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Freelance under 30 con il chiodo fisso del mangiare e bere bene. Estremamente curiosa, cresce una nuova generazione di enotecnici fiorentini trasmettendo il suo entusiasmo con la penna e tra i banchi di scuola.
Hai presente quei viaggi in autostrada da bambini, quelli in cui leggevi ad alta voce tutti i cartelli, indovinavi le targhe e sognavi il prossimo autogrill? Io sì. Ricordo l’odore dei panini, il vento che ti sbatteva in faccia e la radio che saltava in galleria proprio sul più bello. Quelle ore in macchina sembravano interminabili, ma erano minuscole avventure.
Manifattura a Firenze ha preso quella sensazione e l’ha trasformata in una drink list. Ogni cocktail è una città, un piccolo racconto d’Italia, e a collegarle tutte ovviamente… l’autostrada. E, come se l’amarcord non fosse già abbastanza, ogni cocktail ti regala una figurina da collezionare per completare l’album del locale. Una sorta di raccolta punti - ma nessuno spoiler, il premio finale resta un mistero.
Entri a Manifattura e Francesco De Rosa, insieme all’head bartender Niccolò Desiati e i bartender Edoardo Fortini, Marco Stefanelli e Kristen Pirot, ti accolgono con tutine logate da benzinaio, perché qui si fa sul serio, sempre.

Di Manifattura infatti se ne parla tanto sia perché ha una bottigliera tutta italiana (e tutta significa tutta, dagli spirits ai liquori) sia per le loro drink list (tra le mie preferite quella dedicata a TV Sorrisi e Canzoni, e-p-i-c-a!). Ergonauth in questo caso firma il menu con colori morbidi e richiami ai Seventies.

Ma partiamo. Il viaggio inizia al Nord, in Trentino-Alto Adige: rum Walcher, sciroppo di strudel, acido tartarico e soda al pino restituiscono l’aria dei boschi, dei rifugi e delle passeggiate in quota. Scendendo verso la Liguria, Gin Gino incontra cordiale al basilico, pinoli e limone: un sorso che sa di pesto, vento salmastro e terrazze sul mare.
La Toscana si fa sentire con Trasversale gin, Baldoria rosso e dry rosso e Bitter Campari: un intreccio deciso di colline, strade bianche e bar di paese dove ti fermi per un caffè e resti mezz’ora a guardare il mondo passare.

Arrivati al Sud, il mare diventa ovviamente protagonista. In Puglia, Muma gin si mescola con pomodoro all’acqua di cozze, Bloody Mary mix, lime e un tocco di birra: un omaggio ai porti e alle estati che sembrano non finire mai. La Sicilia esplode in un bicchiere con grappa Nardini, liquore Etna al fico d’India, latte di mandorla e crema di pistacchio: contrasti, dolcezza, lava e sole.

Quanti cocktail bar a Firenze ti fanno divertire così? Pochi. Manifattura Firenze è uno dei miei preferiti proprio per questo.
Ma il viaggio non finisce qui. A completarlo arriva José Pereira con le sue domeniche dedicate alle pizzette gourmet.

Impasti fragranti e topping che dialogano con i cocktail, creando abbinamenti inaspettati ma che funzionano. Un pomodoro all’acqua di cozze diventa complice di un gin del Sud, un pesto di basilico si armonizza con note più dolci. Il tutto a prezzi piccoli e competitivi. Promossa.
Prima ancora di assaggiarlo, il biscotto di Prato firmato Mattei si riconosce così: un sacchetto blu, di carta spessa e legato a mano. Nessuna immagine appariscente, nessuna promessa sensazionalistica. Nel mondo di oggi, dove il packaging spesso urla per ottenere attenzione, la scelta di restare discreti — e coerenti — diventa già una dichiarazione. Il Blu Mattei è stato persino registrato come marchio di colore, a tutela della sua unicità visiva nel panorama alimentare europeo
Il biscottificio nasce nel 1858, quando Antonio Mattei apre una bottega di pane, dolci e biscotti in via Ricasoli, nel centro storico di Prato. Mattei viene da una famiglia di fornai e lavora in una città operosa, segnata già allora dal tessile e da una cultura del lavoro concreta, poco incline agli orpelli. È in questo contesto che prende forma una versione codificata del biscotto secco alle mandorle, pensato per durare, accompagnare il pasto e chiuderlo con semplicità.

