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Editor freelance con un background tra arte, beauty, food e moda, si occupa di scrittura editoriale e comunicazione. È sempre alla ricerca di storie da raccontare, luoghi da visitare e nuove esperienze.
Le tendenze makeup dell'estate 2026 vedono un cambiamento rispetto ai trend degli ultimi anni, che hanno visto stagioni dominate da glow esasperati, pelle effetto "glass" (ovvero luminosissima, quasi lucida) e un approccio skincare-first. Per la prossima stagione estiva, il trucco torna ad affermarsi con autonomia, slegato da impossibili obiettivi di perfezione. La pelle resta centrale, ma senza filtri: non si maschera, ma rimane libera di respirare.
Il finish dominante non è più né dewy né matte in senso tradizionale. È una pelle leggermente satinata, con zone volutamente imperfette. I prodotti si alleggeriscono, le basi si fanno impalpabili, spesso sostituite da correttori mirati e tinte leggere che lasciano intravedere texture e discromie. Non è un ritorno al “no make-up”, ma a un make-up più sincero, diretto, carefree.
Per le tendenze makeup dell'estate 2026 vedremo anche un ritorno del colore a pieno ritmo, dimenticandoci le sfumature delle ultime stagioni. Blush alti e leggermente decentrati, spesso in tonalità fredde o inaspettate – malva, berry, rosa spenti – applicati quasi come un segno grafico. Anche il contour si trasforma: meno scolpito, quasi impercettibile, come se il viso fosse costruito dalla luce più che dal prodotto.

Gli occhi seguono una doppia direzione. Da una parte c’è una pulizia estrema: palpebre nude, appena scaldate da beige o taupe, ciglia naturali, addirittura senza mascara. Dall’altra, esplosioni controllate di colore iper-saturo: blu petrolio, verde acido, rame ossidato. L’ombretto si concentra in punti specifici, spesso con texture cremose o semi-glossy che riflettono la luce e regalano quasi un effetto bagnato.
L’eyeliner sopravvive, ma cambia ruolo. Linee sottili, a volte spezzate, a volte incomplete, come se fossero interrotte a metà gesto. Anche il mascara si alleggerisce: meno volume, più definizione, oppure completamente assente.
Le labbra abbandonano definitivamente il contouring in stile anni ‘90 e le iper-definizioni. Tornano morbide, vissute, spesso sfumate ai bordi, con texture ibride: balm pigmentati, oli colorati, rossetti sheer. Il rosso è meno dichiarato. Accanto a lui, tornano i nude, ma in versioni più complesse, profonde e con texture, mai piatte.
Il vero trend del trucco estate 2026, però, è uno: basta cercare di costruire un volto perfetto. Il make-up 2026 non copre i difetti, ma esalta i punti di forza tra accenti di colore saturo, naturalezza e dettagli inaspettati.
A pochi passi da Sant’Ambrogio, nel centro di Milano, ha aperto da poco Taverna Amazonica, un ristorante che porta in città l’atmosfera delle serate brasiliane. L’ingresso conduce a una sala sotterranea che sembra cambiare latitudine: tonalità verdi, piante tropicali e richiami alla foresta amazzonica costruiscono un ambiente caldo e informale, pensato per immergere gli ospiti in una dimensione conviviale dove cucina, musica e spettacolo si intrecciano.
L’idea alla base del progetto è quella di ricreare il modello delle serate brasiliane, in cui il momento della cena non è separato dall’intrattenimento ma ne diventa parte integrante. Durante la serata, ballerini professionisti si alternano con brevi performance di salsa e samba che accompagnano il ritmo della cena senza interrompere il servizio. Il risultato è un’atmosfera dinamica ma calibrata, in cui si mangia, si assiste agli spettacoli e si può proseguire con un drink al bancone, aperto anche a chi arriva dopo cena.

