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Chi non si ricorda di Deannie, giovane liceale, bella e sfortunata, protagonista del miglior film drammatico di Elia Kazan?
Natalie Wood offre probabilmente in Splendore nell’erba la sua migliore interpretazione cinematografica, rendendo la pellicola un capolavoro e conquistando per sé una nomination come migliore attrice protagonista.
La pellicola è del 1961 e Natalie è al suo trentesimo film, avendo cominciato a recitare giovanissima in capolavori come Happy land, Il miracolo della 34esima strada, Sentieri selvaggi e Le colline bruciano e accanto ad attori del calibro di James Dean, Cary Grant, Clark Gable e William Holden.
Il successo di Natalie è decretato dalla sua indiscussa bellezza, ereditata dai suoi genitori russi, ma soprattutto dal suo tormento interiore che le fa sposare per ben due volte lo stesso uomo, intraprendere relazioni clandestine e improvvise e trasportare tutto questo, poi, sul grande schermo. Le interpretazioni della Wood sono tanto realistiche quanto verosimili e così Jude, la fidanzata del protagonista di Gioventù bruciata, interpretato da James Dean, diventa l’icona di buona parte delle adolescenti americane ed europee degli anni ’50, e fa conquistare all’attrice anche l’ennesima nomination agli Oscar, in una parallelismo tra realtà e finzione che rende Natalie una delle artiste simbolo della sua generazione.
Il 1961 è anche l’anno di West side story e la Wood fa praticamente il pieno di nomination e consensi, facendo contemporaneamente impennare le vendite di foulard colorati negli Stati Uniti tra le adolescenti, tutte emuli di Maria, la protagonista dell’indovinato musical.
Natalie è orami per tutti l’icona della ragazza Giulietta, la shakespeariana protagonista che ama disperatamente il ragazzo inviso dalla famiglia o che viene osteggiata dalla famiglia dello stesso.
La Wood è bella, tormentata e drammaticamente credibile in questi ruoli. Nessun’altra riuscirà a pareggiarla, nessuna riuscirà a ricreare sul grande schermo la Deannie di Splendore nell’erba.
Come succede, però, a tutte le grandi icone del cinema anche per Natalie la vita reale finisce con l’avere il sopravvento sulla finzione filmica e l’attrice muore misteriosamente annegata nel 1981 nella baia dell’isola di Santa Catalina mentre è a bordo del suo yatch insieme al marito, l’attore Wagner, e al loro comune amico, l’attore Christopher Walken.
L’attrice ha solo quarantatré anni e naturalmente la sua morte crea scalpore e sospetti.
Si parla insistentemente anche di "triangolo amoroso" tra lei, suo marito e Christopher Walken, una relazione finita appunto in tragedia a bordo dello yatch dei coniugi.
Venne aperta un’inchiesta ma le testimonianze di Walken e Wagner sull'incidente furono perfettamente coincidenti. E l’annegamento fu dichiarato come tragico incidente, fino al 2011 quando nuove informazioni sulle circostanze della morte della Wood riportano alla riapertura del caso. Gli investigatori incaricati del cold case però non trovano nuovi indizi e ricongelano il dossier. Ma i figli di Natalie non si danno per vinti e lo scorso gennaio fanno nuovamente riaprire le indagini sulla morte della loro madre.
Una nuova autopsia condotta sul corpo rivela così la presenza di lividi sulle braccia, sui polsi e sul collo, che fanno ipotizzare un'aggressione. Il medico legale però non si sbilancia. Gli enigmi e le ipotesi non possono ancora essere svelati né scioli e sulla morte dell’attrice icona degli anni cinquanta continua ad aleggiare l’ombra del più assoluto mistero.
‘Come un tuono’ è un film che ha fatto molto parlare di sé, per l’importanza dei contenuti trattati e la storia che lascia gli spettatori un po’ spiazzati, ma decisamente coinvolti, permettendo anche un margine di riflessione.
Il titolo originale della pellicola di Derek Cianfrance è ‘The place beyond the pines’, epopea familiare che mischia noir, poliziesco e melodramma con delle contaminazioni documentaristiche, caratteristiche che qualificano questo film come un futuro cult.