La ricetta — farina, zucchero, uova, mandorle intere, con l’aggiunta di pinoli — e soprattutto la doppia cottura, che garantisce asciuttezza e conservabilità, diventano presto un tratto distintivo. Nel 1867, i biscotti di Mattei ottengono una menzione all’Esposizione Universale di Parigi: un riconoscimento che contribuisce a far uscire il nome di Prato dai confini locali, senza però snaturare il prodotto.
Dopo la morte del fondatore, nel 1885, l’attività passa alla famiglia Pandolfini, che la gestisce ancora oggi. È un passaggio di testimone che segna una continuità più che una svolta: le ricette storiche restano il fulcro della produzione e l’approccio artigianale viene preservato, pur adattandosi ai cambiamenti inevitabili del tempo.
Accanto ai classici biscotti di Prato alle mandorle, il biscottificio produce negli anni altri dolci da forno legati alla tradizione locale, come i biscotti della salute, le fette di brioche, i brutti ma buoni e la Mantovana, una torta che fa parte della storia della casa. Una produzione coerente, senza allargamenti forzati di gamma, che segue una logica di bottega più che di marchio.
Il sacchetto blu, oggi spesso citato come esempio di packaging iconico, non nasce come operazione di design. È piuttosto il risultato di una scelta pratica, reiterata nel tempo, diventata identità per consuetudine. Un’estetica involontaria, potremmo dire, che oggi dialoga sorprendentemente bene con un pubblico attento agli oggetti autentici, durevoli, riconoscibili.

In questo senso, Mattei è diventato anche un riferimento lifestyle, pur senza mai cercarlo apertamente: un prodotto che entra nelle case non solo come dolce, ma come presenza familiare, legata ai riti del fine pasto, ai regali “sicuri”, ai ritorni da un viaggio in Toscana.
Visitare oggi il laboratorio storico di Prato significa entrare in un luogo dove la produzione è ancora parte della città, non separata da essa. Un’attività che continua a lavorare su scala artigianale, mantenendo un legame diretto con il territorio e con un’idea di dolcezza essenziale, lontana dalle mode.
Il biscotto di Prato di Mattei resta, in fondo, quello che è sempre stato: un biscotto da credenza, da spezzare con le mani, da intingere nel Vin Santo, da mangiare anche senza occasioni speciali. Ed è forse proprio questa normalità, così poco urlata, ad averlo reso nel tempo uno dei simboli gastronomici più riconoscibili della Toscana.
Dimenticate il bacaro tour, o almeno, lasciatelo da parte. Venezia non è solo cicchetti e tramezzini ma osterie nomadi, spezierie, luogo di mille invenzioni e primo salotto d’Europa; il bere veneziano ha una storia curiosa e perfino un po’ rivoluzionaria. E per capire come si sia costruita basta partire dal punto più visibile (letteralmente) della città: il campanile di San Marco.
Sotto il “paròn de casa”, come lo chiamano i veneziani, un tempo c’erano osterie in legno che ogni mattina spostavano tavoli e botti a seconda dell’ombra proiettata dalla torre. Era un modo pratico per tenere il vino fresco. Da qui nasce un modo di dire comune a qualsiasi veneziano ancora oggi: “andémo a béver un’ombra”, ovvero un bicchiere di vino all’ombra del campanile, o di qualunque cosa lo ricordi.

Quella stessa piazza, dove oggi i turisti si muovono come in un tableau vivant, fino al 1100 ospitava persino una vigna. In una città fatta al 92% d’acqua non si poteva sprecare nulla: isole coltivate, orti in quello che altrove chiameremmo piazze - i famosi “campi”.
Quando il Caffè Florian apre nel 1720, il caffè non ha niente del prodotto pop che conosciamo oggi: è una bevanda costosa, venduta in farmacia e trattata quasi come una medicina. Si tratta del primo Caffè del mondo occidentale, il più antico d’Europa, e va da sé che Venezia è la prima città a trasformarlo questa deliziosa bevanda scura in consumo sociale. Casanova ci passava perché qui si spedivano vassoi di cioccolata e caffè come dichiarazione d’interesse amoroso. Poi Goldoni, Canaletto, Guardi: la lista degli habitué è lunga.

Ai suoi tavolini nasce nel 1895 anche l’idea della Biennale, in un momento in cui la città cercava di ricostruire una nuova identità culturale post-repubblicana. Il sindaco-poeta Riccardo Selvatico e Antonio Fradeletto lo immaginarono qui, davanti a un caffè.
Qualche minuto di cammino, ed ecco un altro luogo dove Venezia ha cambiato il corso della storia gastronomica: l’Harry’s Bar. Non serve essere appassionati di cucina e mixology per sapere che qui sono nati due piatti/bevande diventati globali.
Il primo è il Bellini, 1948. Cipriani lo crea per omaggiare una mostra su Giovanni Bellini: pesca bianca frullata, spumante locale e un colore che richiama proprio i toni rosati del pittore. Semplice, fresco, immediatamente riconoscibile.

Il secondo è il Carpaccio, nato quasi per caso nel 1950. La contessa Amalia Nani Mocenigo non poteva più mangiare carne cotta e Cipriani risolve il problema come farebbe un artista: fettine sottilissime di manzo e una salsa “universale”, appoggiate sul piatto come un omaggio cromatico a Vittore Carpaccio. È un piatto nato dalla necessità, diventato leggenda. Il locale, intanto, continua a collezionare nomi: Hemingway, Capote, Welles, Onassis e Callas. Ma la cosa più interessante è la coerenza: servizio rigoroso, cucina essenziale, lusso senza ostentazione. Un modello copiato in mezzo mondo.
C’è una pagina affascinante (e oggi quasi dimenticata) nella storia gastronomica veneziana: quella delle spezierie. Qui nasceva la teriaca, una sorta di super-preparato medicinale che mescolava decine di ingredienti, tra cui zafferano, mirra, cannella, radici varie e, sì, anche carne di vipera. L’idea era semplice: se la vipera non muore del suo stesso veleno, allora contiene qualcosa di protettivo. Oggi farebbe sorridere, ma per secoli la teriaca è stata considerata un rimedio potentissimo. La sua produzione era quasi teatrale, con facchini, funzionari sanitari e garzoni impegnati in una preparazione lunga mesi.

