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Chissà se le due amiche Eva e Barbara stavano ascoltando i Beatles quando, nell'autunno del 2007, hanno deciso di realizzare il sogno di aprire un piccolo negozio di moda.

A dispetto della canzone, particolarmente malinconica, Baby's in Black è in realtà una piccola esplosione di gioia e di colori: un negozio-laboratorio dove le ragazze propongono capi ed accessori realizzati artigianalmente e a buon mercato, nonostante spesso si tratti di pezzi unici e di edizioni limitate.

Nel rispetto dell'ambiente, ma anche in nome della buona tradizione manifatturiera italiana, Baby's in Black da sempre realizza e vende prodotti non omologati, che le creatrici per prime amano ed indossano. Questo, che potrebbe sembrare un dettaglio trascurabile, è ciò che rende la visita al loro negozio un'esperienza assolutamente genuina e piacevole, molto distante dallo shopping frenetico ed impersonale a cui, ahimè, siamo abituate: è uno di quei rari posti dove entri per comprare un regalo - degli orecchini a forma di pinguino o un fiore di seta per i capelli - e ti ritrovi con un'amica in più! Vi consiglio di farci un salto: questa piccola "bottega" è a Milano in via Eustachi 6, a pochi passi dal centro dello shopping convenzionale.

Vi rallegrerà la giornata.

“Non c’è lusso senza artigianalità” è questo il filo conduttore, il punto di partenza di tutti i progetti del brand, che si sviluppano sulle capacità ed il know-how tecnico che gli artigiani della casa possiedono e si tramandano da generazioni. Da tutta questa esperienza, il cui valore non è quantificabile, nasce uno stile che si snoda superbo sugli altri e ciò che ne risulta è puro lusso contemporaneo contraddistinto sempre da un elemento di rarità e unicità.

Tomas Maier è stato nominato direttore creativo della maison nel 2001. Ha un carattere deciso e appassionato, dedito all’artigianalità, alla sobrietà e alla raffinatezza che lo ha reso l’artefice di un’espansione di gigantesca portata del marchio Bottega Veneta. Prima di proseguire nell’ampia missione di rilancio del brand Maier ha costituito il nucleo di valori su cui edificare una nuova filosofia: materiali di altissima qualità, straordinaria maestria artigianale, funzionalità contemporanea e design senza tempo. Seguendo questi punti fondamentali il designer ha trasformato Bottega Veneta in un marchio che non è soltanto sinonimo di lusso ma più propriamente di una filosofia di vita.

 

Da quando è arrivato a Bottega Veneta, i progetti si sono moltiplicati e sono stati integrati con la collezione per la casa e la gioielleria.Per salvaguardare la tradizione che contraddistingue il marchio, l'azienda ha fondato nel 2006 a Vicenza una scuola d’artigianato, la Scuola della Pelletteria, con l’obiettivo di incoraggiare e formare una nuova generazione di artigiani in grado di proseguire nel tempo la mission aziendale. Per chi desidera una full immersion nel lifestyle Bottega Veneta, il St Regis Hotel di Roma e Firenze ed il Park Hyatt Hotel di Chicago offrono l’esclusiva ed unica esperienza delle suite Bottega Veneta, scrigni prestigiosi dove il termine lusso è il comune denominatore di ogni dettaglio e materiale. Con tutta una serie di interventi stilistici e strategici Maier tra il 2001 e il 2011 ha incrementato i fatturati del brand dell'800%. Bottega Veneta è riuscita a diventare un marchio globale perché la sua filosofia rappresenta quei valori di preziosità, ricercatezza e gusto per la qualità che sono apprezzati in tutto il mondo. Trovare tutto questo in un prodotto che è anche funzionale e molto spesso privo di logo, lo rende effettivamente testimone di una filosofia, una sfida contro il tempo e le massicce produzioni logate, che poco a poco sviliscono l’idea del gusto e gli ideali della bellezza pura.

 

 

“La mia principale fonte d’ispirazione è l'arte, ma anche la natura, la storia e in realtà tutto ciò che mi circonda. A volte per iniziare a disegnare, a mettere mano a uno schizzo che poi diventerà un'intera collezione, mi basta innamorarmi di un colore. Non mi sono mai preoccupato di trovarmi senza ispirazione, senza idee. Però è sicuramente una sfida quella di avere ritmi sempre più serrati e allo stesso tempo mantenere una coerenza creativa. Una cosa che mi aiuta è visitare un museo o qualsiasi altro luogo affascinante ci sia nei posti in cui mi trovo per lavoro.”

 

Il gesto intellettuale di Maier nasce dalla ricerca di ciò che lo circonda, dall’interpretazione ispirata dei tempi e dei luoghi, reali e metafisici, e tutto questo confluisce e poi sboccia nelle sue creazioni, assolutamente timeless, dove mitiche donne solcano scenari eterei eppure reali, svelando una sensualità ricca di dettagli e contemporaneamente semplice, senza abusi, senza timori, una donna consapevole della sua unicità creativa, individuale ma assolutamente connessa con tutto il resto. Non una stampa dunque, e neppure un taglio, ma un mix di elementi accuratamente studiati e disposti dipingono e scolpiscono di volta in volta un profilo che sembra quasi destare lo stupore di un’opera d’arte contemporanea in movimento. Fondendo elementi di tradizione e innovazione il designer è riuscito a determinare il potenziale, ogni volta espresso a pieno di uno stile senza tempo. Una vetta del lusso, della bellezza colta, che non conosce frontiere e accoglie eletti in tutto il mondo.

