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Il Calabria Movie Film Festival si prepara alla sua settima edizione con una novità significativa: per la prima volta la giuria sarà composta da cinque professionisti del cinema e dell’audiovisivo. Dal 27 al 30 luglio, Crotone tornerà così a ospitare una manifestazione dedicata alla cinematografia breve, con cortometraggi provenienti da tutto il mondo e un’attenzione sempre più forte alla qualità dello sguardo, alla ricerca e alle nuove forme del racconto.
A valutare le opere in concorso saranno il produttore e talent manager Daniele Orazi, il regista e divulgatore cinematografico Antonino Giannotta, l’attrice Claudia Tranchese, l’attrice e regista Karen Di Porto e l’attore Ludovico Tersigni. Una giuria volutamente composita, che mette insieme percorsi, generazioni e sensibilità differenti: dalla rappresentanza artistica alla recitazione, dalla regia alla divulgazione, fino al rapporto sempre più stretto tra cinema, televisione, piattaforme e comunicazione digitale.
La scelta racconta bene l’identità che il festival sta costruendo anno dopo anno. Non solo una vetrina per cortometraggi, ma uno spazio in cui il cinema breve viene considerato per quello che è: un linguaggio autonomo, capace di intercettare talenti, sperimentazioni e storie che spesso anticipano direzioni future dell’audiovisivo.
Tra i nomi più autorevoli della giuria c’è Daniele Orazi, fondatore della DO Agency e figura centrale nel lavoro di rappresentanza artistica in Italia. Nel corso della sua carriera ha accompagnato il percorso di attori e registi tra i più riconosciuti del panorama nazionale, contribuendo alla crescita di produzioni arrivate nei principali festival internazionali.
Accanto a lui ci sarà Antonino Giannotta, regista, attore e divulgatore cinematografico calabrese, conosciuto anche attraverso i suoi canali social. La sua presenza porta in giuria uno sguardo trasversale, capace di collegare il cinema d’autore alle nuove modalità con cui oggi il pubblico scopre, commenta e attraversa le immagini.
Il mondo della recitazione sarà rappresentato anche da Claudia Tranchese, volto noto al pubblico televisivo e cinematografico. Ha preso parte a serie come I bastardi di Pizzofalcone, Gomorra - La serie, Generazione 56K e al film Netflix Sotto il sole di Riccione. Tra i lavori più recenti, il ruolo di Elisa Greco adulta nella quarta e ultima stagione de L’amica geniale e la partecipazione alla fiction La Preside, ispirata alla storia vera di Eugenia Carfora a Caivano, al fianco di Luisa Ranieri.

Claudia Trachese (foto: Calabria Movie Film Festival)
A portare uno sguardo da interprete, sceneggiatrice e regista sarà invece Karen Di Porto, artista dal percorso personale e riconoscibile, diviso tra cinema, televisione e teatro. Dopo essersi affermata come attrice, ha intrapreso anche la strada della scrittura e della regia con lavori come Maria per Roma, Il grande Boccia e Piazza, il suo primo documentario, dedicato alla propria radice ebraica.
Completa la giuria Ludovico Tersigni, tra i volti più conosciuti della nuova generazione di interpreti italiani. Amato dal pubblico per ruoli in serie come SKAM Italia e Summertime, ha condotto anche X Factor Italia, confermando una versatilità che negli ultimi anni lo ha portato a muoversi tra recitazione, conduzione, scrittura e arte.
“Siamo contenti di avere una giuria così varia, composta da professionisti che arrivano da percorsi diversi ma che, ciascuno a suo modo, racconta molto bene il presente del cinema e dell’audiovisivo”, dichiara la direzione artistica. “Per noi è un valore importante, perché dà ancora più forza al concorso e all’identità di questa edizione. È anche il segno della direzione che il festival sta cercando di prendere: tenere insieme sguardi, esperienze e sensibilità differenti, senza perdere coerenza.”