E non tutto è andato perduto. La famiglia Gottardi (storica spezieria a Rialto) continuò a produrla per la ditta Branca fino agli anni ’50 del Novecento. E molti sostengono che proprio da lì derivi parte dell’amaro che oggi riconosciamo nel Fernet.
Lo Spritz è uno dei drink più fraintesi della storia italiana. L’idea che siano stati gli austriaci a inventarlo è solo parzialmente vera. Il nome sì (“spritzen”, spruzzare), ma l’abitudine di alleggerire il vino con un po’ d’acqua è precedente: medievale per alcuni, romana per altri.
Una storia curiosa riguarda gli arsenalotti, i lavoratori dell’Arsenale. A loro la Serenissima garantiva una merenda quotidiana, e nei mesi caldi veniva servita una bevanda a base di vino e poca acqua fresca. Una sorta di proto-Spritz, insomma, ma con cinque secoli di anticipo. La versione moderna arriva con il Novecento. Nel 1920, i fratelli Pilla creano il Select, bitter veneziano per eccellenza. È qui che lo Spritz diventa quello che oggi conosciamo: vino bianco, acqua frizzante e qualche goccia di Select. Una formula semplice che da Venezia si diffonde prima in terraferma, poi nel resto del Paese.
Oggi la cultura del bere veneziano continua a muoversi come ha sempre fatto: per stratificazioni, intuizioni e luoghi che si reinventano. La Venice Cocktail Week, ideata da Paola Mencarelli, ne è un esempio lampante: una settimana in cui la città torna a essere laboratorio aperto, con caffè storici, hotel e bar che dialogano tra loro proprio come un tempo facevano spezierie, osterie erranti e salotti. Nella sua quarta edizione, andata in scena a fine ottobre, ha coinvolto 28 locali con oltre 100 eventi tra masterclass, tasting, talk e aperitivi. Nel programma anche i tour organizzati da Tell Me a Story Venice, come questo che abbiamo fatto tra piazze, caffè storici e ricette dimenticate.
In questa stessa scia si inserisce Ca’ Select, un luogo che sembra uscito da un capitolo della Venezia produttiva di un tempo: metà officina e metà museo, con le erbe in macerazione al piano terra e, sopra, un percorso espositivo che racconta come un bitter veneziano sia diventato parte dell’immaginario cittadino. È un modo per ricordare che qui la cultura del bere è sempre stata anche cultura materiale, fatta di mani, ingredienti e storie.

E poi c’è la laguna, che continua a regalare isole inaspettate. A Sant’Erasmo, l’isola degli orti, un gruppo di giovani distillatori ha dato vita a Gin dei Sospiri: botaniche coltivate o raccolte tra barene e campi — salicornia, timo limonato, carciofo violetto — per un gin che sa davvero di acqua alta, luce e vento. Un progetto che ricorda quanto bere, a Venezia, sia da sempre un modo per leggere il territorio, attraversarlo e, in un certo senso, ascoltarlo.
Chi è entrato almeno una volta alle Serre Torrigiani conosce quella sensazione sospesa: il fruscio delle foglie, l’odore umido della terra, il brusio distante della città che resta appena fuori. Ora questo “giardino segreto” si rinnova, e lo fa con la discrezione elegante di chi sa evolversi senza tradire la propria anima.
Il nuovo spazio interno — presentato durante un evento molto atteso — è il risultato di un restyling che mescola design, arte e botanica.
L’idea è semplice ma ambiziosa: custodire la magia del luogo aprendosi a un futuro più sostenibile, più sensoriale, più consapevole.

«Abbiamo dedicato grande attenzione alla cura delle piante, che non sono solo elemento estetico ma veri alleati naturali del benessere» racconta Vanni Torrigiani, socio fondatore.
Le piante qui non decorano: respirano, assorbono, purificano. Sono parte integrante del progetto architettonico, in un dialogo continuo tra estetica e funzione.
Il confine tra città e natura è oggi ancora più sottile grazie all’installazione dell’artista Matteo Baroni: una scultura viva che si intreccia con la vegetazione. È un’opera che cambia con la luce e con le stagioni, come se anche l’arte, qui, dovesse adattarsi al ritmo del giardino.
E mentre le forme armoniche e i colori scelti da Giuseppe Dicecca per gli interni accompagnano il visitatore in un percorso morbido e circolare, la sensazione è quella di entrare in uno spazio che respira insieme a chi lo abita.
Poi c’è il bar.
Completamente rinnovato nel design e nello spirito, custodisce le ricette da alchimista del bar manager Lapo Scacciati, che ha trasformato la drink list in un vero e proprio erbario liquido.

