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Intervista a Maurizio Baglini- "L'interprete di musica d'arte deve avere il coraggio di cercare la propria individualità"

 

Maurizio Baglini, uno dei pianisti italiani più apprezzati a livello internazionale, è il protagonista, con Schumann: il pianoforte come poesia”, del quinto appuntamento di Pianismo come arte, domenica 9 febbraio 2025, ore 11.00, c/o Scuola di Musica Cluster- (via Mosè Bianchi 96, Milano).

“Pianismo come arte” è il percorso di ascolto di impronta strettamente classica della rassegna “Musica Senza Confini”.

La rassegna “Musica senza confini” è sostenuta dal Circuito CLAPS, il Circuito Multidisciplinare regionale riconosciuto dal Ministero della Cultura che organizza spettacoli di prosa, danza, circo contemporaneo e musica in tutta la Lombardia. (www.claps.lombardia.it)

Il programma esplora le molteplici sfaccettature del genio di Schumann: dalla delicatezza lirica dell’Arabeske alla spiritualità dei Gesänge der Frühe, passando per la teatralità del Carnaval e l’intensità della Sonata op. 22.

Il recital diventa l’occasione per la presentazione- in anteprima- del nuovo disco di Maurizio Baglini dedicato a Schumann, in uscita a febbraio 2025 per Universal Music. Questa registrazione rappresenta l’apice di un progetto artistico e discografico che ha già visto Baglini realizzare cinque volumi dell’integrale pianistica di Schumann, unanimemente considerati un punto di riferimento interpretativo dalla critica di settore internazionale.

“Schumann- racconta Baglini- è il visionario che ha abbattuto le barriere del suo tempo, creando opere che vivono al confine tra immaginazione e realtà. Ogni suo brano è un invito a immergersi in un mondo di emozioni, ricordi e sogni.”

Pianista dall’approccio innovativo e visionario, con il gusto per le sfide musicali, Maurizio Baglini vanta un’intensa carriera concertistica internazionale.Vincitore del prestigioso World Music Piano Master di Montecarlo, si è esibito nei teatri più importanti del mondo, dalla Scala di Milano al Kennedy Center di Washington, collaborando con orchestre di livello internazionale come la Gustav Mahler Jugendorchester e l’Orchestra Sinfonica Nazionale della Rai.

Interprete di riferimento per il repertorio romantico e post-romantico, in particolare per le opere di Schumann e Liszt, Baglini è tra i pochi virtuosi al mondo a eseguire la “Nona Sinfonia” di Beethoven nella trascendentale trascrizione pianistica di Liszt.

La sua produzione discografica, pubblicata da Decca/Universal, comprende musiche per tastiera di Liszt, Brahms, Schubert, Domenico Scarlatti e Mussorgsky e la collana Live at Amiata Piano Festival. 

Appassionato anche del repertorio cameristico, Baglini ha condiviso il palco con Kristóf Baráti, Enrico Bronzi, Gautier Capuçon, Renaud Capuçon, Cinzia Forte, Corrado Giuffredi, Andrea Griminelli, Gabriele Pieranunzi, Roberto Prosseda, Massimo Quarta, il Quartetto della Scala e altri illustri colleghi.

È direttore artistico dell’Amiata Piano Festival, una delle rassegne più  apprezzate d’Europa, da lui fondata nel 2005 e che dal 2015 si svolge al Forum Bertarelli di Poggi del Sasso (Grosseto, Toscana).

 

Oltre milleduecento concerti come solista e altrettanti di musica da camera. Nel tempo è cambiato il suo atteggiamento mentale prima di una esibizione?

Beh, i numeri andrebbero aggiornati, o per lo meno considerati non come un dato sportivo: in realtà, queste cifre riflettono l’intensità che, a partire dai miei diciotto anni, all’incirca, ha delineato il mio percorso conferendomi una sorta di connotazione “iper-produttiva”. Oggigiorno ripercorrendo questa parte significativa della mia vita, posso dire che non è cambiato niente nell’atteggiamento mentale pre-esecuzione: l’adrenalina, la voglia di ottimizzare ogni tipo di sforzo per risultare convincente nei confronti del pubblico, la paura di deludere gli ascoltatori e dunque me stesso, la voglia di comunicare sono immutati rispetto a quando ho cominciato ad entrare nella professione intesa nel senso più pragmaticamente concreto del termine. La musica esatta, o classica che dir si voglia, è vittima di un dato esecutivo che esige, appunto, una dedizione, un sacrificio ed una passione che escono dall’ordinarietà quotidiana, credo. Forse con l’invecchiamento troverò una tranquillità maggiore, ma per il momento - non so se sia buon segno! - direi che percepisco le stesse sensazioni di quando ero agli albori.

 

La musica classica ha un urgentissimo bisogno di tornare ad acquisire la funzione morale ed emotiva della comunicazione col pubblico- ha dichiarato in una intervista. A suo avviso come si può accendere in platee sempre più vaste questa “urgenza”?

