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Laureata in Fashion Design presso l’Istituto Marangoni di Milano, scrive di arte, moda e costume con uno sguardo curioso e contemporaneo. Indaga i linguaggi estetici e culturali del presente, muovendosi tra ricerca visiva, stile e immaginario collettivo.
Dal 7 febbraio al 27 settembre 2026, la Sala delle Cariatidi del Palazzo Reale di Milano ospita Le Alchimiste, il nuovo progetto site-specific di Anselm Kiefer, uno dei massimi protagonisti dell’arte contemporanea internazionale. Curata da Gabriella Belli, la mostra rende omaggio alle figure femminili che hanno contribuito allo sviluppo della scienza e dell’alchimia, celebrandone il ruolo e valorizzandone finalmente il contributo spesso ignorato dalla storia.
Kiefer. Le Alchimiste. Installation view Sala delle Cariatidi. Ph Ela Bialkowska, OKNO Studio
La Sala delle Cariatidi, un tempo conosciuta come Sala degli Specchi, fu completata nel 1778 da Giuseppe Piermarini per Ferdinando d’Asburgo-Lorena. Con i suoi 46 metri di lunghezza e 17 di larghezza, supera persino la celebre Galerie des Glaces di Versailles. Riccamente decorata con stucchi, affreschi, dipinti e sculture, la stanza subì gravi danni durante la Seconda Guerra Mondiale, nella notte del 15 agosto 1943, quando un bombardamento inglese colpì il centro storico di Milano. L’attacco distrusse il soffitto della sala e mutilò le quaranta cariatidi, che non vennero mai restaurate, conservando le cicatrici del fuoco bellico. Da allora, le sculture segnate dalla tragedia hanno elevato questo spazio a luogo del ricordo, rendendolo la cornice ideale per opere simboliche come Guernica di Pablo Picasso e le installazioni di Anselm Kiefer dedicate al sapere femminile.
Kiefer. Le Alchimiste. Installation view. Ph Ela Bialkowska, OKNO Studio
Le Alchimiste prende forma nel 2024, quando Kiefer, visitando la Sala delle Cariatidi, riconosce nel destino delle statue sfigurate il riflesso della storia di molte donne la cui memoria è stata cancellata dalla storia: le alchimiste. Quarantadue teleri, trentotto collocati lungo la navata principale e otto nella Sala del Lucernario, raccontano le storie di donne vissute tra il basso Medioevo e il Seicento, custodi di saperi legati al fuoco, alla terra e ai cicli naturali della vita. Oggi le definiremmo medichesse, erboriste, farmaciste o sperimentatrici alchemiche, ognuna animata da una propria ricerca e da uno scopo unico. Alcune cercavano la leggendaria pietra filosofale, simbolo di perfezione e rigenerazione spirituale, altre si dedicavano a curare, guarire e migliorare la vita delle comunità, operando in laboratori domestici e pubblicando le proprie ricette sotto pseudonimi maschili per proteggersi dalle accuse di stregoneria.
Kiefer. Le Alchimiste. Installation view. Ph Ela Bialkowska, OKNO Studio
Su ogni tela prende forma una figura, il cui nome è inscritto in alto come gesto metaforico di restituzione identitaria. I volti e i corpi emergono da strati di materia densa sottoposta a combustione e stratificazione, plasmata da piombo, zolfo, ossidi, oro, cenere e fiori. Così la pittura si trasforma in un vero laboratorio alchemico, dove luce e ombra, distruzione e rinascita dialogano continuamente e la memoria femminile, a lungo oscurata, ritrova la propria voce e il proprio splendore.
Anselm Kiefer, Isabella d’Aragona, 2025. Photo: Nina Slavcheva ©Anselm Kiefer
Kiefer celebra il sapere femminile, omaggiando sia figure di alto rango sia donne meno note, proto-scienziate che hanno aperto la strada alla sperimentazione moderna. Tra le italiane spiccano Caterina Sforza, politica, guerriera e studiosa di piante medicinali, Isabella d’Aragona, esperta di cosmesi e rimedi di corte e Isabella Cortese, autrice de I secreti della signora Isabella Cortese (1561), figura centrale nell’eredità culturale e scientifica delle donne del Rinascimento.
Anselm Kiefer, Kleopatra, 2025. Photo: Nina Slavcheva ©Anselm Kiefer
Accanto a loro, il ciclo include figure internazionali tra cui: Leona Constantia, pseudonimo dell’autrice di Sonnenblume der Weisen, il trattato che prometteva la chiave per preparare la pietra filosofale e Anne Marie Ziegler, perseguitata per presunte pratiche demoniache. Non manca Kleopatra, alchimista greca del III-IV secolo, autrice del papiro Chrysopoeia, dal quale emerge il celebre simbolo dell’ouroboros, il serpente che si morde la coda, rappresentazione dell’eterno ciclo di vita, morte e rinascita. Interessante è anche la figura di E.H., alchimista del XVI secolo che celava la propria identità dietro le iniziali, testimone silenziosa di un sapere nascosto, finalmente restituito al mondo attraverso l’arte.
Kiefer. Le Alchimiste. Installation view Sala del Lucernario. Ph Ela Bialkowska, OKNO Studio
Il percorso culmina nella Sala del Lucernario, dove le ultime 8 tele sono dominate da fondi oro, il metallo perfetto e incorruttibile, simbolo supremo della Grande Opera alchemica. Qui l’oro non è solo trasmutazione materiale, ma purificazione spirituale, un processo che eleva lo spirito attraverso la materia e nasce dalla combustione, dalla distruzione, dalla lenta ossidazione del piombo.
Kiefer. Le Alchimiste. Installation view. Ph Ela Bialkowska, OKNO Studio
Le Alchimiste non è solo una mostra “bella” nel senso decorativo del termine: è un itinerario immersivo, fatto di grana ruvida, pittura, metalli, fiori, rilievi e riflessi che rimbalzano dagli specchi all’architettura, alle opere.
In dialogo con la Sala delle Cariatidi, Kiefer ricuce i frammenti della memoria collettiva, restituendo una voce e un nome a chi è stata esclusa dalla storia ufficiale, trasformando così l’arte in un gesto di giustizia simbolica.
L’esposizione è accompagnata da un articolato programma di incontri gratuiti su prenotazione con personalità del mondo culturale e artistico, tra cui Gabriella Belli, Natacha Fabbri, Massimo Recalcati, Michela Pereira e Luisa Torsi.
Alcune opere del ciclo saranno inoltre visibili in sedi esterne: Caterina Sforza presso Unipol Tower dal 9 febbraio al 30 giugno 2026 e Margarethe V Antiochia al Parco Internazionale di Scultura di Banca Ifis a Mestre dal 19 aprile 2026.
Informazioni utili
Location: Sala delle Cariatidi, Palazzo Reale, Milano
Date: dal 7 febbraio al 27 settembre 2026
Ingresso: si entra dal Museo del 900, dove potrete anche fare i biglietti
Audioguida inclusa nel biglietto
Programma incontri: www.palazzorealemilano.it/public-program-kiefer.-le-alchimiste
Info: www.palazzorealemilano.it/-/anselm-kiefer.-le-alchimiste
Fino al 28 febbraio, il cortile interno dell’hotel Portrait Milano si trasforma in un bosco inatteso, dove il rumore della città svanisce e i visitatori vengono guidati in un’esperienza multisensoriale che celebra la storia, la tecnica e il design di Moncler Grenoble. The Beyond Performance Exhibit non è solo un’installazione: è un viaggio tra passato, presente e futuro di un brand che ha fatto della montagna la sua cifra stilistica.
Sentieri terrosi, alberi slanciati e nebbia leggera evocano le origini del marchio, fondato nel 1952 a Monestier-de-Clermont, vicino a Grenoble, sulle Alpi francesi. L'esposizione si articola in tre percorsi tematici, ciascuno dedicato a un elemento chiave dell’identità del brand. Non esiste un ordine prestabilito: ognuno è libero di scegliere da dove iniziare, lasciandosi guidare dall’istinto, come in un’esplorazione in alta quota.
The Beyond Performance Exhibit Moncler, Blue Trail (foto di hypebeast.com)
Il Blue Trail rende omaggio alle radici di Moncler: attraverso videoproiezioni immersive, l’allestimento ricrea le grandi spedizioni alpine, come quella italiana sul K2 del 1954, supportata dal marchio. Sacchi a pelo, giacche a vento e i primi piumini realizzati insieme a Lionel Terray raccontano l’evoluzione tecnica e stilistica del brand. Al centro, spicca la giacca Karakorum, creata appositamente per la storica missione del 1954, simbolo di performance d’eccellenza e di uno stile senza tempo.
The Beyond Performance Exhibit Moncler, White Trail
Il White Trail celebra la dimensione sportiva di Moncler. Tra neve e immagini suggestive di montagne vengono presentati i capi olimpici della Squadra francese del 1968 accostati alle tute da gara del Team Brasile per le Olimpiadi invernali di Milano Cortina 2026, creando un ponte tra passato e presente. Dagli archivi emergono pezzi iconici come un piumino Paninaro del 1990 autografato dallo sciatore Alberto Tomba e una creazione anni Ottanta firmata dalla designer parigina Chantal Thomass, testimonianze della capacità del brand di attraversare epoche e stili mantenendo la propria identità.
The Beyond Performance Exhibit Moncler, Red Trail
Infine, il Red Trail accompagna i visitatori dal presente al futuro del marchio, lungo una passerella specchiata e luminosa che crea un’illusione ottica, metafora di orizzonti infiniti e nuove possibilità. Questo ambiente futuristico racconta la trasformazione avviata da Remo Ruffini nel 2003 e consolidata nel 2010, quando Moncler Grenoble si affermò come riferimento internazionale per l’abbigliamento tecnico di alta gamma. Le collezioni più iconiche prendono vita tra installazioni e contenuti coinvolgenti: dal debutto alla New York Fashion Week del 2010 alla foresta innevata di St. Moritz, dalle passerelle in alta quota a Courchevel fino all’anteprima Autunno/Inverno 2026 ad Aspen. Giochi di luce, fumo e suoni rendono l’esperienza intensa e suggestiva, facendo della montagna non solo un’ambientazione, ma l’essenza stessa del percorso.
Molti capi storici sono stati prestati da Dapper Dylan, collezionista privato, che ha messo a disposizione il proprio archivio personale, arricchendo l’esposizione con pezzi iconici. In questa mostra, moda e sport si incontrano in un’esperienza immersiva adatta a tutti, dove ogni dettaglio racconta la filosofia di Moncler: un equilibrio tra heritage alpino, innovazione tecnica e design contemporaneo.
The Beyond Performance Exhibit è visitabile su prenotazione tramite il sito ufficiale thebeyondperformanceexhibit.com
Ci sono simboli che nascono per necessità e finiscono per trasformarsi in linguaggi universali. Il Monogram di Louis Vuitton, che nel 2026 celebra 130 anni, appartiene senza dubbio a questa categoria. Costruito attorno alle iniziali intrecciate “L” e “V”, omaggio diretto al fondatore della Maison, e a una costellazione di motivi floreali e geometrici, non è mai stato un semplice elemento decorativo. Fin dalle origini, si è imposto come un autentico codice visivo: un segno distintivo capace di attraversare epoche, mutamenti sociali e rivoluzioni estetiche senza perdere la propria identità. Nato alla fine dell’Ottocento come risposta concreta alla contraffazione, il Monogram è oggi un emblema stratificato, in bilico tra funzione, arte e cultura.
Louis Vuitton - Grey Trianon
Per comprendere appieno la nascita del Monogram, è necessario tornare ai primi anni della maison. Quando Louis Vuitton apre il suo primo negozio di articoli da viaggio a Parigi nel 1854, il successo dell’azienda si basa soprattutto sull’innovazione tecnica: bauli leggeri, impilabili e rivestiti con una tela impermeabile. I primi modelli non presentano ancora motivi decorativi distintivi, ma sono realizzati in tela Gris Trianon, una superficie cerata grigia pensata per resistere all’umidità e all’usura dei viaggi.
Tela Damier Louis Vuitton
Il rapido successo delle creazioni Vuitton porta però a un problema cruciale: le imitazioni. Già negli anni Settanta dell’Ottocento, per distinguersi, Louis Vuitton introduce un motivo a righe rosse e beige, primo tentativo di creare un segno distintivo visivo. La vera svolta arriva nel 1888, quando Georges Vuitton, figlio del fondatore, inventa la tela Damier, la celebre scacchiera beige e marrone accompagnata dalla scritta “Marque L. Vuitton déposée”. Non si tratta solo di un gesto estetico: è anche un atto di tutela legale e identitaria, che anticipa l’idea moderna di branding.