Karen Di Porto (foto: Calabria Movie Film Festival)
Prodotto da Calabria Movie APS, attiva dal 2020, il festival nasce con l’obiettivo di promuovere un cinema inedito e di qualità nel territorio calabrese, costruendo al tempo stesso un percorso culturale fatto di incontri, eventi e attività durante tutto l’anno. A idearlo sono stati tre giovani professionisti del cinema: Matteo Russo, Luisa Gigliotti e Antonio Buscema.
In un territorio spesso raccontato più per assenza che per possibilità, il Calabria Movie Film Festival prova invece a costruire presenza: portare opere internazionali a Crotone, creare occasioni di confronto, mettere in relazione pubblico, autori e professionisti. La settima edizione conferma questa direzione, scegliendo una giuria che non guarda al cinema da un solo punto di vista, ma ne attraversa le molte trasformazioni.
I biglietti e gli abbonamenti al festival sono disponibili dal 6 luglio.
Informazioni: https://calabriamovie.it/
A Nesso, sul Lago di Como, Samanta e Riccardo hanno dato vita ad un sogno che sa di casa e di strada: un progetto nato per far respirare il lago e le genti che lo vivono, per lasciare che il gusto diventi racconto e che l’accoglienza faccia da bussola, proprio come succede quando le strofe de “Lo sciamano” di Davide Van de Sfroos iniziano a vibrare di quella musica che ti accompagna, un passo alla volta, nella luce, tra pensieri e venti che sanno di verità.
E infatti Briisa de Ness non è soltanto un concetto inserito in una strofa. È anche il senso stesso del luogo: letteralmente la brezza di Nesso, una sfumatura che attraversa le volubili e caleidoscopiche giornate lacustri. Qui il lago non resta sullo sfondo: entra nei momenti, li cambia. All’Hotel Bistrot Pizzeria Briisa de Ness un pranzo in terrazza diventa teatro naturale, una cena si fa più morbida, e perfino il tempo sembra dilatarsi.

La cucina cammina con la stessa filosofia: tradizione e territorio insieme, senza trucco e senza fretta. La materia prima viene scelta con cura, i sapori restano genuini e la mano in cucina è tesa a rispettare la stagione, come si rispetta una promessa. Ci sono piatti capaci di richiamare i classici, ma anche idee in cui la creatività si appoggia alla bontà senza mai stravolgerla. C’è spazio per la carne selezionata, per le specialità di pesce e per i dolci artigianali. E poi c’è la pizzeria, cuore di allegria: impasti a lunga lievitazione, impasti che aspettano il loro momento, che diventano leggeri, fragranti e pieni di sapore.
E quando fuori si apre la stagione delle giornate limpide, la terrazza chiama. Il dehors diventa il luogo delle cose belle: cene romantiche, pranzi in famiglia che scaldano le ore, aperitivi al tramonto con lo sguardo fisso sull’acqua. L’atmosfera resta elegante, sì, ma mai eccessiva: è quel tipo di raffinatezza che non pesa, che invita a restare e a parlare.

Perché Nesso, poi, non è un semplice luogo su una mappa stradale a solo un ora da Milano: è un borgo da ascoltare. Tra vicoli in pietra e magici scorci, ci sono luoghi iconici che fanno da eco alle note dei Van de Sfroos. L’Orrido di Nesso con la sua cascata che scende fino al lago sembra un ritornello che torna uguale, eppure ogni volta diverso. E il ponte medievale della Civera tiene insieme i tempi, come certe storie che attraversano le generazioni. Se poi la giornata ti prende e non vuoi chiuderla subito, c’è anche l’idea di restare ancora un po’: le camere con vista lago permettono di vivere il territorio con più tranquillità.
Rientrare dopo aver scoperto Bellagio, Como, Argegno, Tremezzina e i sentieri panoramici è il modo migliore per dare continuità alla sensazione.
E tutto questo funziona anche grazie a una cosa semplice: l’ospitalità. Lo staff accoglie con professionalità e attenzione ai dettagli, ma senza irrigidirsi. L’obiettivo è trasformare la tua visita in un ricordo fatto di gusto e atmosfera, di servizio presente ma discreto, come una brezza che passa e lascia addosso qualcosa di buono.