 

Per la collezione Autunno/Inverno 2013-2014 di Bottega Veneta Tomas Maier ha presentato una linea, che è allo stesso tempo informale e lucidata. Ha portato sulla passerella outfit scultorei che enfatizzano la silhouette di volumi, capi pronti a sfidare i climi della prossima stagione fredda. Cavallo di battaglia dell’intera collezione è il panno di lana, tagliato a vivo o infeltrito attraverso il quale si delineano nuovi corpi e magiche proiezioni. Cuciture a vista incidono i materiali, unendo i lembi con giochi di chiaro-scuro. La flanella si accosta alla seta e al raso in contrasti di grezzo e leggero. Si tratta di una costruzione complessa, l’aspetto generale evoca l’idea della trasformazione, e il risultato è davvero la scoperta dell’inaspettato. Elegante è la palette cromatica che pur eleggendo il nero come colore della stagione, si spezza poi con l’avorio, il rosso ciliegia, il tabacco e le sfumature dell’ocra e del senape. Ricercate le borse in cui si intrecciano sapientemente nappa e pellami esotici con elementi più crudi e contrastanti come la rafia. Ecco come il Direttore Creativo della Maison vicentina riassume questa ultima fatica: “la collezione è incentrata sulla proporzione, la precisione, la facilità e la bellezza semplice della materia”.

Ancora una volta, quello che spicca particolarmente dall’operato di Maier è un abbraccio intellettuale totalizzante, che si diffonde in tutto il suo lavoro. Le modelle in passerella evocano una freddezza sensuale e caleidoscopica, lucida e sublime. La sua unità di visione è propositiva e ci svela nuovamente la capacità di governare un’idea, di realizzarla poi, senza avvilirla grazie alla straordinaria fattura. Tutto funziona perché c’è un motivo, ogni prodotto è proiettato nella visione d’insieme della maison, che raccoglie un abito, una boccetta di profumo e una borsa. Tutto questo ha un senso insieme.

Eco-chic potrebbe essere l’aggettivo adatto per descrivere le borse del nuovo brand Studio V, prodotte con materiali proveniente dal riciclodegli scarti dell’industria tessile e dell’arredamento, come eco pelle e PVC.

 

Tutte cucite a mano, le borse, a mano o a tracolla, nascono da un’idea di Vania Fernandes Magalhaes Marques, africana di nascita ma cresciuta a Lisbona  e con un master in Design del gioiello al Politecnico di Milano.

Dopo aver collaborato con grandi nomi come con De Beers e Cielo Venezia, la designer torna alla sua vera passione, le borse, fondando il marchio Studio V.

 

E sono proprio dei piccoli gioielli le sue creazioni che hanno come ispirazione principale il classico sacchetto del pane che tutti abbiamo in cucina. Un sacchetto che si arrotola, srotola, piega, arriccia e si chiude con una semplice calamita…così la borsa può diventare grande e piccola all’occorrenza, e può essere utilizzata dalla mattina alla sera: maxi pochette da giorno e poi, come d’incanto, clutch all’ultimo grido dall’aperitivo in avanti.

 

Le linee essenziali  sono il marchio di fabbrica del brand, che ripropone tre grandezze di borsa cambiandone sempre stampe, fantasie e colori: dalle mele ai fiori stampati, dai pois alla tinta unita.

Ognuno troverà la sua preferita, insomma, e per questa primavera-estate la novità si chiama color block!

Le borse sono belle, bellissime, ma anche pratiche, il che non guasta mai!

 

Tutti i prodotti Studio V infatti sono in ecopelle, PVC, tela ricoperta e cotone per l'arredamento, materiali completamente impermeabili e resistenti alle macchie. E si possono portare a mano, ma anche a tracolla grazie alle catene che fanno sempre molto rock.

 

Dove le potete trovare? Sicuramente sul sito  www.studiovjewels.com dove avrete la possibilità di vedere tutti i prodotti (i prezzi vanno dai 25 ai 40 euro). C’è anche una pagina Facebook, Studio V, dove è presente un online store per soddisfare ogni vostro desiderio…ma attenzione, magari qualche borsa sarà già sold out, quindi, se volete un consiglio, affrettatevi!

 

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Sentendo la parola inglese ‘lace’ ci viene in mente la sua traduzione italiana, ossia ‘pizzo’.

Ma a Como usando questo termine ci si riferisce prima di tutto al marchio creato nell’ottobre del 2002 da Silvia Roncoroni, che riunisce diversi stili, accomunati da un tocco di classe.

 

In poco tempo questo nome è diventato sinonimo di qualità, sempre più conosciuto tra la clientela comasca, grazie alle fantastiche creazioni originali e agli altri brand scelti personalmente da Silvia.

 

Il marchio è nato quasi per caso, grazie all’ inventiva di Silvia, sempre creativa e in movimento,  madre di quattro figli, infatti il nome ‘lace’ deriva dall’ insieme delle iniziali dei loro nomi, ossia Laura, Alice, Carlo, Elena.

 

Inizialmente la produzione  e la vendita si concentravano molto sulla maglieria, ma ora si possono trovare anche camicie, t-shirt, pantaloni, cappotti, giacche e tanti altri capi adatti a qualsiasi esigenza, oltre che sciarpe e pashmine.

Insieme alle sue creazioni firmate Lace e realizzate in cashmere e merinos per l’inverno, seta e cotone per l’estate, Silvia vende altri marchi di aziende conosciute per la loro precisione nella produzione, quali Purotatto, Almeria, Silkandsoie, Alpha di Massimo Rebecchi, Terre Alte, Bagutta, Aglini, 077, Circolo easy jacket, Piatto pantaloni, Kimberly e Bully pelle.

