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Intervista a Vincenzo Greco, in arte Evocante- Battiato, Waters, Ferretti e De André accomunati dal senso civile

In uscita il 18 aprile su tutte le piattaforme digitali e, in versione cd, nei migliori negozi di dischi l’album “A quiet day” (Dialettica Label/Tunecore/La Stanza Nascosta Records) del cantautore, artista multimediale e saggista Vincenzo Greco.

 

Dal 18 aprile è inoltre disponibile il libro di Vincenzo Greco “Il tempo moderno e i suoi inganni. Riflessioni critiche nella musica: Ferretti, De André, Battiato, Waters”, edito da Arcana Edizioni, con prefazione di Paolo Benini. Il libro è accompagnato dalla rilettura di Greco de “La domenica delle salme” di Fabrizio De Andrè e Mauro Pagani, in uscita il 18 aprile su tutte le piattaforme digitali per Dialettica Label/Tunecore. 

Nel brano il basso è suonato dal musicista e produttore Salvatore Papotto.

Nerospinto ha incontrato il cantautore, artista multimediale e  Vincenzo Greco per una chiacchierata su questa tripla uscita.

Io non sono per il less is more, logica che apprezzo in certi contesti ma che a volte è utilizzata come un luogo comune dietro il quale nascondere la pochezza. Se si ha tanto da dire e da dare, io credo che è bene lo si faccia- avverte nella sua pagina fb.

 

Oggi sono quindici anni dalla scomparsa del giornalista e scrittore Edmondo Berselli. Se avesse conosciuto Vincenzo Greco forse avrebbe cambiato parere, i maestri esistono ancora.

 

 

A distanza di pochissimo dall’ultimo lavoro in studio, “All’improvviso- Canzoni Lievi”, pubblica un nuovo album solo strumentale, “A quiet day”. I due album sono legati da una “contiguità” (intesa non in senso di vicinanza temporale)?

 

Si, A quiet day prende le mosse proprio dal brano che chiude All’improvviso, e che non a caso si intitola Finale aperto ed è strumentale, molto vicino alla musica classica. Non c’era nulla di preordinato, è che io mi faccio trascinare dalle onde delle cose che faccio e quindi proprio perché quell’album si è chiuso in modo aperto, con una musica che chiude e allo stesso tempo lascia irrisolte alcune cose, ho dato sviluppo proprio a tutto ciò che è rimasto in sospeso. 

La canzone che precede questo finale aperto, Raccontami di te, del resto, si chiude con un verso che è pure di apertura, “raccontami ancora di te che non mi stancherò”. Il nuovo disco prosegue il racconto a suo modo, solo in forma musicale, riprendendo peraltro quelle sonorità che hanno caratterizzato i quattro intermezzi di All’improvviso che, a quanto mi è stato detto da più parti, sono piaciuti molto.

Ma non è la prima volta che prendo le mosse dalla chiusura dell’album precedente. Anche All’improvviso, a ben pensarci, prende le mosse dall’ultima mia canzone di Siamo esseri emozionali (non considerando il Gommalacca medley, che è una sorta di bonus track, un tempo l’avrei messa come ghost track). Alla fine di un album electro rock ed arrembante come quello c’è un classico pezzo da cantautore come Belle giornate. E da lì sono partito per il successivo disco, che è sicuramente il più cantautoriale di quelli finora da me realizzati.

 

 

Dal 18 aprile è disponibile anche il libro “Il tempo moderno e i suoi inganni. Riflessioni critiche nella musica: Ferretti, De André, Battiato, Waters”(Arcana Edizioni).

Dobbiamo aspettarci un saggio o qualcosa di diverso?

 

Paolo Benini, un amico ma soprattutto una gran testa pensante, alla cui firma ho tenuto molto per la prefazione del testo, ha iniziato proprio chiedendosi dove sarà collocato questo libro nelle librerie. Si è anche dato una risposta pratica, perché sarà messo sicuramente tra gli scaffali dei libri di musica, concludendo che tuttavia la sua collocazione ideale starebbe in realtà nella saggistica di tipo socio-filosofico.