Per questo, forse, l’Hotel, Bistrot, Pizzeria Briisa de Ness è proprio così: un frammento di lago e di musica. Una sosta che si ricorda, perché sa di territorio, sa di convivialità, e sa di quella strada interiore che capisci solo quando Lo sciamano ti mette addosso il giusto ritmo.
Hotel, Bistrot, Pizzeria Briisa de Ness
Via Borgonuovo 4, 22020, Nesso (CO)
Mail: Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.
Phone: +39 031 3734223
PRANZO 12.00 – 14.30
CENA 19.00 – 22.30
CHIUSO IL MARTEDÍ
Jazz:Re:Found completa la line-up della sua 18ª edizione e lo fa confermando una direzione ormai chiara: non essere soltanto un festival musicale, ma un’esperienza culturale capace di mettere in relazione linguaggi diversi. Dal 27 al 30 agosto, a Cella Monte, nel cuore del Monferrato Unesco, il festival torna con il claim “HOMECOMING – Where we belong”, una dichiarazione che suona meno come uno slogan e più come una presa di posizione.
Il ritorno a casa, in questo caso, non è nostalgia. È riconoscimento. È la scelta di ritrovarsi in un luogo, in una comunità, in un modo di vivere la cultura che non segue necessariamente la logica dei grandi eventi tutti uguali, costruiti intorno alla rotazione degli headliner e al consumo veloce della performance.
Jazz:Re:Found continua invece a lavorare su un’idea più profonda di appartenenza: al territorio, alla musica, alla comunità che negli anni si è formata attorno al festival. Cella Monte non è più soltanto una cornice, ma una parte viva del progetto. Il Monferrato diventa spazio di ascolto, incontro, scoperta, lentezza.
A completare il programma 2026 arrivano tre nomi molto diversi tra loro, ma coerenti con questa visione: La Niña, Daddy G, membro fondatore dei Massive Attack, e la cheffe stellata Chiara Pavan.
L’arrivo di La Niña porta al festival una delle voci più interessanti della nuova scena italiana. La sua ricerca attraversa lingua, radici mediterranee, memoria popolare e sperimentazione contemporanea, costruendo un ponte tra identità locale e immaginario globale. È una presenza che si inserisce bene nello spirito di Jazz:Re:Found, da sempre attento ai suoni che non si lasciano chiudere in una definizione unica.
A chiudere la programmazione musicale si aggiunge invece Daddy G, figura centrale nella storia della musica elettronica e membro fondatore dei Massive Attack. Il suo DJ set accompagnerà il tramonto della domenica con un percorso tra dub, reggae, soul, hip hop ed elettronica: territori sonori che raccontano bene il dialogo tra passato e futuro su cui il festival ha costruito negli anni la propria identità.
Questi nuovi nomi si aggiungono a una line-up già ricca, che comprende tra gli altri Acid Arab, Aja Monet, Amy True, Danilo Plessow, DJ Storm, Gilles Peterson, Habibi Funk, Haseeb Iqbal, Kirollus, Lou Nour, Mind Enterprises, Mr. Scruff, Sami Galbi, Tereza, Tom Skinner, Toy Tonics, Turbolenta e Venna. Un programma che non cerca l’effetto accumulo, ma una trama: jazz, elettronica, club culture, spoken word, soul globale, contaminazioni mediterranee.