 

Particolari sono le t-shirts della Purotatto, realizzate in fibra di latte, un tessuto completamente naturale e leggero, soffice e trasparente come la seta. Ha proprietà antibatteriche e stimola la circolazione sanguinea, grazie all’ottima capacità di traspirazione e assorbimento dell’umidità.

 

Lo show room si trova a Como in Viale Varese 39, vicino al centro della città. Non è solo un negozio nel quale acquistare abiti, grazie anche agli utili consigli di Silvia che segue con precisione tutti i suoi clienti, ma è anche un luogo di ritrovo per chiacchierare e bere un caffè o un tè, per concedersi qualche ora per sé stessi e per il proprio guardaroba.

 

Info:

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031 300279

 

 

 

 

Altro che timido folletto dai capelli rossi, Malcolm McLaren è stato crudele, insofferente, egoista e spocchioso per tutta la durata della sua vita, fino sul letto di morte, estromettendo il suo unico figlio dal testamento e preferendo lasciare i propri averi alla giovane compagna degli ultimi anni.

Il fatto è che Malcolm era un vero genio e a quelli come lui si perdona sembra tutto, o quasi.

Dopo una infanzia difficile e sofferta e una giovinezza passata a fare come mestiere quello che gli capitava, passando da una scuola di arte all'altra, nel 1977 si inventa uno dei movimenti più importanti è sconvolgenti del '900, il Punk. Racchiudendo in esso l'intera cultura popolare britannica e dando vita a una sorta di contenitore tanto nuovo quanto eclettico.

 

Punk è moda, musica, arti visive ma è soprattutto rivoluzione vera e propria. Una rivoluzione di costume e di società. Anzi, più che altro una ribellione. A dirla tutta il Punk McLaren lo inventa con la sua socia, fidanzata e madre di suo figlio Vivienne Westwood, oggi la più grande artista punk vivente, icona della moda internazionale e vero punto di riferimento per almeno quattro generazioni. E a dirla ancora tutta Malcolm si inventa il Punk negli incredibili anni Settanta. Ovvero in un periodo storico in cui dall'est europeo fino agli Stati Uniti, passando per il Giappone  e il Sud America era tutto un susseguirsi di mutamenti, rivolte, manifestazioni e conflitti. E il giovane McLaren pur ancora radicato esclusivamente al suolo nativo inglese sente e respira l'aria di rivoluzione culturale. Medita e sperimenta prima da solo ma è incontrando Vivienne che il suo genio personale esplode e i due formano una coppia perfetta e magica. Più dal punto di vista lavorativo che da quello effettivo.

 

Malcolm e Vivienne inventano il Punk come filosofia di vita e lo fanno con il loro grido: “No Future”, un concetto che interpretano e danno alle masse attraverso la loro moda. Le loro “collezioni” diventano stile di vita e di esistenza. La loro boutique londinese, Sex, è luogo di incontro e di confronto di artisti di ogni genere. L'insegna del negozio è il simbolo dell'anarchia e il sottotitolo recita : il punk è la moda per soldati, prostitute e lesbiche. In poche parole è la moda degli anni '70. Niente e nessuno in quel periodo storico poteva interpretare meglio cosa stava succedendo nel mondo come il Punk. La ribellione immaginata e creata da Malcolm è prima di tutto visiva ma poi lui comprende che il Punk deve essere supportato da altre forme di creatività e di arte. Crea e fonda così il gruppo musicale dei Sex Pistols, nati come eco pubblicitaria del suo negozio e della sua moda e in seguito sperimenta contaminazioni tra il punk e le arti visive, la letteratura e la scrittura.

 

Dopo la rottura sentimentale con la Westwood, avviene anche quella artistica, McLaren viaggia moltissimo, vive a New York e Parigi dove incontra altri artisti e molti suoi ammiratori e con loro non smette mai di sperimentare e cercare di dare nuovi volti e nuove prospettive alla cultura punk. I suoi successi però sono altalenanti, gli anni Ottanta sono sicuramente differenti e la moda reinventa da sola e per altre strade il punk creato da Malcolm. Paradossalmente Vivienne Westwood colleziona invece un successo dopo l'altro, espone, insegna e apre il più prestigioso atelier della moda punk, diventa una icona e una maestra. McLaren l'apostrofa come una piccola borghese perbenista che non ha mai saputo davvero rinnovarsi, una donnetta con un terribile accento del nord dell'Inghilterra. La Westwood lascia correre perché non riesce a odiare l'amore della sua vita, nonché il padre di suo figlio. Figlio che invece Malcolm ignora in tutta la sua esistenza. In realtà McLaren usa lo stesso trattamento con tutti i suoi collaboratori o soci, lo fa con il leader dei Sex Pistols, con i registi con i quali scrive e mette in scena film, con gli stilisti e gli artisti con i quali lavora. Nessuno per lui è mai alla sua altezza. Anche nei momenti in cui la fama e la gloria non lo sostengono il suo atteggiamento non cambia. Lui è McLaren,  il genio che ha inventato il Punk.

 

Muore così, con questa convinzione nell'aprile 2010.

Il suo funerale diventa una commemorazione dell'uomo e dell'artista e viene organizzato e voluto da Vivienne e dal loro figlio, imprenditore multimilionario. Il finto bravo ragazzo di Londra, folletto dai capelli rossi, ha vinto ancora una volta. I geni non si possono odiare.

 

Antonia del Sambro

“Oggi chiacchiero con” è una chiacchiera, uno scambio di pensieri sullo Yoga che periodicamente farà parte dei miei articoli per farvi conoscere meglio gli insegnanti e gli insegnamenti che Milano offre. Con queste interviste vi svelerò i punti di vista dei maestri sullo yoga e sul modo di presentare le scuole di Yoga che abitano il tessuto della città.

