro tra ciò che si trovava davanti all’obiettivo e il suo mondo interiore.
Nelle sale di Palazzo Citterio emerge con chiarezza la sua capacità di unire rigore e immaginazione, tradizione e innovazione. Tra i primi in Italia a confrontarsi con la post-produzione digitale già negli anni Novanta, Gastel ha saputo mettere in relazione la precisione artigianale del banco ottico e delle Polaroid con le nuove tecnologie, costruendo un linguaggio personale e immediatamente riconoscibile.
Ph: Giuseppe Biancofiore
La sua ricerca affonda le radici nella cultura milanese in cui è cresciuto: figlio di Ida Visconti di Modrone, influenzato dall’ambiente teatrale e dalla figura dello zio Luchino Visconti, Giovanni Gastel ha tradotto nella fotografia un’idea di eleganza che non è mai solo estetica, ma un vero e proprio sguardo sul mondo.
Moda, arte e quotidiano convivono nei suoi scatti in un dialogo continuo. Dai volti iconici della contemporaneità ai dettagli più discreti, ogni immagine diventa un'occasione per rivelare una dimensione più profonda.
Milano resta il suo orizzonte formativo e creativo, una città che ha contribuito in modo decisivo a plasmarne gusto e sensibilità. Non a caso Harper’s Bazaar USA lo definì “l’ambasciatore di Milano per eccellenza, il più internazionale e il più elegante”.
Entrare in “Rewind” significa attraversare la sua idea di fotografia: non documento del reale, ma spazio in cui memoria, immaginazione e sguardo si sovrappongono.
Ph: Lorenzo Palmieri
Più raccolta, ma estremamente intensa nell’esperienza, la mostra dedicata a Mimmo Paladino conduce il pubblico in una dimensione sospesa.
Nella Sala Stirling di Palazzo Citterio prendono vita i celebri Dormienti, un ciclo composto da trentadue sculture in terracotta realizzate a partire dalla stessa matrice e ogni volta ricomposte in relazione allo spazio che le ospita.
Le figure sono adagiate in posizione fetale, immobili e silenziose. A un primo sguardo possono ricordare i corpi degli abitanti di Pompei ed Ercolano, ma la loro origine è legata ai disegni di Henry Moore realizzati durante la Seconda guerra mondiale, nei quali persone rannicchiate nei rifugi sembravano dormire e sognare nonostante il pericolo.
I Dormienti non raccontano la fine, ma una sospensione. Come scrive Mauro Covacich nel testo dedicato alla mostra, il sonno diventa una forma di protezione della vita, un modo per sottrarsi al rumore e all’esposizione continua del presente.
La Sala Stirling si trasforma così in una scena teatrale: il visitatore cammina tra presenze enigmatiche accompagnato dalla traccia sonora composta da Brian Eno per la storica esposizione dei Dormienti alla Roundhouse di Londra nel 1999.
L’atmosfera è straniante e magnetica. Le sculture non occupano semplicemente lo spazio, ma lo modificano, creando un ambiente dove silenzio, penombra e suono contribuiscono a costruire un’esperienza quasi rituale.
Ph: Lorenzo Palmieri
Accanto alla sala principale, un ambiente quasi nascosto ospita quindici disegni inediti del 1973, realizzati da Paladino a venticinque anni. Opere che raccontano l’origine della sua ricerca e il rapporto costante con il disegno, il mito e la dimensione simbolica.
Gastel e Paladino seguono strade apparentemente lontane: il primo lavora sulla luce, sul volto umano e sulla trasformazione del quotidiano; il secondo sull’ombra, sul silenzio e sulle immagini archetipiche.
Eppure entrambi condividono una stessa tensione: superare ciò che appare per arrivare a una dimensione più profonda.
Gastel cercava nell’immagine una verità emotiva nascosta. Paladino costruisce figure che sembrano provenire da un tempo indefinito, capaci di interrogare il presente attraverso il linguaggio del mito.
Palazzo Citterio diventa così il luogo di un doppio viaggio: nella memoria della fotografia italiana e nei territori più misteriosi della scultura contemporanea.
Due mostre da visitare lasciandosi guidare non solo dallo sguardo, ma anche dalla capacità dell’arte di sorprendere, evocare e creare nuovi modi di vedere.
Informazioni Utili
Giovanni Gastel. Rewind
PALADINO
Palazzo Citterio, Milano
Prorogate fino al 13 settembre 2026
Via Brera 12
Per maggiori informazioni: https://palazzocitterio.org/
Il sarong è un grande rettangolo di tessuto che avvolge il corpo con la semplicità di un gesto antico. Nato tra le isole dell’arcipelago malese e indonesiano, è molto più di un indumento: è un codice culturale, un linguaggio di appartenenza e libertà. Indossato da uomini e donne, in ogni occasione e contesto, attraversa la vita quotidiana con la stessa naturalezza con cui entra nei riti e nelle celebrazioni. Ogni piega, ogni nodo, racconta la storia e le origini di chi lo indossa. Oggi, quel gesto si rinnova sulle passerelle e nei guardaroba di tutto il mondo, conservando la sua intrinseca eleganza.
Ikat
Ogni sarong custodisce un linguaggio unico. L’ikat balinese nasce da un gesto paziente: annodare, tingere, sciogliere, tessere. I fili di cotone o seta, annodati in sezioni, vengono immersi nei colori prima ancora di incontrarsi sul telaio; quando infine si intrecciano, le sfumature si fondono in motivi geometrici dai bordi leggermente sfumati, come se il tempo avesse ammorbidito ogni linea. Il batik giavanese, invece, è un’arte che trasforma il tessuto in una tela. La cera calda viene stesa con uno strumento sottile chiamato canting, tracciando disegni a mano libera resistenti ai bagni di colore. Strato dopo strato, la stoffa rivela motivi complessi, dalle forme floreali ai simboli cosmici, ognuno legato a un significato preciso: prosperità, armonia, protezione. Ogni batik è irripetibile, perché nasce dal gesto e dal respiro di chi lo crea. Il songket, infine, è il dialogo tra luce e pazienza. Fili d’oro e d’argento si intrecciano alla seta in un disegno che vibra a ogni movimento. Nato nelle corti reali di Sumatra e diffuso in tutto l’arcipelago, il songket è il linguaggio del lusso rituale: ciò che una volta definiva lo status oggi racconta l’arte di un sapere che resiste al tempo. Se l’ikat parla di ritmo e struttura, il batik è contemplazione e racconto, mentre il songket è celebrazione e splendore. A Bali il sarong è parte della vita stessa: nei templi è simbolo di rispetto e devozione, mentre per le strade avvolge i movimenti quotidiani con una semplicità disarmante. È questa versatilità, tra rituale e quotidiano, a renderlo un simbolo senza tempo.
Sfilata Yves Saint Laurent collezione Alta Moda Primavera-Estate 1983
Dalle passerelle degli anni ’80 e ’90 di Yves Saint Laurent e Jean Paul Gaultier alle interpretazioni contemporanee di Didiet Maulana e Dries Van Noten, il sarong continua a ispirare la moda con le sue linee fluide, la sua raffinatezza artigianale e un’eleganza capace di adattarsi ai linguaggi del presente. Anche Valentino e Jacquemus hanno reinterpretato drappeggi e parei, evocando la stessa sensualità del sarong e trasformandolo in un simbolo di libertà e leggerezza.
Jean Paul Gaultier Spring 1994 Ready-to-Wear Fashion Show
Il fascino di questo indumento risiede anche nel modo in cui viene annodato: non esiste un unico modo “giusto” per farlo. Il nodo frontale, pratico e immediato, è il più diffuso tra gli uomini balinesi; il nodo laterale, più morbido, viene spesso utilizzato durante le cerimonie; mentre il nodo posteriore, tipico delle donne giavanesi, crea linee sinuose che slanciano la figura. Ogni annodatura diventa così un dialogo tra il corpo e il tessuto, tra funzionalità e occasione.
Questi drappeggi continuano a ispirare nuove silhouette: gonne avvolgenti, abiti asimmetrici, top annodati e foulard trasformati in vere sculture, riscrivendo il modo in cui il tessuto avvolge e valorizza il corpo. Nel linguaggio della moda contemporanea il sarong esprime lentezza, sostenibilità e libertà. Ogni piega e ogni nodo diventano strumenti per comunicare sé stessi senza costrizioni. Inserirlo nel guardaroba occidentale significa entrare in dialogo con la sua storia, senza limitarne l’essenza.
Dries Van Noten, men's SS26
Sceglilo in cotone o seta naturale, realizzato da artigiani locali o da brand che collaborano con comunità del Sud-Est asiatico. Indossalo come gonna fluida con una camicia bianca oversize; sopra un pantalone ampio in lino o come top drappeggiato con una giacca leggera. In spiaggia è un classico pareo; in città, un dettaglio di stile che racconta consapevolezza. Chi preferisce un tocco più urbano può sceglierlo in tinta unita e abbinarlo a una cintura in pelle o a un blazer minimal. Il sarong non appartiene né a un tempo né a un genere: accompagna il corpo, lo segue, lo libera. È moda che nasce dal gesto e dal rispetto. Forse il suo segreto è proprio questo: ricordarci che l’eleganza più autentica è sempre un atto di connessione.
Tra ritorni attesissimi, grandi produzioni e qualche sorpresa meno prevedibile, l'estate 2026 si preannuncia particolarmente ricca per gli appassionati di cinema. Se le temperature salgono e le città si svuotano, le sale continuano a offrire ottimi motivi per concedersi qualche ora al fresco davanti al grande schermo. Dall'epica mitologica ai cinecomic, passando per animazione, horror d'autore e fantascienza, ecco cinque titoli (+1) da tenere d'occhio in questi mesi.
Al cinema dal 16 luglio 2026

