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Black Rebel Motorcycle Club, conosciuti come “I cavalieri oscuri” del rock’n’ roll, tornano in Italia dopo il successo del nuovo album “Wrong Creatures” per l’unica data estiva: il 23 luglio a Cesena.
Il Centro d’Arte Contemporanea Teatro Carcano e i direttori artistici Sergio Fantoni e Fioravante Cozzaglio sono lieti di invitarvi martedì 28 aprile ad assistere allo spettacolo WAITING TO GO – Le parole non si arrestano.
Lo spettacolo è frutto di un progetto nato all’interno della Casa di Reclusione di Bollate grazie al gemellaggio del Laboratorio di Poesia con l’Associazione Arte In Tasca. Ispirato all’opera di Samuel Beckett Aspettando Godot, protagonisti in scena sono 14 detenuti, donne e uomini, accompagnati da un ensemble dell’Orchestra a plettro i Mandolinisti Bustesi.
L’attesa è il tema centrale della commedia di Beckett ed è anche parte imprescindibile della vita quotidiana di ogni detenuto. Non è un caso che nel 1957, Aspettando Godot venne rappresentato nel carcere di San Quentin a San Francisco con l’inaspettato risultato da parte dei detenuti che, a dispetto della difficoltà dell’opera, compresero tutti quale fosse il messaggio.
In WAITING TO GO, gli attori reciteranno anche delle loro poesie che bene si sono adattate al testo di Beckett.
Il progetto vede in alternanza il lavoro di gruppo e il lavoro individuale, attraverso l’esplorazione di diverse forme artistiche ha l’obiettivo di lanciare un messaggio: Godot non arriverà ma nonostante ciò è necessario affrontare la vita. I detenuti che hanno partecipato al progetto e hanno deciso di intraprendere questo cammino tra poesia e teatro sono la dimostrazione che è possibile dare una svolta alla propria esistenza e cambiare le cose. Un messaggio universale che vale anche al di fuori del carcere. Persino tra le mura grigie di una prigione può fiorire un fiore bellissimo.
Teatro Carcano di Milano
martedì 28 aprile 2015 ore 20,30
WAITING TO GO – Le parole non si arrestano
Regia e drammaturgia Riccardo Mallus
Elaborazione testi poetici Maddalena Capalbi, Anna Maria Carpi, Paolo Barbieri
Costumi Donatella De Clemente - Coordinamento artistico Monica Fantoni
Prezzo
Posto unico numerato € 5
Per informazioni e prenotazioni
Telefono: +39 02 55181377 /+39 02 55181362
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Sito Web: http://www.teatrocarcano.com/
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Dal 21 al 26 aprile 2015 va in scena nella Sala Grande del Teatro Parenti di Milano: “Finale di Partita” di Samuel Beckett che vede come protagonista il poliedrico Lello Arena.
L’attore napoletano è un concentrato essenziale del modo di essere e di vivere a Napoli e per molti versi la filosofia di vita di quel territorio è molto vicina a quella di Beckett. In entrambi i casi, l’ironia di fronte all’assoluto e alle sofferenze della vita è caratteristica del modo di affrontare la realtà di tutti i giorni. Ciò fa sì che Lello Arena sia un interprete ideale della poesia di Beckett.
Chissà se oggi, Beckett cambierebbe qualcosa dei suoi testi. Probabilmente sì. Le condizioni storiche sono cambiate, e anche se lui è uno scrittore “fuori tempo” aveva subìto e fortemente sentito la propria epoca. Gli orrori della seconda guerra mondiale cha ha vissuto lo hanno certamente influenzato molto.
Nonostante sia completamente legato ad un preciso momento storico, l'autore si adatta perfettamente anche alla nostra situazione attuale. I suoi testi risultano eterni, universali e capaci di astrazione.
