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Per coloro che hanno particolarmente a cuore la propria salute fisica e amano prendersi cura di sé, o semplicemente per i curiosi intrigati dal viver sano (ma che forse hanno bisogno di una spinta in più), Nerospinto consiglia di prendere parte alla serata "Una vita in equilibrio" che si terrà a Milano martedì 30 aprile dalle ore 20.45.
Un'ottima occasione per confrontarsi con gli altri, ma soprattutto con se stessi, sul tema dell'alimentazione combinata alla pratica fisica; un invito a sfatare miti e discutere tematiche spesso date per scontate o affrontate con superficialità, piuttosto che trascurate per timore o disinteresse.
Degli esperti autorevoli vi guideranno lungo un percorso che andrà ad indagare diverse questioni: il ruolo e l'importanza dell'attività fisica, combinati ad regime alimentare sano, ed i benefici che ne derivano; i falsi miti alimentari e le autoconvinzioni che spesso ci condizionano; la possibilità di prevenire determinate patologie attraverso un corretto stile di vita.
Un'opportunità per aprire la mente ad un approccio alla vita più salubre, ma anche consapevole: spesso ad arrecare i maggiori danni al nostro corpo siamo noi stessi, con ritmi di vita insostenibili e diete autoimposte mal calibrate o del tutto improvvisate!
Questo incontro si propone di fornire una panoramica generale che vi consenta di entrare maggiormente in sintonia con il vostro fisico sotto due aspetti distinti, ma strettamente connessi: alimentazione e attività motoria.
A condurre la serata la Dott.ssa Arianna Rossoni, laureata in Dietistica all'Università degli Studi di Milano con il massimo dei voti, la quale ha inoltre seguito un master in Nutrizione di comunità e Educazione alimentare all'Università degli Studi di Padova.
Il suo intervento godrà della collaborazione del personal trainer Francesco Faraco che metterà a disposizione dei presenti la propria esperienza e i propri consigli.
La serata non vuole essere solo un incontro d'impianto didattico, ma sarà promossa l'interazione per favorire una maggiore condivisione e la trattazione di tematiche e problematiche tra le più svariate.
Al bando insicurezze e indecisioni: sappiate mettervi in gioco in un incontro che potrà solo giovare al vostro benessere.
"Una vita in equilibrio"
Martedì 30 aprile 2013
via Cuore Immacolato di Maria, 5
Milano
Si potrebbe pensare che Hitchcock, il film di Sacha Gervasi, sia una celebrazione dell'indiscutibile talento del maestro della suspense e di Psycho, il suo film più clamoroso.
Nulla di più sbagliato.
La pellicola verte sui dubbi, i turbamenti, le difficoltà emotive e pratiche affrontati dal regista in un periodo specifico della sua vita, i suoi 60 anni ed il vertice della propria carriera (dopo il successo eclatante di Intrigo internazionale), in cui la fiducia nelle proprie capacità e nel proprio talento vacillano, o quantomeno vengono messe in discussione.
È un Hitchcock dalle mille ossessioni quello presentato sullo schermo, un uomo tanto legato alla moglie, quanto distolto dalle mille tentazioni cui non riesce a sottrarsi: il lusso, il buon cibo, l'alcol e le bionde attrici dei suoi film, sulle quali sfoga il proprio voyeurismo.
Sono proprio quelle debolezze ed insicurezze che lo inducono a prestare attenzione al romanzo di Psycho, un testo aberrato dalla società che tratta di incesto, istinti brutali, sesso e violenza, in cui il protagonista incarna in modo estremo pulsioni e frustrazioni che in parte coinvolgono lo stesso regista.
Il parallelo tra le due figure è reso molto bene dall'intrecciarsi di 3 diversi livelli narrativi lungo il dispiegarsi della storia: la commedia che affronta la vita sentimentale e professionale di Hitchcock, segnata profondamente dal legame e dal conflitto con la figura di Alma, la moglie e il cardine della sua vita; la trama di Psycho, resa a tratti dalle scene che ne mostrano la realizzazione in studio (peraltro fedelissime all'originale); ed un livello intermedio, sospeso tra sogni ed allucinazioni, in cui il regista dialoga e si confronta con Norman Bates, protagonista del libro, scoprendolo e scoprendosi.
Per realizzare la pellicola, disprezzata ed osteggiata da tutti (Paramount Pictures, giornalisti e, inizialmente, anche da Alma), Hitch è disposto a mettersi in gioco totalmente, sia sul piano finanziario -ipoteca la casa per autofinanziarsi-, sia su quello emotivo per raggiungere un traguardo che non è solo quello del successo economico, ma dell'affermazione di un talento che ancora brucia dentro di lui e non dev'essere dato per scontato.