Luke (Ryan Gosling) è un talentuoso motociclista che si esibisce come stuntman in uno spettacolo itinerante chiamato globo della morte. Un giorno scopre di avere un figlio di un anno, Jason, nato dalla breve relazione avuta con Romina (Eva Mendez). Il protagonista decide quindi di non partire per essere il padre che lui non ha mai avuto. La donna però convive con un altro uomo, oltre al fatto che Luke non ha molti soldi. Su consiglio di un amico decide quindi di rapinare una banca ma viene tragicamente fermato dall’agente di polizia Avery (Bradley Cooper), diventato padre da poco di un bimbo di nome Aj. Quindici anni dopo Jason e Aj diventano amici, ma scopriranno il passato delle loro famiglie, che stravolgerà le loro vite.
Il magnifico cast interpreta benissimo i sentimenti dei diversi personaggi che si trovano di fronte a delle scelte che riguardano la replica o il rifiuto dell’eredità paterna. Nella trama ricorrono elementi narrativi che si rifanno alla tragedia greca, quali l’ineluttabilità del destino, l’idea della successione, le colpe dei padri che ricadono sui figli, la vendetta.
Il dramma familiare è decritto con grande realismo, infatti il regista predilige l’utilizzo di piani sequenza.
Anche la musica composta da Mike Patton va menzionata, che permette un totale coinvolgimento, restituendo intatte e immutate le atmosfere della cittadine di Schenectady, provincia di New York, riprodotte realisticamente dalla fotografia di Sean Bobbitt.
Nel complesso rapporto tra padre e figlio il bene e il male si confondono, vita e morte si intrecciano, attraverso due generazioni che sembrano portare ferite che non possono rimarginarsi ma solo tornare a sanguinare.
Un film romantico, disperato, commuovente ma magnificamente raccontato, già uscito da qualche settimana, ma per chi non volesse perderselo, è ancora nelle sale cinematografiche, pronto a regalare emozioni e anche qualche lacrima. Un film decisamente da non dimenticare.
Si potrebbe pensare che Hitchcock, il film di Sacha Gervasi, sia una celebrazione dell'indiscutibile talento del maestro della suspense e di Psycho, il suo film più clamoroso.
Nulla di più sbagliato.
La pellicola verte sui dubbi, i turbamenti, le difficoltà emotive e pratiche affrontati dal regista in un periodo specifico della sua vita, i suoi 60 anni ed il vertice della propria carriera (dopo il successo eclatante di Intrigo internazionale), in cui la fiducia nelle proprie capacità e nel proprio talento vacillano, o quantomeno vengono messe in discussione.
È un Hitchcock dalle mille ossessioni quello presentato sullo schermo, un uomo tanto legato alla moglie, quanto distolto dalle mille tentazioni cui non riesce a sottrarsi: il lusso, il buon cibo, l'alcol e le bionde attrici dei suoi film, sulle quali sfoga il proprio voyeurismo.
Sono proprio quelle debolezze ed insicurezze che lo inducono a prestare attenzione al romanzo di Psycho, un testo aberrato dalla società che tratta di incesto, istinti brutali, sesso e violenza, in cui il protagonista incarna in modo estremo pulsioni e frustrazioni che in parte coinvolgono lo stesso regista.
Il parallelo tra le due figure è reso molto bene dall'intrecciarsi di 3 diversi livelli narrativi lungo il dispiegarsi della storia: la commedia che affronta la vita sentimentale e professionale di Hitchcock, segnata profondamente dal legame e dal conflitto con la figura di Alma, la moglie e il cardine della sua vita; la trama di Psycho, resa a tratti dalle scene che ne mostrano la realizzazione in studio (peraltro fedelissime all'originale); ed un livello intermedio, sospeso tra sogni ed allucinazioni, in cui il regista dialoga e si confronta con Norman Bates, protagonista del libro, scoprendolo e scoprendosi.
Per realizzare la pellicola, disprezzata ed osteggiata da tutti (Paramount Pictures, giornalisti e, inizialmente, anche da Alma), Hitch è disposto a mettersi in gioco totalmente, sia sul piano finanziario -ipoteca la casa per autofinanziarsi-, sia su quello emotivo per raggiungere un traguardo che non è solo quello del successo economico, ma dell'affermazione di un talento che ancora brucia dentro di lui e non dev'essere dato per scontato.
