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All’inizio fu Thomas Harris con i suoi romanzi sulla figura del celebre serial killer cannibale a inquietare e affascinare i cultori dei thriller-horror, poi arrivò Jonathan Demme con il suo premiatissimo film e ora, con un processo a ritroso che sembra premiare ogni prequel che si rispetti, arriva la serie televisiva che non ha mancato di suscitare entusiasmi e polemiche negli Usa.

 

Il prequel è stato ideato e realizzato da Bryan Fuller, un vero esperto nella creazione delle serie televisive e nuovo talento dei network più quotati.

L’autore e regista, con il consenso e l’approvazione dei vertici della Nbc, ha dato vita a un thriller psicologico tanto originale quanto curato, perché pur trattandosi di una storia conosciuta e di un personaggio, quello di Hannibal, ormai famoso in tutto il mondo, la sceneggiatura è originale e accattivante.

I personaggi della serie sono presentati allo spettatore in maniera accennata e ognuno di loro con un percorso proprio e ben delimitato. E così capita che i due protagonisti, Will Graham e lo stesso Hannibal Lecter, a stento si capiscano e possano interagire. Accanto a loro tanti altri personaggi, come il direttore dell’unità di scienze comportamentali Jack Crawford, interpretato da Laurence Fishburne, e l’assistente di psichiatria all’Università.

 

Tutto, però, parte dal protagonista che ha il dono di riuscire ad entrare nella mente dei criminali quando si trova sulla scena del crimine, percependone le sensazioni e capendo le loro ragioni. Un’empatia che, però, lo sta logorando, al punto da avere dei dubbi sulla propria sanità mentale.

Così entra in scena Lecter e tra i due protagonisti strana amicizia dove il primo cerca nel secondo aiuto per non impazzire, mentre il secondo vede nel primo non solo un’opportunità a livello lavorativo, ma anche la possibilità di sapere le informazioni che ha la polizia che potrebbero portare a lui. I tredici episodi che verranno trasmessi in Italia sulla rete Mediaset e in chiaro non mancheranno di mettere lo spettatore di fronte a una girandola di avvenimenti e di situazioni dove la tensione sarà affidata all’incapacità degli agenti del FBI di capire chi è davvero lo psichiatra abile e serafico che hanno davanti e le scene di assoluta e grandissima crudeltà.

 

Nel prequel di Hannibal niente è infatti lasciato all’immaginazione. Il sangue scorre e si vede, così come tutte le forme e tutti gli strumenti di tortura usati dal killer e dai suoi emuli sulle inconsapevoli e innocenti vittime.

Due caratteristiche ancora distinguono la serie ideata da Fuller da tante altre in programmazione: l’attenzione ai dettagli con scene abilmente ricostruite nel tempo in cui è ambientata la storia e con una fotografia da veri professionisti, come quella che si vede nei film dei Coen; e la tempistica degli accadimenti, ovvero il tempo filmico.

Non ci sono scene di azione vera e propria, non c’è fretta nelle azioni e nei gesti dei protagonisti o dei personaggi secondari. Fuller dà ai propri spettatori la possibilità di prendersi tutto il tempo necessario per assoporare e gustarsi la storia. È questo il successo della serie di Hannibal, il tempo che si dilata all’infinito e che gira tutto intorno al protagonista Lecter, spietato killer cannibale , il cui segreto è noto al pubblico, e a questi solamente, e non agli altri personaggi.

La tensione e la suspence alla fine non sono solo questo?