Monogram LV
Dopo la morte di Louis Vuitton nel 1892, Georges prosegue il lavoro paterno e avverte la necessità di un simbolo ancora più forte, capace di rendere immediatamente riconoscibili i prodotti della maison in tutto il mondo. Nel 1896 nasce così il Monogram LV, concepito anche come omaggio al padre. Il disegno intreccia le iniziali “L” e “V” a una serie di motivi floreali e geometrici: un fiore a quattro petali racchiuso in un cerchio, un fiore a quattro punte e un diamante che contiene lo stesso fiore in negativo.
L’ispirazione non è casuale. Secondo le ricostruzioni storiche, Georges Vuitton guarda alle piastrelle in maiolica di Gien decorate con fiori a quattro petali, presenti nella casa di famiglia ad Asnières. Il risultato è un motivo che incarna pienamente il clima estetico fin de siècle, attraversato da revival neogotici e da profonde suggestioni orientali, in cui l’ornamento diventa linguaggio simbolico e struttura visiva. Nel 1905 la tela Monogram viene registrata ufficialmente come marchio, sancendo la nascita di uno dei simboli più longevi della storia del lusso.

Keepall Bandoulière 50
Nel corso del Novecento, il Monogram accompagna l’evoluzione delle abitudini di viaggio e di consumo. I bauli Louis Vuitton, impermeabili e resistenti, diventano status symbol di artisti, intellettuali e attrici, soprattutto durante l’epoca del jet set tra gli anni Cinquanta e Sessanta. Parallelamente, il marchio estende il proprio linguaggio alle borse, dando vita a modelli destinati a diventare iconici: Speedy, Keepall, Noé, Alma.
Queste creazioni dimostrano come il Monogram non sia un semplice motivo decorativo, ma un linguaggio capace di adattarsi a forme, usi e contesti diversi, senza perdere coerenza. Nato come strumento di difesa contro l’imitazione, il motivo si trasforma in un segno di appartenenza e riconoscimento globale.
La fase più radicale dell’evoluzione del Monogram arriva tra la fine degli anni Novanta e i primi anni Duemila. Con la nomina di Marc Jacobs a direttore creativo nel 1997, il codice visivo di Louis Vuitton viene sottoposto a un processo di ridefinizione profonda: il motivo si ingrandisce, si moltiplica nei colori, si libera dalla rigidità formale e si apre a contaminazioni provenienti da mondi fino ad allora estranei al lusso tradizionale. Il Monogram smette di essere un segno intoccabile e diventa materia viva, superficie di sperimentazione, capace di dialogare con l’arte contemporanea, la cultura pop e le nuove estetiche globali mantenendo intatta la propria identità.

Louis Vuitton Masters, Jeff Koons
Collaborazioni come quella con Takashi Murakami nel 2003 trasformano il motivo in un mosaico pop multicolore, Yayoi Kusama lo ricopre di pois nel 2012 e nuovamente nel 2023, Stephen Sprouse lo sporca con graffiti, Jeff Koons lo sovrappone ai capolavori della storia dell’arte, Rei Kawakubo, Frank Gehry, Cindy Sherman e altri lo reinterpretano come forma concettuale. Questa apparente “rivoluzione” dimostra la forza del Monogram, che per quanto possa essere modificato, resta sempre riconoscibile.

Mikhail Gorbaciov, fotografato da Annie Leibovitz per LV
A rafforzarne lo status symbol contribuiscono anche le campagne pubblicitarie. Emblematica è quella del 2007 con Mikhail Gorbaciov, fotografato da Annie Leibovitz davanti a ciò che restava del muro di Berlino. Accanto all’ex leader sovietico, sul sedile posteriore dell’auto, una borsa Keepall. Un’immagine che inserisce il prodotto all’interno di una narrazione storica e politica, dimostrando come il brand possa dialogare con la complessità del reale e non solo con l’estetica del lusso.
Nel 2026 Louis Vuitton celebra i 130 anni del Monogram rendendo omaggio alla propria storia e alla sua eredità iconica, reinterpretata attraverso una visione creativa profondamente contemporanea. Le celebrazioni si aprono con un tributo alle borse più iconiche: Speedy, Keepall, Noé, Alma e Neverfull, autentici capisaldi del patrimonio della Maison e simboli di un’idea di viaggio sempre attuale.

LV x TM Speedy Soft 30, anniversario monogram
Louis Vuitton presenta tre capsule collection esclusive che rileggono il Monogram alla luce del savoir-faire e dell’arte contemporanea: Monogram Origine, VVN e Time Trunk, affiancate dalla collezione LVxTM (Louis Vuitton × Takashi Murakami). Ogni capsule esplora uno degli elementi fondanti dell’identità Vuitton: la tela storica, la pelle naturale e l’arte della fabbricazione dei bauli.
Alma BB, collezione Monogram Origine
Monogram Origine reinterpreta la tela del 1896 in un nuovo jacquard di lino e cotone, declinato in delicate tonalità pastello ispirate agli archivi. VVN celebra la nobiltà essenziale della pelle bovina naturale, materiale distintivo della Maison fin dalle origini, destinato a sviluppare nel tempo una patina unica e personale. Time Trunk, infine, offre una rilettura audace dell’universo dei bauli, riproducendone superfici e dettagli attraverso sofisticate stampe trompe-l’œil.
A 130 anni dalla sua creazione, il Monogram Louis Vuitton dimostra che la forza di un simbolo risiede nella sua capacità di evolvere senza rinnegarsi. Nato come strumento di difesa contro il plagio, è diventato un linguaggio universale che attraversa moda, arte e cultura visiva. Non un feticcio immobile, ma un organismo vivo, capace di adattarsi al tempo senza smettere di raccontarlo. E forse è proprio questa la sua magia più duratura: non smettere mai di viaggiare.
In occasione dei Giochi Olimpici e Paralimpici Invernali Milano Cortina 2026, la Fondazione Luigi Rovati presenta la mostra “I Giochi Olimpici™. Una storia lunga tremila anni”, un progetto espositivo che ripercorre l’evoluzione dell’ideale olimpico dal mondo antico allo sport contemporaneo.
Curata da Anne-Cécile Jaccard e Patricia Reymond (Museo Olimpico di Losanna), Giulio Paolucci (Fondazione Luigi Rovati) e Lionel Pernet (Musée Cantonal d’Archéologie et d’Histoire di Losanna), la mostra nasce da una coproduzione internazionale e si sviluppa in un percorso che accosta reperti archeologici, opere d’arte e oggetti simbolo delle Olimpiadi moderne.
Dalle competizioni della Grecia antica, che sancivano la tregua sacra e favorivano il dialogo tra le città, fino alla visione educativa di Pierre de Coubertin, fondatore dei Giochi moderni, l’esposizione racconta come il gesto atletico si sia affermato nel tempo come luogo di rappresentazione, confronto e cultura.
Installation view I Giochi Olimpici™. Una storia lunga tremila anni. Foto: Daniele Portanome
La mostra, articolata in cinque sezioni tematiche, mette in dialogo reperti archeologici e cimeli dei Giochi moderni, intrecciando sport, arte e spiritualità. Vasi attici decorati con scene di competizioni e vita quotidiana, strigili e attrezzi atletici greci, etruschi e romani si affiancano a oggetti simbolo della storia olimpica, dai guantoni di Pierre de Coubertin alla maglia di Usain Bolt indossata alle Olimpiadi di Pechino 2008 ed esposta per la prima volta a Milano.
Simboli potenti come la torcia olimpica testimoniano la continuità tra passato e presente: dalle lampadoforie dell’antica Grecia, corse rituali a staffetta con la fiaccola, fino ai design contemporanei, la fiamma conserva il suo valore di passaggio, memoria e unione tra i popoli.
Installation view I Giochi Olimpici™. Una storia lunga tremila anni. Foto: Daniele Portanome
Questo dialogo tra epoche è rafforzato dall’architettura della Fondazione Luigi Rovati, un palazzo ottocentesco trasformato in museo da MCA – Mario Cucinella Architects. Il piano ipogeo, dal design moderno, ospita i reperti archeologici, mentre i livelli superiori conservano lo stile originale del palazzo. Un equilibrio tra memoria e innovazione premiato con il Compasso d’Oro ADI 2024 per l’Exhibition Design.
Tomba delle Olimpiadi, Fondazione Rovati. Foto: Daniele Portanome
Culmine del percorso è la Tomba delle Olimpiadi (530–520 a.C.), proveniente dal Museo Archeologico Nazionale di Tarquinia e presentata per la prima volta fuori dal suo contesto originario. Gli affreschi al suo interno raffigurano corse di bighe e prove atletiche, unendo sport, danza, simposi e valori aristocratici. In Etruria, celebrare il gesto atletico in un contesto funerario significava trasformare il tema della morte in esaltazione della vita e del prestigio, fissando nella memoria collettiva l’impresa degli atleti.
La Tomba delle Olimpiadi (1991) di Mario Schifano
L’eco di questa visione arriva fino ai giorni nostri: opere moderne come la serigrafia di Andy Warhol ispirata alla Tomba delle Leonesse di Tarquinia e La Tomba delle Olimpiadi (1991) di Mario Schifano reinterpretano il gesto atletico e il mito olimpico. Questo straordinario reperto diventa così la chiave di lettura dell’intero percorso: dall’antichità alla contemporaneità, lo sport continua a creare identità, lasciare tracce e celebrare la forza del gesto umano.
Installation view I Giochi Olimpici™. Una storia lunga tremila anni. Foto: Daniele Portanome
“I Giochi Olimpici™. Una storia lunga tremila anni” racconta l’evoluzione dei Giochi, da eventi riservati a un’élite maschile di cittadini liberi fino alla piena parità di genere raggiunta a Parigi 2024, riflettendo l’ambizione di uno sport sempre più inclusivo e rappresentativo. L’esposizione, inserita nel programma dell’Olimpiade Culturale di Milano Cortina 2026, offre un’esperienza immersiva che invita a riflettere su come archeologia, storia e arte dialoghino con il presente, mostrando come lo sport, attraversando millenni, continui a plasmare cultura, tradizione e storia. L’esposizione resterà aperta fino al 22 marzo 2026, offrendo un’occasione unica per immergersi nella storia millenaria dei Giochi e riscoprire il valore universale dello sport.
Informazioni utili
Location: Fondazione Luigi Rovati, via Varesina 123, Milano
Date: fino al 22 marzo 2026
Orari: dal martedì alla domenica, 10:00–19:00 (chiuso lunedì)
Biglietti: ingresso a pagamento; tariffe ridotte per studenti, under 18 e over 65
Informazioni: www.fondazioneluigirovati.org
Dal 24 febbraio al 2 marzo 2026 Milano torna sotto i riflettori internazionali con la Fashion Week Donna, un susseguirsi di sfilate, presentazioni e appuntamenti esclusivi per designer, buyer e insider, che animano la città con creatività, stile e atmosfere originali.
Tra gli indirizzi simbolo dell’eleganza meneghina spicca Terrazza Duomo 21. Affacciata sulla maestosa Piazza del Duomo questa location iconica regala una prospettiva unica sulla città e diventa la cornice ideale per vivere la settimana della moda tra eventi riservati, dj-set ed esperienze private pensate per fashion lover e professionisti del settore.