La carta si divide tra due anime:
Ogni bicchiere diventa un paesaggio sensoriale, dove profumi e colori dialogano con la materia prima. E le guarnizioni? Non semplici decorazioni: piccole sculture commestibili, gel di lampone, dischi di mango, lollipop di mela — micro-narrazioni botaniche che trasformano il gesto del bere in un rituale lento e consapevole.
Accanto alla proposta beverage, la cucina dello Chef Mario Castellano segue il ritmo delle stagioni con piatti che nascono dal territorio e dialogano con le botaniche del luogo.

«Cambiamo il menu seguendo il ciclo naturale delle piante — spiega — reinterpretando la tradizione italiana con tocchi di creatività e contaminazioni fusion».
Ne risultano piatti freschi, colorati, con una logica zero waste che non è moda ma filosofia.
Non solo cocktail e cucina: le Serre tornano anche a essere spazio di cultura, con mostre, incontri e un concorso letterario dedicato al verde. «Un tema che ci rappresenta — racconta Simone Bellocci, AD — e su cui vogliamo stimolare una riflessione condivisa».
Il risultato è un luogo che non si limita a offrire esperienze, ma le coltiva.
Domani, mercoledì 11 giugno, l’Hotel La Perla di Corvara ospiterà la prima edizione della Italian Cocktail Weeks Reunion, un evento unico nel suo genere che si propone di celebrare la miscelazione di qualità e il valore della comunità di bartender italiana. Ideato da Paola Mencarelli, questo format innovativo vuole unire in un’unica cornice alcune delle più autorevoli realtà che animano le Italian Cocktail Weeks, creando uno spazio dove la tecnica, la creatività e la territorialità si incontrano per dar vita a esperienze di mixology d’autore in un contesto esclusivo e naturale. La scelta di Corvara e delle sue montagne, cuore dell’Alta Badia e patrimonio Unesco, non è casuale: qui si fondono la tradizione alpina e l’ospitalità di lusso, elementi che si riflettono in un evento pensato per chi vive il bartending come arte e cultura.

La Italian Cocktail Weeks Reunion si distingue da altri eventi simili per il suo approccio fortemente personalizzato e territoriale. Invece di un format standardizzato, la Reunion punta a modulare ogni appuntamento sulle peculiarità della location ospitante, valorizzando così il rapporto fra bartender e territorio. Per questa prima edizione, l’Hotel La Perla diventa il palcoscenico dove si incontrano tre bartender provenienti da altrettante edizioni delle ICW: Edoardo Sandri (Four Seasons Firenze - Florence Cocktail Week), Antonio Ferrara (Aman Venice - Venice Cocktail Week) e Andrea Dipino (Hotel Miramalfi - Amalfi Coast Cocktail Week). Ad affiancarli, il padrone di casa Antonio Virili, resident bartender del Bistrot & Music Club dell’hotel. Il risultato è un dialogo creativo fra approcci diversi alla miscelazione, che riflettono la ricchezza e la varietà della cultura cocktail italiana contemporanea.

Questa formula consente di portare a Corvara non solo tecniche e drink di alto livello, ma anche l’identità di territori lontani, dal Mediterraneo alla Toscana, passando per Venezia, attraverso cocktail studiati ad hoc che raccontano storie, tradizioni e atmosfere specifiche. La Reunion sottolinea l’importanza della community di bartender che si è sviluppata grazie alle Italian Cocktail Weeks, creando un network che favorisce la crescita professionale e lo scambio di idee in tutta Italia.
La qualità degli ingredienti e l’attenzione alle tecniche rappresentano il cuore pulsante della proposta di questa Reunion. Ogni bartender presenterà tre signature cocktail realizzati utilizzando prodotti selezionati dai principali sponsor dell’evento: Altamura Distilleries, Baldoria Vermouth, Distilleria Bonaventura Maschio, Legend Kombucha, Nonino, No.3 London Dry Gin e Santa Teresa 1796. Questa partnership consente di valorizzare materie prime di eccellenza, spesso provenienti da produzioni artigianali e con un forte legame con il territorio.
Dal punto di vista tecnico, la sfida è stata sviluppare drink complessi, che uniscano equilibrio e armonia con sperimentazione e creatività. L’approccio si focalizza su tecniche di infusione, estrazione controllata, fermentazioni e uso di ingredienti botanici, per ottenere texture e aromi raffinati e distintivi. Inoltre, ogni cocktail è pensato per raccontare una storia, con un occhio attento allo storytelling, elemento ormai imprescindibile nella mixology contemporanea, che arricchisce l’esperienza sensoriale del cliente.
La giornata di mercoledì 11 giugno si articolerà in un percorso esperienziale che fonde natura, gastronomia e mixology. Si partirà con una passeggiata guidata tra le vette e i boschi delle Dolomiti, accompagnati da Antonio Virili e Marlene Zanotti (Marketing Manager Casa Costa 1956), per immergersi nella straordinaria bellezza paesaggistica e coglierne i profumi e le suggestioni. Questa escursione, che toccherà luoghi come l’altopiano del Pralongià, il Parco Naturale Puez-Odle e il Massiccio del Sella, sarà un momento di ispirazione per i bartender e per gli ospiti, che potranno comprendere l’anima del territorio e lasciarsi guidare dalle sue sensazioni nella successiva creazione di cocktail e abbinamenti enogastronomici.
Il percorso proseguirà con un aperitivo in quota, in cui i sapori tipici tirolesi si integreranno con drink studiati per esaltare l’essenza alpina. Il pranzo al Bistrot & Music Club sarà l’occasione per approfondire il legame tra cucina locale e miscelazione, con un menu che valorizza i prodotti di montagna attraverso un dialogo armonico con i cocktail di Virili.