È effettivamente un libro particolare che, come quasi tutto quello che io faccio anche a livello artistico, attraversa i generi.

I quattro autori citati sin dal titolo non sono studiati a sé stanti ma come testimoni, direi quasi guide o accompagnato, di una serie di riflessioni che le persone più attente e sensibili non possono non porsi circa la vita che viviamo. A volte, infatti, nel nome di qualcos’altro a noi estraneo, pare che le nostre vite siano come teleguidate, gli obiettivi predeterminati, i ritmi già imposti.

Ci crediamo liberi ma in realtà non lo siamo. E non solo per via degli impulsi interni (Battiato cantava “ma l’animale che mi porto dentro non mi fa vivere felice mai..”) ma anche per via di una serie di comportamenti sociali dai quali, anche volendo, non riusciamo a tirarci fuori perché ci siamo dentro fino al collo.

Tutto si fa più affrettato, tutto si fa di corsa, non c’è più tempo per nessuna riflessione o per la maturazione, su tutto si esigono risposte immediate, e questo avviene in qualsiasi campo, da quello lavorativo a quello personale. Io credo che questo sia il precipitato ultimo della grande legge del consumismo molto ben espressa da un verso di una canzone dei CCCP Fedeli alla linea, “produci, consuma, crepa”.

Inevitabile che quindi questo sia anche un libro accompagnato da un afflato politico. Infatti richiamo spesso il pensiero di Pasolini, a cui indirettamente il testo è dedicato.

Accanto a questo, però, c’è anche l’afflato filosofico, oserei dire spirituale, che costituisce la luce di risposta al buio della vita passata in modo automatico, ansioso e anonimo. E che nelle canzoni assume un valore a volte persino poetico.

Il libro alterna tra questi due poli, mettendo insieme le visioni laiche di De André e Waters con quelle più spirituali di Battiato e Ferretti, e scoprendo che questa distinzione non è poi così netta, essendoci alcuni punti di contatto anche tra autori così lontani.

 

 

 

Cos’hanno in comune autori così lontani come Battiato, Waters, Ferretti e De André?

 

Alcuni sono molto lontani tra di loro, credo che la distanza massima sia tra Battiato e Waters. Ma in ognuno c’è un senso civile, un non dimenticare che viviamo in un certo tempo e con certe sconcezze davanti alle quali non si può voltare lo sguardo.

De André guarda all’uomo organizzato e ne sottolinea gli orrori, Waters guarda all’uomo assetato di potere e ne sottolinea la crudeltà, Battiato guarda all’uomo preda di mille impulsi egoici ed animaleschi e ne sottolinea la lontananza dalla spinta naturale all’evoluzione, Ferretti, con fare più enigmatico e a tratti ambiguo (non capendosi a volte bene dove finisce la riflessione e dove inizia la provocazione) guarda pure al potere e al contropotere e ne sottolinea tutte le sue ipocrisie, scegliendo la verità espressa dalla natura e dalle tradizioni, a partire dalla famiglia per arrivare alla religione.

Tutti guardano all’uomo e alle violenze che è in grado di produrre, e se ne dolgono. Ognuno con una poetica ben diversa, ma tutti avendo orrore delle ipocrisie e delle finzioni: sono, pertanto, accomunati da un afflato civile e da una ricerca di verità.

 

Il libro è accompagnato da una rilettura de “La domenica delle salme” di De Andrè- Pagani. È un brano, per certi versi, scomodo, oltre che profetico…

 

Sì, è un brano che è un pugno nello stomaco perché chiama in causa un po’ tutti come corresponsabili di quello che De André ha chiamato il golpe silenzioso che c’è stato in Italia a partire dagli anni 60. Persino i cantautori sono chiamati in causa, nel loro arretrare dalle loro “lingue allenate a battere il tamburo, adatte per il vaffanculo” in favore della pecunia e della fama facile fatta di canzonette facili facili.