Situata al primo piano dell'omonimo palazzo, la Terrazza non è solo uno scorcio privilegiato sul centro storico, ma un vero hub cosmopolita. Grazie alle vetrate floor-to-ceiling che annullano i confini tra interno ed esterno, il locale si trasforma a seconda dell'ora: colazioni e business lunch sofisticati di giorno, aperitivi e atmosfere da club con dj-set fino alle 2.00 di notte. Non è un caso se le grandi maison lo scelgono ciclicamente come quartier generale per i loro eventi più esclusivi.

La proposta gastronomica porta la firma dello chef stellato Roberto Conti, che interpreta la cucina con eleganza, precisione e un tocco “fashion”. Il menu combina sapori italiani e suggestioni internazionali, esaltando ingredienti di qualità e preparazioni curate nei minimi dettagli. I piatti, mai banali, puntano su equilibrio e gusto, offrendo un’esperienza gastronomica che accompagna con naturalezza una delle settimane più frenetiche dell'anno.

Il bar presenta la drink list esclusiva “Il Giro del Mondo in 10 Cocktail”, un percorso che celebra culture lontane e atmosfere esotiche. Tra le proposte più iconiche:
Dietro il successo di Terrazza Duomo 21 c’è Glamore Group, realtà milanese leader nell’entertainment di qualità, food & beverage e hospitality, con un portfolio di location esclusive tra Milano, Monza e in Versilia. Grazie alla loro visione, un indirizzo iconico, ma tradizionalmente turistico, si è trasformato in un punto di riferimento contemporaneo, capace di affascinare tanto i milanesi quanto i visitatori internazionali.
Oggi la Terrazza è meta privilegiata per eventi aziendali, feste private e celebrazioni che richiedono scenografie, servizio impeccabile e un tocco glamour unico.