Ci sono film che passano inosservati e altri che si trasformano immediatamente in un evento. Odissea è uno di questi. Il nuovo kolossal di Christopher Nolan porta sul grande schermo il viaggio di Ulisse verso Itaca, rileggendo il poema omerico attraverso la sensibilità visionaria del regista di Oppenheimer e Interstellar. Un cast stellare, con Matt Damon nei panni di Ulisse, affiancato da Anne Hathaway, Robert Pattinson, Tom Holland e Zendaya, dà vita a una storia fatta di guerre, creature leggendarie, divinità e desiderio di ritorno.
Ma il vero spettacolo è anche dietro la macchina da presa. Nolan ha scelto di girare il film interamente in formato IMAX e su pellicola da 70mm, una combinazione rarissima pensata per un'esperienza cinematografica particolarmente immersiva. In Italia, però, non esistono sale in grado di proiettare l'opera nel formato originale. Per questa esperienza, una delle destinazioni europee di riferimento è Praga, dove il Cinema City Flora dispone della tecnologia necessaria.
Questo non significa, naturalmente, che sia necessario attraversare il confine per godersi il film. Odissea è infatti disponibile anche in altri formati, dall'IMAX digitale alle proiezioni tradizionali, oltre che in 70mm analogico in alcune sale italiane. Al di là delle questioni tecniche, ciò che rende il progetto uno dei titoli più attesi dell'anno è l'ambizione con cui Nolan affronta uno dei racconti fondativi della cultura occidentale, trasformandolo in un'avventura spettacolare e profondamente umana.
Al cinema dal 29 luglio 2026