 

“Boston – Como.  More than an art Exchange”. Como accoglie, fino al 18 agosto, una mostra collettiva ed itinerante che prende vita in sei sedi storiche della città. Un progetto dal respiro internazionale che è un’analisi ed una ricerca sul rapporto tra l’UOMO e la CITTA’ nell’Arte occidentale. Un gemellaggio artistico-culturale itinerante che lega gli Usa al Lago di Como attraverso due città: Boston e Como. La mostra coinvolge 35 artisti comaschi e americani fra diverse Arti: pittura, scultura, fotografia, video e performance. Un dialogo importante tra artisti ed arti. Le opere degli artisti sono esposte in sei sedi nel cuore della città comasca: il Broletto, l’ex chiesa di San Pietro in Atrio e lo Spazio Natta, due gallerie private e la Camera di Commercio di Como. Un percorso che si snoda nel centro di Como… La mostra “Boston-Como” è curata da Carolina Lio, critico d’arte e curatore indipendente che vive tra Berlino e Hong Kong ed è responsabile della sezione di video-arte del museo di Lucca e James Hull, artista, critico e curatore d’arte indipendente, che dirige tre spazi espositivi a Boston. L’ideazione di tale mostra collettiva itinerante ha preso il via con l’artista comasco Fabrizio Bellanca.

Fabrizio Bellanca, con le sue opere che parlano di città e di metropoli, proprio nel 2011 ha esposto con una personale alla Laconia Gallery di Boston.  Da questa forte ed emozionante esperienza oltreoceano Bellanca ha deciso di realizzare una collettiva che riunisse a Como artisti comaschi e americani in un forte scambio artistico. La collettiva “Boston-Como” è un gemellaggio che proseguirà nel 2014 anno in cui gli artisti comaschi saranno ospiti a Boston dai colleghi americani. A corollario della mostra si svolgeranno una serie di eventi tra cui dieci concerti e performance nelle vie del centro cittadino.

Un’Estate 2013 a stelle e strisce per la città di Como con 1 progetto,  1 ideatore, 2 curatori, 4 settimane, 6 sedi e 35 artisti!

Per informazioni: http://www.boston-como.com/

Il 27 agosto Rho Fiera si prepara ad accogliere migliaia di fan per il concerto dei System Of A Down che chiuderà il tour 2013.

 

Dopo il grande successo della data italiana del 2 giugno 2011, in occasione della quale 40.000 persone si erano radunate nell'ampio cortile esterno del polo fieristico, la band armena raddoppia scegliendo Milano come città in cui salutare il proprio pubblico, in attesa di uno sperato nuovo appuntamento.

 

Le voci che parlavano di un nuovo cd, alimentate anche dai membri del gruppo in seguito al successo inaspettato ottenuto nello scorso tour, non trovano per il momento un riscontro nella realtà.

Per quanto una ritrovata armonia abbia caratterizzato i rapporti nell'ultimo periodo, Serj Tankian (voce), Daron Malakian (chitarra e seconda voce) e Shavo Odadjian (basso) portano avanti i propri progetti in autonomia e non danno segni di volersi cimentare in nuove sperimentazioni di carattere collettivo.

 

Il concerto, che verrà aperto da due band di spessore nel panorama alternative quali Deftones e  Lacuna Coil, si configura come un espediente per ripercorrere le tappe salienti del percorso della band, riproporre i brani più famosi e rivivere con il pubblico le emozioni che solo il contatto diretto di un live può dare.

 

Con 5 album all'attivo, tutti piazzatisi ai primi posti delle classifiche statunitensi, il gruppo è apprezzato sia per le sperimentazioni sonore (che per molto tempo hanno reso difficile darne una definizione classificatoria), le quali spaziano dalla musica popolare armena, all'heavy metal, al folk statunitense, all'alternative rock; sia per l'impegno politico e sociale profuso nei testi.

Se infatti alcuni brani lasciano libero sfogo alle prodezze vocali del cantante, se non al puro non sense, altri si configurano come seriamente impegnati in un'opera di denuncia delle tematiche più scottanti del panorama attuale: le guerre e le motivazioni che portano alla violenza tra gli uomini (War, Boom!, B.Y.O.B.), il valore della vita e la problematica della disabilità (Question!, Aerials), le responsabilità e la scorrettezza dell'agire di governo negli USA (Spiders, Prison Song), il genocidio armeno e soprusi su altre minoranze (Chop suey, Hypnotize).