Giunto al termine della produzione, non ancora del tutto soddisfatto del risultato, Hitchcock si rende conto che non è solo il suo ruolo a dover essere preservato, ma anche il suo rapporto con Alma, imperdibile supporto che lo ha sempre sostenuto nella vita, valorizzandolo come uomo e indirizzandolo nel lavoro, contribuendo praticamente alla riuscita dei suoi film.
Il suo intervento in sede di montaggio e la brillante intuizione di inserire la colonna sonora all'interno della scena più famosa del film, quella della doccia, salva l'esito materiale del film e il rapporto fra i due.
Il film di per sé non rappresenta un caso emblematico.
Indubbiamente il cast presenta attori di rilievo: Anthony Hopkins eccellente interprete, Hellen Mirren (nel ruolo della moglie), Scarlett Johansson e Jessica Biel come perfette bionde hollywoodiane, i quali interagiscono con estrema naturalezza, ma senza particolari virtuosismi.
La stessa trama non è particolarmente brillante: il punto di forza della pellicola è suscitare curiosità e interesse verso il mito del film di cui viene mostrato il making of, facendo leva su tanti piccoli dettagli che non possono sfuggire agli occhi degli appassionati.
Per un neofita del genere, Hitchcock è banalmente il racconto delle vicende che si snodano intorno al regista, ma per chi segue con passione il lavoro del maestro del brivido, il film si configura come un omaggio esplicito, un collage di citazioni che solo un esperto può cogliere, favorendo una lettura più ricca e approfondita del testo filmico.
L'impressione generale è che il film non si rivolga a tutti, ma parli ad una nicchia che può comprendere ad ogni livello di cosa tratta, un gruppo di pochi che, forte della propria passione, riscopra nuovamente l'amore per il cinema del grande maestro.
Antonioni c’è!
Gli ammiratori e gli appassionati del grande Maestro del cinema italiano mi perdoneranno per la citazione sportiva, ma nelle ultime settimane il nostro Bel Paese si è destato dall’indifferenza e dalla poca conoscenza della figura di Michelangelo Antonioni e per fortuna si è ricordato di elargire a uno dei nostri artisti più grandi il giusto riconoscimento nel centenario della sua nascita.
Mostre, come quella bellissima di Ferrara visitabile fino al 9 giugno, cineforum in tutta Italia e pagine di recensioni e amarcord sulle riviste più importanti.
E ci mancherebbe, aggiungo io!
Antonioni è stato per il cinema italiano quello che Bresson è stato per il cinema francese.
Tanto che le pellicole dei due cineasti spesso si sono uguagliate e sovrapposte per tematica e scelte registiche negli anni '60 e '70 del secolo scorso.
Antonioni segna la fine del neorealismo del cinema italiano e lo fa in maniera decisa e da maestro con il film del 1950, Cronaca di un amore. La pellicola riscuote uno sorprendente successo di critica e fa sì che al regista si aprano quasi subito le porte degli ambienti cinematografici italiani che contano. Collabora così con i migliori sceneggiatori e autori del suo tempo e con le attrici più in voga del momento. Il fatto è che Antonioni non è un regista di genere, ma un regista indipendente che gira e realizza solo pellicole importanti, con scene difficili, scelte registiche da maestro e storie assolutamente non commerciali. Eppure e malgrado questo, il pubblico lo premia.
I suoi film sono amatissimi e il botteghino gli dà ragione. Merito della sua indubbia bravura registica, ma merito anche della sua lungimiranza artistica con le quali trasforma l’attrice comica italiana più importante degli anni ’60 in una straordinaria attrice drammatica. Applaudita e osannata in tutta Europa, Monica Vitti è la musa incondizionata di Michelangelo Antonioni che la vuole in pellicole importanti come Deserto rosso, Leone d’Oro nel 1964 ma soprattutto nella sua trilogia dell’incomunicabilità. E così la bionda in calze a rete e gonne attillate dei film con Alberto Sordi si trasforma nella drammatica e bravissima protagonista di pellicole in bianco e nero come L’avventura, La notte, L’eclissi. Per gli appassionati del film di autore e per i critici cinematografici praticamente le pietre miliari del nostro cinema esistenziale.
Negli anni ’70 arrivano i lungometraggi girati in lingua inglese con attori internazionali e la fama di Antonioni si espande e si consolida anche oltre oceano.