Tra i blockbuster più attesi dell'estate c'è Spider-Man: Brand New Day, il nuovo capitolo dedicato all'Uomo Ragno interpretato da Tom Holland.
Sono passati quattro anni dagli eventi di Spider-Man: No Way Home e Peter Parker vive ormai in completa solitudine. Dopo aver cancellato sé stesso dalla vita e dai ricordi delle persone che ama, si dedica interamente alla protezione di New York, diventando un supereroe a tempo pieno in una città che non ricorda più il suo nome. Ma l'intensificarsi delle responsabilità e una misteriosa serie di crimini lo trascinano verso una delle minacce più pericolose mai affrontate, mentre una sorprendente trasformazione fisica mette a rischio la sua stessa esistenza.
Diretto da Destin Daniel Cretton, il film vede tornare Tom Holland, Zendaya, Jacob Batalon e Jon Bernthal, con Sadie Sink e Mark Ruffalo tra le presenze più attese del cast. Più che un semplice seguito, Brand New Day si presenta così come un nuovo punto di partenza per il personaggio: un Peter Parker adulto, isolato e costretto a confrontarsi con le conseguenze delle proprie scelte.
Per celebrare l'uscita del film, i fan lombardi avranno un motivo in più per correre al cinema. Nelle multisale UCI Cinemas Bicocca, Lissone, Milanofiori e Pioltello, chi acquisterà online un biglietto per le proiezioni in programma dal 29 luglio al 2 agosto potrà ricevere in omaggio il poster ufficiale di Spider-Man: Brand New Day. Per gli spettacoli in 3D è inoltre prevista una locandina esclusiva.
Al cinema dal 1° luglio 2026

C'è chi sceglie il cinema per lasciarsi sorprendere e chi, semplicemente, per divertirsi. Per entrambi, Minions & Monsters porta sul grande schermo un nuovo capitolo dell'universo nato con Cattivissimo Me, mescolando l'irriverenza dei personaggi gialli più celebri dell'animazione contemporanea con una delle grandi ossessioni della cultura pop: Hollywood.
La nuova avventura segue infatti i Minions alle prese con il mondo dello spettacolo e con il sogno di conquistare l'industria cinematografica. Tra set, ambizioni e inevitabili pasticci, il loro percorso prende una piega decisamente più movimentata quando finiscono per liberare accidentalmente dei mostri nel mondo reale.
Da quel momento, la comicità surreale tipica della saga incontra l'immaginario dei monster movie, in un'avventura che gioca con i codici del cinema e con la storia dello spettacolo. Un titolo leggero e scatenato, pensato per il pubblico delle famiglie ma capace di strizzare l'occhio anche agli adulti, grazie ai numerosi riferimenti al mondo hollywoodiano.
Al cinema dal 19 agosto 2026

Accanto ai titoli più attesi trova spazio anche una proposta più personale e provocatoria, quasi di nicchia, capace di muoversi tra generi diversi e di mettere in discussione il rapporto tra identità, desiderio e immaginario pop.
Dopo I Saw the TV Glow, Jane Schoenbrun torna dietro la cinepresa con Camp Miasma – Adolescenza, sesso e morte, un horror che parte dal genere slasher per trasformarlo in una riflessione sull'ossessione per le immagini e sul loro potere di condizionare chi le guarda.
La protagonista è Kris, una giovane regista queer incaricata di riproporre una celebre saga horror degli anni Ottanta. Per prepararsi al progetto decide di incontrare l'attrice che aveva interpretato la "final girl" del capitolo originale, ormai lontana dai riflettori e avvolta da un'aura di segretezza. L'incontro tra le due donne le trascina progressivamente in una dimensione sempre più inquietante, dove desiderio, paura e finzione iniziano a confondersi.
Con Gillian Anderson e Hannah Einbinder, il film rilegge gli archetipi dell'horror adolescenziale attraverso uno sguardo contemporaneo. Un titolo pensato per chi cerca una visione meno convenzionale, capace di mescolare tensione, ironia e una riflessione sul linguaggio del cinema.
Al cinema dal 19 agosto 2026

Tra gli appuntamenti Disney più importanti dell'anno c'è senza dubbio il live action di Oceania, adattamento del celebre cartone che aveva conquistato pubblico e critica nel 2016.
La protagonista torna a Motunui prima di spingersi oltre la barriera corallina e affrontare un'avventura insieme al semidio Maui, in un percorso che la porterà a confrontarsi con l'oceano, le proprie origini e il destino del suo popolo.
A interpretare Vaiana è la giovane attrice australiana Catherine Lagaʻaia, mentre Dwayne Johnson torna nel ruolo di Maui. Alla regia c'è Thomas Kail, noto soprattutto per essere l'autore della versione teatrale di Hamilton.
Il film punta a trasformare in immagini reali il fascino dell'opera originale, mantenendo al centro il legame con la cultura polinesiana e il tema universale della scoperta di sé. Una sfida ambiziosa che potrebbe conquistare sia chi è cresciuto con il film animato sia una nuova generazione di spettatori.
Al cinema dal 26 agosto 2026