 

Il live di agosto sarà un'occasione unica per godersi ancora una volta un'esibizione carica di energia, caratterizzata da riff di chitarra sempre più complessi e ritmi a tratti giocosi, improvvisi cambi di tempo e sonorità che alternano melodie malinconiche ed urla graffianti.

Il tutto condotto magistralmente dalla calda e potente voce di Serj che tra acuti, falsetti, profondi growl e un cantato più pulito, eseguirà i brani più famosi e b-sides immancabili.

 

I cancelli dell'evento si apriranno alle 15.00

L'inizio dei concerti è fissato per le 18.00

 

Costo del biglietto: 69€

 

Sta per compiere ventidue anni, è nata ad Harlem ed ha una vera e propria ossessione per le sirene.

 

Lunedì 13 Maggio sarà all’Alcatraz di Milano, in collaborazione con Live Nation e Vice Italia,  per la sua unica tappa italiana e l’attesa inizia a farsi bollente.

 

Lei è Azealia Banks, ultima reginetta dell’alternative hip-hop made in USA.

In autunno uscirà finalmente il suo primo album, Broke with Expensive Taste, che vanterà

la collaborazione di Pharell Williams, Diplo e Baauer.

Non sono ancora del tutto passati due anni dal suo singolo di debutto (212), ma il grande successo riscosso nel frattempo sembra averla già premiata.

 

Figlia degli anni ’90, (il suo primo EP s’intitola infatti 1991 come il suo anno di nascita) cresce ascoltando generi molto diversi da quello con cui si propone oggi al grande pubblico. È l’indie rock ad averla forgiata e la sua attrazione per il pianeta alternative traspare chiaramente dalle varie cover che punteggiano il suo esordio musicale.

Ha reinterpretato infatti Seventeen dei Ladytron, Slow Hands degli Interpol, Harlem Shake degli Strokes. Il che potrebbe suonare parecchio strano per un’artista di colore dichiaratamente hip-hop, ma chi sta imparando a conoscerla avrà già capito che il termine ‘’alternative’’ che le hanno cucito addosso, nel suo caso forse è meglio intenderlo  nel vero e proprio senso della parola, cioè come opposto di classico, contrario di tradizionale, atipico quindi come il percorso compiuto fin’ora.

 

Miss Banks ha una certa familiarità anche con il mondo frivolo e patinato della moda. Il suo brano "Bambi" è stato selezionato come soundtrack d’accompagnamento per una sfilata di Mugler a Parigi, Karl Lagerferd l’ha voluta in molte sue feste e Nicola Formichetti si è occupato dello styling per il video di Liquorice.

I suoi outfit non a caso sono spesso parecchio audaci, ma la critica che le viene più spesso rivolta in realtà riguarda le sue doti canore piuttosto che le palesi attitudini fashion.

 

La sua, dicono sia una celebrità guadagnata a colpi di tweet al vetriolo (molto discussi quelli contro Perez Hilton, Rita Ora e Stone Roses ad esempio), ma le malelingue tendenzialmente non fanno altro che consacrare secondo il più classico dei copioni la notorietà di coloro che invece vorrebbero biasimare.

La ghetto lifestyle e la street culture stanno da un’altra parte, ma avere come icone di rifermento Aaliyah, Eve, Lil’Kim e M.I.A. gioca nettamente a suo favore.

 

L’appuntamento per gli amanti del genere è dunque per lunedì 13 Maggio, preparatevi a ballare.

 

Photo by: Sakura Wenn, Robert Johnso

 

Lo scorso 9 Aprile è uscito “Shipwrecks” il nuovo disco dei Videodreams e noi di Nerospinto abbiamo deciso di perderci nel loro mondo onirico fatto di suoni surreali e visioni materiche.

 

Il progetto dei Videodreams nasce nel 2009, quando una coppia di fratelli cresciuti tra le montagne della Carnia decide di seguire i propri sogni mettendosi in gioco per mostrare al pubblico la particolarità dei loro suoni che ancora oggi caratterizza le loro opere.