Blow-up, sequestrato dalla magistratura per oscenità nell'ottobre 1967, dove il suo pessimismo angoscioso si trasforma nel totale rifiuto della realtà in cui l'uomo vive. Zabriskie Point, incentrato sulla contestazione giovanile, che diventa anche una feroce critica alla società dei consumi e
Professione: reporter con il lungo e celebre piano sequenza finale, dove affronta l'impenetrabilità della realtà attraverso un repentino cambio di identità del protagonista.
Antonioni studia al Centro di cinematografia di Roma negli anni ’40 e subito diventa assistente e collaboratore dei maggiori registi del tempo come Visconti, De Santis, Zavattini; la sua mentalità speculativa e la sua ossessiva ricerca sperimentale lo portano, però, molto presto a percorrere strade e ricerche tutte sue con successi che si mantengono immutabili e duraturi nel tempo e nella storia del cinema.
Tra aprile e luglio di quest’anno chi volesse conoscere Michelangelo Antonioni come artista, regista e autore ha solo l’imbarazzo della scelta tra mostre, rassegne filmiche e convegni.
Il cinema italiano è più vivo che mai!
Vi siete mai chiesti se tutto ciò che sentite, vedete, percepite, sia reale?
Questa domanda è un interessante punto di partenza per affrontare la tematica di questo articolo, basato sulla realtà olografica dell'Universo. Con ologramma intendiamo un'immagine a tre dimensioni impressa su una pellicola e originata dall'interferenza di due raggi laser. Tagliata una porzione della pellicola ed esposta all'incrocio dei due raggi di luce laser, noteremo che l'immagine comparirà sempre nel suo intero, e non sezionata. L'ologramma è dunque una vibrazione energetica in cui ogni parte contiene il suo intero. L'informazione dell'Unità è presente in ogni frammento, e vibra la stessa frequenza.
"Nel Piccolo c'è il Grande": questa affermazione è decisamente utile per chi opera in un contesto di benessere con approccio olistico, tenendo conto che noi siamo costituiti da miliardi di cellule contenenti informazioni preziose e che influenzano il nostro stato di salute nell'Intero. Noi facciamo parte dell'Universo, siamo Universo:questo è un punto chiave per accedere ed immergersi in una consapevolezza che può porci in armonia con la Natura stessa, ovvero Noi. Il percepirci separati da ciò che è "fuori" da noi può comportare resistenze e generare esperienze d'attrito vissute in questa realtà in modo poco gradevole.
Secondo la teoria della realtà olografica, l'Universo stesso è un ologramma fluttuante percepito in un determinato codice dai sensi che conosciamo e viene vissuto come separazione da noi stessi, nonostante siamo indivisi da esso. Quanto descritto in questo articolo va a richiamare la descrizione del mondo esplicito ed implicito espressa da Bohm, trattata precedentemente su Nerospinto nell'articolo dedicato ai principi della fisica quantistica applicati alla naturopatia.
Se siamo parte integrante dell'Ologramma, dunque, c'è oggettività? Oggetto e soggetto coincidono, dunque è fondamentale che l'osservatore abbia un approccio armonico con l'osservato, perché entrambi sono lo stesso Insieme. Partendo da questo punto di vista, si rivoluziona anche il rapporto tra naturopata e assistito, in quanto entrambi concorrono al benessere della persona, ma c'è uno scambio, un'interrelazione, in cui il cliente diviene parte attiva del processo di guarigione.
Mirco Zanghì
“Il cinema deve essere spettacolo, è questo che il pubblico vuole. Per me lo spettacolo più bello è quello del mito. Il cinema è mito”. Così diceva Sergio Leone. Al regista si deve l’origine del genere spaghetti-western negli anni Sessanta, una sorta di caricatura dei western americani, che ha influenzato registi come Quentin Tarantino e Robert Rodriguez e ha permesso al cinema italiano di raggiungere la fama mondiale.
Per ricordare la sua genialità noi di Nerospinto segnaliamo domenica 17, 24 e 31 marzo presso lo Spazio Oberdan e a cura della Fondazione Cinetica Italiana i suoi due più grandi capolavori in edizione restaurata: C’era una volta il West (1968) e C’era una volta in America (1984).
I suoi western sono contraddistinti da un crudo realismo e una marcata violenza, con personaggi solitari e fedeli solo al denaro e alla vendetta, ma anche da uno splendore paesaggistico, con distese sconfinate alternate a primi piani, il tutto unito dalla splendida colonna sonora con tonalità semplici ma di grande impatto di Ennio Morricone.