Ma non è finita qui: ormai si sa, l'estate non finisce con agosto. Per questo abbiamo selezionato un altro titolo in uscita verso la fine del mese: "The Dog Stars – Le stelle dopo la fine", nuovo film di Ridley Scott tratto dall'omonimo romanzo di Peter Heller.
La vicenda è ambientata in un mondo devastato da una pandemia che ha quasi cancellato la civiltà. Protagonista è Hig, un pilota sopravvissuto che vive in isolamento insieme al suo cane e a un ex marine. La sua routine cambia quando una misteriosa trasmissione radio lascia intravedere la possibilità che, oltre il territorio che conosce, esista ancora qualcosa da salvare. È l'inizio di un viaggio verso l'ignoto, guidato dalla speranza di ritrovare una forma di umanità.
Nel cast figurano Jacob Elordi, Josh Brolin, Margaret Qualley, Guy Pearce e Allison Janney. Ma c'è una curiosità che riguarda da vicino il pubblico italiano: gran parte del film è stata girata proprio in Italia, sfruttando paesaggi naturali e luoghi dismessi per costruire il suo scenario post-apocalittico. Le riprese hanno toccato diverse regioni, dal Friuli Venezia Giulia – tra Bordano, il Tagliamento, Clauiano e Gorizia – al Veneto, con la piana del Cansiglio, fino all'Abruzzo e al Lazio. Anche Roma ha fatto da set, con alcune scene realizzate a Cinecittà e nel quartiere EUR.
Dietro la desolazione di un futuro quasi irriconoscibile si nascondono paesaggi familiari, trasformati dal regista in un'America post-apocalittica. Una storia di sopravvivenza e solitudine che, attraverso la ricerca di una possibile rinascita, torna a interrogarsi su cosa rimane dell'essere umano quando tutto il resto è scomparso.
Dalla mitologia classica riletta da Christopher Nolan al nuovo corso di Spider-Man, passando per l'animazione dei Minions, l'horror d'autore di Jane Schoenbrun, il ritorno di Vaiana e la fantascienza post-apocalittica firmata Ridley Scott, l'estate 2026 propone un calendario cinematografico ricco e trasversale.
Perché, in fondo, il bello del cinema è anche questo: attraversare mondi lontanissimi senza mai lasciare la propria poltrona.
L'estate ha un modo tutto suo di cambiare il ritmo delle giornate. C'è chi approfitta delle ferie per recuperare i grandi classici, chi si lascia guidare dalle novità editoriali e chi cerca una storia capace di accompagnare il rumore delle onde o il silenzio delle montagne. Quest'anno gli scaffali delle librerie offrono romanzi molto diversi tra loro, accomunati dalla capacità di raccontare identità, relazioni e trasformazioni attraverso registri che spaziano dalla narrativa storica al thriller psicologico, fino alla musica e al noir d'autore. Ecco cinque titoli da leggere sotto l'ombrellone, selezionati per chi ama le storie che continuano a risuonare anche dopo l'ultima pagina.

Dopo il successo di La portalettere e Domani, domani, Francesca Giannone torna con un romanzo corale ambientato nel Salento degli anni Sessanta. Al centro della storia ci sono le quattro sorelle Elia, cresciute nella sartoria di famiglia sotto lo sguardo severo del padre Pantaleo, in un’Italia in cui alle donne viene ancora chiesto di restare al proprio posto. Tra musica ribelle, letture, desiderio di emancipazione e il cinema come finestra sul mondo, Mimì — la più giovane — scopre dalla cabina di proiezione del Cinema Apollo che la realtà può essere raccontata, montata e persino cambiata.
Più che una semplice saga familiare, Gli anni in bianco e nero è un romanzo di formazione e libertà che intreccia vicende private e cambiamenti collettivi: dalle lotte operaie alle occupazioni studentesche, fino alle nuove consapevolezze sul desiderio, sul lavoro e sull’indipendenza femminile. Giannone costruisce una storia intensa e coinvolgente, capace di raccontare il lento cambiamento di un’Italia sospesa tra tradizione e nuove libertà.
Editore: Nord
Pagine: 416
Prezzo: €20,00

Cosa succede quando una donna prende alla lettera l'ultima volontà del padre e si ritrova improvvisamente al centro dell'attenzione mediatica? Da questo episodio tanto surreale quanto inquietante prende avvio Sally Diamond la strana, il thriller psicologico di Liz Nugent, un romanzo che intreccia suspense, segreti di famiglia e una protagonista difficile da dimenticare.
Quarantenne, schiva e poco incline alle convenzioni sociali, Sally si ritrova sotto i riflettori proprio mentre cerca di costruire nuove relazioni e trovare il proprio posto nel mondo. Lettere anonime e documenti del passato riaprono ferite mai del tutto rimarginate e la spingono a confrontarsi con ciò che le è stato nascosto. Con una narrazione corale, Nugent mescola tensione e dramma personale in una storia intensa che esplora identità e memoria, fino a mettere Sally davanti a una verità che non può più ignorare.
Editore: Vallardi
Pagine: 400
Prezzo: €19,90

Londra, anni Venti. Lucy Darkwether ha rinunciato a un matrimonio già scritto per laurearsi in Storia Antica a Oxford e realizzare il suo sogno: gestire una piccola libreria antiquaria nel cuore della città. Quando una preziosa mummia arrivata dall'Egitto viene esposta nella libreria rivale, l'evento richiama studiosi e curiosi, ma l'entusiasmo lascia presto spazio all'orrore: l'inaugurazione viene sconvolta da un omicidio dai contorni enigmatici. Mentre la polizia cerca il colpevole, Lucy decide di seguire il proprio intuito.
Jennifer Gladwell firma un cozy crime che intreccia mistero, archeologia e atmosfere retrò, tra la Londra scintillante degli anni Venti e il fascino delle antiche maledizioni egizie. Una lettura coinvolgente per chi ama i gialli classici, le protagoniste brillanti e le librerie come luoghi in cui ogni scaffale sembra custodire una nuova avventura.
Editore: Newton Compton Editori
Pagine: 288
Prezzo: €12,90

Tra le novità Adelphi arriva per la prima volta in Italia Domenica, uno dei romans durs di Georges Simenon, pubblicato originariamente nel 1959.
Ambientato nell'arco di una sola giornata in una locanda della Costa Azzurra, il romanzo segue Émile, cuoco e gestore del locale, mentre una tensione accumulata negli anni emerge poco a poco e trasforma una domenica apparentemente normale in un momento decisivo della sua vita.
Con la consueta scrittura essenziale e penetrante, Simenon racconta il logorio dei rapporti, i desideri frustrati e i risentimenti che si nascondono dietro la routine quotidiana. Ne emerge un intenso ritratto psicologico, dove il vero dramma si consuma nell'interiorità dei personaggi e la suspense nasce dall'inesorabile avanzare di un destino già annunciato. Un piccolo classico per chi ama la grande letteratura dell'animo umano.
Editore: Adelphi
Pagine: 159
Prezzo: €18,00