Che il brano sia scomodo lo si capisce da come venga molto poco eseguito dalle miriadi di cover band su De André, le quali preferiscono puntare sulla solita immagine stereotipata di questo grande artista, depurandolo da ogni aspetto politico e sociale. In ciò, sostanzialmente, svilendolo a figurina buona per il grande pubblico, come è successo ad esempio nella fiction Rai a lui dedicata, in cui non è fatto alcun cenno del suo pensiero politico e della sua visione anarchica, e neppure del recupero delle tradizioni locali e dialettali (non oso immaginare come sarà quella su Battiato, per la sceneggiatura della quale si stanno già scatenando appetiti che non ti dico, molto lontani dalla visione di Battiato…).

Quelle cover band che pensano molto al guadagno e quindi al grande pubblico, non ci pensano nemmeno a proporre brani come La domenica delle salme, che dal grande pubblico non è conosciuta e comunque non sarebbe apprezzata perché ci chiama tutti in causa, smascherando una ipocrisia di fondo che è quella tipica borghese. Lo fa alla maniera unica di De André, cioè senza giudicare, ma mettendoci davanti fatti davanti ai quali non ci si può non interrogare su quanto siamo stati ciechi, pigri, ottusi e arrendevoli davanti certe violenze sorde e senza spari né “spargimenti di sangue o di detersivo” che, come ci aveva avvertito Pasolini, hanno mutato la stessa antropologia.

Io credo che grandi artisti come De André non vadano trattati in modo addirittura contrario ai loro intenti, io credo infatti che si debba recuperare il loro messaggio, e non solo quello che aggrada a chi lo ripropone, accarezzando il grande pubblico e, come direbbe De André, la pecunia.

Una operazione veramente artistica sarebbe quella di proporre spettacoli dove far capire non solo quanto erano belle certe sue canzoni, ma anche far passare tutti i suoi messaggi, compresa la riflessione sull’anarchia come stato ideale di non violenza e di rispetto reciproco, l’amore per gli ultimi e i diseredati, la passione per la verità e la coerenza, il sospetto verso ogni forma di potere (“non esistono poteri buoni”).

Per questo il copia-incolla imitativo degli innumerevoli “omaggi a…” mi ha stancato – e non parlo solo delle cover band che ormai, sempre per questioni di soldi e non certo artistiche, hanno il monopolio dei locali dove si fa musica ma anche dei progetti di artisti di grido. Perché non ci vedo nulla di artistico, nulla di originale, nessuna ricerca di una nuova angolatura da dove vedere le cose che questi grandi artisti avevano visto con grande anticipo.

La mia versione di La domenica delle salme, memore della lezione sulle cover che ci ha dato Battiato, rispetta la struttura melodica ed armonica ma si diverte a dare un vestito diverso: io da anni volevo cimentarmi con una versione che salisse, più veloce, fino a diventare arrembante così da dare quel senso di incubo che nella irripetibile versione originale è data dalla sospensione, dalle pause, dai silenzi, dagli interstizi sonori tra i silenzi dove la voce profonda di De André si incastonava perfettamente con un senso di inquietudine che nessuno, nemmeno il suo più perfetto imitatore, riuscirebbe mai a ridare.

E anche nel canto l’ho fatta mia: sarebbe pretenzioso e inutile cantare “come De André”. Imitare qualcuno non è interpretarlo. E quindi con tutti i miei limiti, che di certo non aveva De André, l’ho fatta mia, e credo che il senso di indignazione e di frustrazione esca fuori lo stesso.

 

 

 

Il funerale descritto nel brano è quello degli ideali e dell’Utopia- scrive nel suo libro, a proposito de La domenica delle salme. Secondo lei c’è ancora uno spazio di speranza, in qualche modo?