C’era una volta il West è la sua opera più matura e fedele alla tradizione, nella quale il regista cerca di unire elementi del western classico con il nuovo spaghetti-western. In C’era una volta in America, invece, il regista esce dal genere a lui caro e cerca di realizzare l’epopea storica degli Stati Uniti, spingendosi verso un cinema più complesso.
Schede dei film
Domenica 17 e domenica 31 marzo (h 16.15)
C’era una volta il West
R.: Sergio Leone. Sc.: Sergio Donati, S. Leone. Int.: Charles Bronson, Henry Fonda, Claudia Cardinale, Jason Robards, Woody Strode, Gabriele Ferzetti. Italia/USA, 1968, col., 167’.
La frontiera con l’ovest si sta spostando, la ferrovia sta per collegare l’Atlantico al Pacifico, cancellando ciò che rimane del vecchio Far West. Intorno a questi binari s’incrociano le strade di sei personaggi: Frank, Armonica, Cheyenne, Morton, uomo d’affari, che rappresenta il progresso e Jill, proprietaria di un terreno che vale milioni di dollari. Ognuno è condizionato dai propri problemi personali e cerca di raggiungere il proprio interesse, anche se ne usciranno tutti sconfitti, tranne Jill perché al western non appartiene e può sopravvivergli.
Ingresso € 7; € 5,50 con Cinetessera
Domenica 17 e domenica 31 marzo (h 16.15)
C’era una volta in America (Once Upon a Time in America)
R.: Sergio Leone. Sc.: Leo Benvenuti, Piero De Bernardi, Franco Arcalli, Franco Ferrini, Enrico Medioli, S. Leone. Int.: Robert De Niro, James Woods, Elizabeth McGovern, Joe Pesci, Treat Williams, Danny Aiello. Italia/USA, 1984, col., 255’.
New York, 1933. David “Noodles” Aaronson è un criminale ebreo, una sera dopo un colpo andato storto, viene braccato da dei sicari di un sindacato criminale ed è costretto a fuggire. Trentacinque anni dopo torna, attirato dal misterioso invito di un certo senatore Bailey. Nel tentativo di scoprire di più circa questo mistero, Noodles ripercorre la sua vita, i suoi ricordi, dalla sua infanzia nel ghetto ebraico, fino alla scalata sua e dei suoi amici nel crimine organizzato.
Ingresso € 8; € 7 con Cinetessera
Informazioni al pubblico: Spazio Oberdan, Viale Vittorio Veneto 2, Milano; sito web http://oberdan.cinetecamilano.it; Biglietteria: 02 7740 6316
Ozu è il poeta maledetto del cinema orientale. Non soltanto perché prediligeva elaborare i suoi film assieme al suo sceneggiatore Kogo Noda, in tarda notte, consumando smodate quantità di vino. I suoi film sono dei quadri squisiti nella loro semplicità. Perfezionista dell’immagine e eccentrico della tecnica, Ozu é stato capace di rappresentare con cura minuziosa le sfumature delle tradizioni e i conflitti familiari della società del Giappone a cavallo fra la fine della Prima Guerra Mondiale e la Seconda. Le sue qualitá, tipicamente giapponesi, sono sempre piú apprezzate dai cineasti occidentali e emergono sia dall’immediatezza delle storie raccontate, come la dissoluzione della famiglia e altre questioni di ordinaria importanza, sia dalla sua tecnica ‘tranquilla’ dai tempi narrativi distesi che evocano due elementi tipici della poetica nipponica : ‘’mu’’ ,nulla, e ‘’mono no’’ ,il pathos delle cose. Le storie sono molto semplici, prive di forti drammaticità e questa caratteristica è quella che piú lo allontana dalla produzione hollywoodiana ma che permette a Ozu di andare oltre il realismo del racconto, attraverso la ricerca della trascendenza e la spiritualità del quotidiano. Un fascino particolare ed un velo di mistero che si sposano con la magia del cinema muto.
