Metti una sera a cena in osteria, Speciale
Non è un gioco di parole: Speciale Osteria è il nome dell'ultimo place to be di Milano. Un ristorante nato con i presupposti di restituire al pubblico i sapori e le atmosfere delle trattorie degli anni Settanta e Ottanta. Il mio periodo storico preferito, quello a cui mi legano i ricordi più profondi e di cui apprezzo, a prescindere, tutto. E questa è la cronaca di una cena che è stata speciale davvero. a Speciale Osteria si entra e si capisce subito che non è uno di quei posti costruiti a tavolino per sembrare nostalgici. Il pavimento in legno originale, le travi a vista, le panche in velluto, la credenza sospesa con oggetti vintage: tutto rimanda agli anni ’70/’80, ma senza forzature. È caldo, accogliente, vivo. Il personale ti accoglie, ti coccola, ti ascolta, si interessa ma si vede che lo fa di cuore, non c'è nessuna affettazione né artificiosità nell'aria. Sono entrata e ho capito subito come mai questo ristorante nel cuore del quartiere Isola, dove la scelta di posti dove passare il pasto e la serata non manca, è diventato in poco tempo un indirizzo che la sera si riempie sempre.
Io ho iniziato con il vitello tonnato della tradizione. Super cremoso, avvolgente, con quella profondità data dal sugo d’arrosto e la foglia di cappero a chiudere il boccone. Un classico fatto come si deve, senza alleggerirlo a tutti i costi e senza strafare.
La tartare con nocciole, erbe di campo, senape e tartufo nero gioca invece su un registro più contemporaneo: croccantezza, freschezza, una nota aromatica che è piacevole al palato senza coprire gli altri sapori. È un piatto pensato, ma resta semplice. E soprattutto, è oggettivamente buono.
Poi i tortelli di zucca fatti in casa. La sfoglia è sottile, il ripieno dolce al punto giusto. Morbidi, con quel pizzico di croccantezza, lasciano solo soddisfazione.
E poi, avevo un desiderio: riscoprire uno dei piatti protagonisti della tavola "importante" delle cene dei miei, di quando ero piccola. Erano i cavalli di battaglia di mia madre: il tacchino in fricassea, il filetto al pepe verde, quello alla Wellington. Ricordo i vassoi che arrivavano in tavola, la mia testa che arrivava appena al bordo, la curiosità di qualcosa che sai che non è destinata a te (io avevo l'infame "menu bambino"), o che al massimo ti toccherà una forchettata. Quella curiosità andava soddisfatta e sapevo che qui avrei trovato quello che la mia curiosità bramava.
Infatti, in carta c'erano sia il filetto al pepe verde che quello alla Wellington. Ho optato per quest'ultimo. Per amor del vero, non mi ricordavo nemmeno precisamente in cosa consistesse, però quel nome altisonante che riecheggiava nella mia testa di bambina era ancora là, a stuzzicarmi le fantasie e il palato. Et voilà.
E' un piatto che oggi si vede raramente e che qui è arrivato in tavola con la sua crosta dorata e la carne tenera, rosata al punto giusto. Al primo taglio mi è tornata in mente casa mia. Le cene che organizzava mia madre quando ero piccola, gli amici seduti a tavola vestiti bene, i bicchieri importanti, il forno acceso per ore. Quel profumo preciso che ti faceva capire che era una serata speciale. E infatti.
Speciale Osteria sta in quell’equilibrio giusto tra trattoria rassicurante e osteria contemporanea. Non vuole essere fine dining, ma nemmeno solo comfort food. È un posto dove vieni accolto bene e mangi altrettanto bene. E quando un posto è così, è logico che ti viene voglia di tornare.
La chiccha finale? Eccola servita: a metà cena, entra Jerry Calà e si siede al tavolo di fianco al nostro.
Non lo abbiamo disturbato, ovviamente. Però diciamo che l’effetto è stato perfettamente coerente con la serata. A quel punto il tuffo negli anni ’80 era completo: Wellington, ricordi d’infanzia e un’icona vera dell’epoca a pochi tavoli di distanza.
Chiamatelo caso. O chiamatela serata Speciale.