Musica, ambizione e sogni si intrecciano nel romanzo di Liz Moore, ambientato nella New York dei primi anni Duemila e nel dietro le quinte dell'industria discografica.
Tra dirigenti d’etichetta, talent scout e giovani artisti in cerca di un’occasione, l’autrice costruisce una narrazione corale che esplora il confine sottile tra talento, successo e fragilità. Con uno sguardo profondamente umano, Le canzoni di New York racconta scelte, compromessi e desideri di chi vive per la musica, restituendo un ritratto intenso delle ambizioni e delle contraddizioni che accompagnano la ricerca del successo.
Editore: NN Editore
Pagine: 292
Prezzo: €19,00
Ci sono indirizzi che si scelgono per la cucina e altri che conquistano per l'atmosfera. VICO Pizza&Wine appartiene a entrambe le categorie. A pochi passi dal Pantheon, all'interno dello storico Palazzo Rondanini, la pizza contemporanea trova una cornice di rara bellezza che trasforma una cena in un'esperienza capace di intrecciare gastronomia, cultura e ospitalità.
Non sorprende che sia stata definita da molti "la pizzeria più bella del mondo", ma il fascino degli spazi varrebbe poco senza una proposta gastronomica all'altezza. I Tre Spicchi della Guida Pizzerie d'Italia del Gambero Rosso e il premio Milano Wine Week per la Migliore Carta dei Vini nella categoria Pizzerie raccontano una realtà che da tempo rappresenta uno degli indirizzi più interessanti del panorama romano.

Il nuovo menù estivo di VICO celebra la stagione più luminosa dell'anno con una proposta che guarda al Mediterraneo e alla sua straordinaria ricchezza di sapori. Ortaggi, pesce, erbe aromatiche e materie prime selezionate diventano gli ingredienti di una carta fresca e contemporanea, costruita su equilibri ben calibrati e abbinamenti capaci di valorizzare ogni elemento senza appesantire il gusto.
A firmare le novità sono i pizzaioli Ciro De Vincenzo e Niccolò Bandiera, interpreti di una visione che parte dalla tradizione napoletana per evolversi attraverso studio, tecnica e continua ricerca sugli ingredienti.
Tra le nuove signature dell’estate si fanno notare la Cicoriana, la Fiore di Baccalà, la Gamberi e Tartufo, la Alice a Spilinga e la Zio Beef, proposte che alternano suggestioni marine e ortaggi stagionali, mantenendo una forte identità gastronomica.
Accanto alle novità restano alcuni capisaldi della carta, come la celebre Margherita VICO, vera firma del locale, e la Crunchy Diavola, tra le più amate dagli ospiti abituali.

Dietro ogni pizza c'è un importante lavoro tecnico. Acqua, farina, sale e lievito fresco vengono gestiti attraverso un controllo accurato di idratazione, umidità, temperature e tempi di maturazione.
La lievitazione di ventiquattro ore, accompagnata da variazioni termiche calibrate, dà vita a una pizza dal cornicione soffice, struttura armoniosa e una piacevole nota croccante. Il risultato è una base fragrante, leggera e altamente digeribile, pensata per valorizzare i topping senza sovrastarli.
Questa ricerca si traduce in diverse interpretazioni: pizze cotte nel forno a legna, nel forno elettrico e soprattutto le apprezzate versioni in doppia cottura, prima fritte e poi passate in forno.
Tra queste meritano una menzione la Tonno e Cipolla, con tataki di tonno rosso e cipolla di Tropea in agrodolce, e il Crostino, con Mozzarella di Bufala Campana Dop, prosciutto cotto, pesto di pomodoro semidry, polvere di olive nere e basilico.
La convivialità è uno degli elementi che meglio definiscono l'identità di VICO. Ad accogliere gli ospiti c'è un piccolo benvenuto dalla cucina, diverso ogni giorno, che introduce lo stile della casa. Un approccio che richiama l'essenza stessa della pizza: un piatto popolare e generoso, nato per essere condiviso e ancora oggi capace di trasformare il momento della tavola in un'occasione di incontro.
Ad aprire il percorso gastronomico sono i fritti, realizzati con la stessa attenzione che caratterizza gli impasti e sorprendentemente leggeri. Tra le specialità più golose spiccano le Montanarine, proposte in diverse varianti. Da non perdere la Bomba Marinara, una soffice montanarina farcita dopo la cottura con riduzione di pomodoro San Marzano, aglio, olio extravergine, prezzemolo e peperoncino. Completano la selezione la Bomba Genovese, la frittatina di pasta, il crocchè, i supplì e la pizza fritta.
La stessa vocazione alla condivisione si ritrova nei menù degustazione stagionali, pensati per esplorare le diverse anime della proposta firmata VICO, tra cotture, consistenze e abbinamenti.
Comm' na vot (€30) propone Frittatina, Santa Lucia, Margherita Dop, Calzone Napoletano e Dessert.
All You Can WOW (€40) comprende invece Bomba Marinara, Gamberi e Tartufo, Tonno e Cipolla, Alice a Spilinga, Zio Beef e Dessert.
Pur avendo nei lievitati il proprio tratto distintivo, VICO amplia l'offerta anche oltre la pizza. Nella sezione Dalla Cucina trovano posto alcuni piatti golosi e tre insalate dal carattere contemporaneo, preparati con la stessa attenzione alla stagionalità e alla qualità delle materie prime. Una proposta che arricchisce l'esperienza a tavola e offre valide alternative a chi desidera esplorare altri sapori senza allontanarsi dalla filosofia del locale.
Anche il capitolo dessert merita attenzione.
La carta è stata ideata dal Maestro Pasticciere Ciro Chiummo, campione del mondo di pasticceria, ed è realizzata dalla giovane pastry chef Sofia. Una proposta che alterna grandi classici partenopei a interpretazioni più contemporanee, sempre nel segno dell'equilibrio e della golosità.
Tra le creazioni simbolo spicca la Coccinella, dessert signature della casa dal carattere giocoso e irresistibile, mentre la Delizia al Limone rende omaggio alla più autentica tradizione campana con un'esecuzione impeccabile.
Preparazioni raffinate, dal gusto pieno ma mai eccessivo, che chiudono il percorso gastronomico con coerenza ed eleganza.
In un locale che porta la parola "Wine" nel nome, il vino non può essere un semplice complemento.
Curata dal direttore Vincenzo Boffo, la selezione conta circa 110 etichette tra bollicine, bianchi, rosati e rossi. Un lavoro che ha ottenuto il riconoscimento della Milano Wine Week come migliore carta vini nella categoria pizzerie.
La proposta guarda soprattutto all'Italia centro-meridionale, con particolare attenzione a Campania, Lazio e territori mediterranei, senza rinunciare a una qualificata presenza di Champagne e grandi etichette nazionali.
L'obiettivo è costruire abbinamenti capaci di accompagnare impasti, fritti e farciture, offrendo percorsi enologici dinamici e mai scontati.