Giunto al termine della produzione, non ancora del tutto soddisfatto del risultato, Hitchcock si rende conto che non è solo il suo ruolo a dover essere preservato, ma anche il suo rapporto con Alma, imperdibile supporto che lo ha sempre sostenuto nella vita, valorizzandolo come uomo e indirizzandolo nel lavoro, contribuendo praticamente alla riuscita dei suoi film.
Il suo intervento in sede di montaggio e la brillante intuizione di inserire la colonna sonora all'interno della scena più famosa del film, quella della doccia, salva l'esito materiale del film e il rapporto fra i due.
Il film di per sé non rappresenta un caso emblematico.
Indubbiamente il cast presenta attori di rilievo: Anthony Hopkins eccellente interprete, Hellen Mirren (nel ruolo della moglie), Scarlett Johansson e Jessica Biel come perfette bionde hollywoodiane, i quali interagiscono con estrema naturalezza, ma senza particolari virtuosismi.
La stessa trama non è particolarmente brillante: il punto di forza della pellicola è suscitare curiosità e interesse verso il mito del film di cui viene mostrato il making of, facendo leva su tanti piccoli dettagli che non possono sfuggire agli occhi degli appassionati.
Per un neofita del genere, Hitchcock è banalmente il racconto delle vicende che si snodano intorno al regista, ma per chi segue con passione il lavoro del maestro del brivido, il film si configura come un omaggio esplicito, un collage di citazioni che solo un esperto può cogliere, favorendo una lettura più ricca e approfondita del testo filmico.
L'impressione generale è che il film non si rivolga a tutti, ma parli ad una nicchia che può comprendere ad ogni livello di cosa tratta, un gruppo di pochi che, forte della propria passione, riscopra nuovamente l'amore per il cinema del grande maestro.
Il nostro viaggio volge ormai al termine, la Nerospinto Borderline Week è alle porte e la tensione ed il fermento animano queste ultime ore.
È quindi con un'emozione particolare che presentiamo Patrizia Fratus, ultima, ma non ultima, chicca dell'evento che sarà presente con una serie di ritratti molto particolari.
Il percorso di Patrizia è inestricabilmente legato a stoffe, tessuti e all'arte del cucito: mossi i primi passi con la macchina da cucire della madre, la sua formazione si affina alla Marangoni di Milano, si sviluppa nei laboratori del teatro alla Scala, trovando un iniziale sfogo nell'insegnamento.
Dal 2005 l'arte coltivata con tanta passione trova finalmente sfogo, in quell'anno debutta infatti a Parigi con una serie di ritratti.
Gli strumenti a sua disposizione, ben lontani dai più comuni pennello e tavolozza, sono carta e tessuti che plasma a proprio piacimento per raccontare storie, rivelare emozioni, svelare contraddizioni. I ritratti esposti all'interno dello Spazio Giulio Romano si raccolgono intorno al tema della Donna e, nello specifico, sono espressione di ciò che ogni donna dentro di sé può essere o divenire, emblemi di tutti i sentimenti e i valori che la figura femminile può incarnare.
I volti ritratti hanno lasciato una traccia indelebile nella storia, ma anche dentro ognuno di noi; sono simboli di una vita vissuta che verrà perpetrata nei pensieri e nel vivere attuali.
Non perdete questa possibilità: apritevi al confronto e allo scontro con le donne di ieri e di oggi, ideali e valori che in fondo non moriranno mai.
Nerospinto Borderline Design Week
Sabato 13 aprile dalle ore 19
Spazio Giulio Romano 8 (Porta Romana)
In occasione della Nerospinto Borderline Design Week, Spazio Giulio Romano ospiterà le opere di Mauro Lacqua, artista milanese dalla produzione poliedrica.
Intrigato dal tema delle arti figurative sin dalla giovane età, apprende le basi e le prime tecniche pittoriche grazie all'incontro con il maestro Mimmo Canonico ed affina le proprie competenze presso la Civica Scuola di Arti Visive. Sarà, infine, l'incontro con Monica Anselmi ad indirizzarlo verso la scelta delle tecniche espressive che gli sono più consone al fine di evidenziare le proprie inclinazioni.
I suoi lavori, accolti sempre con entusiasmo, l'hanno condotto ad esporre in numerosi eventi di prestigio in diverse parti del mondo, come al Louvre di Parigi e a Tokyo, e in numerose città italiane.