Quella canzone nasce subito dopo la caduta del Muro di Berlino. La preoccupazione di De André era che, insieme al muro, cadessero anche tutti quegli ideali che avevano fatto nascere il comunismo e che poi erano stati completamente traditi e ribaltati con il passaggio dall’ideale filosofico all’ideologia politica e militare della dittatura comunista. Anche Roger Waters aveva manifestato questa stessa preoccupazione, e proprio a Berlino, nelle interviste di presentazione del concerto The Wall organizzato proprio per festeggiare la caduta del Muro.

L’ideale comunista tendeva ad affermare la negazione di ogni forma di sopraffazione e di sfruttamento. Da cui, l’affermazione di ideali di uguaglianza e di sviluppo del valore umano. Certo, se poi la si vuole buttare nella superficiale caciara è facile fare finta di dimenticare che il comunismo tutto è stato tranne che realizzazione di questi ideali ma solo una tragica dittatura basata proprio sulla violenza, sulla sopraffazione e sulla morte. Ma si dimentica, appunto, di dire che questo comunismo non ha nulla a che fare con gli ideali iniziali ed è stato, invece, una dittatura bell’e buona.

Coloro che non avevano e non hanno a cuore questi ideali hanno allora avuto una grande occasione per stimolare questa gran confusione tra idea e ideologia e, per dirla metaforicamente, buttare con l’acqua sporca pure il bambino. E sono i liberisti, quelli che, analogamente a come hanno fatto i comunisti dittatori, hanno confuso un grande valore come la libertà con l’ideologia del liberismo.

Il loro modello è il liberismo sfrenato, l’ipercapitalismo che ha prodotto un consumismo che è diventato misura unica delle cose e dell’uomo. Hanno fatto sì che certi ideali diventassero ferro vecchio, dall’uguaglianza tra gli uomini (intesi come genere umano) alla difesa della dignità dei lavoratori e della tutela dei più deboli. Tramutando il cittadino in un consumatore. Si ha importanza solo nel momento in cui si è consumatori e soggetti esprimenti preferenze legate al consumo. Perché il mercato prevale su tutto, i soldi devono girare, così che anche quelli sporchi si ripuliscano più facilmente, e nulla è più distinguibile.

Mi si chiede se c’è ancora margine per la speranza.

Se devo risponderti in modo sincero, ti dico di no, soprattutto pensando a un paese come l’Italia, fatto di clientele, di furbizie, di grandi e piccole ipocrisie, di lotte per il potere basate sui legami di tipo politico-clientelare, dove fai carriera solo se fai favori ai potenti, inchinandoti al loro diktat, tanto che ormai spesso non è nemmeno necessario che lo esprimano, questo diktat, tanto il meccanismo dell’assenso esecutivo è ormai ben oliato.

Un paese dove non a caso il merito è visto con molto sospetto, perché chi merita spesso è anche uno che ha la schiena e la dignità abbastanza dritte da saper dire i suoi no, rifiutando la trasformazione in quel soldatino lecchino ed esecutore funzionale al potere.

Lo stesso De André si è così indignato che, a un certo punto - in Smisurata preghiera, il suo testamento spirituale di cui parlo molto nel libro, un brano che mi commuove sempre tanto - si rivolge al Signore richiamandolo addirittura a un dovere, quello di proteggere gli ultimi e i reietti, i servi disobbedienti alle leggi del branco.

Però mi rendo conto che la mia è una risposta troppo tranciante e pessimista, non in linea con il mio temperamento, e allora preferisco pensare al verso finale del brano Il serpente, altro brano da me trattato nel libro, che chiude Apriti sesamo, l’ultimo album di canzoni di Battiato: “Il denaro striscia come il serpente, nelle città d'occidente così si celebra, ma da qualche parte un uomo nuovo sta nascendo”.

 

 

Redazione Nerospinto

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