Per vivere la Fashion Week AI 2026/2027 dall’alto, tra signature drink, cucina d’autore e panorami mozzafiato, l’appuntamento è in Piazza del Duomo 21: il luogo dove le esperienze più ricercate di Milano prendono forma e si trasformano in momenti indimenticabili.
TERRAZZA DUOMO 21
Piazza del Duomo, 21
20122 Milano
Aperto tutti i giorni dalle h11.00 alle h 2.00
Prenotazioni: +39 02 47755459
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www.terrazzaduomo21.it
Dal 29 gennaio al 17 maggio 2026, Milano accoglie nelle sale di Palazzo Reale una delle retrospettive più attese degli ultimi anni: “Robert Mapplethorpe. Le forme del desiderio”. Curata da Denis Curti, la mostra propone una selezione ampia e in parte inedita delle opere del fotografo statunitense, riunendo alcuni dei suoi scatti più iconici, potenti e audaci. Il percorso espositivo offre uno sguardo completo sull’opera di Mapplethorpe, artista che ha segnato profondamente la fotografia del Novecento, unendo rigore formale e radicale libertà espressiva. Inserita nel programma dell’Olimpiade Culturale di Milano-Cortina 2026, che affianca ai valori dello sport una riflessione più ampia sulla cultura contemporanea, la mostra rappresenta il secondo capitolo di una trilogia dedicata a Mapplethorpe, inaugurata a Venezia e destinata a proseguire a Roma.
Robert Mapplethorpe, Self Portrait (1980) © Robert Mapplethorpe Foundation
Nato a New York nel 1946, Robert Mapplethorpe cresce in un contesto suburbano distante dai fermenti culturali della città, ma fin dall’adolescenza manifesta un’intensa passione per l’arte e la fotografia. Dopo una formazione iniziale in pittura e disegno, approda alla fotografia come strumento privilegiato per indagare il corpo, la luce e l’equilibrio della composizione. La sua carriera, breve ma intensa, si interrompe prematuramente nel 1989, a soli 42 anni, lasciando un corpus di opere ampio e sorprendentemente articolato: ritratti, nudi, fiori, nature morte e immagini che affrontano in modo diretto i temi della sessualità, del desiderio e della forma.
Robert Mapplethorpe, Thomas (1986) © Robert Mapplethorpe Foundation
Lontano dall’essere un semplice autore provocatorio, Mapplethorpe è un rigoroso costruttore di immagini, ossessionato dalla perfezione formale e dal controllo della luce. I suoi nudi, spesso ispirati alla scultura classica, mostrano corpi tesi e muscolosi come statue greche, catturati con una perfezione formale che sfiora l’astrazione. In queste immagini, il corpo diventa mezzo di ricerca, simbolo della tensione tra sensualità e idealizzazione, tra effimero e eterno.
Allestimento della mostra Robert Mapplethorpe. Le forme del desiderio presso Palazzo Reale. Foto © Andrea Avezzu
Uno degli aspetti centrali dell’opera di Mapplethorpe è la costante tensione verso la perfezione formale che attraversa l’intera mostra. Ogni fotografia rivela un controllo rigoroso dell’inquadratura, della composizione e della luce, elementi che definiscono un linguaggio visivo preciso e riconoscibile. La luce, in particolare, agisce come strumento plastico: modella i corpi, ne accentua i volumi, mette in risalto la tensione dei muscoli e trasforma il dettaglio in elemento strutturale dell’immagine. Nei nudi maschili, tra i nuclei più significativi dell’esposizione, i corpi appaiono scolpiti dai contrasti, spesso disposti in pose che rimandano alla statuaria greca e all’ideale olimpico, incarnando una sottile dialettica tra bellezza ideale e desiderio sensuale.
Thomas, 1987 © Robert Mapplethorpe Foundation
Per Mapplethorpe il corpo umano non è mai semplice soggetto, ma uno strumento di indagine estetica: attraverso di esso l’artista esplora un’idea di bellezza assoluta, rigorosa e insieme profondamente carnale. In questo dialogo continuo tra fotografia e scultura, tra classicità e libertà contemporanea, la sua arte si configura come una riflessione sulla forma, sulla luce e sul rapporto tra materia e idea, sospesa tra l’effimero del corpo e l’aspirazione all’eterno.
Allestimento della mostra Robert Mapplethorpe. Le forme del desiderio presso Palazzo Reale. Foto © Andrea Avezzu
La retrospettiva si inserisce in un progetto più ampio dedicato a Mapplethorpe, articolato in un percorso triennale che ha già fatto tappa a Venezia, alle Stanze della Fotografia, e che proseguirà a Roma. A Milano il pubblico è chiamato a confrontarsi con la forza visiva di oltre 200 opere, occasione per riflettere sul ruolo dell’artista come interprete della modernità, capace di unire rigore formale, provocazione e una raffinata sensibilità estetica. All’interno del percorso espositivo, il contrasto tra il color carta da zucchero dei supporti e la potenza delle immagini genera una dissonanza visiva misurata, quasi poetica, che orienta lo sguardo e valorizza le opere.
Allestimento della mostra Robert Mapplethorpe. Le forme del desiderio presso Palazzo Reale. Foto © Andrea Avezzu
A completare l’esperienza contribuiscono il catalogo edito da Marsilio Arte, che analizza in modo approfondito l’intera produzione di Mapplethorpe, e il podcast Mapplethorpe Unframed, disponibile sulle principali piattaforme, pensato come guida all’ascolto dei temi, delle opere e dell’evoluzione stilistica del fotografo.
© Robert Mapplethorpe Foundation
La mostra “Robert Mapplethorpe. Le forme del desiderio” è un’occasione unica per comprendere la complessità di un artista che ha trasformato la fotografia in linguaggio assoluto, capace di unire provocazione, perfezione formale e profondità estetica. Milano diventa così il palcoscenico ideale per celebrare il corpo, la luce e il desiderio, e per esplorare il confine sottile tra arte e vita.
Informazioni utili
Mostra: Robert Mapplethorpe. Le forme del desiderio
Location: Palazzo Reale, Milano
Date: Dal 19/01/2026 al 17/05/2026
Info e Prenotazioni: Palazzo Reale Milano
Audioguida inclusa nel biglietto.
Alcune opere contengono nudi espliciti, si consiglia di tenerne conto prima della visita.
C’è un momento, in montagna, in cui tutto diventa bianco. Il cielo si confonde con la neve, l’orizzonte scompare, i riferimenti si annullano. È il whiteout: una condizione estrema, affascinante e pericolosa, in cui orientarsi diventa una questione di sopravvivenza.
Da questa immagine nasce “White Out. The Future of Winter Sports”, la mostra che Triennale Milano dedica agli sport invernali in occasione dei Giochi Olimpici e Paralimpici Milano Cortina 2026.