Molto del fascino di VICO risiede nella sua sede.
Palazzo Rondanini, edificato all'inizio del Cinquecento sulle rovine delle antiche terme neroniane e fatto costruire dal Cardinale Thomas Wolsey, conserva ancora oggi soffitti affrescati restaurati dalla Soprintendenza e lo storico stemma della famiglia Tudor.
Il progetto di interior design, firmato dall'architetto Roberto Antobenedetto, mette in dialogo storia e contemporaneità. A impreziosire gli ambienti contribuisce la straordinaria boiserie liberty realizzata nel 1908 dagli Stabilimenti Ducrot su disegno di Ernesto Basile per la famiglia Florio, insieme a opere d'arte, oggetti di design e richiami alla cultura napoletana.
Il risultato è uno spazio elegante ma accogliente, dove il servizio mantiene un tono spontaneo e caloroso, in perfetta sintonia con la filosofia della casa.

Durante la stagione estiva il progetto approda anche a Capri con il pop-up VICO Pizza & Bistrot, ospitato nel giardino dell'Hotel La Residenza.
Un'estensione naturale dell'esperienza romana che porta sull'isola la stessa attenzione per impasti, ingredienti, vino e ospitalità, aggiungendo anche una piccola selezione di piatti dalla cucina.
Che sia sotto gli affreschi di Palazzo Rondanini o tra i profumi del Mediterraneo caprese, VICO continua così a raccontare una visione contemporanea della pizzeria: qualità, condivisione e piacere di stare a tavola.
Informazioni Utili
VICO Pizza&Wine
Indirizzo: Piazza Rondanini 47, Roma
Telefono: 06 87809501
Sito: www.vicopizzaandwine.com
Orari estivi
Estate 2026
Tempi lontani, gusti dimenticati, cibi alieni. Una frase che sembra appartenere a un racconto di fantascienza, ma che diventa il punto di partenza di inTÉrcronia, il nuovo progetto editoriale a fumetti ideato da Antonio Recupero per Munchausen Factory e nato dalla collaborazione tra Ferri dal 1905 e Italia a Tavola.
Al centro della storia un’esploratrice chiamata Kamelya, arrivata da un futuro indefinito con una missione: ricostruire un archivio di sapori perduti. Attraverso il linguaggio della nona arte, il progetto accompagna il lettore alla scoperta del mondo del tè, degli infusi e delle botaniche, trasformando un sapere complesso in un racconto accessibile e coinvolgente.
Presentato in anteprima all’Hotel Indigo Milan, inTÉrcronia nasce con un obiettivo preciso: avvicinare i professionisti dell’Horeca alla cultura del tè attraverso uno strumento immediato e inaspettato. Non una semplice striscia illustrata, ma un nuovo modo di parlare di gusto, formazione e ricerca.

Per Ferri dal 1905 il tè non è mai stato soltanto una bevanda, ma una materia da conoscere e interpretare.
Da oltre un secolo l’azienda di Castel Goffredo, in provincia di Mantova, seleziona tè, infusi, spezie e botaniche pregiate provenienti da tutto il mondo, mantenendo una lavorazione artigianale italiana che permette di seguire ogni fase del processo: dalla scelta delle materie prime alla creazione di miscele personalizzate.
Una filosofia lontana dalla standardizzazione industriale e fondata sulla ricerca dell’identità di ogni prodotto. Dietro una miscela non c’è infatti un insieme casuale di ingredienti, ma una composizione studiata dove ogni elemento contribuisce all’equilibrio finale.
È proprio questa complessità che inTÉrcronia sceglie di raccontare attraverso le immagini: profumi, territori e tradizioni diventano parte di un immaginario narrativo.
Il fumetto entra così in un territorio insolito: quello della divulgazione gastronomica.
Se l’Accademia Ferri da anni porta avanti percorsi formativi dedicati al mondo del tè, inTÉrcronia rappresenta una nuova modalità per diffondere conoscenza in modo più leggero e immediato.
Come spiegato durante la presentazione del progetto, l’obiettivo non è sostituire la formazione tecnica, ma creare curiosità e stimolare l’attenzione dei professionisti su quei dettagli spesso sottovalutati che possono trasformare una semplice tazza in un’esperienza di qualità.
Dalla preparazione dell’acqua ai tempi di estrazione, fino al corretto servizio, inTÉrcronia invita a riscoprire quei dettagli spesso invisibili che determinano la qualità di una tazza di tè.
Kamelya è accompagnata nel suo viaggio da un avatar olografico con le sembianze di Albino Ferri, Tea Master e anima di Ferri dal 1905, che assume il ruolo di un mentore: una presenza capace di guidarla nella riscoperta dei saperi legati al tè, agli infusi e alle botaniche. Attraverso questo espediente narrativo, contenuti tecnici e cultura gastronomica vengono trasformati in un racconto più immediato e coinvolgente, dove formazione e immaginazione si incontrano.
La presentazione milanese di inTÉrcronia ha trovato una cornice ideale nell’Hotel Indigo Milan, spazio dove design, ospitalità e memoria della città dialogano tra loro.
Le tavole originali del fumetto sono entrate in relazione con un ambiente che riflette la stessa filosofia del progetto: creare connessioni tra linguaggi differenti.

