Martin Parr in mostra al Mudec con "Short & Sweet"
«Se in un anno riesco a scattare sei foto buone, è stato un anno fertile» Il fotografo inglese Martin Parr si racconta alla presentazione della mostra Short & Sweet, dal 10 febbraio al 30 giugno al Mudec di Milano
«Si può imparare di più sul Paese in cui si vive da un comico che dalla conferenza di un sociologo». Così parlò Martin Parr, che non è un comico, ma il cui modo di rappresentare la realtà che lo circonda ha da sempre un’impronta fortemente sociologica. Classe 1952, il fotografo di Epsom, cittadina britannica nella contea del Surrey, è tra i documentaristi più riconosciuti e influenti del nostro tempo. Il suo sguardo, inconfondibile per l’ironia con la quale riesce a posarsi sull’ambiente circostante, cattura spicchi di vita quotidiana lasciati spesso sguarniti dai suoi colleghi. «Ho sempre cercato di fotografare aspetti che gli altri fotografi non rappresentavano», spiega l’artista presentando la mostra Short & Sweet, in esposizione al Mudec di Milano dal 10 febbraio al 30 giugno.

«La maggior parte dei fotografi si muove alla ricerca degli estremi, in contesti di grande agiatezza o di povertà estrema. Io ho scelto di specializzarmi sull’ordinario, osservando la classe media nelle sue azioni più solite, dallo shopping nei negozi alle cene nei ristoranti. Chiamatemi pure antropologo, se volete». È forse per questa ricerca spasmodica di autenticità che l’autore e curatore degli oltre 60 scatti raccolti al Museo delle Culture ipotizza un titolo alternativo per l’installazione: «Honest & Tender spiegherebbe ancora meglio la mia fotografia, una contraddizione alla propaganda dalla quale siamo avvolti».

C’è infatti un’empatia palpabile negli occhi di Parr, un’indulgenza felliniana nello zoomare sulle debolezze del genere umano, sui suoi eccessi, sulle sue incoerenze. Al pulpito moralista preferisce un umorismo bonario e sfrontato spesso scambiato erroneamente per dileggio. «Siamo circondati da umorismo, la gente è uno spasso. Perfino i fotografi che poco fa mi si paravano davanti coi loro obiettivi erano divertenti». Guardando le fotografie di Martin Parr sembra quasi di udire in sottofondo le note di God Save The Queen; la sua opera trasuda britishness, è come una tipica freddura inglese. «Mi sento molto inglese, in effetti. Quello col mio Paese è un rapporto di amore e odio. La Brexit, per esempio, è una delle cose che odio: è stato un momento di umiliazione nazionale».

Short & Sweet è un concentrato dell’immaginario “parriano”, un ventaglio di istantanee in cui regnano colori saturi, spiccatamente Pop. «Il mio colore può essere gioioso e deprimente allo stesso tempo. L’ho rubato alla pubblicità per adattarlo alla fotografia documentarista. Prima della fine degli anni Settanta, la fotografia a colori era fortemente associata all’ambito commerciale. Nonostante sia affezionato al mio periodo bianco e nero (parliamo comunque di 15 anni di vita), non tornerei mai indietro». Il percorso espositivo si apre proprio in bianco e nero, con la serie The Non-Conformists, raccolta di immagini scattate tra il 1975 e il 1980 da un Martin Parr appena uscito dalla scuola d’arte, ma con un’identità estetica già ben delineata nell’osservazione degli scorci metropolitani londinesi e delle periferie dello Yorkshire.

Dagli scatti meteorologici ancora in bianco e nero di Bad Weather, pubblicati nel 1982, si passa poi a The Last Resort, reportage sulle vacanze cheap inglesi a New Brighton (località balneare a pochi chilometri da Liverpool) che si traduce in una rappresentazione plastica della decadenza dei costumi e della fine dei valori del proletariato travolti dal consumismo. È il primo lavoro a colori del fotografo Magnum, nonché primo vero esempio della cifra stilistica che ne caratterizzerà l’opera di lì in avanti.
La mostra prosegue con i progetti che lo consacrano come artista mondiale, da Common Sense e Small World a Establishment, fino a Life’s a Beach, per chiudersi con la serie Fashion, una collezione di foto realizzate tra il 1999 e il 2019 per riviste di moda e in occasione di sfilate. Secondo Martin Parr la fotografia, oltre a essere una vocazione e una fonte di guadagno, ha un valore terapeutico: «Senza di essa impazzirei. È la ricerca costante di un rapporto col mondo».

Del suo rapporto con l’Italia, nello specifico, parla come di un amore che si rinnova quasi annualmente: «Sono molto affezionato all’Italia, alla sua gente. Fuori dal Regno Unito, è il Paese dove ho scattato di più in assoluto. Mi piacerebbe dedicarle un libro, in futuro. Sono sempre stato colpito dalla vivacità delle persone, dal loro modo di affollarsi sulle spiagge in estate. Ed è sorprendente come verso la fine di settembre i lidi si svuotino, mentre fuori ci sono ancora 30 gradi. Con una temperatura del genere, in Inghilterra, i notiziari non farebbero che parlare di “ondata di caldo”».
Guardandosi indietro e ripensando alla mole di immagini prodotte in 50 anni di carriera, Parr si lascia andare a una riflessione estemporanea: «È incredibile quante foto brutte si debbano scattare per averne una buona. Se in un anno faccio 6 foto davvero valide, significa che è stato un anno fertile».