Il cuore dell’offerta gastronomica è il churrasco, proposto nella formula tradizionale del rodizio. In totale sono tredici i tagli di carne che arrivano al tavolo direttamente dagli spiedi, serviti dal personale di sala secondo la tradizione brasiliana. Tra i protagonisti ci sono alcuni dei tagli più rappresentativi, come la picanha, il codone di manzo considerato uno dei simboli della cucina brasiliana, accanto alla picanha nobre al tartufo, alla maminha, all’alcatra e al contrafillè. Completano la selezione il carne de verdade e l’entranha, insieme a proposte di pollo e maiale.
Il rodizio è accompagnato da una serie di contorni tipici, serviti in tavola insieme alla carne. Non mancano la farofa, farina di manioca tostata immancabile nelle tavole brasiliane, il riso bianco e il riso amazonico, la juca, il banano fritto e la feijoada, lo stufato di fagioli neri tra i piatti più iconici della cucina del Paese. A completare l’offerta arrivano polenta, verdure alla griglia e condimenti come chimichurri, maionese all’aglio e vinagrete, preparata con pomodoro, cipolla e peperone.
Accanto al rodizio, il menu propone anche piatti alla griglia, un percorso vegetariano e una selezione di dolci che guardano alla tradizione sudamericana, tra cui il brigadeiro al cocco, i churros e la mousse al maracuja.
Anche la cocktail list segue la stessa ispirazione geografica. Al centro della carta c’è la cachaça artigianale, distillato ottenuto dal succo fresco della canna da zucchero, presente con sei diverse etichette. È la base delle caipirinha preparate con frutta fresca e zucchero di canna, dalla versione classica alle varianti al mango, papaya e maracujá. Accanto a queste compaiono paloma e margarita in diverse declinazioni, oltre ai signature cocktail del locale ispirati a città brasiliane e costruiti con ingredienti come ananas alla griglia, vaniglia, sciroppo di guaranà e spezie sudamericane. Non mancano i classici della mixology, una selezione di gin premium per gin tonic e una proposta di mocktail per chi preferisce alternative analcoliche.
La qualità delle materie prime è uno dei principi che guidano la cucina di Taverna Amazonica. I tagli di carne utilizzati per il churrasco provengono da razze selezionate e fornitori premium, lavorati per preservarne succosità e caratteristiche originarie. Anche il bar segue la stessa attenzione nella scelta degli ingredienti, con distillati selezionati e cocktail preparati spesso con frutta fresca e prodotti tipici sudamericani.
Dietro il progetto ci sono due giovani imprenditori, Simone Cardani e Mattia Guerrina. «Il nostro interesse per la cultura brasiliana ci ha portati a volerla conoscere a fondo. Abbiamo viaggiato, visitato tanti posti. L’idea è nata lì, spinta dal clima caldo e dal folklore che fanno vivere anche la cucina in modo diverso. Così abbiamo studiato usi e ricette», racconta Cardani. Il primo passo del loro percorso è stato nel 2022 con Mambo, ristorante brasiliano aperto a Castellanza dal carattere più popolare, esperienza che ha definito le basi da cui è nato oggi il progetto di Taverna Amazonica.
Fondato nel 2021, in piena pandemia, Avavav, brand guidato da Beate Skonare Karlsson, nasce in un momento di sospensione globale e sceglie da subito di non aderire ai codici dominanti. Radicata nelle arti visive, nella scultura e in un umorismo quasi infantile ma chirurgico, Avavav traduce un universo di figurine scolpite e proporzioni alterate in abiti, accessori, calzature e oggetti.
Alla Milano Fashion Week, il brand ha più volte sabotato il rituale della passerella. Modelle che inciampano volontariamente, che sembrano ribellarsi al copione, che trasformano la sfilata in performance. La caduta diventa linguaggio, trasformandosi in critica all’ossessione per la perfezione.

Per l’Autunno Inverno 2026, con The Female Gaze, Avavav compie un’ulteriore inversione. La passerella viene letteralmente ribaltata, con gli ospiti che entrano uno alla volta e vengono condotti non ai propri posti, ma direttamente nello spazio scenico, per una sfilata inaspettata. In una stanza essenziale, le modelle sono disposte in due file parallele, formando una passerella umana. Non c’è front row, non c’è pubblico per cui performare, solo lo sguardo delle modelle. Un monitor all’uscita mostra in tempo reale i nuovi ingressi, amplificando il senso di esposizione, mentre in sottofondo voci maschili descrivono la propria “musa femminile”, evocando il filtro attraverso cui, storicamente, la donna è stata narrata e costruita.

Il meccanismo è semplice e destabilizzante: lo spettatore diventa oggetto osservato. Il potere dello sguardo cambia direzione.
La collezione nasce come un progetto di ricerca in cui Karlsson si chiede cosa accada quando le donne si vestono per altre donne, quali codici emergano quando l’abito non è più un dispositivo di approvazione, ma un mezzo di espressione interna, in un gioco tra femminile e maschile che rifiuta l’idea di perfezione.
Pantaloni sartoriali si fondono con gonne a matita, facendo collassare gli archetipi dei guardaroba tradizionali. Quelli che sembrano shorts oversize da basket rivelano pannelli centrali che li trasformano in gonne A-line. Le T-shirt mantengono il volume ma sono pensate per valorizzare il corpo, invece di occultarlo. Shorts diventano gonne, pantaloni si trasformano in abiti, la sartoria si ammorbidisce in fluidità.