Con circa 200 oggetti progettati tra il 1938 e il 2026, la mostra, curata da Konstantin Grcic e Marco Sammicheli, attraversa oltre ottant’anni di evoluzione degli sport invernali, tra attrezzature, abbigliamento tecnico, dispositivi di sicurezza e infrastrutture alpine.
Visitabile gratuitamente fino al 15 marzo 2026 negli spazi della nuova Design Platform, “White Out” intreccia sport, design e tecnologia per riflettere sul futuro della montagna: un territorio fragile, in trasformazione, oggi più che mai messo alla prova dal cambiamento climatico.
L'atleta ghanese Akwasi Frimpong con il suo skeleton, 2024. Foto Nate Athay, courtesy l'atleta
“White Out” mette in luce come il design abbia da sempre accompagnato il corpo dell’atleta, contribuendo a potenziarne prestazioni, sicurezza e comfort. Sci, snowboard, scarponi, tute tecniche e dispositivi di protezione non sono semplici strumenti, ma il risultato di una ricerca continua che intreccia ingegneria, materiali avanzati e sperimentazione formale. In questo dialogo costante, il design diventa una vera estensione del corpo: lo sostiene, lo protegge e ne amplifica le capacità anche nelle condizioni ambientali più estreme.
Nel percorso espositivo convivono figure storiche del design come Charlotte Perriand, Pierre Jeanneret e Carlo Mollino, accanto a progettisti contemporanei come Nicolas Ghesquière, Axel Rezab e Julien De Smedt. Oggetti e progetti raccontano come gli sport invernali siano, da sempre, un laboratorio privilegiato per l’innovazione, in cui funzionalità ed estetica evolvono in modo inseparabile.
White Out, Triennale Milano
La mostra si articola in nove sezioni tematiche che esplorano diversi aspetti della progettazione: dai materiali tecnici più avanzati alle infrastrutture alpine, dalle piste da bob agli scenari futuri. In molte aree, i materiali possono essere toccati, osservati da vicino, esplorati: un invito a comprendere quanta precisione e ricerca si nascondano dietro ogni dettaglio.
Grande attenzione è dedicata al tema della sicurezza, con esempi emblematici come l’airbag D-Air di Dainese, oggi obbligatorio nelle competizioni di Coppa del Mondo di discesa libera e Super G. Un oggetto che racconta come tecnologia e design possano diventare strumenti fondamentali di tutela e prevenzione.
Al centro di White Out c’è anche una domanda urgente: che futuro hanno gli sport invernali in un mondo segnato dai cambiamenti climatici?
La riduzione dell’innevamento naturale, la variabilità delle stagioni e la fragilità degli ecosistemi montani impongono nuove soluzioni progettuali. La mostra affronta queste sfide attraverso materiali rigenerativi, sistemi di innevamento artificiale e infrastrutture ripensate per dialogare con l’ambiente, suggerendo come il design possa contribuire a immaginare un futuro possibile per la montagna.
Art poster e torcia olimpica, Triennale Milano
Al termine del percorso, la visita prosegue con Triennale × Milano Cortina 2026, una mostra complementare che mette in dialogo sport e arte contemporanea. In esposizione la torcia olimpica e paralimpica insieme agli Art Poster realizzati da dieci artisti italiani under 40: le opere originali, da cui derivano i manifesti, restituiscono la vitalità della scena artistica attuale e lo spirito dinamico dei Giochi.
Iconic Poster Milano Cortina 2026
A completare l’esposizione ci sono gli Iconic Poster ufficiali di Milano Cortina 2026, firmati da Olimpia Zagnoli per l’Olimpico e da Carolina Altavilla per il Paralimpico. Con linguaggi visivi contemporanei, i manifesti raccontano l’identità dei Giochi, celebrando sport, territorio e comunità: pop e ironico lo sguardo di Zagnoli, inclusivo e intenso quello di Altavilla. Torce e poster diventano così icone culturali, capaci di attraversare generazioni e di costruire un immaginario condiviso.
White Out non celebra il passato con nostalgia. Piuttosto, invita a guardare avanti. Tra memoria, sperimentazione e visione, la mostra racconta un futuro in cui innovazione, sicurezza e sostenibilità non possono più essere pensate separatamente.
Un’esperienza immersiva e tattile, che ci ricorda come, anche quando tutto sembra diventare bianco, il design possa ancora indicarci la direzione.
Informazioni utili
Location: Triennale Milano, Viale Alemagna 6
Date: Fino al 15 marzo 2026
Orari: Martedì–domenica, 10.30–20.00 (ultimo ingresso 19.00)
Curatori White Out: Konstantin Grcic e Marco Sammicheli
Curatore Art & Iconic Poster: Damiano Gullì
Ingresso gratuito
A Milano l’amore ha quattro zampe e indossa una maschera. Domenica 15 febbraio, negli spazi suggestivi di Cascina Nascosta, all’interno di Parco Sempione, torna “Only For Pet Lovers – Love & Masquerade”, la seconda edizione dell’evento gratuito che unisce San Valentino e Carnevale in un unico, romantico racconto dedicato al legame speciale tra pet e umani.
Dalle 12 alle 17, cani di tutte le razze e taglie, rigorosamente invitati a partecipare in costume insieme ai loro padroni, saranno i veri protagonisti di un pomeriggio di festa fatto di giochi, sfilate, balli, set fotografici e tante sorprese. Un appuntamento firmato Only For Pet Lovers, la prima agenzia milanese specializzata in eventi per animali, fondata da Vanessa Ricci, che da anni celebra l’amore tra persone e amici a quattro zampe.
“Love & Masquerade” è molto più di un semplice evento: è un’esperienza in cui Carnevale e San Valentino si fondono in un’atmosfera magica. Tra i momenti più attesi c’è The Grand Masquerade Ball, il ballo più scenografico della giornata, in cui si danza con il proprio cucciolo, come un vero duo. Nessuna performance da giudicare, solo complicità, affetto e il piacere di ballare insieme.
Non mancheranno poi la Sfilata in maschera con l’elezione del Re e della Regina “Love & Masquerade”, che premierà la coppia pet & human più originale e affiatata, e il divertentissimo Quizzettone, con domande dedicate ai cani vip del cinema e della TV.
Tra le chicche più romantiche del format c’è anche “The Love Duo”, un momento speciale dedicato alle storie d’amore tra pet e padroni. Per partecipare, nei giorni precedenti all’evento è sufficiente condividere sui propri social, in poche righe e con qualche immagine, il racconto di come è nato o di come viene vissuto ogni giorno questo legame, taggando i canali ufficiali di Only For Pet Lovers (su IG @onlyfor_pet_lovers o su FB @onlyforpetloversmilano).