Oggi sono nella sede di Milano di [Hohm] street Yoga, via S. Calocero 3.

Hohm street Yoga è un accogliente spazio open space nel quale si praticano diverse attività, dallo yoga, massaggi, cucina veg, a worskhop atti ad arricchire ed ampliare gli orizzonti dei propri partecipanti.

Oggi chiacchiero con Marco Migliavacca uno degli insegnanti Yoga e fondatore di [Hohm] street Yoga.

Marco arriva da una formazione artistica prima il liceo poi l'accademia di belle arti di Brera di Milano, un percorso  tra la critica, la filosofia estetica, la fotografia, gli archivi d'arte, il teatro e la pubblicitá. Ha vissuto all'estero prima a Lisbona ed è poi a Barcellona dove grazie a un amico ha iniziato a praticare  Ashtanga Vinyasa Yoga. Un cammino iniziato nel 2005 che nel 2009, attraverso il teacher training con Gordana Vranjes e Gloria Rosales presso  Yoga Dinamico Mandiram a Barcellona, lo ha portato ad approfondire e  investigare questo cammino. L'inizio di un viaggio che è continuato India, in Himalaya e per diversi ritiri in giro per il mondo con insegnanti illuminati tra i quali John e Lucy Scott, Sharon Gannon e David Life. Una continua ricerca tra i testi, le scritture e gli esempi di spiriti liberi e appassionati come Desikachar, Krishnamurti, Iyengar, Dharma Mittra, Paulie Zink, Donna Farhi, Daniel Odier e la sua nonna centenaria che  è stata il più grande esempio di presenza, compassione e amore incondizionato.

"Con lo yoga mi sento sempre all'inizio e solo nell'iniziare ritrovo quel vibrante entusiasmo di chi non ha un fine ma vede davanti a sé uno sconfinato territorio da esplorare senza dovere raggiungere nulla se non quello che è l'infinito presente."

DOMANDE:

 

1-  Qual è la tua visione personale dello Yoga? Cos’è per Marco lo Yoga?

 

Non ho una visione personale dello yoga. Cerco di viverlo come un'esperienza quotidiana senza definirlo ma posso parlarti della mia visione personale della “pratica”. Parola usata sia per definire la pratica delle Asana ma anche la possibilità di mettere in pratica in senso contrario e opposto alla teoria ciò che desideriamo essere. La pratica è esercizio: dal tendere un muscolo, al parlare con onestà. Praticare l'ascolto ad esempio è un esercizio per indagare noi stessi non solo attraverso uno strumento limitato quale l'intelletto ma anche attraverso l'intelligenza del corpo che spesso viene considerato invece inferiore alla mente.

Lo Yoga è “esperienza pratica di sé”, non lontano dal  “conosci te stesso” socratico.

La pratica è un cammino per guardare la realtà senza cercare di piegarla al nostro volere, che trova nell'accettazione e nella distanza dal giudizio di bene e male la vera esperienza di noi stessi, la meraviglia nello scoprire appieno ciò che siamo. E' una possibilità di liberarsi dall'illusione e dall'inadeguatezza tra quel che viviamo e  quel che desideriamo, dalle contraddizioni della nostra vita per com'è e non per come la vediamo. E' una sorta di scienza chirurgica per ascoltare e indagare la vastità di ciò che siamo senza identificarci solo nelle nuvole di passaggio.

Lo Yoga per me è un kit completo per imparare ad essere qui e ora nonché un cammino per conoscere e accettare la nostra natura potendo scegliere consapevolmente quale cultura sociale politica, umana e spirituale coltivare.

 

2-  Perché una persona è “spinta” a far Yoga? Quali sono secondo te i motivi per cui i tuoi allievi solitamente si avvicinano a questa disciplina?

Ci possono essere mille ragioni: dal desiderio di un corpo più bello alla espressione massima dell'individuo in modo consapevole e cosciente, alla pura curiosità. Non credo vi siano intenzioni giuste o sbagliate.

In una esperienza così totalizzante e viva quale quella della pratica,  è importante ricordare che lo Yoga non è e non dovrebbe creare nuovi dogmi o “formule magiche” in cambio di una promessa di felicità. Credo fermamente che nessuna pratica atta allo sviluppo della consapevolezza dovrebbe dare risposte o soluzioni, altrimenti rischiamo di aderire ancora una volta a un modello che è altro dal noi generando  nuova sofferenza, inadeguatezza, dolore.

Imparare a porci domande precise per avere risposte lucide, essere consapevoli delle nostre scelte, dei nostri desideri e accettarci sono parte del processo di questo cammino ma non vi é alcuna condizione preliminare per iniziare. "Il punto da cui iniziamo è assolutamente personale e individuale ed è il punto preciso dove ci troviamo in questo momento. Nello Yoga si dice di iniziare da dove si è e per ciò che ci piace" scrive Desikachar.

 

3-  Parliamo dello “stile” di Yoga che tu insegni, quali sono i capisaldi di questa filosofia yogica?

Dal mio punto di vista tutto è yoga. Parlare di stili è più una necessità per comunicare all'esterno ciò che si va a fare dato che lo Yoga non ha un retroterra condiviso in Occidente come lo ha storicamente o culturalmente in Oriente. Io nello specifico Insegno Vinyasa che significa “unire, mettere insieme, connettere, fluire” e Yin Yoga, due pratiche complementari e molti distinte, una dinamica e una di totale abbandono. Qui è dove mi ha portato sino ad ora il mio cammino. Sai, quando intendiamo che tra me e te non c'è nessuna differenza: allora quello è yoga. Ciascuno ha il suo cammino e nessuno è uguale nella liberazione dai veli che oscurano la possibilità di vederci come parte di una natura più grande e non duale,  non vi sono regole o corsie preferenziali più giuste o meno giuste. Allora quando mi accorgo che quel che desidero  negli altri è ciò che posso iniziare a praticare sin da ora, non fa più differenza  e non ha importanza lo stile o il cammino che abbiamo scelto.