Gli elementi tradizionalmente codificati come femminili vengono ricomposti, in perfetto stile Avavav: un reggiseno imbottito con carta velina richiama l’imbarazzo adolescenziale del “performare” la femminilità prima ancora di comprenderla, perle, calze, dettagli reggicalze evocano un'eredità ingombrante, ma di cui sembra essersi riappropriati in un codice nuovo. Dolcezza e severità convivono nella stessa silhouette.
Parallelamente, Avavav prosegue la collaborazione con adidas Originals, giunta alla quarta stagione. L’heritage sportivo viene riletto attraverso la lente scultorea del brand: track jacket sartoriali, mini shorts trompe-l’oeil, e una nuova sneaker che reinterpreta la Megaride anni Novanta con un upper anatomico e tagliato, a metà strada tra performance e avanguardia.
La collezione FW26 conferma che Avavav non cerca risposte definitive: The Female Gaze è un’indagine su chi definisce l’immagine della donna e per chi quell’immagine viene costruita. Un racconto di stratificazione di convenzioni, ideali impossibili, corpi femminili e maschili, che persegue l'imperfezione e la libertà di espressione del sé come forma di potere. E in un calendario di sfilate spesso prevedibile, riesce ancora a trasformare la passerella in uno spazio di tensione reale.
Se è vero che il modo migliore di conoscere un paese è attraverso la sua tradizione culinaria, la partnership tra Airbnb e la serie Netflix vincitrice di un Emmy Chef’s Table è la nuova frontiera del viaggio culturale.
Una selezione di esperienze culinarie esclusive guidate da alcuni dei più celebri chef al mondo, come Chris Bianco a Los Angeles, Elena Reygadas a Città del Messico, Atsushi Tanaka a Parigi e Justin Lee a Seul, invita gli ospiti a scoprire l’identità gastronomica di queste destinazioni attraverso percorsi immersivi che uniscono cultura, creatività e territorio.
Un percorso immersivo che Airbnb, Partner Mondiale dei Giochi Olimpici e Paralimpici, ha dedicato anche alle Olimpiadi Invernali 2026, nel suo spazio Casa Airbnb in via Senato a Milano, che dal 7 al 22 Febbraio ha ospitato un palinsesto ricco di attività: dalle esperienze e servizi con atleti olimpici e Paralimpici e host locali, alle proiezioni in diretta delle competizioni sui maxischermi, accompagnate da bevande calde al mattino e drink in perfetto stile après-ski la sera.

Proprio in occasione dell’ultimo giorno dell’iniziativa, lo chef tristellato Norbert Niederkofler ha guidato un'esperienza gastronomica esclusiva per un gruppo ristretto di 10 partecipanti, dedicata a “Cook The Mountain”, il suo approccio culinario radicale incentrato sulla sostenibilità, sul rispetto per il territorio montano e sulla valorizzazione degli ingredienti locali, stagionali e a chilometro zero.
Un pranzo in tre portate, accompagnato da una selezione di vini curata dal direttore enologico Lukas Gerges, iniziato con un carpaccio di carpa con salsa pil-pil, seguito dai tortellini con ripieno di milza rivisitati con crema affumicata e licheni alpini e terminato con affogato “al caffè di lupini tostati” e tartelletta.
Un percorso attraverso i sapori e le tradizioni del Trentino, che ha messo in luce, ancora una volta, la straordinaria ricchezza naturalistica e gastronomica italiana. Un’esperienza che ha celebrato il piacere dello stare insieme, quel senso di comunità che la cucina condivide, in modo sorprendentemente naturale, con lo sport.
CARAVAN è la narrazione di una partenza che non concede alternative. Non c’è romanticismo nel gesto di andare via, non c’è eroismo nel viaggio: c’è solo necessità, un destino ineluttabile che non possiamo sfuggire. E allora, tanto vale accettarlo.
La nuova produzione di OsteoporosysDanceTheatre, collettivo fondato nel 2011 dal coreografo milanese Piero Bellotto, narra uno scenario post-apocalittico in cui i soli compagni di viaggio sono i resti di un passato ancora vivo di ricordi e fantasmi. È un mondo che ha visto la fine, ma non per questo è silenzioso. Piuttosto, vibra di ciò che è stato.