Le sue opere indagano a fondo tutte le possibilità espressive degli inserti materici di natura più varia: dai fondi di caffè, ai tessuti (garze, cotone), sino al cemento, la presenza di questi componenti contribuisce a trasfigurare a livello visivo idee e percezioni.
L'uso del colore subisce le sperimentazioni più svariate, tecniche differenti esplorano le potenzialità di ogni gradazione della sfera cromatica, al fine liberarne i significati racchiusi e conferire loro un linguaggio autonomo.
Una menzione particolare merita la sezione di ritrattistica: splendide figure femminili, colte in momenti di estrema naturalezza e sensualità, emergono dall'oscurità degli sfondi, accarezzate da una morbida luce lunare che le avvolge e le rivela nel suo pallido grigiore.
L'intera produzione dell'artista non ha scopo commerciale, ma si configura come un espediente per esprimersi e creare, un momento dettato dal puro gusto di fare arte.
In esclusiva, solo all'interno dell'evento, sarà messa in palio una sua creazione, premio per il fortunato estratto che parteciperà alla lotteria indetta durante la serata.
Un'occasione imperdibile per avvicinarsi al mondo del design e dell'arte, per vivere vibranti emozioni e sensazioni uniche, e portare con sé un ricordo tangibile di un'esperienza irripetibile.
Nerospinto Borderline Design Week
Sabato 13 aprile, dalle ore 19.00
Spazio Giulio Romano 8 (Porta Romana)
Lo sguardo curioso di Nerospinto questa settimana si sofferma su una piacevole e originale visione che può sorprendere chiunque passeggi per le strade parigine.
Parliamo delle sagome raffigurate da Claire, pittrice e street artist francese, che sui muri di Parigi e di alcune città brasiliane, agli angoli delle strade o lungo i vicoli, disegna coppie di innamorati che si scambiano baci.
Dalle labbra appena sfiorate di una tenera coppia, al bacio rubato di un amore clandestino, alle effusioni più passionali, gli amanti di Claire sono colti nelle varianti più disparate di un unico tema, che viene presentato nella sua semplicità e schiettezza quasi a voler sfatare un tabù e regalare un po' di sentimento alla freddezza della città.
I personaggi, realizzati a grandezza naturale, con i loro colori sgargianti che ricordano le cromie tipiche della Pop Art, ravvivano le mura grigie che li circondano, attirando l'attenzione su di sé e ponendosi in netto contrasto con la monotonia delle superfici e dei materiali del tessuto urbano.
Queste silhouette ignare (alcune sembrano colte di sorpresa nell'atto di baciarsi) o volutamente provocatorie, quasi sfrontate nell'abbandonarsi in seducenti abbracci e audaci carezze, non possono che scuotere l'animo di chi le osserva, facendo germogliare un timido sorriso e una rinnovata dolcezza alla vista degli amanti più discreti, o sensazioni più profonde e contrastanti di fronte a pose più passionali.
Certo è il fatto che non si può rimanere indifferenti.
Nella routine di ogni giorno, che ci porta a relazionarci con la città in modo caotico e meccanicistico, i disegni di Claire ci invitano a riscoprire l'esistenza e il ruolo dei sentimenti, delle emozioni intense e del contatto con l'altro.
Perché in fondo, anche se consapevoli di cosa ci prospetta la vita di ogni giorno, siamo sempre alla ricerca di quel qualcosa in più che dia senso alla nostra esistenza, che sia un segno, un gesto, un disegno su un muro.
Il pensiero comune ci induce ad associare la cerimonia giapponese del tè ad una pratica antica, di valenza prettamente estetica; un rito composto ed elegante che ha fatto il suo tempo e piacevole da osservare.
In realtà, nella terra del Sol Levante, la condivisione di una profumata tazza di tè è un'usanza ancora fortemente radicata e assume precisi connotati simbolici e filosofici, soprattutto se inserita nel più complesso contesto cerimoniale.
Il tè fu importato in Giappone dalla Cina dai monaci intorno al VI Sec., insieme al buddismo, e il suo impiego accompagnava le meditazioni, infondendo vigore. Nei riti in onore di Buddha, l'assunzione di tè era intesa come “illuminazione”, il risveglio al quale i buddisti aspirano.
Un mercante, Sen no Rikyu, decise di codificare il rito zen in una cerimonia ben definita, per rendere possibile alla gente comune uno spazio di condivisione, fondato sulla preparazione e il consumo della bevanda, volto alla ricerca di un senso di pace.