Appuntamento all’Auditorium San Fedele con ‘Giorni di gioventú’, una commedia divertente e affascinante di questo straordinario regista. Protagonista della storia è un’amicizia condivisa durante ‘i giorni della giovinezza’ che si intreccia con il triangolo amoroso dei protagonisti. Il film è ambientato nella parte nord-occidentale della Tokyo anni ’20 ed è la storia di due studenti: l’intelligente Watanabe e il pasticcione Yamamoto. Due amici, laureandi, che vivono sotto lo stesso tetto e che si innamorano, all’insaputa l’uno dell’altro, della stessa ragazza, Chieko che sta cercando una stanza. Degne di nota le scene sulla neve, nella seconda metà del film, girate nella provincia di Akakura, dove i duei giovani si recano in vacanza e rincontrano Chieko, e dove i genitori del cameraman Hideo Mohara, gestivano il Takadaya Hotel che appare nel film. La pellicola sembra infatti essere un prolungamento del divertimento del regista e dell’amico Mohara sugli scii.
‘Giorni di gioventú’ é l’ottava opera di Ozu, girata tra la fine del febbraio e l'inizio dell’aprile del 1929, quando aveva solo venticinque anni e solo poche commedie brevi alle spalle. Il titolo originale ‘Omoide’, la memoria, è stato cambiato in ‘Wakaki hi’, Giorni di gioventú. Alla realizzazione ha partecipato anche Akira Fushimi, uno degli scrittori comici più famosi del Shochiku-Kamata studio, che ha introdotto nell’intreccio della commedia delle diverse gag esilaranti. Considerato film minore di Ozu, ma per questo non di secondaria importanza, ai nostri lettori amanti del cinema Nerospinto ne consiglia assolutamente la visione, sia perché è una gioia meravigliosa da guardare ricca di freschezza, sia perché è la prima opera superstite al deterioramento dell’originale 35 mm.
Ad accompagnare la proiezione la sonorizzazione live inedita di Orazio Sciortino, pianista e compositore ventottenne che vanta esibizioni in festival di rilievo internazionale e in sedi prestigiose. Per rendervi conto della sua bravura, di seguito proponiamo l'ascolto di una sua esecuzione di una sonata di Prokofiev. Presenta Andrea Lavagnini.
Giorni di Gioventù un film muto del 1929 di Yasujiro Ozu
Mercoledì 13 Marzo h 20.30 – CINEMA MUTO & Live Music AUDITORIUM SAN FEDELE, Via Hoepli 3/b, Milano, MM Duomo
presenta Andrea Lavagnini.
biglietti: intero 7 euro, ridotto 4 euro
Metti un dipendente scontento e vessato dal cliente cattivo e arrogante, una bella ragazza bionda e intraprendente, un anziano texano che ha combattuto la Seconda Guerra Mondiale e un meraviglioso dipinto di Monet (rigorosamente falso), aggiungi il genio e il talento dei fratelli Coen ed ecco confezionata la spy comedy più inconcludente e divertente della stagione cinematografica.
La pellicola in questione è naturalmente il remake del film del 1966, con i due attori più famosi e amati dell'epoca, Michael Caine e Shirley MacLaine, così bravi da rendere Gambit un vero successo cinematografico. E infatti, la storia e la sceneggiatura del film sono diventate così famose a Hollywood da scoraggiare qualsiasi altro regista o sceneggiatore a ogni forma di emulazione o di remake per molti e molti anni. Si racconta, anche, che la maggior parte dei produttori americani si fosse sempre rifiutata dal prendere in considerazione ogni altra versione aggiornata e corretta del film del 1966. Fino a che il produttore Mike Lobell non incontra i fratelli Coen. Joel ed Ethan avevano sparso la voce a Hollywood e negli ambienti che contano di aver il grande desiderio di riscrivere la sceneggiatura di alcuni tra i più film famosi degli anni '50 e '60, o almeno di volerci provare. Lobell innamorato della storia di Gambit, che aveva visto in anteprima nel 1966, e dopo che aveva ricevuto da tanti sceneggiatori il rifiuto a un remake del film, va dai fratelli Coen e gli porta la storia originale. I due ci riflettono un po' e poi decidono di mettersi al lavoro pensando a una totale riscrittura della storia, spostando la location originale da Londra agli Stati Uniti e provando a dare agli spettatori del 2013 una pellicola bella come la prima versione del film ma con il tratto originale e dissacrante che distingue tutti i lavori dei Coen. Pur essendo considerati dei talentuosi e magnifici sceneggiatori, Joel ed Ethan hanno serie difficoltà a riscrivere un film come Gambit e il loro lavoro si protrae più del necessario. La storia è di quelle difficili e quasi mai ripetibili. Alla fine, però, ci riescono e Gambit nella versione del nuovo millennio è pronto per essere girato e interpretato.