Fin dall’inizio il percorso si rivela compromesso. Nessuna valigia può contenere l’assenza che ci circonda. Nessun oggetto può arginare e compensare ciò che manca. La drammaturgia si muove attorno a un atto di rinuncia che diventa dolorosamente necessario: accettare il vuoto come dimensione esistenziale, non come qualcosa da risolvere. Il viaggio allora non è una fuga, ma un'iniziazione, spogliata del suo connotato eroico: ogni scena ribadisce l’impossibilità di eludere il dolore, ogni porta attraversata è un promemoria: ciò che ci ferisce non può essere lasciato indietro.
La danza assume una forma poliedrica e psichedelica, una girandola di stili che dialoga con mondi differenti. La presenza del flamenco, del clubbing, di linguaggi coreografici stratificati crea un tessuto scenico in cui il confine tra chi c'è e chi c'è stato si assottiglia. Il corpo diventa archivio, superficie su cui la memoria si deposita e si consuma. È un processo continuo di erosione e riscrittura, in cui il tempo perde linearità e si fa materia fluida.
“I’m calling you” emerge come una chiamata interna, una voce che affiora proprio nel momento in cui tutto sembra svuotato di senso. In CARAVAN la solitudine non è isolamento, bensì uno spazio condiviso da navigare insieme. Il vuoto non è un buco da riempire ma un territorio da abitare, un’intercapedine in cui può nascere una nuova consapevolezza, un nuovo senso si sé.
La forza di OsteoporosysDanceTheatre risiede nella sua fragilità dichiarata. Il collettivo lavora su un’idea di ossatura vulnerabile, su corpi non convenzionali per età e percorso, su un ensemble che trasforma le fratture della vita in materia creativa. Con oltre quattordici produzioni all’attivo, OsteoporosysDanceTheatre ha costruito una poetica in cui la memoria non è nostalgia ma tensione verso un altrove.
In CARAVAN il viaggio si fa esperienza “tra”: tra passato e presente, tra perdita e trasformazione, tra caduta e sospensione. È una danza aerea e precaria, quasi liminale, che si riposa nelle correnti e trova nell’abbraccio invisibile del cielo la propria unica direzione possibile.
CARAVAN
di: Piero Bellotto
con: Federica Amigoni, Piero Bellotto, Antonella Cuppari, Anna Gusmeroli, Laura Gusmeroli, Silvia Invernizzi, Lino Maggioni, Ornella Orlandi e Francesca Riva
coreografie: OsteoporosysDanceTheatre
flamenco: Paola Volta
clubbing: Pamela Gilardoni
costumi: Ornella Orlandi
grafica: Giorgio Maestroni
fotografia: Massimo Carrera
illustrazioni: Bianca Bove
durata: 55 minuti
produzione: Stendhart
Nel meraviglioso paronama del Collio friulano, Cruna di Subida, wine country house a Cormòns, in occasione di San Valentino offre alle coppie di innamorati una formula speciale, manifesto dell'amore: una sola notte, una sola coppia, una sola suite disponibile. Una vera e propria esperienza all'insegna di esclusività e privacy, perfetta per la notte più romantica dell'anno.
Il 14 febbraio, la sala caminetto viene infatti riservata interamente a due persone. La struttura si chiude al resto del mondo, diventando un rifugio dal caos quotidiano.
L’esperienza inizia con un welcome drink esclusivo: una bottiglia selezionata e personalizzata con le iniziali degli ospiti, creata appositamente per l’occasione. Poi la suite, unico spazio disponibile per la notte, diventa alcova privata, sospesa tra luce e silenzio.
Alle 19.30 la coppia viene accompagnata nella sala caminetto per il menu degustazione “Al Lume del Caminetto”, servito da un cameriere dedicato. Il percorso gastronomico è profondamente radicato nel territorio: tagliere di affettati e formaggi locali con miele e composte home made; Toc in braide, polentina morbida con fonduta di Montasio e crunch di nocciole; tagliatelle fatte in casa con tartufo; uovo con pioggia di tartufo; cremoso al cioccolato con fragole fresche e piccola pasticceria fatta in casa.
I vini contribuiscono al ritmo della serata: Pinot Grigio spumantizzato LORIA, Ribolla Gialla DOC Collio 2023, Collio Bianco DOC 2023, Franconia del Collio 2023, Prosecco Rosé DOCG VISIO. Un racconto liquido che attraversa il territorio e ne restituisce complessità.
Al mattino, la colazione viene servita direttamente in suite. Senza orari imposti, con calma e lentezza.
«San Valentino, per noi, non è una data ma un gesto di attenzione – spiega Madi Cattaruzzi – Abbiamo scelto di dedicare una cena e la riservatezza della struttura ad una sola coppia, perché l’amore, come l’ospitalità autentica, ha bisogno di spazio, silenzio, libertà e tempo. E di sentirsi davvero unici».
Cruna di Subida nasce nel 2023 dal desiderio di Madi Cattaruzzi e Marco Perti di trasformare una casa centenaria, un tempo appartenuta a una famiglia tedesca, in un luogo capace di incarnare la loro idea di accoglienza. Già proprietari della vicina azienda agricola, hanno riconosciuto in quell’edificio il naturale prolungamento di uno stile di vita.