 

4-  Ho usato prima la parola stile virgolettata. Cosa ne pensi di tutte le differenziazioni di stili, modus operandi, ecc ecc riguardo le diramazioni dello Yoga? Pensi che creino confusione a chi si approccia alla pratica per la prima volta?

 

Credo che potrebbero esistere tanti stili e tanti cammini quanti sono gli esseri viventi. Ciò che ritengo fondamentale è non attaccarsi alla propria pratica, al proprio stile, ma lasciare che tutto fluisca e si trasformi, si evolva o muti costantemente. Lo Yoga ci insegna a non restare inchiodati al nostro punto di vista ma ad allargare il nostro cono visivo. Ad esempio, se resto con il muso attaccato alla terra vedrò sempre la terra ma se inizio ad alzare la testa, se esco dalla mia zona di conforto, mi accorgerò che quel pezzo di terra fa parte di un prato con meravigliosi alberi e un orizzonte sconfinato e che io ne sono parte.

Ci rendiamo conto che la grande differenza sta nel modo in cui ci disponiamo ad osservare, senza preconcetti, senza resistere, accogliendo e ascoltando senza metterci davanti a quel che la vita ci offre ma lasciandoci attraversare. Lo Yoga ci invita ad osservare e citando Krishnamurti a liberaci dal conosciuto. Io ovunque mi trovi nel mondo vado a praticare, vado a conoscere. Se non  ti aspetti nulla, in qualsiasi pratica anche in quella che ti è apparentemente più distante puoi imparare qualcosa. Bisogna esperire, mettersi in gioco e imparare ad ascoltare senza presunzione o preconcetti che altro non fanno che trasformare le nostre paure in fobie bloccandoci. La pratica si trasforma per mantenerci presenti e non per mantenerci attaccati a un'idea o a qualcosa che è trascorso e non conta lo stile che scegliamo ma l'intenzione con cui ci mettiamo a praticare sul tappetino. E a questo punto invito sempre a chiederci: perché pratichiamo? Che cosa ci spinge a farlo? Questa domanda cambia radicalmente il nostro modo di praticare.

 

5-  Perché hai iniziato ad insegnare Yoga?

Perché la vita mi ci ha portato. L'occasione di condividere ciò che ho ricevuto è un dono che non posso tenere per me. E' come tenere solo per sé l'amore, appassisce. Non me lo sono mai prefissato come scopo. La mia insegnante mi esortò ad approfondire e in lei ripongo grande stima e fiducia, il resto si è evoluto poi pian piano.

 

6-  Noto uno stampo fresco e contemporaneo in generale: dal sito alla vostra grafica, immagini, interazioni con Fb,ecc. Uno stile che si discosta dal metodo tradizionale di presentare una scuola di yoga che alle volte risulta un po’ “da invasati”. E’ una scelta voluta?

 

Si, certo. Una scelta vicina anche all'esperienze che ho fatto fuori dall'Italia. Credo che ci sia una volontà chiara di sentire lo Yoga come una pratica che è qui, ora, in questo momento e in Occidente con tutto quello che questa vita comporta. E' importante che la pratica abbia una comunicazione adeguata all'epoca in cui ci troviamo; lo yoga è presente e non una messa in scena di qualcosa che è trascorso. Il linguaggio, l'accessibilità, i codici e la contemporaneità sono fondamentali per comunicare e trasmettere.

La filosofia che soggiace alla pratica Yogica ritengo vada trasmessa nel contesto in cui si vive inserendosi in modo fluido e organico nella vita quotidiana e urbana di oggi. Non in un eremo lontano, con il massimo rispetto per chi sceglie una via ascetica, ma qui e ora alla portata della vita di tutti.

Ci terrei anche a ricordare che [hohm] vive di uno splendido team di giovani appassionati in continua ricerca e sperimentazione quali sono i miei compagni di viaggio: Elena, Jonathan e Giovanna e dell'estro culinario di Manuel aka Unocookbook.

 

7-  Cosa trasmetti ai tuoi allievi nelle tue lezioni? Qual è la cosa che a tuo avviso è più importante insegnare?

Questo dovresti chiederlo a loro (sorriso).Cerco di trasmettere quello che ho ricevuto,  avere fiducia in quello che siamo e sentiamo. Imparare ad arrendersi e a lasciare andare. Affidarsi e conoscere la compassione. Provare ad ascoltare senza pensare.

La cosa più importante credo sia guardare senza dover decidere da che parte stare, non cercare alcuna supremazia tra mani e piedi, corpo o mente ma vivere appieno ciò che siamo in tutto il nostro potenziale. Essere le scelte che facciamo e  le parole che esprimiamo.  Sorridere.

 

8-  Cosa secondo te è più frainteso in generale della pratica dello Yoga nel mondo Occidentale?

 

Credo che la cosa più fraintesa sia quello di affidarsi allo Yoga vivendolo come un nuovo rituale dal gusto esotico che ci renderà indenni da dolori e infelicità. Certo, lo Yoga porta grandissima gioia ma non è uno scudo che ci rende immuni dalla vita stessa e dai suoi cicli naturali. É una filosofia, una disciplina che ci insegna a cogliere in piena consapevolezza le opportunità che la vita ci offre. Una mente flessibile in un corpo sano capace di adattarsi e  trasformarsi ,in equilibrio e sintonia con l'universo di cui siamo parte.