Il pomeriggio sarà dedicato a un ciclo di masterclass tecniche e approfondite, rivolte a bartender, operatori del settore e appassionati di mixology. Dalle 15:00 alle 17:30, quattro professionisti di alto livello racconteranno le loro esperienze e strategie di ospitalità, mettendo in luce le sfide e le innovazioni nel contesto dell’hotellerie di lusso.
Antonio Virili aprirà con “Ospitalità in Casa Costa”, un intervento che esplora come la creatività, la musica e l’attenzione al dettaglio si fondano per creare un’esperienza immersiva e memorabile in un contesto montano. Andrea Dipino approfondirà “Il metodo Miramalfi”, un modello di miscelazione contemporanea che bilancia efficienza operativa, design del cocktail e storytelling, illustrando come il ruolo del bartender si stia evolvendo all’interno delle strutture alberghiere.
Antonio Ferrara parlerà de “Il lusso dell’accoglienza”, focalizzandosi sulla costruzione e la motivazione di un team di miscelazione che esprime una visione condivisa di qualità e coerenza, in contesti esclusivi e privati. Infine, Edoardo Sandri presenterà “L’evoluzione di Atrium Bar attraverso le Florence Cocktail Week”, raccontando come l’integrazione di un evento internazionale abbia influenzato la proposta drink e l’esperienza ospite di uno dei bar più iconici d’Italia.
La giornata culminerà alle 18:00 con l’apertura del Bistrot & Music Club per la degustazione dei 12 cocktail signature creati per l’occasione. Ogni bartender porterà la propria visione e il proprio territorio attraverso una selezione studiata per raccontare storie di tradizione, innovazione e territorio.
Antonio Virili presenterà “Il Bel Paese”, una cocktail list che rende omaggio alle tre città rappresentate dagli ospiti, con drink che evocano il mare e la montagna, come il fresco e agrumato Frate Sole, il floreale e amaricante La Primavera e il speziato Vesper Martini La Serenissima. Andrea Dipino proporrà la “Trilogia del Sud – Amalfi in Tre Atti”, una narrazione liquida che interpreta il mare, la terra e la luce della Costiera Amalfitana attraverso tre cocktail strutturati su note aromatiche e sensoriali ben definite.
Edoardo Sandri porterà la sua “Firenze Nota e Non”, una drink list che esplora diverse zone di Firenze attraverso cocktail dall’equilibrio sofisticato e carattere distintivo, mentre Antonio Ferrara chiuderà con “L’Eleganza Italiana in Viaggio”, una selezione di drink che racchiudono tradizioni e sensazioni di diverse regioni italiane, enfatizzando l’armonia tra ingredienti e tecniche.
Ad accompagnare la degustazione, la musica live di Do Baba e Matteo Dallapè creerà un’atmosfera conviviale e raffinata, rendendo l’esperienza ancora più coinvolgente e memorabile.
Chi conosce la boxe sa che non è solo forza: è ritmo, è controllo, è rispetto. E lo stesso vale per un cocktail fatto bene: non si improvvisa, si costruisce, bilanciando tecnica, creatività e consapevolezza. Incontro fra Titani, l’evento che ieri ha animato The Social Hub Firenze Belfiore, ha messo in scena proprio questo: l’incontro tra due mondi apparentemente lontani, ma che condividono gli stessi valori profondi.

Da una parte Amaro di Quartiere, che racconta Firenze attraverso botaniche e spirito di appartenenza; dall’altra Forged Irish Stout, la birra creata da Conor McGregor e diventata emblema della Bare Knuckle Fighting Championship (BKFC), promotion di combattimento a mani nude che debutterà in Italia il prossimo 26 aprile, proprio al PalaWanny.
L’evento si è aperto con una sessione tecnica guidata dal Coach Valeri: un’introduzione solida e rispettosa alla boxe, alle sue basi e ai suoi codici. Nessuna spettacolarizzazione, ma una vera immersione nella "nobile arte". Un lavoro sul corpo, certo, ma anche – e soprattutto – sulla mente.

Poi, lo switch: dal ring al bancone. E qui è entrato in gioco Diego Assirelli, bartender del Bar Berni – Four Seasons Hotel Firenze, che ha costruito una cocktail list pensata con intelligenza e coerenza. Quattro signature cocktail, uno per ogni quartiere del Calcio Storico Fiorentino, ognuno ispirato a uno dei match in programma alla BKFC. Quattro ricette capaci di raccontare, nel bicchiere, lo stesso spirito che anima il combattente sul ring: concentrazione, stile, identità.