Premesso il fatto che riuscire ad emozionare una platea non significa necessariamente avere sempre una platea numerosa, credo che ci sia una complementarietà fra il quantitativo di pubblico che fruisce della musica classica - globalmente, nel mondo, molto basso, in termini numerici - e la bellezza che i presenti possono percepire durante l’ascolto di un concerto denso di contenuti emotivi. Di fatto, rispetto all’era pre-internet, c’è uno spazio troppo ampio concesso all’ ascolto breve, immediato, sul supporto telematico, rispetto all’ attenzione e all’impegno richiesto da ogni concerto dal vivo: durata, esigenza di silenzio e concentrazione generale sono dati antropologici che oggigiorno faticano a trovare spazio nella società della consumazione continua e sfrenata. Una volta individuata questa urgenza nella formazione globale - ovvero una volta che ogni individuo, nella propria alfabetizzazione, possa contemplare l’esistenza della musica classica così come accade per la matematica, ad esempio - , si potrà auspicabilmente ottenere un allargamento del bacino di pubblico. Oltre a ciò, credo che la logica della capillarizzazione dell’offerta, attraverso, ad esempio, i “concerti di quartiere “ sia un altro passaggio fondamentale per rendere fruibile ad un pubblico vasto, ma soprattutto eterogeneo, la percezione di esistenza di questo meraviglioso patrimonio culturale che è la musica d’arte.

 

Schumann attribuiva un ruolo essenziale al nesso tra musica e letteratura…è così anche per lei?

Decisamente. Direi che è valso per Beethoven, ad esempio, vale oggi per la musica contemporanea - basti pensare alla nuova, prossima produzione del Teatro alla Scala, “ Il Nome della Rosa “ di Francesco Filidei - , per il teatro mozartiano ispirato a Beaumarchais e rielaborato da Da Ponte, per il repertorio sinfonico di Gustav Mahler. Ciò detto, Schumann ha avuto il coraggio, in quanto genialissimo esponente del romanticismo più estremo, di codificare questo nesso interdisciplinare in una dimensione puramente emozionale, dando inizio, di fatto, ad una sorta di messaggio sinestetico vero e proprio: si ascolta un determinato suono e si percepisce una parola, si ascolta una frase musicale, e si rilegge un testo poetico.

 

La musica da camera, troppo frequentemente, è ancora considerata una sorta di declassamento. Da appassionato del repertorio cameristico, che ne pensa?

E’ un pessimo messaggio che andrebbe urgentemente corretto. Di recente, una mia allieva mi ha detto: “ con la musica da camera non si mangia “. Premesso il fatto che - come ho cercato di spiegarle - ciò non sia propriamente corrispondente alla realtà, dovremmo innanzitutto fare un conto statistico: la musica da camera copre una percentuale elevatissima della produzione globale della musica classica, in primis. L’etimologia stessa del genere fa capire che essa nasce per esser destinata ad un pubblico relativamente ristretto: ancora una volta, qualità e quantità non devono per forza andare di pari passo, per carità. Tuttavia, serve un coraggio culturale che arresti il fenomeno secondo cui una produzione è valida quando attira molte persone, a prescindere dalla proposta contenutistica stessa e dal risultato artistico ad essa relativo. Parlando poi di pianisti, possiamo dire che Richter, nella sua dimensione storicamente insuperabile a livello di poliedricità, ha dimostrato quanto un Concerto quale l’op.82 di Brahms possa stare allo stesso livello di un ciclo liederistico schubertiano, ad esempio. Recentemente, per citare un esempio concreto, il trio Jansen, Maisky, Argerich, parlando di stratosfera non solo artistica, ma anche mediatica, ha dimostrato quanto la musica da camera sia tanto difficile quanto necessaria.

 

 

Ogni musica che viene affrontata, anche quella di Mozart, Beethoven, Schumann, quella dei compositori con i quali non è più possibile parlare, va affrontata come se si trattasse di musica contemporanea- ha dichiarato. Entro quali confini si muove la libertà d’azione dell’interprete?

Personalmente - e me ne assumo tutte le responsabilità - credo che l’interprete debba, in relazione anche alle problematiche a cui abbiamo poc’anzi fatto cenno, assumere più coraggio nella ricerca della propria individualità e originalità. Noi interpreti, traduttori di fatto di un patrimonio tanto intramontabile quanto datato, dobbiamo agire senza cambiare le note, certo, ma possiamo, anzi oso dire dobbiamo, intervenire drasticamente su agogica, dinamica, timbrica, collocazione della musica stessa nello spazio e nel tempo. Senza questo coraggio di cercare qualcosa di sorprendente, rischiamo di congelare la sublime dimensione della musica d’arte ad una sfera auto-referenziale. L’interprete è colui il quale permette un ascolto dal vivo: non deve piacere a tutti, anzi, deve suscitare emozioni, riflessioni e anche opinioni discordanti. Il contraddittorio, per intenderci, è ciò che fa riflettere sempre. Il difficile, in questo tentativo a mio parere ancora troppo poco condiviso, è non scadere nell’effettismo artificioso ed effimero della sorpresa fine a se stessa.

 

 

Domenica terrà un concerto sul palco della ClusterHouse. La scuola di musica Cluster è all’avanguardia nell’unire la dimensione prettamente formativa a quella del momento performativo, concepito come incontro?

Conosco alcuni giovani che hanno mosso i primi passi in tale contesto e conosco oggi alcuni docenti pianisti che operano all’interno della ClusterHouse: sono dunque molto curioso, nel senso più nobile del termine, di incontrare questa realtà che si colloca in una dinamica qualitativamente consolidata. La percezione esterna che ho , intesa come aspettativa pre-concerto, è quella di un contenitore che sappia coniugare l’esigenza sociologica dell’intrattenimento con la dimensione culturale vera e propria. Spero dunque di dare un contributo concreto a qualche spunto di riflessione che ogni momento di incontro deve auspicabilmente offrire ad ogni ascoltatore. Potrò poi rispondere con contezza di dettagli a questa domanda domenica all’ora di pranzo!!!

 

Claudia Erba

 

 

 

 

 

Redazione Nerospinto

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