 

La band, formata da Filippo e Marco Marra, dopo un breve periodo funk/rock, inizia da subito a sentire l'esigenza di sperimentare nuove correnti musicali e grazie alle influenze ritmiche ricevute dai Talking Heads arrivano a concepire la musica in modo più libero.

 

Con l'uscita del primo EP (The World, 2010) cominciano ad arrivare le prime opportunità live importanti. Nel 2010 la band partecipa all' Italia Love Wave Festival di Arezzo dove si iniziano a sentire i primi cambiamenti musicali: le sonorità assumono caratteristiche più elettroniche mentre i testi prendono vita donando maggior risalto alla componente vocale.

Segue nel 2011 il live sul palco del MI AMI, noto Festival milanese di musica indipendente, ed entrano così a far parte del collettivo/etichetta Megaphone Records.

Le influenze musicali che Filippo (chitarra, voce, tastiere e testi) riceverà grazie ad un soggiorno negli USA porterà il gruppo ad ampliare ulteriormente il proprio orizzonte musicale ed il panorama di storie che convoglieranno nei testi del successivo lavoro: “Wet Pain”, secondo EP edito per Megaphone (2012).

 

Il 2012 è l'anno di svolta per la band che dopo la vittoria del contest “Va Sul Palco” entra nuovamente il sala di registrazione e si appresta alla pubblicazone del primo album.

“Shipwrecks”, edito per Ghost Records e distribuito da Self, è un disco che raccoglie le influenze musicali che da sempre hanno accompagnato la band nel loro percorso di ricerca e sperimentazione come i Radiohead, i Cocteau Twins, i Beach House e i rimandi folk con i quali sono cresciuti.

Nei testi riecheggiano citazioni Sufi, i film di Jodorowsky e le letture di poeti come Paul Eluard, tutte componenti che rimandano alla corrente surrealista e avanguardista dei primi del Novecento.

 

Il titolo, la cui traduzione sta per “naufragi”, assume un significato metaforico, infatti come dichiarato dalla band il termine vuole raccontare le situazioni in cui è necessario mettere tutto in discussione per sopravvivere.

Le riflessioni che vengono evocate portano ad interrogarsi su cosa tenere e cosa lasciare andare per arrivare alla lucida consapevolezza che prendere decisioni fondamentali porta inevitabilmente verso un nuovo naufragio.

Una perdita di rotta da vedere, forse, con gli occhi di un sognatore pronto a vivere sulla propria pelle sempre nuove emozioni che ci fanno sentire in ogni caso vivi e svegli.

 

 

Il male è il bene. Fino a che punto la cosiddetta morale può essere messa in discussione, tanto da sovrapporre e confondere la bontà con la cattiveria, il delitto con la giustizia?

La domanda sorge spontanea nel momento in cui si diventa spettatori di alcune tra le fiction made in USA più geniali degli ultimi anni.

Sembrano ormai storia vecchia i piccoli mafiosi di periferia (The Soprano’s) che facevano del crimine e delle ruberie la loro routine, inquadrando il male solo da un punto di vista “lavorativo” e prettamente malavitoso. Ora, a calcare le scene del piccolo schermo sono personaggi completamente diversi. Geni del male cattivi in tutti i sensi, uomini in grado di svelare il loro lato oscuro in maniera totale e, finalmente, priva di striature moralistiche.

Ed è dalla mente brillante di sceneggiatori come James Manos o Vince Gilligan che nascono due tra gli antieroi più riusciti e amati di tutti i tempi: Dexter Morgan e Walter White.

Il primo, Dexter, da il titolo all’omonima serie, arrivata oggi alla settima stagione.