Il Camozzi vs Bicchi, ad esempio, con Amaro di Quartiere Bianco, liquore al caffè e Forged Stout, è un omaggio a Andrea Bicchi, fighter fiorentino che combatterà per il titolo proprio nella sua città. Un drink che gioca su potenza e profondità, come un diretto al fegato fatto bene. Il Franco vs Sweeney, invece, con Amaro Rosso, pompelmo e lime, ha un’impronta più verticale, agrumata, ma con un finale amaro che resta. Un po’ come quei match che ti insegnano qualcosa, anche se non li vinci.

"Firenze, con la sua storia legata al Calcio Storico, è il palcoscenico perfetto per il debutto italiano di BKFC e noi siamo felici di poter fornire il nostro contributo", afferma Cosimo Cappelli, fondatore di Amaro di Quartiere. "Questa città incarna lo spirito del combattimento e della determinazione da sempre, valori che si riflettono pienamente nella BKFC. Il Calcio Storico è un simbolo di tradizione e coraggio, e ci piace pensare che questa promotion, con il suo approccio innovativo e al tempo stesso ancestrale al combattimento, possa continuare a raccontare questa stessa storia, ma con un taglio moderno e internazionale. Inoltre, è per noi un grande onore sostenere il nostro campione fiorentino, Andrea Bicchi, che per la prima volta combatterà proprio nella sua città da professionista, nell’incontro per il titolo BFKC contro Chris Camozzi."
Ph Michele Tamasco
“Mi manca il sapore dell’oliva alla fine del Martini”. Era il periodo delle restrizioni post pandemiche, quando i cocktail bar d’hotel erano tra le poche realtà a poter restare aperte. E tra i tavolini del The Gritti Palace di Venezia, il commento di Paola Mencarelli ha ispirato un’idea: mettere l’oliva sotto i riflettori. È stato questo il seme del contest Reverso Martini, che ha preso vita durante i primi giorni della Florence Cocktail Week.
L’evento, ideato da Gintastico in collaborazione con Frantoio di Sant’Agata d'Oneglia, ha messo alla prova i migliori cocktail bar della città: Bar Berni (Four Seasons Hotel Firenze), Caffè Gilli, Caffè Paszkowski, Drinx by Il Gusto di Xinge Cocktail Bar, Giacosa, Gucci Giardino, La Ménagère, Rasputin Secret Cocktail Bar e Sevi Interior.

L’obiettivo era chiaro: creare la miglior “Oliva sotto Martini”, valorizzando l’equilibrio tra gin, vermouth e l’essenza aromatica dell’oliva. La giuria, composta da Serena Mela (Frantoio di Sant’Agata d’Oneglia), Chiara Beretta (Finespirits Italia), Alfredo Del Bene (FOOD CLUB) e lo chef Niccolò Palumbo (Ristorante Paca di Prato), ha valutato le proposte in gara secondo quattro criteri: bilanciamento, tecnica, creatività e presentazione.
Un goal, quello del contest, semplice solo su carta. In un cocktail che nel corso dei decenni ha visto la sua formula super codificata, come valorizzare un ingrediente spesso relegato a ruolo decorativo, facendone l’elemento centrale ma senza compromettere la struttura del drink?
La risposta è arrivata dai nove Bartender in gara ma è stata quella di Nicolas Di Maria, head bartender di Caffè Paszkowski, a convincere i giudici.
“Game, Set, Match… Oliva” ha creato nel bicchiere un colpo di scena che non ha snaturato il cocktail ma lo ha arricchito. La salamoia, con la sua sapidità, è diventata il filo conduttore, legando gin e vermouth senza sovrastare nessuno dei due. L’Orange Bitter ha aggiunto una nota citrica che ha ben bilanciato l’amaro naturale della Taggiasca. Il gioco di battuto di origano, sedano, finocchietto, peperoncino e aglio è stata poi l'ennesima dimostrazione di come, in miscelazione, ogni ingrediente possa essere dosato per creare un cocktail ben bilanciato senza mai cadere nella trappola dell’eccesso, mantenendo rispetto per il Martini e per l'oliva stessa.

“Reverso Martini non è solo un contest ma un vero e proprio manifesto. Volevamo dimostrare che l’oliva può e deve avere un ruolo centrale nella mixology contemporanea e deve averlo nella formulazione di un cocktail. Il lavoro di Nicolas è stato illuminante in questo senso: ha colto lo spirito della sfida, trasformando un ingrediente simbolico come la Taggiasca in un’esperienza sensoriale completa. È questo il tipo di creatività che vogliamo sostenere e raccontare con questa attività: quella che osa, che rispetta la materia prima e che allo stesso tempo sa emozionare. Questo è solo l’inizio, vorremmo che Reverso Martini diventasse un appuntamento fisso delle Cocktail Week” ha affermato Federico Bellanca, direttore editoriale di Gintastico.

