Intervista a Sara Rotunno- La contaminazione come linfa vitale del jazz e di ogni espressione artistica
Nerospinto ha incontrato Sara Rotunno, cantante, compositrice e arrangiatrice jazz. Con il Duni Jazz Choir, diretto da Mario Rosini, ha calcato palchi importanti ed ottenuto importanti riconoscimenti: un tour insieme a Fabrizio Bosso e Simona Bencini (2018) nelle città di Roma, Forlì e Prato; il secondo posto al Global Music Awards per il brano “Love Collision” (2018) e la registrazione del disco “Wavin’ Time” nel 2022, dopo aver conquistato nello stesso anno il premio “La Musica di Sofia”. Per (e con) il Duni Jazz Choir, ha inoltre curato l’arrangiamento di “Frosty The Snowman” (2023) e ha preso parte alla colonna sonora del film “Chi ha rapito Jerry Calà?” (Vargo Film, 2023) diretta da Sandro Di Stefano.
Del 2020 è la collaborazione con Warner Music Italy come corista per l’album “1920”di Achille Lauro, insieme alla big band “The Untouchable Band” di Dino Plasmati, con cui ha anche inciso il disco “Taste of Jazz” (2022). Nel 2023 ha pubblicato il suo primo album di inediti con il gruppo neo-soul “The Synthomatics”,“Take Care”, vincendo il bando “Record” di Puglia Sounds. Il progetto discografico è stato accompagnato da un tour promozionale, nel 2024, in Italia, Lussemburgo e Paesi Bassi. Nello stesso anno è stata selezionata per l’iniziativa “All You Have to Do is Play!” di Emme Produzioni, che ha finanziato la produzione del suo ultimo album jazz di inediti “Inward Songs”.
L’artista ha appena vinto il Contrapunctum Jazz Contest 2026, nell’ambito del Contrapunctum Jazz Festival 2026, in programma dal 25 al 28 giugno 2026 presso il Teatro Civico di Sassari.
Il contest, dedicato ai giovani talenti del jazz italiano, ha visto la vittoria- premiati da una giura internazionale composta da Harry Allen, Rossano Sportiello e Joan Chamorro- della cantante, compositrice e arrangiatrice jazz Sara Rotunno nella sezione Giovani Compositori e, in quella Ensemble jazz, del Marco Morandini Trio, guidato dal giovane pianista Marco Morandini.
Qual è l’esperienza più importante, a suo avviso, che le ha regalato la partecipazione al Duni Jazz Choir, diretto da Mario Rosini?
Senza dubbio il tour con Fabrizio Bosso e Simona Bencini, nel settembre 2018. Si trattava di una tournée di tre concerti, tenutisi a Roma, Prato e Forlì, organizzata e finanziata da Music for Love, associazione che ancora oggi si occupa di progetti benefici finalizzati alla costruzione di scuole in Africa. Oltre a essere stato un bellissimo momento di condivisione, poiché ero insieme ai miei compagni di coro, persone speciali e piene di entusiasmo, ho avuto la possibilità di entrare in stretto contatto con artisti eccezionali come Fabrizio Bosso e i suoi musicisti, Simona Bencini e lo stesso Mario Rosini, al quale saremo sempre grati per la fiducia e la stima che ha riposto in noi fin dall’inizio.
Su Doppio Jazz, del suo ultimo lavoro, Inward Songs (Emme Record Label), la redazione ha scritto: Il sound si evolve di traccia in traccia, spaziando da atmosfere tipicamente wheeleriane, che dominano il mood generale, a echi hardboppiani, fino a incursioni nella musica popolare argentina.
La contaminazione e l’ibridazione sono coessenziali al linguaggio jazzistico?
Certamente! La contaminazione e l’ibridazione rappresentano la vera linfa vitale non solo del jazz, ma dell’espressione artistica in senso più ampio. La curiosità e l’esplorazione di linguaggi e generi diversi costituiscono per me uno stimolo continuo: prendo ciò che mi piace e lo rielaboro liberamente, inserendolo nel mio percorso creativo. È proprio attraverso questo processo che costruisco il mio linguaggio personale e la mia produzione musicale.
Se dovesse descrivere in tre aggettivi la sua musica?
Introspettiva, trasversale, lirica.
Il libro che ha sul comodino?
“Il vecchio e il mare”, di Ernest Hemingway.
L’ultimo riconoscimento che ha ricevuto, in ordine di tempo, è la vittoria del Contrapunctum Jazz Contest, nella sezione Giovani Compositori. E’ stata premiata da una giuria internazionale composta da Harry Allen, Rossano Sportiello e Joan Chamorro…che effetto le ha fatto?
È stata una notizia del tutto inaspettata e bellissima, che mi ha riempito di orgoglio. Per una persona come me, che crede nei risultati a lungo termine e nel lavoro costante, è stata una conferma importante del fatto che sto procedendo nella direzione giusta e che il mio modus operandi sta dando i suoi frutti.
Oltre al Contest e alla dimensione live, Il Contrapunctum Jazz Festival prevede anche un ciclo di incontri formativi e masterclass con docenti e artisti di profilo internazionale. Quanto conta l’alta formazione nel jazz e nella musica in generale?
Direi che è fondamentale; per potersi occupare di musica in modo consapevole è importante averla studiata a fondo, non solo dal punto di vista tecnico ma anche storico e stilistico, e la formazione è un processo continuo che accompagna tutta la vita di un musicista. Nel jazz, in particolare, il contatto diretto con docenti e artisti di alto profilo è un’opportunità preziosa, perché permette di confrontarsi con approcci diversi e di mettere in discussione il proprio linguaggio; è proprio in questo dialogo tra studio, pratica e confronto che si costruisce una vera identità musicale.