A rendere ancora più suggestiva la giornata saranno i membri dell’associazione Le Feste Galanti, gruppo specializzato in rievocazioni storiche in abiti d’epoca tra Settecento e primo Novecento. Per l’occasione, porteranno in scena una performance ispirata alle atmosfere “Bridgerton”, abbinando gli eleganti costumi storici agli amici a quattro zampe, per un effetto scenografico davvero unico.

Durante l’evento sarà possibile visitare diversi corner di brand selezionati dedicati al mondo pet: dai gioielli personalizzati in oro e argento di Your Pet Jewels, realizzati artigianalmente partendo da una semplice foto del proprio cucciolo, alle collezioni in filati pregiati di Barkhaus Milano, passando per gli accessori in pelle personalizzabili di KiTho Pet e i capi tecnici di Bullfit Fashion, pensati per bulldog inglesi e francesi con l’innovativa membrana B-Cool, in grado di mantenere la loro temperatura corporea nei valori fisiologici.
A completare l’esperienza, set fotografici a tema per scatti social, chiacchiere e tortelli per umani e pet, oltre a tanti omaggi per tutti i partecipanti. Il tutto sarà condotto e moderato da Davide Cavalieri, fondatore di Radio Bau & Co, la prima web radio interamente dedicata al mondo degli animali.
“Only For Pet Lovers – Love & Masquerade” è un evento gratuito ma a numero chiuso: l’accesso è consentito solo previa iscrizione, per tutelare l’equilibrio e l’atmosfera della location. In caso di pioggia, l’evento verrà rimandato alla settimana successiva.
Location: Cascina Nascosta, Parco Sempione – Milano
Data: Domenica 15 febbraio, dalle 12 alle 17
Ingresso gratuito con iscrizione obbligatoria
Info e iscrizioni: www.onlyforpetlovers.it/love-and-masquerade
A Milano, quest’anno, San Valentino si festeggia in maschera. E l’amore, ancora una volta, ha il muso felice e la coda scodinzolante.
In occasione dei XXV Giochi Olimpici Invernali di Milano Cortina 2026, il Castello Sforzesco ospita fino al 22 marzo 2026 la mostra “L’Italia sulla neve. Gli italiani e gli sport invernali nei periodici illustrati e nella grafica pubblicitaria dalla Raccolta Bertarelli”. Inserito nel programma dell’Olimpiade Culturale, il progetto propone un percorso espositivo che intreccia storia dello sport, costume, moda e comunicazione visiva, raccontando come neve e montagna siano entrate nell’immaginario collettivo italiano tra Ottocento e Novecento.
Curata da Alessia Alberti, Simona Maniello e Francesca Mariano, la mostra attinge a oltre cento materiali grafici della Civica Raccolta delle Stampe Achille Bertarelli, tra cui riviste illustrate, manifesti, dépliant ed ephemera (materiali stampati di uso quotidiano destinati a una breve durata), per ricostruire, attraverso la grafica e la stampa, la nascita del turismo alpino e la diffusione degli sport invernali in Italia.