Si scelgono gli attori protagonisti: Colin Firth e Cameron Diaz. I due dicono di volerci pensare.
Alla fine accettano e dichiarano di essersi divertiti molto. Gambit è un film ben scritto e sul set si respira ottimismo e buonumore. Come volevasi prevedere, però, al botteghino dei paesi anglosassoni la pellicola viene snobbata e la critica è spietata. Tutti a dire che non si può fare il remake di un successo consolidato. Troppi i paragoni con la storia originale e con Michael Caine e Shirley MacLaine, ovviamente a vantaggio di questi. Può darsi.
Il mio consiglio però rimane quello di andare a vedere il Gambit dei fratelli Coen, prima di tutto perché è una commedia divertente, perché Cameron Diaz e Colin Firth sono a loro modo bravissimi e infine perché al cinema ci si va per amore e per distrazione e non per fare sempre paragoni da critico blasonato.
Ultima considerazione: siamo nel 2013, in quanti hanno visto o conoscono il film del 1966?
Lasciamo allora ai nuovi spettatori la possibilità di farsi una idea propria.
Nel film Passerotti del 1926 una quasi adolescente, minuta e con una lunga treccia bionda, aiuta un gruppo di bambini a sfuggire alle grinfie di una coppia di criminali che schiavizza minorenni dopo averli rapiti. La quasi adolescente è Mary Pickford e in realtà di anni ne ha ben trentaquattro, ha già girato decine di pellicole ed è al suo secondo matrimonio. Tutto questo non ha importanza per gli spettatori dell'epoca che privi di giornali di gossip, social network e internet continuano a vedere nella Pickford la fidanzatina d'America, la perenne adolescente dallo sguardo dolce e dai grandi occhi luminosi e timidi. È così fino all'avvento del sonoro. Mary Pickford è il “cinema muto”. Non solo perché le sue sessanta pellicole sono dei successi internazionali, ma perché la bravissima Pickford esattamente come il suo illustre socio in affari, Charlie Chaplin, in tutta la sua carriera riesce meravigliosamente a scindere il suo “personaggio” cinematografico dalla sua vita privata e reale.
Dopo le prime pellicole di successo dirette dal grande Griffith Mary capisce che il pubblico l'adora, anzi, che ha nei suoi confronti una vera e propria venerazione. I suoi fan sono sparsi in tutto il mondo e lei riceve lettere d'amore e biglietti da ammiratori scritti in lingue differenti. Le donne dell'epoca l'ammirano e la emulano e i suoi film, dove interpreta sempre e solo il personaggio della povera ragazza sola e indifesa, diventano la realtà vera nella mente e nel cuore degli spettatori.
Mary Pickford aveva patito la fame e gli stenti, girando con la compagnia teatrale di famiglia in lungo e in largo per il Canada prima ( dove era nata nel 1892) e per gli Stati Uniti. L’attrice non si monta la testa per il grande successo che la investe. Una volta passata dal teatro al cinema, da donna pratica e realista quale è, decide di sfruttare la sua fama per farsi conoscere e apprezzare anche come donna e soprattutto come imprenditrice. Diventa prima manager di se stessa, contrattando da sola con registi e produttori e facendosi levitare i suoi ingaggi a cifre impressionanti e vertiginose per l'epoca, e poi decidendo di investire i proventi dei suoi film in case di produzione, tra le più prestigiose degli Studios di Hollywood. Tra queste ricordiamo la casa di produzione che fonda con il suo collega e amico Chaplin, altro intelligentissimo imprenditore e produttore dell'epoca.
Charlie Chaplin, fuori dallo schermo e dalla “maschera” cinematografica di Charlotte, è un uomo pragmatico, scaltro, oculato e perfezionista. La sua scelta di condividere una impresa economica con Mary Pickford consacra quest'ultima come la donna più potente e di maggior prestigio del cinema muto internazionale.
Mary, intanto, porta avanti con successo la sua carriera di attrice, contesa dai registi più importanti del tempo, e prosegue in modo gratificante anche la sua vita privata, sposando uomini bellissimi, come lei attori di grande fama del cinema muto.