I Mind Enterprises (foto: Jazz:Re:Found Garden)
Accanto alla musica, Jazz:Re:Found allarga ancora una volta il proprio campo d’azione. La presenza di Chiara Pavan, tra le interpreti più riconosciute della cucina contemporanea, porta dentro il festival il tema della gastronomia come linguaggio culturale. La cheffe sarà protagonista di una capsule dedicata che comprenderà la presentazione del suo nuovo libro, un dialogo con Raffaele Costantino all’interno di Clan Acustico e la cura di uno speciale appuntamento musicale.
È un passaggio significativo, perché racconta bene cosa Jazz:Re:Found sia diventato negli anni: non un contenitore di concerti, ma una piattaforma dove la cultura si muove tra discipline diverse. La musica dialoga con la cucina, l’arte contemporanea con il paesaggio, il benessere con l’esperienza collettiva.
Anche l’arte conferma questa traiettoria. Rossella Filippini presenterà un nuovo progetto site-specific negli spazi di Palazzo Radicati, mentre l’installazione partecipativa FILO di Gabriele Viscovo contribuirà a trasformare il patrimonio storico del borgo in un luogo aperto alla ricerca contemporanea. Non semplici interventi collaterali, ma parti di un racconto più ampio, in cui il festival attraversa il paese e lo mette in relazione con chi lo vive.
La domenica cambia volto rispetto a quanto annunciato inizialmente: gli act di Daddy G e La Niña sostituiscono l’headline show di Berlioz, impossibilitato a partecipare per motivi indipendenti dalla volontà dell’organizzazione e dell’artista. Una variazione che non indebolisce il programma, ma ne ridefinisce l’energia, portando sul palco due percorsi artistici capaci di dialogare con l’identità profonda del festival.
“HOMECOMING” diventa così il cuore simbolico dell’edizione 2026. Non un ritorno indietro, ma un ritorno consapevole a ciò che ha reso Jazz:Re:Found riconoscibile: la cura della proposta, l’indipendenza dello sguardo, il rapporto con il territorio, la capacità di costruire comunità attorno alla musica e non soltanto davanti a un palco.
In un momento in cui molti festival tendono ad assomigliarsi, Jazz:Re:Found sceglie ancora una volta una strada propria. Non rincorre semplicemente il grande nome, ma costruisce un ecosistema. Non vende solo intrattenimento, ma appartenenza. E forse è proprio per questo che, anno dopo anno, il Monferrato continua a diventare casa per chi cerca nella musica qualcosa di più di un concerto.

Ci sono piatti che non si limitano a essere mangiati: fanno rumore, sporcano l’immaginario, restano addosso. Gli spaghetti all’Assassina appartengono a questa categoria. Nati a Bari tra gli anni Sessanta e Settanta, sono una piccola sfida alle regole della pasta: non vengono semplicemente lessati e conditi, ma cotti direttamente in padella, quasi aggrediti dal fuoco, dal pomodoro concentrato e dal peperoncino, fino a diventare croccanti, bruciacchiati, ruvidi e irresistibili.
Ora quell’anima barese arriva a Milano con Urban Assassineria, il progetto firmato dallo chef Celso Laforgia e da Michele Salvati, già avviato a Bari nel 2021 e pronto a portare nel capoluogo lombardo una cucina del Sud riconoscibile, ma non chiusa nella nostalgia.
Il protagonista resta lui: lo spaghetto all’Assassina. Un piatto che vive di controllo e istinto, di tecnica e ascolto. Laforgia lo racconta quasi come fosse una conversazione con la padella: bisogna sentire il pomodoro che “chiacchiera”, seguire il fuoco, accompagnare gli spaghetti con un gesto ritmico, senza fretta. È lì che nasce quel “bruciacchiatello” perfetto, la parte più fragile e più desiderata del piatto.
Non è un caso che questa preparazione abbia conquistato anche Stanley Tucci durante la docuserie Searching for Italy, contribuendo a portare lo chef Laforgia e la sua Assassina oltre i confini pugliesi. Ma Urban Assassineria non vuole limitarsi a replicare un successo. L’obiettivo è più ambizioso: trasformare un piatto popolare, nato anche da una logica di recupero, in un’esperienza urbana, contemporanea, capace di parlare a Milano senza perdere Bari.