“Siamo entusiasti del successo di questa prima edizione del Reverso Martini, e della risposta così forte dei bartender coinvolti.” ha aggiunto Serena Mela, Direttrice Marketing e Commerciale del Frantoio di Sant’Agata d’Oneglia. “Il livello tecnico è stato altissimo, ma ciò che ci ha colpito di più è stata la capacità del vincitore di interpretare la nostra visione: un Martini in cui l’oliva non è solo una presenza decorativa, ma l’elemento su cui ruota il drink. Da anni lavoriamo per raccontare il valore dell’oliva taggiasca e dell’olio extravergine ligure, e vedere questi prodotti entrare in modo così autorevole nel mondo del cocktail è una soddisfazione enorme.’’

La serata si è conclusa al rooftop bar di The Social Hub Firenze Lavagnini, dove Eda Akman e Niccolò Mazzucchelli, bartender del Gramm Café Milano hanno presentato cocktail sperimentali a base di olio extravergine d’oliva e olive taggiasche, omaggiando i sapori del Mediterraneo e la creatività che da sempre anima la mixology italiana. Tra le proposte della serata: il Dirty Martini, con utilizzo della salamoia delle olive taggiasche, e poi il Sant’Agata Sour a base di gin, succo di lime, olio extravergine d’oliva Cuvée e con guarnish di olive taggiasche candite, per chiudere con Peperoni a base di bitter Luxardo al peperone, olio extravergine d’oliva La Cuvèe e olive taggische essiccate.
Ph. Michele Tamasco
Lo Speyside è una delle regioni più affascinanti e storiche per la produzione di whisky, e non a caso: con oltre 50 distillerie concentrate in un’area relativamente piccola, questa zona della Scozia è considerata la regina della distillazione. La geografia del luogo è ideale per la coltivazione dell'orzo e la presenza di numerosi corsi d'acqua puri garantisce una qualità d’acqua eccezionale per il processo produttivo.
La tradizione del whisky è radicata qui da secoli, tanto che le distillerie dello Speyside hanno dato vita a una vera e propria cultura attorno a questo distillato, che affonda le radici nel passato ma si rinnova continuamente. È proprio qui che affonda le sue radici la distilleria Ballindalloch, una realtà che cerca di mantenere viva questa tradizione secolare, abbracciando un metodo molto artigianale e autentico.
Ballindalloch si trova all'interno di una tenuta storica, la residenza della famiglia Macpherson-Grant, che risale al 1546. La distilleria è un ritorno alla passione familiare per il whisky, che ha radici ben più lontane. Già nel 1820, la famiglia Macpherson-Grant fondò la distilleria di Delnashaugh, mentre nel 1869 il clan si unì a John Smith per dar vita alla celebre distilleria di Cragganmore. Questo legame con il mondo della distillazione è un filo conduttore che attraversa le generazioni, e che si rinnova con l’avvio della distilleria Ballindalloch nel 2014. Un nome che, pur essendo giovane, si collega a un passato di esperienza e know-how, con la 24esima generazione della famiglia coinvolta nella produzione di whisky single malt.

Ciò che colpisce della distilleria Ballindalloch è l’approccio apparentemente semplice ma profondamente rispettoso dei tempi naturali. Ogni aspetto della produzione è pensato per mantenere la qualità e l'autenticità: l’orzo utilizzato proviene direttamente dalla tenuta, e l'acqua di sorgente che scorre sulla proprietà è alla base di ogni distillato. La scelta di un processo produttivo "single estate" implica che ogni bottiglia racconti una storia specifica, quella di un’annata e di una produzione che segue ritmi lenti e naturali, non accelerati da metodi industriali. L’uso di condensatori a worm tubes in legno, un metodo che risale all’Ottocento, è una delle caratteristiche distintive della distilleria. Questa tecnica, che raffredda i vapori attraverso un lungo serpente di rame e legno, è ideale per ottenere un profilo più fine e delicato, con una morbidezza che è difficile da trovare in distillati prodotti con metodi moderni.
Le referenze che arrivano in Italia, distribuite in esclusiva da Proposta Spirits, offrono un'interessante panoramica sulla qualità e sull’impegno della distilleria. Si tratta di whisky in edizione limitata, presentato in anteprima nazionale nel secret bar Rasputin di Firenze, dove alcuni gradini e un drappo di velluto celano un vero e proprio tempio del whisky.