Per tradizione, e anche per volontà sua e dei suoi eredi, i testi vengono messi in scena seguendo tutte le didascalie e le famose pause. In realtà, se non ci fossero, bisognerebbe inventarle fino ad arrivare allo stesso risultato. Sembra impossibile ma Beckett fa respirare attraverso queste pause il testo e i personaggi. Di conseguenza ne emerge una specie di guida per attori e registi. Ma bisogna stare molto attenti ad evitare un’esecuzione meccanica. Le pause non hanno tutte lo stesso valore e devono servire come appoggio drammatico per concludere quello che viene prima o per appoggiare quello che avviene dopo. D’altra parte, bisogna semplicemente guardare le messinscene dei suoi testi da lui stesso realizzate per capire come il ritmo non sia per nulla lento o noioso. Anzi, tante volte contraddice se stesso e la sua propria scrittura.
Mettere in scena Beckett è sempre e solo un lavoro con e su gli attori. È un compito diverso da quello che richiedono tanti altri autori. Il tutto sta nell’interpretazione dei suoi tempi che condizionano il respiro dell’attore e dunque la sua drammaticità.
Pur essendo un’opera fondamentale della storia del teatro contemporaneo, Il Teatro dell’assurdo di Martin Esslin, ha portato tante volte a mettere in scena i testi di Samuel Beckett con una solennità e un non-senso completamente contrari al suo spirito. I suoi testi non sembrano assurdi, anzi sono assolutamente realistici e hanno lo scopo di riflettere una vita altrettanto assurda, come uno specchio. In questo caso, però, specialmente in “Finale di partita”, lo specchio si è frantumato in mille pezzi. Ognuno riflette un pezzo di realtà vera, ma una realtà spezzata, contraddittoria, paurosa e lacerante. È questo non-senso, l’insieme di questi testi che ci danno un’altra lettura della realtà e, nella sua mostruosità, una forte ironia.
Teatro Franco Parenti
Sala Grande
Via Pier Lombardo, 14 - 20135 Milano
PREZZO
Intero €32; Ridotto Over60 €18; Ridotto Under25 €15; Convenzioni €22,50 ;
ORARI martedì ore 20.30; mercoledì ore 19.30; giovedì ore 21.30; venerdì ore 20.30; sabato ore 19.30; domenica ore 15.30;
ORARI SCUOLE giovedì 23 aprile ore 11.00
INFO
Tel : +39 02 59 99 52 06
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È il più grande innovatore del teatro italiano,l’unico che è riuscito ad avvicinarsi all’amarezza,al realismo di Eduardo De Filippo, alla sperimentazione e alla ricerca del teatro newyorkese con la stessa intensità e bravura. Carlo Cecchi dichiara di amare Shakespeare sopra ogni altra cosa, di considerarlo il suo unico maestro, ma poi sulle tavole del palcoscenico offre ai suoi spettatori interpretazioni crude e prive di ogni fronzolo del teatro elisabettiano avvicinandosi alla contemporaneità amara e gotica di Carmelo Bene.
Cecchi sa essere magistrale nella prosa radiofonica e nell’interpretazione cinematografica. Incanta con la sua voce profonda e cupa e con la sua gestualità misurata, intensa, essenziale che ha imparato e sperimentato recitando Cechov, Pirandello, Brecht, Moliere.
Carlo Cecchi è il solo attore italiano vivente che sa essere uno e centomila insieme, ma che sa trasformarsi in “nessuno” quando deve dare l’idea del senso stesso dell’esistenza umana.
Per questo registi importanti e internazionali, ma anche autori esordienti come Martone e Valeria Golino si sono affidati completamente a lui quando si è trattato di portare in scena personaggi difficili, attuali e drammaticamente veri.
In Morte di un matematico napoletano Cecchi rivela al pubblico del grande schermo quanto possa diventare tediosa e insopportabile la vita, anche per un razionale e serioso professore di matematica pura.
Il film è una denuncia sociale delle più dure e Carlo Cecchi rende il personaggio di Renato Caccioppoli così reale e orribile da meritarsi il Premio Speciale al Festival di Venezia.