La struttura conta sei camere – due Deluxe, tre Junior Suite e una Suite – pensate come rifugi raccolti, con arredi Lago scelti per essenzialità e armonia. In ogni stanza una piccola cantinetta ospita etichette di produzione propria. Nel grande salotto delle colazioni, tra torte fatte in casa e prodotti locali, le opere del pittore friulano Enrico Ursella raccontano l’anima agricola del territorio.
Una location unica, che il 14 febbraio si chiude al mondo per celebrare l'intesa di una coppia di innamorati.
Quando l’UNESCO, nel 2023, ha riconosciuto la cucina italiana come patrimonio culturale immateriale dell’umanità, il messaggio non era rivolto soltanto al mondo della gastronomia. Era un segnale politico e culturale: il cibo come strumento di identità nazionale, come linguaggio diplomatico, come leva di soft power in grado di costruire relazioni, influenzare immaginari, consolidare reputazioni.
Dentro questa cornice si inserisce il progetto I GO Italian, promosso dalla Fondazione Made in Sicily ETS, che prova a tradurre quel riconoscimento in una rete operativa. Non un marchio, non una certificazione, ma un’infrastruttura relazionale che connette ristoratori, chef e produttori italiani nel mondo sulla base di valori condivisi: trasmissione dei saperi, qualità della filiera, ritualità della tavola, convivialità come fatto culturale prima che commerciale.
Nato a dicembre 2025, I GO Italian si propone infatti come una piattaforma di networking e riconoscimento per quelle realtà che, fuori dai confini nazionali, contribuiscono ogni giorno a costruire e trasmettere un’immagine autentica della cultura gastronomica italiana. A guidare il progetto sono Giovanni Callea e Davide Morici, vertici della Fondazione Made in Sicily, che hanno chiarito sin dall’inizio l’impostazione dell’iniziativa. «A differenza di un sistema di certificazione basato su criteri oggettivi o commerciali», hanno spiegato, «I GO Italian nasce per mettere in rete chi già opera secondo i principi UNESCO. Non si impongono parametri rigidi, ma si identificano sensibilità, pratiche e narrazioni. Il riconoscimento UNESCO infatti non celebra un semplice complesso di ricette: considera un patrimonio culturale immateriale fatto di saperi, rituali, convivialità e tradizioni che uniscono le persone, il rapporto profondo con il cibo come elemento di comunità.»