Con l'avvento del sonoro la Pickford intuisce che la sua epoca è finita. Da donna d'affari astuta quale è decide di ritirarsi dalle scene e di dedicarsi esclusivamente all'impresa cinematografica che rifonda completamente a Hollywood, cambiando di netto la concezione di produzione filmica e facendo entrare gli Studios nell'era moderna del cinema. Con il sonoro venne introdotto il concetto di diffusione e di distribuzione delle pellicole.
Nel 1955 Chaplin vende le sue quote della casa di produzione fondata con Mary e incassa una bella cifra, ma niente a paragone della vendita del rimanente cinquanta per cento da parte della Pickford avvenuta l'anno dopo.
Mary incassa tre milioni di dollari al netto, una cifra astronomica per il 1956.
In realtà a conoscere e apprezzare l'imprenditrice e la manager sono solo gli addetti ai lavori di Hollywood e pochi altri cineasti e registi internazionali. Per il resto del mondo e per i suoi ammiratori più affezionati Mary Pickford resterà per sempre la dolce “Fanciulla del West”, la piccola ragazza con i capelli d'oro e gli occhi color del mare che ha saputo emozionare e commuovere un'intera generazione. La fidanzata ideale dei ragazzi del primo ventennio del '900.
Questa è la vera grandezza di Mary Pickford, ragazza per sempre, che l'American Film Institute considera la star più importante di tutti i tempi.
Quando ho saputo dell’uscita al cinema di Lincoln mi sono detta : un altro film sulla guerra di Secessione americana e un altro film in costume, non ce la possono fare!
Poi, però, ho considerato che la regia è di Steven Spielberg e mi sono fatta forza. E sono stata premiata, perché Lincoln è una grande pellicola. La storia è spietata, realistica in ogni particolare di quegli incredibili e difficilissimi ultimi mesi della legislatura di Abramo Lincoln, sedicesimo presidente degli Stati Uniti di America, così come lo è la fotografia filmica e la regia, tutta disposta a scene di interni, con luce soffusa e un gioco di luci e ombre che richiama la tecnica di frammentazione dell’immagine così cara a Eisentejn.
Nei precedenti film dedicati alla figura del presidente americano troppo spesso è capitato che lo stesso protagonista venisse offuscato dalle vicende della guerra tra nordisti e sudisti. Troppi militari e comparse in divisa, troppe truppe a cavallo o accampamenti coperti di cadaveri e feriti distoglievano l’attenzione dello spettatore dalla vera figura di Lincoln e dall’affascinante storia della sua vita.
Abramo Lincoln rimane, infatti, una delle figure storiche più importanti di tutti i tempi. Il primo presidente repubblicano degli Stati Uniti e il più conosciuto dagli stessi americani.
Spielberg lo sa ed è per questo che la sua pellicola punta tutto sull’uomo e sul personaggio storico.
Il risultato è un film dove la personificazione tra protagonista e spettatore riesce in maniera naturale. Abramo Lincoln è un uomo tormentato che deve risolvere e affrontare una delle questioni universali più importante di tutti i tempi: il tema della schiavitù.
Ed è proprio su questo che si basa la bellezza della pellicola di Spielberg.
Essere abolizionisti è allora non soltanto portare avanti le proprie idee e convinzioni etiche e morali ma raggiungere con i voti necessari alla Camera l’approvazione di una legge nazionale che cancelli la schiavitù e ponga le fondamenta per una nuova nazione.
Per questo il film è scandito da passaggi e monologhi crescenti. Per arrivare all’approvazione definita alla Camera sono necessari venti voti oltre quelli su cui il presidente in carica può già contare.
La griglia narrativa del film è tutta qui. Per venti voti si perde o si vince la battaglia di tutta una vita. La possibilità di entrare nella storia. Il destino di migliaia di persone.
La guerra civile infuria e un uomo solo deve convincere un’intera nazione a cambiare rotta e voltare pagina.
Abramo Lincoln è tutto il film. Non servono effetti speciali o movimenti di macchina straordinari, lo spettatore resta incantato dall’abilità politica e dalla personalità del protagonista, meravigliosamente interpretato da Daniel Day – Lewis, che sovrasta in scene girate quasi tutte in interni e con una fotografia scura e di grande fascino. Bellissima e appropriata anche la musica affidata a John Williams, lo stesso compositore di Star Wars, Harry Potter e altre pellicole di successo. In poche parole, Spielberg sa fare ancora grande cinema. E non delude mai.
Antonia del Sambro
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