Durante l’evento il tè ha superato la tradizionale dimensione della tazza per incontrare la mixology e l’alta pasticceria. Le miscele sono diventate protagoniste dei cocktail creati da Luigi Lillo, Bar Manager del Lounge Bar Mezzanotte presso Château Monfort, dimostrando la capacità del tè di offrire struttura, equilibrio e nuove profondità di gusto.
A completare il percorso, la monoporzione di tiramisù firmata dall’Atelier Damiano Carrara, studiata per entrare in dialogo con le sfumature aromatiche dei tè e valorizzarne, attraverso l’abbinamento, la dimensione sensoriale.
In un’epoca in cui il racconto del cibo passa sempre più attraverso esperienza, estetica e contaminazione tra discipline, inTÉrcronia propone una prospettiva originale: utilizzare un linguaggio popolare per raccontare un patrimonio complesso.
Il progetto non semplifica il tè, ma ne amplia l’immaginario. Lo sposta dalla dimensione esclusivamente rituale per mostrarne il potenziale culturale, creativo e gastronomico.
Tra mondi futuri, sapori dimenticati e tradizioni da riscoprire, il viaggio di Kamelya suggerisce una riflessione: forse il futuro del gusto passa anche dalla capacità di tornare a osservare con attenzione ciò che abbiamo sempre avuto davanti.
inTÉrcronia è il progetto editoriale a fumetti ideato da Antonio Recupero per Munchausen Factory e realizzato in collaborazione tra Ferri dal 1905 e Italia a Tavola. La striscia sarà pubblicata attraverso i canali editoriali della testata con l’obiettivo di diffondere la cultura del tè e delle sue applicazioni nel mondo Horeca.
Per maggiori informazioni: Accademia Ferri dal 1905
Una fetta di torta gigante sormontata da una fragola XXL. A prima vista potrebbe sembrare il set di un film di Sofia Coppola o l’ennesima immagine generata dall’intelligenza artificiale. Invece è l’ultimo pop-up di Dior a Nanchino: uno spazio immersivo a forma di dessert, dove la nuova collezione si muove tra ceramiche lucide, dettagli pastello e scenografie che ricordano una pasticceria d’alta gamma.
L’immagine è spettacolare, ma soprattutto sintomatica. Perché la moda continua a tornare al cibo? E perché oggi sembra volerlo incorporare in modo sempre più radicale?
La risposta riguarda il desiderio. Ma anche il modo in cui il desiderio viene costruito, distribuito e consumato nell’era delle immagini.
Per lungo tempo la moda ha fondato il proprio fascino sulla distanza. Corpi irraggiungibili, ambienti esclusivi, campagne costruite come mondi separati dalla realtà. Oggi quella distanza si è accorciata. La moda non vuole più soltanto essere guardata: vuole essere vissuta, fotografata, condivisa.
In questo scenario il cibo diventa uno strumento potentissimo. Una ciliegia lucida, una fetta di torta, un cocktail perfettamente costruito parlano un linguaggio immediato e universale. Non richiedono interpretazioni, ma attivano una risposta istintiva.
Il fashion system ha capito che il cibo possiede qualcosa che il lusso ha sempre inseguito: la capacità di evocare piacere in una frazione di secondo.
Non è un caso che sempre più campagne, allestimenti e iniziative utilizzino l’immaginario gastronomico. Il cibo traduce il desiderio in un’immagine facilmente riconoscibile, condivisibile e soprattutto consumabile.
Del resto, abiti e cibo hanno molto in comune. Entrambi seducono prima attraverso lo sguardo, producono aspettative, costruiscono identità e vivono all’interno della stessa economia dell’attenzione. Sono esperienze effimere che acquistano valore proprio nel momento in cui vengono desiderate.
Il dialogo tra fashion e food non nasce certo oggi.
Negli anni Ottanta e Novanta Moschino trasformava packaging, bottiglie e menù in strumenti di satira pop, mentre Elsa Schiaparelli aveva già esplorato il potenziale surrealista dell’immaginario gastronomico decenni prima.
Chanel F/W 2014/15
Nel 2014 Chanel portò in passerella un supermercato interamente brandizzato, trasformando uno dei luoghi simbolo del consumo quotidiano in una scenografia del lusso. Un gesto che rendeva evidente quanto il desiderio e il consumo fossero ormai due facce della stessa medaglia.
Anche il cinema ha contribuito a costruire questa estetica. Marie Antoinette di Sofia Coppola, con i suoi macarons pastello, le montagne di panna e l’opulenza decorativa, ha anticipato gran parte dell’immaginario che oggi domina social network, campagne pubblicitarie e visual merchandising. Un universo dolce fino all’eccesso, dove l’abbondanza diventa linguaggio.
La differenza, però, è che oggi il cibo non è più soltanto un riferimento estetico. Le aziende del lusso aprono caffè, firmano ristoranti, organizzano cene performative e community dinner. Costruiscono eventi attorno alla convivialità, trasformando l’esperienza gastronomica in estensione del brand.
La moda non si limita più a rappresentare il cibo. Lo utilizza come spazio di relazione.
Marie Antoinette, Sofia Coppola, 2006
C’è poi una componente emotiva che spiega il successo di questo immaginario.
Basta osservare i codici visivi più diffusi degli ultimi anni: fragole perfette, ciliegie brillanti, glassa rosa, panna montata, colori burrosi e tonalità pastello. È un’estetica che richiama l’infanzia, i compleanni, il comfort food e una dimensione domestica rassicurante.
In un presente attraversato da instabilità economica, crisi geopolitiche e sovraccarico digitale, la dolcezza funziona come una forma di evasione. Una promessa di leggerezza in un contesto sempre più complesso.
Ma dietro questa superficie rassicurante si nasconde una costruzione attentissima. Nulla è spontaneo. La tavola apparecchiata, la fragola perfetta, il dessert monumentale sono elementi narrativi progettati per generare emozioni e consolidare un immaginario.