Il rituale si basa su pochi semplici dettami: può svolgersi alla presenza di un numero massimo di cinque individui (amici, familiari o ospiti di prestigio), i presenti devono predisporre il proprio animo alla condivisione e al raggiungimento di un senso di pace, oggetti e individui devono disporsi in modo da creare un ambiente armonico.
La cerimonia del tè si svolge nella cosiddetta stanza del tè (cha shitsu), un angolo dedicato all’interno di un’abitazione o, nel caso delle antiche dimore tradizionali, parte di una costruzione apposita, la casa del tè (sukiya).
La stanza si caratterizza per la sobrietà e l’essenzialità: la quasi totale assenza di mobili ed i materiali umili (paglia e legno) richiamano un senso di purezza e soprattutto la dimensione del vuoto, cui la meditazione zen aspira, lasciando spazio al pensiero, alla contemplazione che allontanano ansie e i richiami alla materialità della vita quotidiana.
Prima di entrare nella casa del tè, gli invitati devono attraversare il roji (il giardino del tè), per predisporsi ad un contatto più diretto con la natura e fare in modo che, all'ingresso, l’animo si sia già placato.
Al centro della stanza è posto il braciere sul quale scaldare l’acqua: intorno ad esso si dispongono ordinatamente coloro che intervengono alla cerimonia. Durante l'assunzione e la preparazione della bevanda, i presenti assumono la tipica seduta giapponese perché, nel predisporsi ad accogliere la serenità, non deve mancare il rispetto per le persone presenti e per la loro meditazione.
Sen no Rikyu decretò, infatti, che colui che partecipa alla cerimonia deve entrare in possesso di 4 virtù: armonia, rispetto, purezza e serenità.
In ottemperanza alla prima virtù, all'interno della stanza sono volutamente convogliati i 5 elementi base della concezione dell'universo: il legno (degli utensili e della stanza); il fuoco (del braciere); la terra (le tazze in ceramica), il metallo (il bollitore); l'acqua.
La cerimonia del tè può avere una durata variabile: dai pochi istanti di un incontro fugace, può prolungarsi sino a 4 ore e sebbene si componga di fasi definite, essa di delinea come un lento flusso in cui attese, conversazioni e degustazioni si alternano piacevolmente.
I 3 momenti principali che la compongono sono: il kaiseki, intervallo durante il quale gli invitati consumano un pasto leggero in attesa che l'ospite predisponga la stanza del tè; il goza iri (fase del tè denso), in cui viene servito il koicha (tè grossolano); l'usucha, in cui viene servito un tè più fine. Come già detto, gli invitati possono usufruire del tempo che ritengono necessario per rinfrancarsi.
Durante la cerimonia, ognuno dei 5 sensi assume una valenza primaria e viene coinvolto da differenti sensazioni:
il gusto: in base al tipo di tè servito, cambia il modo di berlo e assaporarlo. Gli stimoli che pervengono sono differenti, così come le sensazioni suscitate: il koicha viene servito in una sola tazza, che viene offerta prima all’ospite di maggior rilievo il quale ne beve un sorso, si sofferma ad assaporare il tè, quindi la porge alla persona accanto che farà lo stesso. Il senso di condivisione è molto forte. L’usucha viene invece servito in tazze singole, sorseggiato brevemente per 2/3 volte, quindi si procede con un più ampio sorso per abbeverarsi e abbandonarsi alla quiete.
l'olfatto: prima di bere sia il koicha che l'usucha, i presenti ne aspirano il profumo (più intenso nel primo, dolce nel secondo), pregustandone il sapore: l'aroma che li pervade preserva lo stato di pace. Prima di lasciare la stanza, se gradiscono, gli invitati possono odorare un'ultima volta le tazze per portare con sé il ricordo delle sensazioni provate.
la vista: continuamente stimolata, assume un ruolo importante per favorire la costruzione di un'armonia interiore. Sin dal roji, gli invitati si rapportano con un ambiente che richiama una natura semplice ed incontaminata. Giunti all'interno della stanza del tè, l'aspetto essenziale, unito ai sobri ed incantevoli decori, come gli ideogrammi alle pareti e l'ikebana (composizione floreale simbolica), accolgono uno sguardo alla ricerca di quella bellezza che si vuole vedere riflessa nel proprio animo.
Lo stesso colore del tè è determinante: solo quando il verde della bevanda avrà il tono della "giada liquida", questo sarà pronto per essere servito e ammirato.
l'udito: la scansione del tempo durante la cerimonia è dettata dal suono del gong, le cui vibrazioni risuonano sin nel profondo dei presenti.