Vintage Release 2015 è un whisky complesso e raffinato, con una maturazione di otto anni in botti ex-Bourbon e ex-Sherry. Il colore dorato chiaro e il naso di erbe vanigliate e mela verde aprono a un palato che presenta frutta secca e nocciola, mentre il finale leggermente speziato e persistente invita a una riflessione sul bilanciamento delle note aromatiche.
Bourbon Single Cask 2016 è un whisky più strutturato, che si distingue per la sua persistenza aromatica. Invecchiato per otto anni in una singola botte di Bourbon, ha un profilo aromatico che mescola frutta esotica e vaniglia, con un finale elegante e ben definito. Un whisky che, pur rimanendo in perfetto stile Speyside, ha una personalità decisamente marcata.
Sherry Single Cask 2015 è forse il più equilibrato delle tre etichette. Ottenuto da una singola botte di Oloroso Sherry, il whisky presenta un colore rubino granato e profumi di uvetta e frutta matura, mentre il finale regala un’interessante nota di cocco. La combinazione della morbidezza dello Sherry con la finezza tipica del distillato scozzese crea un profilo intrigante e profondo.
ARIETE Farete dei passi avanti nella carriera, ma prima dovrete sporcarvi le mani e fare qualche sforzo inaspettato.
TORO Siete bravi sì, ma occhio a non peccare di superbia, soprattutto in questi giorni, pensando di avere in pugno la situazione: a nessuno piacciono i presuntuosi.
GEMELLI State trovando tanti spunti e occasioni di imparare: sfruttatele e non indugiate su dubbi e insicurezze inutili.
CANCRO Alla base del successo ci deve essere consapevolezza di quali sono bisogni e zona di comfort, quella da cui fate fatica a uscire e quella che è necessaria per rimanere in equilibrio.
LEONE Dovete trovare una forma più equilibrata tra vita lavorativa e privata, magari anche cambiando ambiente senza che il passato vi incaselli in un percorso precostituito.
VERGINE Avete mai notato che spesso ci si dà obiettivi che, in realtà, non sono una soluzione alle proprie reali necessità? Rifletteteci sopra.
BILANCIA Per quanto sia bello sognare e immaginare, non si va da nessuna parte senza un piano. Ed è per questo che siete alla ricerca di esperienze e insegnamenti.
SCORPIONE Ricostruirete delle amicizie importanti, per sentirvi di nuovo accolti e parte di qualcosa di più grande. Il successo può avere tante forme diverse.
SAGITTARIO Usate questi giorni per entrare in confidenza con la solitudine e capire quali insicurezze vi fanno pensare che potreste rimanere delusi dai legami.
CAPRICORNO Forse siete stati troppo rigorosi con voi stessi e non riuscite a tenere il ritmo che vi eravate imposti, ma è qui che vengono di nuovo in soccorso gli amici per riorganizzarvi.
ACQUARIO Passate dalla teoria alla pratica, anche grazie al supporto di persone con cui avete stretto delle partnership e degli accordi vantaggiosi.
PESCI Non tutto deve essere trasformato in lavoro: ci sono cose che possono semplicemente far parte del vostro bagaglio personale.
MONICA RENNA
Moda e Style
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Se ancora non lo sai, il caviale di alta qualità, come l'Osietra, è spesso considerato un alimento dalle proprietà afrodisiache. Ma non è solo una credenza popolare: esistono motivi scientifici che spiegano perché. Il caviale è un alimento ricco di acidi grassi Omega-3, noti per i loro benefici sulla salute del cuore e sul benessere generale. Questi grassi sono anche un toccasana per la circolazione sanguigna. E ti viene in mente cosa succede quando la circolazione migliora, giusto? La passione cresce, in modo naturale e spontaneo.
In un mercato dove ci sono molte varietà di caviale, l'Osietra è sicuramente uno dei più pregiati. Ma cosa lo rende così speciale? Innanzitutto, la sua lavorazione è lunga e accurata, il che implica una notevole attenzione al dettaglio. Ogni sfera di Osietra è il risultato di un processo meticoloso, che non solo preserva la freschezza del prodotto, ma ne esalta anche le caratteristiche organolettiche. La consistenza del caviale Osietra è croccante ma morbida, che si scioglie delicatamente in bocca. Ma ciò che lo rende davvero interessante è la sua complessità di sapore. È fresco, delicato, ma con una nota salina che richiama il mare e che si completa con una profondità che cresce con ogni assaggio.

Il caviale Osietra non è solo gustoso, ma anche visivamente affascinante. I suoi grani, che variano dal giallo dorato all’ambra, hanno un aspetto brillante che cattura la luce. Il suo profumo evoca la purezza del mare, mentre la consistenza dei grani racconta una tradizione che affonda le radici in secoli di lavorazione artigianale. Per chi cerca un regalo che unisca bellezza e qualità, l’Osietra è una scelta che sa sicuramente come colpire nel segno.
Se hai scelto il caviale come regalo, perché non presentarlo in un modo che ne esprima tutta l’eleganza? La Luxury Box ‘C’est l’amour!’ di Caviar Giaveri è un invito a scoprire un mondo fatto di raffinatezza e piacere. Dentro troverai il caviale Osietra, ma anche due cucchiaini in madreperla, perfetti per gustarlo senza alterarne la freschezza. Questo piccolo, ma importante dettaglio aggiunge un tocco di classe e praticità, perché la madreperla è materiale ideale per conservare intatta la delicatezza del caviale.

La confezione, curata nei minimi dettagli, trasforma un semplice gesto in un momento che va oltre il quotidiano. Il caviale, già di per sé un cibo che stimola i sensi, diventa ancora più interessante grazie a un packaging pensato per esaltare la sua qualità. Ogni cucchiaino, ogni dettaglio, è pensato per rendere il momento del consumo più raffinato, coinvolgendo tutti i sensi.
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