Il punto è chiaro: oggi la gastronomia italiana all’estero non è solo export di prodotti o apertura di ristoranti. È una forma di diplomazia informale, quotidiana, che agisce molto più in profondità di molte campagne istituzionali. Ogni gesto di cucina contribuisce a costruire un’immagine dell’Italia che va ben oltre il turismo, diventando presidio culturale.
In questo senso, il riconoscimento UNESCO non celebra un repertorio di ricette, ma un sistema complesso fatto di saperi artigianali, rituali sociali, relazioni comunitarie, trasmissione intergenerazionale. È una definizione che sposta il baricentro dalla tecnica al contesto, dal piatto al gesto, dal prodotto alla cultura che lo genera.
I GO Italian prova a lavorare proprio su questo livello. La scelta di non adottare criteri rigidi di certificazione, ma un sistema di adesione basato su presentazione, invito e valutazione qualitativa, indica una direzione precisa: costruire una comunità prima che un elenco. Mettere in rete chi già opera secondo quei principi, piuttosto che imporre standard astratti.
Il risultato è una geografia dell’italianità gastronomica con più di 50 realtà che attraversa Stati Uniti, Europa, Medio Oriente e Asia, con presidi in città simboliche come Los Angeles, Chicago, Londra, Parigi, Tokyo, Dubai. Più di 1.000 persone coinvolte tra chef, ristoratori, produttori interconnessi, oltre a luoghi in cui la cucina italiana non è più nicchia etnica, ma parte integrante dell’offerta gastronomica locale e del lifestyle urbano.
Qui entra in gioco un secondo livello di analisi: la food diplomacy non è solo promozione dell’immagine italiana, ma anche politica industriale indiretta. Ogni ristorante che lavora con produttori italiani, ogni bottega che importa e racconta territori, ogni carta dei vini costruita su denominazioni italiane genera domanda, apre mercati, crea filiere economiche.
Il caso di grandi operatori come Andronaco Grande Mercato, catena di supermercati con ristorazione in Germania, o delle catene di trattorie in Olanda di Qualitalia mostra come la ristorazione diventi piattaforma distributiva, educativa e commerciale insieme. Non solo vendita e servizio, ma formazione del gusto, alfabetizzazione alimentare, costruzione di abitudini di consumo orientate alla qualità.
Allo stesso tempo, il racconto emerso a Milano lo scorso 15 dicembre presso la Sala Falck di Assolombarda mette in luce una fragilità strutturale: gran parte di questa diplomazia gastronomica è affidata all’iniziativa privata, spesso senza un reale coordinamento istituzionale. Gli operatori italiani all’estero costruiscono reputazione e mercati, ma raramente sono integrati in una strategia nazionale di promozione culturale ed economica.
In questo vuoto si inseriscono progetti come I GO Italian, che provano a colmare la distanza tra patrimonio culturale riconosciuto e politiche operative. La creazione di una rete selettiva, basata su reputazione e coerenza, va letta come un tentativo di costruire un’infrastruttura leggera di rappresentanza, capace di dialogare con istituzioni, territori e sistemi produttivi.
Il nodo, per il futuro, sarà la governance. Trasformare una rete di storie individuali in un sistema riconoscibile, capace di produrre effetti misurabili in termini di promozione, tutela della qualità, contrasto all’italian sounding, sostegno alle filiere artigianali. Perché la vera sfida della food diplomacy italiana non è più raccontare l’eccellenza, ma difenderne la complessità. In un mondo in cui l’Italia è spesso ridotta a stereotipo gastronomico, costruire una narrazione articolata, plurale, territorialmente fondata diventa un atto politico.
In questo senso, la cucina italiana come patrimonio UNESCO non è un punto di arrivo, ma un mandato. Un invito a costruire politiche culturali ed economiche capaci di usare il cibo non solo come vetrina, ma come strumento di relazione internazionale, sviluppo territoriale e identità condivisa. E forse è proprio qui che progetti come I GO Italian trovano il loro spazio più interessante: non solo nel celebrare l’italianità, ma nel provare a darle struttura.
Costruire una collezione di profumi non significa accumulare fragranze, ma scegliere poche referenze capaci di coprire famiglie olfattive diverse: un legno iconico, un floreale contemporaneo, un accordo ambrato caldo, una costruzione muschiata intima. Tra fragranze che hanno fatto storia e novità del 2025, ecco cinque profumi di nicchia che definiscono un guardaroba olfattivo equilibrato, sofisticato e attuale.
Scegliere un profumo di nicchia significa privilegiare la qualità progettuale rispetto alla logica del mercato di massa. Le maison indipendenti lavorano su formule meno standardizzate, con maggiore libertà creativa, concentrazioni più alte di materie prime e una ricerca stilistica riconoscibile. Il risultato sono fragranze con una firma più netta, meno condizionate dalle tendenze stagionali e pensate per costruire un’identità olfattiva personale, non per piacere a tutti. In una collezione, il profumo di nicchia ha anche una funzione culturale: racconta una visione, un’estetica, un modo di intendere la profumeria come linguaggio e non come semplice accessorio. È una scelta di posizionamento, oltre che di gusto.
La differenza tra eau de toilette ed eau de parfum riguarda principalmente la concentrazione di oli profumati e, di conseguenza, la persistenza sulla pelle. Un’eau de toilette ha una concentrazione più bassa, in genere tra il 5 e il 10 per cento, con una struttura più leggera e una durata più contenuta. È ideale per il giorno, per climi caldi e per chi preferisce una presenza discreta.
L’eau de parfum ha una concentrazione più alta, mediamente tra il 12 e il 20 per cento, una costruzione più ricca e una persistenza superiore. È la scelta più comune nella profumeria di nicchia, perché consente una migliore evoluzione delle note e una scia più stabile nel tempo. La scelta non è solo tecnica, ma legata allo stile di vita, all’occasione d’uso e al tipo di firma olfattiva che si vuole costruire.

Lanciato negli anni Novanta, Féminité du Bois è uno dei profumi che hanno segnato la storia della profumeria moderna. La struttura ruota intorno al cedro, arricchito da cannella, frutta secca e spezie morbide. Non è un legno austero, ma sensuale e avvolgente, che ha anticipato l’uso dei legni anche nell'universo femminile. È il riferimento culturale della collezione, un profumo profondo e sensuale, che affascina senza mai stancare.