Un altro pericolo all'interno della pratica credo sia non accettare quello che siamo per cercare di raggiungere un risultato che é altro da noi, dimenticare che lo yoga è il fine, il mezzo e la pratica stessa é la ricompensa.  Confondere la pratica con una gabbia, uno schema al quale aderire o entro il quale rientrare anziché vedere nella pratica un coraggioso cammino per scoprirci e riconoscerci identici in tutte le nostre differenze. Trasformare le nostre esperienze in nuove regole é rischiare di guardare all'oggi con gli occhi di ieri. Sentirsi solo corpo o mente ci porta inevitabilmente a compararci agi altri e a noi stessi generando competizione, aggressività, insoddisfazione e una nuova ferita tra chi siamo e chi crediamo di  essere o di dover diventare.

 

9-  Cosa consigli alle persone che dicono “vorrei ma non me la sento di far Yoga perché non ho una buona preparazione fisica, non sono molto flessibile, non mi piego abbastanza, sono troppo vecchio, ecc.

 

Penso che corpo, età o flessibilità siano fattori irrilevanti per lo Yoga.

A ogni età e con qualsiasi corpo si può praticare in modo adeguato e con rispetto del corpo in quel preciso momento della propria vita. Io consiglio sempre di provare, di esperire e di non affidarsi a preconcetti, a opinioni o a quel che si è sentito dire. Di usare un poco il cuore e non la testa, di avere coraggio e darsi una opportunità prima di giudicare. Lo yoga non è quello che tu pensi ma quello che senti.

 

10-  Può lo Yoga cambiare la vita delle persone? E in che modo ha cambiato la tua vita?

 

Se può la consapevolezza di ciascun individuo cambiare il mondo pensa allora come  la consapevolezza di un solo individuo possa cambiare il suo piccolo mondo.

Si certo la mia vita è cambiata, sono qui ora e non più là. :)

 

BOTTA E RISPOSTA: UNA DOMANDA – UNA PAROLA COME RISPOSTA

 

1-           L’Asana che preferisci di più_ Sirshasana

2-           Lo stile di yoga che senti più tuo_ quando pratico provo a dimenticarmi di mio e tuo e comunque non li ho ancora provati tutti ma ti terró aggiornato.

3-           Un libro utile (in generale)_ “Libertà dal conosciuto” di Krishnamurti

4-           Un viaggio utile_ tutti

5-           Una citazione o una tua frase utile_ “quel che resisti persiste, quel che accetti si trasforma” Anonimo

6-           Un consiglio per chi pratica Yoga_ Non dimenticare di ascoltare il tuo respiro

7-           La cosa da evitare per chi pratica Yoga_ nulla, esperire é conoscere.

8-           Cosa ti rende felice quando insegni_ distaccarmi completamente dal mio quotidiano, da Marco,  sentire l'unione di tutti i respiri e l'arresa di tutte rivendicazioni individuali.

9-           Colore preferito_ blue ma anche verde

10-          Una bevanda che consigli a tutti_ Ginger + Lemon + Honey

 

 

 

Il centro [Hohm] street Yoga lo trovate in Via San Calocero, 3 Milano.

Web: http://hohmstreetyoga.com/  - MM SANT’AMBROGIO/SANT’AGOSTINO

 

Namasté,

 

Vittorio Pascale

 

Allievo praticante di Yoga Integrale presso il Centro Parsifal Yoga, Milano

Fondatore della pagina Fb: Yogamando

Studioso e praticante di Buddhismo Tibetano

 

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GIRLS’ NIGHT OUT ritorna Giovedì 28 marzo alle 20 con una nuova serata dedicata al mondo femminile.

 

Nella location del Caffè Posta di Cernobbio, sotto la direzione artistica di News-Eventicomo Relazioni Pubbliche, si apre il party LEICHIC.IT, special guest il magazine femminile online che ha conquistato le donne d'Italia.

Un red carpet accoglierà le clienti ed ogni look sarà immortalato dai flash di un fotografo: i più glam&chic parteciperanno ad un concorso online su Leichic.it. La ragazza con l'outfit più cool, che riceverà il numero maggiore di click, sarà premiata con una giornata da trascorrere con la Fashion Blogger Karen P, un servizio fotografico a Cernobbio con cambio outfit, un aperitivo al Caffè Posta e un articolo dedicato su Leichic.it.

Nella cornice dello splendido lago di Como, un party unico ed originale, dallo stile fashion ed un'attenzione speciale ad esaltare la femminilità di ogni donna con un look di tendenza!

 

Ad animare la serata,  il sound di Divi Deejay from BM Radio con una selezione di brani house di tendenza.

 

Un gustoso royal buffet con sfiziosità calde e fredde, cucinate al momento dallo Chef del Posta, e uno sweet buffet con dolci e leccornie renderà ancora più unica e golosa questa terza GIRLS' NIGHT OUT.

Ma le sorprese non sono finite! Durante la serata tutte le donne saranno omaggiate da un "chupito in rosa" offerto dal locale e saranno estratti dei "fashion cosmetics" come premi.

Per le prime tre fortunate selezionate, in palio profumi di rinomati marchi offerti da LEICHIC.IT e free drink omaggiati dal Caffè Posta.

GIRLS' NIGHT OUT: un tocco di  "pink" sul Lago di Como!