Nel corso dell’Ottocento la montagna cambia progressivamente volto: da territorio di esplorazione alpinistica diventa luogo di villeggiatura, benessere e svago. Grazie allo sviluppo della comunicazione turistica, le località alpine vengono promosse presso un pubblico sempre più ampio e la vacanza in montagna diventa una moda, inizialmente estiva, poi anche invernale. Con il Novecento nasce il turismo sulla neve in senso moderno: sci e pattinaggio sul ghiaccio si diffondono rapidamente, seguiti da slitta, curling e hockey, raggiungendo l’apice tra gli anni Venti e Trenta, grazie alla costruzione di alberghi e impianti sempre più avanzati.
In questo contesto, l’iconografia della montagna si afferma come linguaggio privilegiato della grafica pubblicitaria. Nei primi decenni del Novecento, il paesaggio alpino diventa un potente dispositivo visivo per promuovere i prodotti più diversi, dall’antigelo ai dolciumi, dai liquori agli elettrodomestici, caricandoli di valori simbolici come purezza, energia e modernità. I manifesti di Metlicovitz, Dudovich, Hohenstein e Bazzi mostrano come la neve possa assumere anche toni ironici o stranianti, mentre esempi emblematici come il Cordial Campari, associato al paesaggio alpino e alla figura del cane San Bernardo, contribuiscono a fissare un immaginario in cui la montagna diventa un luogo mentale, capace di evocare desideri ed emozioni attraverso l’immagine.

Nel percorso espositivo spicca la Carta Marina di Olao Magno, monumentale mappa del Nord Europa pubblicata nel 1539 e qui presentata nella versione edita da Antonio Lafrery nel 1572. Tra città, creature fantastiche e scene di vita quotidiana compaiono alcune delle più antiche raffigurazioni di sciatori nella storia della cartografia.
Minuscole figure che scivolano sulla neve testimoniano l’uso dello sci come mezzo di caccia e di spostamento, radicato nella cultura dei popoli scandinavi molto prima della nascita degli sport invernali.
La mostra si sofferma anche sulle Olimpiadi storiche del Novecento, raccontate attraverso materiali grafici di grande valore documentario e visivo. Dal dépliant delle prime Olimpiadi Invernali di Chamonix 1924 al materiale propagandistico dei Giochi di Berlino 1936, fino ai manifesti di Messico 1968, Monaco 1972 e Montréal 1976, emerge con chiarezza il ruolo centrale della grafica nella costruzione dell’immaginario olimpico.

Firmati da artisti come Michael C. Gross, Jan Lenica e Robin Mackenzie, questi lavori trasformano lo sport in linguaggio visivo: oltre a essere terreno di sperimentazione artistica, diventano anche strumento di comunicazione politica, culturale e sociale. Ogni manifesto racconta non solo la competizione, ma anche valori, aspirazioni e ideologie del tempo, mentre materiali più effimeri, i cosiddetti ephemera, menù, tessere associative, bolli chiudilettera e figurine Liebig, restituiscono una dimensione quotidiana e intima della cultura della neve, mostrando come l’immaginario alpino si riflettesse nella vita privata e nelle pratiche del consumo oltre lo sport.

Tra gli aspetti più suggestivi della mostra emerge il rapporto tra sport invernali e moda, con particolare attenzione a quella femminile. Le copertine delle principali riviste milanesi: Il Secolo XX, Varietas, Ars et Labor e La Lettura, raccontano una profonda rivoluzione nella rappresentazione della donna, che passa da una visione statica e decorativa a una concezione attiva e autonoma. Dai primi anni del Novecento, segnati da gonne lunghe e cappotti pesanti, si giunge rapidamente a un abbigliamento più funzionale: negli anni Venti i pantaloni compaiono sulle copertine disegnate da Piero Bernardini ed Enrico Sacchetti, segnando una svolta non solo stilistica ma anche culturale, in cui il corpo femminile diventa protagonista e la moda da montagna un laboratorio di emancipazione.

Questo processo trova piena espressione nei manifesti e nei cataloghi dei grandi magazzini milanesi, in particolare La Rinascente, che fin dalla fondazione dedica grande attenzione allo sport e al tempo libero con il reparto Gymnasium. Negli anni Venti e Trenta, i cataloghi riservati agli sport invernali offrono non solo abbigliamento e accessori, ma anche consigli pratici per il dilettante, dalla scelta degli sci all’equipaggiamento più adatto. Le iconiche copertine con l’arciere del frontone di Egina, simbolo grafico tratto dalla famosa scultura greca che rappresenta un giovane arciere in tensione muscolare, testimoniano la volontà di costruire un’immagine moderna dello sportivo, fondata su efficienza, eleganza e accessibilità.

L’esposizione dedica infine uno sguardo specifico a Milano, non solo punto di partenza del turismo montano, ma anche città in cui gli sport invernali trovano spazio e diffusione. Le illustrazioni di Achille Beltrame per La Domenica del Corriere raccontano una metropoli capace di accogliere la neve: dall’Arena ghiacciata alle esercitazioni dello Sci Club nel Parco Sempione, fino a feste e manifestazioni invernali che animavano la vita cittadina.