Dexter Morgan (Michael C. Hall) è un ematologo in forza alla polizia di Miami. Prende molto seriamente il suo lavoro, è preparato e attento, tanto da capire com’è avvenuto un crimine semplicemente dalla disposizione delle macchie di sangue, dalla loro forma. Ma non è tutto qui. Dexter Morgan è anche un serial killer, ma non è un pazzo maniaco qualunque, è un omicida che segue un “codice”, poiché è un assassino di assassini. Le sue vittime sono le persone più spregevoli, che riescono in un modo o nell’altro a sfuggire alla mano della giustizia, continuando a perpetrare i loro crimini o nascondendosi dietro figure di padri di famiglia.

Ma Dexter non uccide per vendetta o per un’innata sete di giustizia: l’unica motivazione che lo guida è il bisogno, un bisogno senza possibilità di redenzione, che lo spinge a versare sangue fin dalla sua tenera infanzia. Un bisogno certamente pericoloso, ma reso più accettabile e persino controllabile dal padre, un poliziotto. Egli, decise di crescerlo non sopprimendo i suoi istinti, ma incanalandoli all’interno di un codice, facendo sì che la sua sete di sangue non colpisse vittime innocenti. E certo, questa sua doppia vita lo porterà spesso a dover mentire e imbrogliare persone a lui care e vicine (la sorella, anche lei poliziotta, i colleghi, la fidanzata…) Ma il rimorso scivola via nel momento in cui il suo “dark passenger” prende il sopravvento, trascinando anche il pubblico in un buio mentale senza via d’uscita.

Il nostro secondo antieroe, Walter White (Bryan Cranston), protagonista della serie Breaking Bad, sembra inizialmente diverso.

Conduce una vita ordinaria nell’afosa Albuquerque, è il padre di un adolescente disabile e marito di una splendida donna. Mantiene la famiglia con il suo stipendio da professore di chimica e, per racimolare qualche dollaro in più, è impiegato in un autolavaggio. Tutto cambia quando, il giorno del suo cinquantesimo compleanno, scopre di avere un cancro incurabile ai polmoni. Disperato per la precaria situazione economica, sapendo di dover affrontare spese enormi per le sue cure e per una nuova bimba in arrivo, sembra aver perso ogni speranza del futuro. Attraverso suo cognato Hank, che lavora alla DEA, scopre che gli spacciatori di metanfetamine guadagnano un sacco di soldi, se nessuno li scopre, è in quel momento che decide di contattare un suo ex alunno, Jesse, che sa essere nel giro delle droghe, per fare un accordo: Walter, grazie alle sue conoscenze di chimica, cucinerà cristalli mentre Jesse li spaccerà.

Inizierà in questo modo l’evoluzione del personaggio verso i più oscuri abissi dell’animo umano. Inizialmente pervaso da sensi di colpa e spinto a delinquere solo dal bisogno di soldi, pian piano emergerà un uomo completamente diverso, nel quale la sete di potere e la voglia di superare ogni limite si farà largo così naturalmente da portaci a giustificare ogni suo crimine più efferato.

Sarà forse proprio la naturalezza e l’esattezza con cui i due registi ci mostrano la dinamica dei crimini (non sembra poi così spaventoso pugnalare al cuore un uomo e nemmeno cucinare droghe dal potenziale mortale), sarà forse la novità di trovarci a seguire delle vicende umane atipiche o sarà piuttosto un’ innata propensione verso il male, insita in ognuno di noi, che spingono queste serie verso un successo mondiale?

Infatti non si può non provare simpatia per il giovane assassino di assassini, e, sotto sotto, non si può non parteggiare per lui, nonostante si tratti, in fin dei conti, di un serial killer. Così come risulta impossibile non sperare che Walter riesca a farla franca ancora una volta, tifando per il suo cinismo pragmatico.

Perché la vera lezione, tremenda, è che in fondo personaggi come Dexter o Walt White sono le persone che tutti vorremmo essere, il lato oscuro che ci portiamo dentro ma a cui solo loro danno sfogo. Loro incarnano la vera redenzione dal “peccato” degli uomini comuni e la tendenza innata che ci distingue da ogni altro animale: il male può diventare un bene.

 

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