La dolcezza diventa scenografia.
E la scenografia diventa strategia.
Iris Shoes Instagram
C’è infine una ragione molto concreta.
Il cibo è uno dei contenuti che funzionano meglio online. Da anni domina Instagram, TikTok e Pinterest perché cattura immediatamente l’attenzione e attiva una risposta emotiva quasi automatica.
La moda ha assorbito questa logica fino a sviluppare una propria versione del food porn.
Borse fotografate come pasticcini, scarpe accostate a dessert, inviti che sembrano menu degustazione, boutique trasformate in bakery immaginarie. Ogni elemento è studiato per generare la stessa reazione: desiderare prima ancora di comprendere.
L’obiettivo non è soltanto mostrare un prodotto, ma creare un’immagine capace di sopravvivere allo scroll.
È forse questa la domanda più interessante.
Quando osserviamo una campagna costruita tra frutta succosa, tavole imbandite e dolci scenografici, stiamo davvero aspirando al capo? Oppure stiamo reagendo all’atmosfera che lo circonda?
La moda contemporanea sembra aver spostato il proprio centro di gravità. Sempre meno prodotto, sempre più esperienza. Sempre meno oggetto, sempre più racconto.
Non vende soltanto abiti, ma mondi da abitare, identità temporanee e immagini da condividere.
Il cibo si inserisce perfettamente in questa trasformazione perché traduce il desiderio in qualcosa di immediato, emotivo e facilmente condivisibile. Ma proprio per questo porta con sé una contraddizione.
Più il desiderio diventa rapido, più rischia di essere fugace.
E così anche l’alta moda finisce per assomigliare a un dessert perfettamente decorato: irresistibile al primo sguardo, progettato per essere fotografato e consumato nell’istante.
Bella come una torta.
Effimera come il momento che precede il primo morso.
Che sia fondente, al latte o bianco, il cioccolato ha un potere raro: mettere d'accordo praticamente tutti. È il comfort food per eccellenza, ma anche una materia prima dalla straordinaria versatilità, capace di dare vita a dessert d'autore, gelati gourmet e persino creazioni che sfiorano l'arte. Non sorprende, quindi, che il 7 luglio gli venga dedicata una giornata mondiale.
Il World Chocolate Day celebra simbolicamente il giorno in cui, nel 1847, l'inglese Joseph Fry realizzò la prima tavoletta di cioccolato come la conosciamo oggi, segnando una svolta nella storia della pasticceria. Da allora il cacao ha attraversato epoche, culture e continenti, diventando uno degli ingredienti più iconici della gastronomia internazionale.
Ridurlo a una semplice golosità sarebbe però limitante. Dietro ogni tavoletta si intrecciano ricerca, selezione delle materie prime, tecniche di lavorazione sempre più raffinate e una costante sperimentazione di sapori e consistenze. È anche per questo che continua a essere protagonista durante tutto l'anno, estate compresa.
In occasione della ricorrenza, alcuni tra i nomi più interessanti della pasticceria italiana hanno scelto di celebrarlo attraverso interpretazioni che spaziano dalla tradizione all'innovazione.
Sacher monoporzione ambientata - Iginio Massari Alta Pasticceria
Tra i protagonisti spicca naturalmente Iginio Massari, che reinterpreta uno dei grandi classici della pasticceria europea: la Sacher. Nella sua versione, l'equilibrio tra cioccolato e confettura si arricchisce di nocciole, mele e lamponi, mantenendo l'eleganza che da sempre contraddistingue il maestro bresciano.
Il cacao diventa anche uno strumento per raccontare il territorio. Fabrizio Camplone, ad esempio, dedica una collezione di praline ai simboli di Pescara, trasformando monumenti e luoghi identitari in piccoli gioielli di cioccolateria artigianale.
A dimostrare che questo ingrediente non appartiene soltanto ai mesi più freddi sono soprattutto le interpretazioni estive. Il gelato Tropico Noir di Vincenzo Pennestrì unisce un cacao monorigine del Madagascar a mango e passion fruit, mentre Pariani Ferno 1953 propone un percorso sensoriale che esplora il cacao attraverso infusioni, creme e consistenze croccanti.
C'è poi chi sceglie di superare i confini della tradizione. Luca Valle, con Anima Concept Pizza, reinventa la storica pizza dolce abruzzese trasformandola in una pizza al padellino al cacao, mentre Salvatore Varriale porta questo ingrediente nel mondo dell'arte con una scultura dedicata a Diego Armando Maradona, dove tecnica e maestria artigianale si fondono.
Fruttini gelato di Grué
Il lato più raffinato dell'ingrediente trova spazio anche nei dessert d'autore. Il soufflé al fondente della pastry chef Irene Tolomei, la monoporzione MonoG di Emilio Glorioso e i Fruttini Gelato di Grué raccontano come consistenze, temperature e abbinamenti possano dare vita a esperienze sempre diverse.
Non mancano le reinterpretazioni dei grandi classici, come la torta pere e cioccolato firmata da Carlotta Filippini o la WillyTonka di Nicola Goglia, in cui il cacao incontra il caramello e la fava tonka. Anche la colazione si veste di nuove sfumature grazie alle proposte di Malìa Milano, ulteriore conferma della straordinaria versatilità del cioccolato.
Queste sono solo alcune delle iniziative pensate per il World Chocolate Day. Accanto ai nomi più noti, pasticcerie e laboratori artigianali in tutta Italia celebrano la ricorrenza con edizioni speciali e lavorazioni dedicate, dimostrando come il cioccolato continui a ispirare professionisti e appassionati.
In fondo è proprio questa la sua forza: saper essere, allo stesso tempo, un ricordo d'infanzia, un piccolo lusso quotidiano un simbolo dell'alta pasticceria contemporanea. Un ingrediente senza tempo che, morso dopo morso, continua a conquistare il palato di intere generazioni.
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