 

Sara Biondi Event Management & Press Office a cura News-Eventicomo Mobile: 339 8582462 Email: biondi.communication.manager@gmail.com

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- Vintage Future -

 

Atalanta Weller è un nome emergente della moda internazionale, un nome che sta facendo molto parlare di se'. Progetta scarpe concettuali, che vanno oltre i tradizionali confini; rompe le regole, facendo dell’avanguardia il suo punto di forza creativo. Ha conseguito il diploma presso il prestigioso Cordwainers College di Londra, lavorando successivamente per grandi marchi come Clarks, Hugo Boss e Gareth Pugh. Essere un designer oggi non vuol dire necessariamente essere un creativo puro; questo non è sicuramente il caso della Weller che sembra quasi più appartenere al mondo dell’arte che a quello del business. Lo conferma il fatto che le sue scarpe siano state acquistate per la collezione permanente del Victoria&Albert Museum, goal che mi racconta con particolare emozione. Quando ieri ci siamo incontrati, Lei era appena arrivata a Milano per la presentazione della sua collezione A/W ’13-14; parlare con lei è stato davvero entusiasmante e nel tempo trascorso insieme ho scoperto una persona molto dolce e allo stesso tempo decisa. Mi ha davvero impressionato come il suo carattere potesse somigliare cosi tanto alle sue scarpe, può sembrare un concetto scontato, ma se si guarda a fondo, non lo è. Quante persone riescono ad esprimere la propria vera personalità e grazie a questa riescono ad avere successo interpretando simultaneamente il gusto della contemporaneità ?

I suoi disegni sono geniali, Atalanta possiede uno spirito visionario attraverso il quale  sovverte le regole lasciando un segno. Nel suo lavoro è chiaro l’amore per le immagini grafiche, come per le silhouette ispirate all'architettura di Pier Luigi Nervi. Le sue creazioni innovative si collocano tra la ricerca del very selected vintage e il cyber-future; questo contrasto è accentuato oltre che dalle scelte stilistiche anche dall’abbinamento dei materiali: plastiche trasparenti, metalli e pellami si abbracciano dando origine a soluzioni inedite e ardite ma mai eccessive. Colpiscono i tacchi in legno o rivestiti di intrecci optical in bianco e nero (must have). Punto di partenza si rivela l'autentico design:  la forma geometrica pura. Ricorrente è il triangolo, attraverso il quale, nelle fibbie, cucito o stampato è possibile identificare molte delle sue creazioni. Celebri le sue scarpe "cubo" e "sfera", a sfera è anche il tacco gonfiabile delle scarpe che la designer ha  realizzato in esclusiva per Lady Gaga . Le sue calzature varcano con facilità il limite che le separa dall’arte della scultura. Il suo stile è contemporaneamente sexy e romantico, oggetti di design che fondono in sé stessi formale e casual: elementi versatili, adattabili ad ogni contesto e outfit. Tra i suoi designers preferiti ci sono Salvatore Ferragamo e Raf Simons ma a chi le chieda chi sia la sua icona, Atalanta risponderà fiera : “Mia madre”.

Molte sono le celebrità che hanno deciso di indossare le sue creazioni che possono essere perfette per le occasioni più glamour, ma anche nella vita quotidiana, portando con loro un pizzico in più di creatività oltre che di stile. Queste scarpe appartengono a una donna consapevole, energica e sensuale, che ama scegliere nella differenza e non nell’ovvietà.

E se dovessi definirle con una sola parola?

Personalità!

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Se è vero che certi avvenimenti, per loro natura eccezionale, si verificano ogni settecento anni, allora non ho saputo resistere.

Mi sono detto, scrivi nella sezione stile di Nerospinto, il papa non c’entra. E mentre me lo ripetevo, per non voler cadere nella rete che io stesso stavo tessendo, sono già intrappolato. Con una tesi precisa. E penso a come scriverne. Non è semplice e può sembrare presuntuoso, retorico. Allo stesso tempo però mi convinco che Nerospinto non sia un contenitore necessariamente corretto. E’ approfondito, è critico, è interessato. Ma non si limita.

Posso quindi palesare il mio oltraggio e dichiarare a chi leggendo è già arrivato a questo punto: “Si, come ogni settimana stavo per pubblicare il mio approfondimento sullo stile. E invece, me ne infischio. E parlo del Papa. Anche se non mi è richiesto, anche se non era nei patti.”

E nel mio rompere la regola, l’accordo per il quale mi è stato conferito questo spazio per scrivere, vado completamente contro ogni pudore: ho la presunzione di poter parlare di Ratzinger portando la questione mediatica all’effimero mondo che questa sezione rappresenta.

Del resto, se in termini di “stile” ci si riferisce alla sua definizione più ampia, nessuno può controbattere che una dimissione papale non sia un gesto -anche - di stile.

Già il fatto che sorprenda e abbia l’eccezionalità di un evento millenario, presuppone di per sé una scelta di forma, dunque di stile.

A questo punto di quanto scritto, chi è arrivato a leggere fin qui è uscito indenne dallo stizzirsi e giudicarmi nell’ associare questi due piani.

Da un lato c’è un uomo bianco, da otto anni vestito di bianco, che ha ereditato un abito ingombrante, indossato da uno delle più grandi icone pop a livello planetario, Karol Wojtyla.

Un abito pesante, il simbolo di un credo, la traduzione stilistica di una rappresentanza mistica.

Un uomo che ieri dichiara: torno ad indossare il rosso, mi sporco di colore. Torno alle sfumature del sangue, alla palette più umana e terrena. Un colore che non è mai stato solo peccato. Un colore che è vigore, che è rivoluzione, che è rinascita.

Un colore che descrive benissimo le sue parole di congedo. Peccato solo per quel polveroso latino.

Un gesto che è ben oltre la dimensione religiosa, che invoca risveglio non necessariamente cristiano, ma più apertamente filosofico, intellettuale, creativo.

