Blu, croccante e senza tempo: la storia del biscotto Mattei
Dal sacchetto blu alla doppia cottura: la storia e i segreti del biscotto di Prato che attraversa 165 anni senza perdere croccantezza
Prima ancora di assaggiarlo, il biscotto di Prato firmato Mattei si riconosce così: un sacchetto blu, di carta spessa e legato a mano. Nessuna immagine appariscente, nessuna promessa sensazionalistica. Nel mondo di oggi, dove il packaging spesso urla per ottenere attenzione, la scelta di restare discreti — e coerenti — diventa già una dichiarazione. Il Blu Mattei è stato persino registrato come marchio di colore, a tutela della sua unicità visiva nel panorama alimentare europeo
Una bottega, una città, un biscotto
Il biscottificio nasce nel 1858, quando Antonio Mattei apre una bottega di pane, dolci e biscotti in via Ricasoli, nel centro storico di Prato. Mattei viene da una famiglia di fornai e lavora in una città operosa, segnata già allora dal tessile e da una cultura del lavoro concreta, poco incline agli orpelli. È in questo contesto che prende forma una versione codificata del biscotto secco alle mandorle, pensato per durare, accompagnare il pasto e chiuderlo con semplicità.

La ricetta — farina, zucchero, uova, mandorle intere, con l’aggiunta di pinoli — e soprattutto la doppia cottura, che garantisce asciuttezza e conservabilità, diventano presto un tratto distintivo. Nel 1867, i biscotti di Mattei ottengono una menzione all’Esposizione Universale di Parigi: un riconoscimento che contribuisce a far uscire il nome di Prato dai confini locali, senza però snaturare il prodotto.
Continuità più che innovazione
Dopo la morte del fondatore, nel 1885, l’attività passa alla famiglia Pandolfini, che la gestisce ancora oggi. È un passaggio di testimone che segna una continuità più che una svolta: le ricette storiche restano il fulcro della produzione e l’approccio artigianale viene preservato, pur adattandosi ai cambiamenti inevitabili del tempo.
Accanto ai classici biscotti di Prato alle mandorle, il biscottificio produce negli anni altri dolci da forno legati alla tradizione locale, come i biscotti della salute, le fette di brioche, i brutti ma buoni e la Mantovana, una torta che fa parte della storia della casa. Una produzione coerente, senza allargamenti forzati di gamma, che segue una logica di bottega più che di marchio.
Un’estetica non progettata
Il sacchetto blu, oggi spesso citato come esempio di packaging iconico, non nasce come operazione di design. È piuttosto il risultato di una scelta pratica, reiterata nel tempo, diventata identità per consuetudine. Un’estetica involontaria, potremmo dire, che oggi dialoga sorprendentemente bene con un pubblico attento agli oggetti autentici, durevoli, riconoscibili.

In questo senso, Mattei è diventato anche un riferimento lifestyle, pur senza mai cercarlo apertamente: un prodotto che entra nelle case non solo come dolce, ma come presenza familiare, legata ai riti del fine pasto, ai regali “sicuri”, ai ritorni da un viaggio in Toscana.
Tra tradizione e quotidianità
Visitare oggi il laboratorio storico di Prato significa entrare in un luogo dove la produzione è ancora parte della città, non separata da essa. Un’attività che continua a lavorare su scala artigianale, mantenendo un legame diretto con il territorio e con un’idea di dolcezza essenziale, lontana dalle mode.
Il biscotto di Prato di Mattei resta, in fondo, quello che è sempre stato: un biscotto da credenza, da spezzare con le mani, da intingere nel Vin Santo, da mangiare anche senza occasioni speciali. Ed è forse proprio questa normalità, così poco urlata, ad averlo reso nel tempo uno dei simboli gastronomici più riconoscibili della Toscana.
Francesca Luna Noce
Freelance under 30 con il chiodo fisso del mangiare e bere bene. Estremamente curiosa, cresce una nuova generazione di enotecnici fiorentini trasmettendo il suo entusiasmo con la penna e tra i banchi di scuola.
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