Emblema di questa dimensione urbana è il Palazzo del Ghiaccio di Porta Vittoria, inaugurato nel 1923: all’epoca la più grande pista coperta d’Europa, luogo di svago popolare e sede di eventi internazionali come i campionati mondiali di hockey del 1934. Oggi, pur non ospitando più il pattinaggio, l’edificio resta uno spazio polifunzionale per eventi culturali, mantenendo vivo il legame con la storia sportiva della città.
L’Italia sulla neve non è solo una mostra sugli sport invernali, ma un’indagine sull’immaginario che li ha accompagnati. La montagna diventa stile, esperienza, consumo e identità. In vista delle Olimpiadi 2026, il percorso invita a riflettere su come sport e comunicazione continuino a plasmare il rapporto con il corpo, il paesaggio e il tempo libero.
Informazioni utili
Mostra: "L’Italia sulla neve. Gli italiani e gli sport invernali nei periodici illustrati e nella grafica pubblicitaria dalla Raccolta Bertarelli"
Location: Castello Sforzesco, Salette della Grafica
Date: Dal 19/12/2025 al 22/03/2026
Orari: Da martedì a domenica dalle 10:00 alle 17:30 (ultimo ingresso alle 17:00)
Ingresso libero
Per anni la clean girl aesthetic ha dettato le regole del beauty: pelle luminosa dall’effetto naturale, labbra nude, sopracciglia pettinate, capelli sempre impeccabili. Un’estetica che si presentava come spontanea e senza sforzo, ma che in realtà richiedeva rigore, stratificazioni di prodotti e una cura costante dell’immagine. Celebrità come Hailey Bieber e Sofia Richie ne sono diventate il volto simbolo, consolidando un immaginario fatto di ordine, controllo e standard estetici rigidamente codificati.
Hailey Bieber, estetica clean
Nel 2025 il modello ha raggiunto il suo apice, ma anche il suo limite. Come è successo al clean eating, tendenza alimentare che predilige cibi “puri” e non processati, anche la clean beauty ha iniziato a mostrare le proprie contraddizioni: una terminologia ambigua, una diffidenza spesso immotivata verso gli ingredienti sintetici e un’ossessione per una perfezione tanto desiderata quanto irraggiungibile.
In un contesto in cui le tendenze si susseguono a una velocità senza precedenti, cresce una vera e propria trend fatigue: non si cerca più ciò che è “nuovo”, ma ciò che è autentico e sostenibile a livello emotivo. La bellezza “pulita” non scompare, ma perde la sua funzione normativa, ovvero quella di stabilire standard universali. La pelle non deve apparire impeccabile, ma viva, autentica, reale. E il trucco? Non è più un manuale di istruzioni da seguire, ma un linguaggio personale: uno strumento per esprimere chi siamo, raccontare la nostra identità e dare forma al nostro stile.
Il 2026 consacra il ritorno del messy makeup, un’estetica volutamente imperfetta che rifiuta l’ossessione per il finish perfetto. È uno sguardo sbavato, un blush portato troppo in alto, un rossetto che non segue i contorni. È un trucco che sembra vissuto, non appena applicato.
Jenna Ortega, Getty Images
Personalità come Jenna Ortega o Charli XCX e l’immaginario visivo di Euphoria (Serie americana prodotta da HBO) guidano questa svolta, insieme a una cultura pop che celebra il caos come forma di autenticità. L’eyeliner cola, gli ombretti si sovrappongono senza sfumature pulite, le labbra si scuriscono o si macchiano come dopo una lunga notte di divertimento. Il riferimento principale è il grunge anni ’90, ma filtrato da una nuova consapevolezza: non più protesta politica, bensì stanchezza estetica.
Come sottolinea la make-up artist Lisa Eldridge, il ritorno di questi look è una risposta diretta all’iper-perfezione degli ultimi anni. Il nuovo grunge non è trasandatezza casuale, ma una trascuratezza studiata, decadente, emotiva. Anche le unghie seguono questa logica: colori diversi, sfumature irregolari, nail art che sembra incompleta. Il trucco diventa, quindi, un linguaggio emotivo e non solo decorativo.
Makeup sfilata Ujoh Primavera/Estate 2026, foto di Launchmetrics
Accanto al caos creativo, si afferma la mannequin skin: un incarnato ultra-luminoso e scolpito, definito anche “pelle di porcellana”. A differenza della glass skin coreana, che punta a una luminosità uniforme e diffusa, la mannequin skin lavora per sottrazione e precisione, concentrando la luce in punti strategici del viso: zigomi, punta del naso, arco di Cupido e centro della fronte. Il risultato è una pelle elegante, scolpita e tridimensionale, che valorizza i lineamenti senza annullarli.
Per ottenere questo effetto, diventano centrali i prodotti ibridi tra skincare e make-up, capaci di trattare la pelle mentre la perfezionano. La base si costruisce con fondotinta fluidi e modulabili, applicati in strati sottili solo dove necessario, lasciando intravedere la texture naturale dell’incarnato. Gli illuminanti liquidi o in crema vengono dosati con precisione millimetrica, mentre ciprie impalpabili fissano la base senza spegnerne la lucentezza, mantenendo la pelle fresca e vitale.
L’intensità dell'illuminante è regolabile e adattabile al contesto: discreta e sofisticata di giorno, più marcata e scultorea di sera, quando il volto diventa quasi una superficie riflettente. Grazie a questa estetica, la pelle smette di essere qualcosa da correggere o coprire e diventa una superficie espressiva.
Ombretto bianco, foto di julianaisabel0, Pinterest
Il cuore del beauty 2026 è il colore, inteso come strumento di gioco, sperimentazione e affermazione personale. Dopo anni di nude e minimalismo, il makeup torna visibile, dichiarato, persino eccessivo: blush accesi, labbra bicolore o sfumate, eyeliner grafici, ombretti verdi, lilla e bianchi lattiginosi. In questo contesto, il colore Pantone 2026, Cloud Dancer, gioca un ruolo chiave nell’influenzare le tendenze makeup. Come accade ogni anno, la scelta cromatica di Pantone si riflette anche nel beauty, e questa volta lo fa attraverso un bianco etereo e sospeso, incredibilmente contemporaneo. Cloud Dancer ispira incarnati luminosi, quasi glaciali, palette fredde, riflessi perlati e basi viso soft che dialogano perfettamente con l’estetica della mannequin skin. È il colore che racconta il desiderio di una bellezza più calma, silenziosa, ma non per questo meno espressiva.
Il makeup 2026 ama anche i finish metallici e riflettenti. Lo smokey eye cambia pelle: meno nero compatto, più trasparenze, profondità modulabili e giochi di luce.
Makeup colorato, foto di bee_adey, Pinterest
Sul fronte colore, il ritorno è deciso e senza mezze misure. Passerelle e social media anticipano una palette energica e massimalista: rosso acceso, blu intenso, rosa confetto, verde oliva, senape... Accanto agli accenti pop resistono i toni caldi e bronzei, perfetti per valorizzare l’abbronzatura. Il rosa, in particolare, diventa onnipresente: applicato su gote, palpebre e labbra in look monocromatici che oscillano tra romanticismo e modernità, confermando la blush blindness, ovvero l’uso intenzionalmente generoso del fard come dichiarazione di stile. Ciglia e sopracciglia si trasformano in nuove superfici espressive: illuminate, colorate, arricchite da glitter o micro-riflessi. Anche lo smalto segue la stessa logica di libertà creativa, tra gradienti, texture irregolari e finiture innovative.
Tutto questo rientra nel concetto di Play Power, teorizzato dalla piattaforma di trend forecasting WGSN: truccarsi come atto ludico, sperimentale e identitario. Una libertà visiva che richiama il 2016, l’era dell’esplorazione estetica sui social, ma con una consapevolezza nuova. Oggi, come allora, il trucco è completo, luminoso, talvolta soft-matte, ma non cerca approvazione: parla per chi lo indossa.
Il 2026 segna la fine definitiva della clean girl aesthetic come modello unico di riferimento. La bellezza non è più sinonimo di ordine, discrezione o perfezione: è contaminazione, scelta, libertà.
Che si tratti di uno sguardo grunge con eyeliner sbavato, di una pelle ultra-glow da mannequin skin o di un makeup pop e colorato da Play Power, il messaggio è chiaro: non esiste un modo giusto di truccarsi. Esiste solo quello che racconta chi sei.
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