Nel 2007 gli viene consegnato il premio Gassman come migliore attore teatrale, ma Cecchi ha già girato film come Il bagno turco, Arrivederci amore, ciao, Il violino rosso, Io ballo da sola.
Nato a Firenze nel 1939, dove ha cominciato a recitare poco più che ragazzo, si è fatto conoscere dal grande pubblico e dalla critica con Finale di partita di Samuel Beckett, la più grande interpretazione mai stata fatta del protagonista dell’opera in tutta la storia del teatro.
Per Carlo Cecchi il teatro è tutto, il rapporto tra attore e pubblico in sala diventa allora per lui l’unica forma possibile di dialogo e di arte. “Il teatro è calore, è vita, ed è l'unica forma d'arte che non si trova su internet” dice spesso a tutti, una filosofia che egli per primo segue scrupolosamente e quando si “presta” al cinema lo fa solo per sceneggiature che hanno una scrittura quanto più vicina a quella teatrale, ovvero pura ed essenziale.
La sua ultima fatica cinematografica lo vede nei panni del coprotagonista del lungometraggio, Miele, diretto da Valeria Golino. La sceneggiatura è tratta da un romanzo di Covacich, ma il personaggio interpretato da Carlo Cecchi rimanda a ben altro.
Sicuramente è presente un richiamo al matematico napoletano di Martone, con la medesima difficoltà di vivere una vita che non appassiona più e da cui non si pretende più nulla; e ai più attenti non sarà sfuggita neppure la similitudine con la scelta inaspettata e lucida di Mario Monicelli, che ultranovantenne decide di suicidarsi buttandosi dalla finestra della sua camera di ospedale.
Carlo Cecchi diventa, così, la trasposizione concettuale, teatrale e filmica di uomini veri, reali, tormentati e coraggiosi, almeno a loro modo, e lo fa con tutto il rigore dell’attore novecentesco e la modernità dell’uomo contemporaneo, unendo luci e ombre, interpretazione classica e attualità di linguaggio.
Se pensiamo poi che lui non ama e non ha mai amato definirsi artista ma solo attore si può comprendere quanto per lui recitare non sia soltanto una professione ma la passione che guida le sue scelte e lo fa reinventare a ogni nuova interpretazione e a ogni nuovo personaggio.
La stessa morte per Carlo Cecchi diventa allora metafora e allegoria da accogliere fino in fondo per dare un senso compiuto alla vita di ogni uomo.
Il significato della nostra esistenza sulla Terra, la necessità umana di dare un senso globale al mondo, la conoscenza e la comprensione della realtà nella sua essenza piú profonda. Sono solo alcune, e forse le meno risolte, delle questioni filosofiche esistenzialistiche che da sempre arrovellano la mente di pensatori, teologi e filosofi. Se ci si rende conto dell'assenza di senso di cui è afflitta la vita umana, il mondo diventa irrazionale, enigmatico ed illogico e quella dell’uomo una sorte inesorabilmente assurda.
Questa è la scena di consapevole ineluttabilità e di perenne conflitto tra l’uomo e il mondo che lo circonda, in cui si radica la quintessenza dell’innovativo teatro beckettiano che fa dell’assurdo il leitmotif predominante delle sue opere. Samuel Beckett (1906-1989), premio Nobel per la Letteratura nel 1969, partendo da questa visione, supera i precedenti tentativi di affrontare la condizione umana propri del teatro epico, che rappresentavano l’essere umano in un contesto storico, sociale e culturale coerente, definito e generalmente familiare, e attua quella che è stata una vera e propria svolta nella storia del teatro. Le sue opere non si preoccupano di trasmettere informazioni o di presentare i problemi ,i destini e le avventure dei personaggi, che esistono solo al di fuori del mondo dell'autore, non riguardano la rappresentazione degli eventi e la loro narrazione. Centro dell’interesse della rappresentazione diventa, infatti, la condizione di base dell’individuo, l’intuizione individuale dell'essere umano e come esso la sperimenta. Per questi motivi i suoi personaggi sono spesso isolati, in una situazione di sospensione statica e immobile, in uno stato di apparente alienazione. Ció che li circonda non é altro che un simbolo che mostra allo spettatore il loro mondo interiore, gli anfratti della loro mente, di cui loro ne sono la proiezione. In altre parole, ad essere inscenata è la realtà nonché la situazione in cui il personaggio appare e nella quale faticosamente vive l’assurdo della sua vita ovvero l’assenza di certezze. E’ una realtà psicologica espressa in immagini che sono la proiezione verso l'esterno di stati mentali.