Uno dei più noti esponenti di una fede che generalmente parla alle masse dichiarando cosa è giusto e cosa è sbagliato, depone l’anello e invoca la sua fragilità. Una fragilità non religiosa, ma muscolare, psicologica.

E’ in fondo semplice, dice di non farcela. Annuncia che non può rivestire tale responsabilità e indossare quell’abito. E questo, se portato fuori da ogni preciso contesto, è un gesto di stile nobile, raro, di chi si spoglia davvero. Al di là di quello che si pensi in materia religiosa. Uno di quei gesti che fa il giro del mondo e capita, lo ripeto, ogni settecento anni.

Io non sono cattolico, e nonostante questo, non riesco a fare a meno di pensare che riguardi anche me. E confesso di vergognarmi anche un bel po’. E da quello che leggo, anche permeato spesso da slanci d’ironia, citazioni irriverenti che mi hanno reso partecipe, sento comunque che sia la manifestazione di un disagio che riguarda un po’ tutti. Esattamente come quando si scherza su qualcosa per esorcizzare, in fondo, una qualche paura che non si riesce a definire.

E quindi questo non dovrebbe instillare a tutti un qualche dubbio, una qualche riflessione?

Un chiederci collettivo: non ci eravamo forse persi o intorpiditi nelle nostre piccole cose, fatte di altre cose ancora più piccole? E questo uomo, indipendentemente dall’essere credenti o no, è forse il bambino che urla “Il re è nudo!” perché unico a vederlo, mentre gli altri sono talmente rapiti da quello che quell’uomo rappresenta dal riuscire a vederlo senza alcun abito?

E quindi questo non riguarda forse un po’ tutti, al di là dell’età, delle ideologie, del genere, del ruolo che si ha in quello che chiamiamo “società”?

E ci siamo allora tutti, lì dentro. E tutti, nel proprio infinitamente piccolo, dovremmo forse chiederci se quello che facciamo ha davvero un senso. Un senso, poi un significato, una responsabilità e infine uno stile.

Uno stile che è anche il modo in cui mediaticamente veicoliamo il corpo e la sua immagine. L’abito che creiamo. Il significato che gli diamo. Le persone a cui concediamo di indossarli, certi “vestiti”.

Vestiti che per la prima e unica volta non riesco ad associare a tessuti, trame, forme e riferimenti.

Uno stile molto diverso, che sta dietro a chi gestisce i poteri tutti, mediatici, economici, sociali, politici, e la lista potrebbe continuare all’infinito. Persone che per essere lì, ad esercitare questo potere, dovrebbero avere la legittimazione di tutti gli altri, per l’enorme senso di responsabilità che assumono.

Uno stile che se non necessariamente va rivisto, ma almeno va messo in discussione, interrogato.

E allora sarebbe interessante chiedercelo tutti, che male non ci fa. Indipendentemente dall’essere una qualunque cosa o l’altra, trend setter o follower, stilisti o consumatori, redattori o lettori, creativi o razionali, pensatori colti o rozzi, curiosi o restii.

Chiediamoci se in quello che facciamo, abbiamo davvero uno stile. Proviamo a ricordarci che tutto quello che facciamo, in ogni gesto o intenzione, ha sempre e comunque una responsabilità collettiva. Anche se avesse conseguenze per solo un altro di noi.

Di un solo esito penso di essere certo. Sono sicuro che se davvero lo facessimo tutti, tutti davvero, il risultato non potrebbe che essere qualcosa di migliore dal non averlo fatto.

E tutto sarebbe più bello, anche gli abiti, comuni e non. E chi li indossa.

E se quanto scritto attirerà molte critiche o sembrerà non significare niente…..beh. Sarò coerente. Farò una scelta di stile: mi dimetterò dall’incarico. Forse.

 

“Vestiti con stile!”. Un manuale su come essere sempre “in stile”.

La celebre coppia I MURR, Roberta e Antonio, noti ed apprezzati fashion consultant, personal shopper, stylist e guru del Fashion, presenteranno mercoledì 20 febbraio, in occasione della settimana della moda, alle ore 18.30 presso la Libreria Feltrinelli di Corso Buenos Aires 33 a Milano, il loro primo libro “Vestiti con stile!”.

Roberta ed Antonio, presenti da più di vent’anni nel mondo della moda e conduttori di diverse trasmissioni televisive quali  “TV Buccia di Banana”,  “Viva l’aMurr” e vari format sull’Italian Style, con il manuale “Vestiti con Stile!” ci sveleranno trucchi e segreti per conquistare classe e bellezza, scegliere ed abbinare abiti ed accessori e valorizzare al meglio la nostra persona. Consigli di stile da chi vive la moda ogni giorno con passione e creatività!

I MURR ci guideranno in un viaggio alla scoperta di noi stesse e della nostra femminilità, spesso nascosta, “Riteniamo infatti che amore verso se stessi e piena consapevolezza di sé siano i primi passi da intraprendere per raggiungere uno stile personale che ci valorizzi dalla testa ai piedi” affermano i due style consultant  e, citando una frase di Elizabeth Arden, ricordano: “Non esistono donne brutte, ma solo donne pigre”.

“Vestiti con stile!” è un vero e proprio percorso psico-emozionale  per tornare ad amarci e a valorizzare la nostra figura.

 

Sara Biondi

 

“Vestiti con stile!”

Mercoledì 20 Febbraio , ore: 18,30

La Feltrinelli Libri e Musica,

Corso Buenos Aires, 33 - 20124 Milano MI

Telefono: 02.2023361

E-mail: Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

 

Per info  http://www.imurr.com/

 

 

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