Spiky Muse rappresenta una rilettura contemporanea dell’oud, costruita attorno a un dialogo tra rosa, spezie e legni scuri, secondo la scuola parigina. Il risultato è un oud portabile, moderno, riconoscibile ma mai aggressivo. È il pezzo di carattere della collezione, quello che introduce intensità e presenza, con una persistenza sulla pelle che accompagna dalla sera alla mattina.

Questa nuova creazione unisex di Parfum d’Empire lavora sulla vaniglia in chiave balsamica e resinosa, lontana dalle derive gourmand. La vaniglia del Madagascar è trattata come una materia prima secca, quasi ambrata, accompagnata da note di resine e legni caldi. È pensato per chi cerca calore e comfort senza scivolare in una dolcezza eccessiva. Un fondo caldo, da sera o da stagione fredda, avvolgente come un cashmere.

Blanche Bête, in edizione limitata, è una fragranza costruita attorno a una sensualità lattiginosa e muschiata. Latte, vaniglia chiara, ambra morbida e fiori bianchi creano un profilo intimo, quasi epidermico. È un profumo concettuale ma estremamente portabile, che lavora sulla trasparenza e sulla persistenza controllata. Nella nostra selezione rappresenta il versante più delicato e introspettivo.

Alto Astral è una delle uscite più interessanti di Byredo nel 2025. Un floreale aldeidico unisex costruito su aldeidi luminose, acqua di cocco, incenso, gelsomino e sandalo. La partenza è brillante e astratta, la scia progressivamente più calda e cremosa. È un profumo che gioca sulla pulizia sofisticata, tipica della maison, con un’energia nuova. Perfetto come firma contemporanea, da giorno e da ufficio.
In una collezione ben costruita, ogni profumo ha una funzione precisa. Non si tratta di avere infinite fragranze, ma di selezionare poche composizioni capaci di coprire profili olfattivi diversi, con qualità delle materie prime, coerenza stilistica e buona persistenza cutanea. Cinque profumi possono essere sufficienti per raccontare un’estetica, un gusto e un modo personale di abitare il profumo, e farne la propria signature.
Questa la nostra selezione per il mese di Gennaio. A mese prossimo per nuovi consigli, e un nuovo viaggio tra le icone e le novità della profumeria di nicchia.
Dal 2026 sarà Valerio Dallamano a guidare la proposta gastronomica del Grand Hotel Fasano di Gardone Riviera. Lo chef bresciano assumerà la direzione dei due ristoranti della storica struttura cinque stelle sul Lago di Garda, la Trattoria Il Pescatore e il ristorante La Magnolia, firmando una nuova fase per l’offerta culinaria dell’hotel.
Il Grand Hotel Fasano, uno dei simboli dell’ospitalità di lusso gardesana, affida così le proprie cucine a uno chef con un percorso costruito tra alta formazione tecnica, lunga esperienza nel fine dining e un forte legame con il territorio di origine.
Nato a Brescia, Valerio Dallamano arriva alla cucina attraverso un percorso non lineare. Prima di dedicarsi definitivamente alla ristorazione frequenta l’università di Chimica e Tecnologie Farmaceutiche, una formazione che contribuirà a strutturare un approccio rigoroso e analitico al lavoro in cucina. La svolta arriva con l’incontro con Vittorio Fusari, fondamentale per la sua crescita professionale, accanto al quale apprende le basi dell’ars culinaria.
Nei quindici anni successivi Dallamano costruisce il proprio profilo lavorando in alcune delle principali cucine stellate italiane ed europee. Un percorso che gli permette di affinare tecnica, gusto e metodo, fino a ottenere a Venezia la stella Michelin, uno dei riconoscimenti più significativi della sua carriera.