RESPIRO. Nessun copione, nessun attore. Il suono del vagito di un neonato, quello di un respiro ansimante. Entrambi accompagnati da una luce che aumenta e diminuisce d’intensitá. Breve sketch scritto nel 1970 dietro una cartolina poi spedita direttamente all’autore Kenneth Tynan per la sua rassegna teatrale erotica d’avanguardia ‘’Oh!Calcutta!’’ alla quale parteciparono con i loro lavori Edna O’Brien, Jules Feiffer, Leonard Melfi e John Lennon.
IMPROVVISO DELL’OHIO. Due uomini di aspetto simile, due gemelli, o due aspetti di un solo uomo. Si siedono insieme vicino ad un tavolo. Uno legge un libro ad alta voce, l'altro ascolta e a volte dá dei colpi sul tavolo. Quando lo fa, il lettore ripete il verso appena letto. Aspetta fino a quando l'ascoltatore bussa di nuovo, e poi continua a leggere. La lettura che culla, il bussare improvviso che spaventa. Il disagio che ne consegue.
ATTO SENZA PAROLE. Un uomo viene gettato in scena contro la sua volontá. Si siede arrendevole in un deserto. Comincia la sua lotta per raggiungere una caraffa d'acqua e altri oggetti, che restano ostinatamente fuori dalla sua portata. Eppure, nonostante la delusione continua, lui non si arrende per molto fino a quando non tenta il suicidio invano. Rassegnato torna a sedersi.
L’ULTIMO NASTRO DI KRAPP. Uno scrittore che non ha mai smesso di registrare il suo pensiero e vari episodi della sua vita su dei nastri audio ogni anno, da quando ne aveva ventiquattro. Registrato e numerato, ripone ogni singolo nastro in un cassetto della scrivania di casa. L’uomo li riascolta presentando la sua vita, pensando a come è cambiata e che uomo ne è stato il risultato.
Quattro atti unici, due dei quali, Respiro e Improvviso Ohio, rappresentati rare volte, preceduti da un Prologo in cui è Beckett stesso che interagisce col pubblico, rivisitati e messi in scena da Glauco Mari e Roberto Sturno. L’uomo verrá posto di fronte alla sua esistenza diventata banale, meccanica a causa della quotidianitá e senza senso. Ma non è proprio questo profondo ‘Nonsense’ ai limiti del grottesco ad aprire uno scorcio di infinito? Un dramma dell’assurdo che non vuole amareggiare il pubblico lasciandolo in balía del quotidiano sforzo di vivere, sconcertato dalla confusione delle risposte non date alle domande esistenziali fondamentali. Questo è il teatro che vuole essere un tentativo di avvicinare lo spettatore alla realtà aiutandolo a trovare il suo "senso" della vita, qualunque esso sia: come dice Beckett, "Niente è più reale del niente.".
DA KRAPP A SENZA PAROLE dal 13/03/2013 al 24/03/2013
Teatro Carcano Corso di Porta Romana, 63
Intero poltronissima 34 € / intero balconata 25 €
Ridotto poltronissima 18 € / ridotto balconata 18 €
Due le iniziative a ingresso libero organizzate per approfondire le tematiche del teatro beckettiano:
giovedì 14 marzo alle 18 in teatro proiezione del film "Silence to silence";
venerdì 15 marzo alle 18 presso Mondadori Multicenter (piazza Duomo) Glauco
Mauri e Roberto Sturno incontrano il pubblico
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