(foto: Laura Gobbi Pr Eventi Comunicazione)
Portare l’Assassina a Milano significa misurarsi con una piazza esigente, abituata alle aperture, alle mode e alle cucine regionali rilette in chiave metropolitana. Laforgia e Salvati sembrano saperlo bene. Per questo il nuovo locale non nasce come semplice “angolo pugliese” fuori sede, ma come un luogo dove tradizione e città provano a incontrarsi con intelligenza.
Michele Salvati, amico d’infanzia dello chef e anima organizzativa del progetto, ha lavorato sull’accoglienza e sull’identità del locale con un’idea chiara: creare uno spazio che sappia di casa, ma con il passo di una città cosmopolita. Perché Milano, quando riconosce autenticità e qualità, sa accoglierle. E forse è anche per questo che lo chef ironizza definendola “la seconda provincia della Puglia”: una città dove la comunità pugliese è forte, presente, affezionata ai propri sapori, ma anche pronta a vederli reinterpretati.
Da qui nascono due versioni pensate appositamente per Milano, entrambe con nomi cinematografici e un gusto volutamente evocativo. Milano Calibro 9 lavora sulla dolcezza del datterino giallo, sul pane abbrustolito in burro chiarificato al profumo di limone, sulle erbette e sulla salvia in pastella, richiamando da lontano la memoria della cotoletta alla milanese. Milano Rovente, invece, costruisce un ponte ancora più esplicito tra Nord e Sud: spaghetti alle cime di rapa, stracotto di ossobuco cotto otto ore con sedano, carota, cipolla, burro e salvia, e fonduta di taleggio allo zafferano.
Sono piatti che giocano, ma non tradiscono. La base resta quella dell’Assassina: pomodoro, fuoco, croccantezza, intensità. Attorno, però, Milano entra con i suoi simboli gastronomici, dalla cotoletta al risotto, dall’ossobuco allo zafferano.
Il dialogo continua anche nei bao, una delle firme più personali del menu di Laforgia. Accanto alle versioni con brasciola, bombetta, rape e parmigiana, arrivano due omaggi milanesi: il bao con cotoletta alla milanese e quello ispirato al risotto allo zafferano, con crocchè di riso, fonduta di grana e zafferano. Un richiamo dichiarato al risotto al salto, ma spostato dentro un formato street e contemporaneo.

Il bao con cotoletta alla milanese (foto: Laura Gobbi Pr Eventi Comunicazione)
Urban Assassineria non si esaurisce negli spaghetti. Il menu allarga il racconto alla cultura gastronomica pugliese: crostini squadrati preparati con l’impasto del tarallo, stracciatella, capocollo, pomodoro secco, braciola, cime di rapa. Anche qui, come nell’Assassina, la tradizione non viene semplicemente citata, ma rimessa in movimento.
Lo stesso accade nella parte dolce, dove la memoria pugliese diventa materia di gioco. Tra le proposte spicca il tiramisù rivisitato con pane di Altamura, scelto al posto dei savoiardi: una variazione che porta nel dessert una nota più fragrante, rustica e identitaria, trasformando uno dei dolci italiani più riconoscibili in un racconto ancora più legato al Sud. Accanto a questo, la Monaca di Monza, rilettura della classica tetta della monaca con impasto al caffè e crema chantilly alla mandorla, pensata per richiamare il caffè leccese. E poi spumoni, semifreddi all’olio d’oliva e, naturalmente, il pasticciotto.

Il tiramisù rivisitato con pane di Altamura
Il racconto pugliese passa anche dai produttori: olio, vini naturali e biologici, amari, birra Raffo. Piccoli segni di una terra che non viene usata come cartolina, ma come dispensa viva, fatta di sapori, gesti e abitudini.
Il senso del progetto è tutto in una frase: quando entri da Urban Assassineria, devi sentire di mettere piede in Puglia. Non una Puglia immobile o folkloristica, ma calda, rumorosa, conviviale, capace di prendere un piatto nato a Bari e farlo dialogare con Milano senza snaturarlo.
In fondo, il successo dell’Assassina sta proprio lì: è un piatto imperfetto nel modo più affascinante possibile. Brucia, graffia, resta croccante, chiede attenzione. Non cerca di piacere con eleganza composta, ma con carattere. E in una città come Milano, dove tutto corre e spesso tutto si assomiglia, forse un po’ di fuoco barese era esattamente quello che mancava.
In un mercato in cui l’acqua non è più soltanto acqua, ma sempre più spesso diventa racconto di origine, benessere, performance e stile di vita, OXY-GO prova a occupare uno spazio preciso: quello delle acque funzionali ad alto contenuto di ossigeno.
Il marchio nasce da Multibrand S.r.l., realtà empolese attiva dal 2013 nei settori sport, wellness e health. Un’impresa di dimensioni contenute, ma con un’ambizione chiara: portare nel segmento delle oxygenated water un prodotto italiano capace di competere con i pochi player internazionali che presidiano questa nicchia.
Il punto di partenza è l’acqua, selezionata nell’area del Monte Grappa, nelle Prealpi Venete, per le sue caratteristiche chimico-fisiche. A questa materia prima viene applicata una tecnologia di imbottigliamento a pressione, in vetro, studiata per trattenere l’ossigeno e preservare la struttura organolettica dell’acqua.