Una volta all'interno della cha shitsu, le conversazioni vengono abbandonate sino al momento in cui il tè sarà servito, il silenzio avvolge la sala e l'assenza di suono si tramuta in un condiviso stato di serenità e meditazione.
il tatto: l’ingresso nella sala del tè avviene carponi: questo implica un contatto ed una prima conoscenza dell’ambiente e dei materiali, con i quali entrare maggiormente in sintonia; inoltre, sfiorare con le labbra la medesima tazza porta ad avvertire una maggiore empatia con le persone nella stanza. Per concludere, il metodo corretto di sostenere la tazza e portarla alla bocca implica che entrambe le mani vi aderiscano completamente, in modo che il calore irradiato venga completamente assorbito dalla persona.
Ciò che ad un osservatore distaccato appare come un coreografico susseguirsi di gesti e posture, in verità è un metodico percorso per predisporsi al meglio ad un momento più solenne e profondo, uno stato di armonia in cui l'individuo è coinvolto nella sua interezza e nel suo relazionarsi con l'ambiente.
Porgere una tazza di tè è molto più che un gesto di cortesia: è un invito a condividere un luogo, un tempo, un sentire interiore.
Per una lettura attuale e stimolo di riflessioni sulla nostra realtà, Nerospinto consiglia due libri dalle tematiche contemporanee e a noi molto vicine.
*Giulietta prega senza nome*
"Mi chiamo Giulietta, e domani mattina morirò. Ho passato buona parte della mia vita inseguendo l'amore: ho cominciato a vivere davvero solo quando ho smesso di farlo. Non credete a tutto quello che vi dicono: spesso ciò che conta di più ha un nome che non conoscete ancora". Giulietta è una ragazza dal passato difficile, che ha vissuto un'adolescenza nell'ombra e caratterizzata da un rapporto conflittuale con la sua famiglia, il che ha procurato in lei un forte senso di insoddisfazione personale. Perso del tempo ad inseguire lavoro e relazioni sbagliate, la protagonista ricomincia da capo affrontando un percorso introspettivo che la riporta all'equilibrio, il quale viene nuovamente spezzato dalla notizia di un cancro al cervello. Giulietta inizia quindi un viaggio tra i malati terminali in modo da poter decidere tra l'accanimento terapeutico e il rifiuto delle cure, arrivando a prendere una decisione consapevole, accompagnata dalle sue preghiere per un dio senza nome.
Il romanzo riporta una storia vera e nasce dalla promessa dell'autrice di raccontarla. La vicenda, narrata in prima persona, crea una forte empatia nel lettore e ricorda che, lo si voglia o no, la parola "fine" tocca da vicino ciascuno di noi. Non è forse meglio che ognuno decida come affrontarla?
SCHEDA TECNICA Titolo: Giulietta prega senza nome Autore: Elena Torresani Numero pagine: 200 Prezzo: 13€
*La vita che trema*
Auto pubblicato come book-on-demand su "il mio libro", La Vita che trema è un libro-reportage sul terremoto d'Emilia, i cui ricavi di vendita sono destinati alla ricostruzione dei territori danneggiati. Il libro nasce dall’esperienza di un gruppo di volontari lodigiani che si sono prodigati nel portare soccorso alle popolazioni terremotate con cibo, forza lavoro e buona volontà. Elena Torresani e Damiano Moretti, in seguito alla loro esperienza di volontari, hanno voluto immortalare quei momenti raccontando non solo gli aspetti terribili della tragedia, ma anche il potenziale umano ed emotivo che si nasconde nella solidarietà e nell’incontro. Dopo un’estate di spedizioni e lavoro, quello che resta è una lezione di vita intensa accresciuta dall'accoglienza di San Possidonio, Comune con il quale è nato una sorta di gemellaggio emotivo che continua nel tempo. Purtroppo la ricostruzione è ancora lunga, e le risorse sembrano non bastare mai. “La vita che trema” è un omaggio alle persone che lottano senza perdere la speranza, ma è anche uno strumento per raccogliere fondi da devolvere al Comune di San Possidonio.
“Esiste un insegnamento nel dolore, e qualcosa di fertile in ogni tragedia. Noi l’abbiamo trovato: abita nelle persone.” (La vita che trema)
SCHEDA TECNICA Titolo: La vita che trema Autore: Damiano Moretti, Elena Torresani Numero pagine: 72 Prezzo: 18€
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