Il ritorno in Lombardia segna una nuova fase. “Sono felice di essere al Grand Hotel Fasano – spiega lo Chef Valerio Dallamano – Per me significa tornare alle origini. Ho ritenuto fondamentale, se non addirittura moralmente obbligatorio, tornare nella mia terra dopo aver viaggiato, dopo aver conosciuto tradizioni di altri popoli, dopo essermi fatto contaminare da culture diverse, e dopo aver fatto esperienze nel mondo del fine dining. È l’evoluzione naturale di un cammino durato 20 anni che mi ha portato ad accrescere la mia esperienza, tecnica e gusto, in sinergia con una consapevolezza nuova e viscerale delle mie radici.”
Al Grand Hotel Fasano, Dallamano sarà responsabile dei menu di entrambe le insegne, con due progetti distinti ma complementari.
Il ristorante La Magnolia si presenta come un bistrot contemporaneo, con una proposta costruita attorno alla valorizzazione delle eccellenze locali e italiane. Diversa l’impostazione della Trattoria Il Pescatore, affacciata direttamente sul lago. La terrazza, soprattutto di sera, diventa uno degli spazi più suggestivi della struttura. In questo contesto la cucina propone una rilettura della tradizione bresciana e mediterranea in chiave internazionale. Pesce di lago e di mare, prodotti del territorio, ricette della memoria e interpretazioni più attuali convivono in una proposta che attraversa geografie diverse: laghi e mari, colli e pianure, monti e valli.
È qui che la ricerca di Dallamano, tra antichi sapori, ricette locali e influenze raccolte nel corso degli anni, trova la sua sintesi più compiuta. Una cucina che non rinuncia alla complessità tecnica, ma che punta a un equilibrio misurato tra tradizione e contemporaneità.
Si offriranno poi anche percorsi di degustazione con abbinamenti di vino, fermentati o proposte analcoliche, oltre a menu à la carte. Le proposte saranno disponibili sia per gli ospiti dell’hotel sia per il pubblico esterno, confermando la volontà del Grand Hotel Fasano di aprire la propria offerta gastronomica al territorio.
Con l’arrivo di Valerio Dallamano, il Grand Hotel Fasano rafforza il proprio posizionamento nel panorama dell’alta ristorazione gardesana, puntando su una cucina di alto livello capace di dialogare con il contesto senza rinunciare a un approccio contemporaneo.
Le sfere olimpioniche firmate da Nicola Giotti nascono come un progetto che mette in discussione e trascende il ruolo tradizionale della pasticceria decorativa: un lavoro certosino, che utilizza il cioccolato come supporto espressivo, avvicinandolo ai linguaggi dell’arte visiva e del design.
In occasione delle Olimpiadi Invernali Milano Cortina 2026, Giotti ha realizzato una collezione di sfere di cioccolato con tecnica di aerografia indiretta speculare lucida, trasformando la materia dolce in superficie riflettente e narrativa. Il progetto nasce da due mesi di ricerca, bozzetti e progettazione e si fonda sull’idea di tradurre in forma tridimensionale i valori associati allo spirito olimpico: movimento, velocità, tensione emotiva.

Il concept visivo si sviluppa attorno al dialogo tra due contesti simbolicamente centrali per Milano Cortina: l’ambiente urbano milanese e il paesaggio montano delle Dolomiti. Le architetture della città si traducono in geometrie verticali e tagli di luce, mentre la dimensione naturale emerge nei toni freddi, nei bianchi ghiacciati e nei blu profondi che richiamano il paesaggio invernale. Su questa doppia matrice si innestano i soggetti: lo skyline contemporaneo, le figure della danza sul ghiaccio, l’atleta di bob lanciato nella velocità, lo sciatore in discesa.
Dal punto di vista tecnico, la scelta della sfera come supporto rappresenta un’evoluzione rispetto alle celebri uova aerografate che hanno reso riconoscibile il lavoro di Giotti. La superficie concava amplifica l’overspray tipico dell’aerografia, rendendo più complessa la gestione del colore e dei contrasti cromatici. Ogni intervento è eseguito a mano libera, con un uso preciso di chiaroscuri che costruiscono profondità e dinamismo visivo.
Anche lo sfondo assume un ruolo strutturale nella composizione: non è un semplice contorno, ma parte integrante dell’immagine, funzionale a rafforzare la percezione del movimento e della tensione. Le diverse dimensioni delle sfere contribuiscono inoltre a una sensazione di instabilità dinamica che richiama l’energia della competizione sportiva. Un ulteriore livello di lettura è affidato alla materia stessa: le sfere sono realizzate in cioccolato bianco aromatizzato allo zafferano, un richiamo diretto a uno degli ingredienti simbolo della cucina milanese. Il gusto diventa così parte del racconto identitario, non elemento separato dalla costruzione visiva.
Con questo progetto, Nicola Giotti consolida un percorso che lo porta oltre la dimensione della pasticceria decorativa, collocandosi a tutti gli effetti tra arte applicata, food design e scultura edibile. Le sfere olimpioniche non sono pensate come semplici dolci celebrativi, ma come oggetti capaci di veicolare un racconto visivo coerente, tecnico, concettuale e, soprattutto, delizioso, che appaghi vista e palato.
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