Ogni litro di OXY-GO contiene 150 mg/l di ossigeno, un livello che colloca il prodotto nella fascia alta del mercato delle acque iper-ossigenate. Ma il progetto non sembra voler parlare solo a una nicchia tecnica: l’obiettivo è intercettare un pubblico più ampio, fatto di sportivi, consumatori attenti al benessere, palestre, centri wellness, bar, ristorazione e canali farmaceutici.
Lanciata nel giugno 2024, OXY-GO ha venduto oltre 200.000 bottiglie entro la fine del 2025, pur senza una rete commerciale strutturata. Un dato che racconta un interesse già concreto attorno al prodotto e una potenzialità di crescita significativa, anche perché l’azienda dichiara di essere già in grado di fornire milioni di bottiglie, gestendo internamente filiera produttiva, logistica, packaging e conservazione della purezza.

OXY-GO si presenta come un’acqua naturale, iposodica, calcico-magnesiaca, leggera e digeribile, pensata non solo per l’attività sportiva ma anche per il consumo quotidiano. Non una bevanda “miracolosa”, dunque, ma una proposta funzionale che si inserisce in una tendenza più ampia: quella di scegliere prodotti semplici, puliti, ma con un valore aggiunto chiaro.
In questo senso, la forza del progetto sta proprio nella sua identità italiana. Da una parte la fonte delle Prealpi Venete, dall’altra un’impresa toscana che ha costruito il prodotto attorno a ricerca, tecnologia e cura della filiera. OXY-GO prova così a dare una risposta contemporanea a un gesto quotidiano come bere acqua, trasformandolo in una scelta più consapevole, legata al benessere, alla qualità e a una nuova attenzione per ciò che si porta ogni giorno sulla tavola o in allenamento.
Prima ancora del cucchiaino, delle piccole perle nere, delle tavole eleganti e degli abbinamenti con le bollicine, c’è l’acqua. A Calvisano, in provincia di Brescia, il caviale non appare subito come un simbolo di lusso. Si presenta piuttosto nel suo lato più concreto: vasche, silenzio, storioni che si muovono lenti, gesti tecnici, attesa.
È qui che nasce Calvisius, brand di punta di Agroittica Lombarda e una delle realtà più importanti al mondo nella produzione di caviale sostenibile. Un nome oggi presente nell’alta ristorazione internazionale, nelle gastronomie di eccellenza e nei mercati esteri, ma radicato in un luogo preciso: la pianura bresciana, dove l’acqua di risorgiva ha reso possibile una storia imprenditoriale non comune.
Raccontare Calvisius significa allora spostare lo sguardo. Non partire dal caviale come prodotto irraggiungibile, ma dal percorso che lo precede: un ciclo lungo, controllato, fatto di acquacoltura, agricoltura, industria, ricerca e savoir-faire italiano. Il lusso, qui, non sta nell’ostentazione. Sta nella pazienza.
Se nel vino si parla di terroir, a Calvisano il terroir è l’acqua. Pura, trasparente, di risorgiva, pescata direttamente dal sottosuolo. È l’elemento che dà origine a tutto: all’ambiente in cui crescono gli storioni, alla qualità del prodotto, alla firma stessa del caviale.
La visita alle vasche restituisce immediatamente questa dimensione. Gli storioni non sono soltanto “i pesci da cui si ricava il caviale”: sono animali antichissimi, fossili viventi, sopravvissuti a ere geologiche e arrivati fino a noi con caratteristiche quasi preistoriche. Non hanno squame, ma pelle liscia e scudi ossei; si muovono sul fondo, guidati dai barbigli, quei piccoli “baffi” che permettono loro di esplorare l’ambiente.
Nelle prime fasi di vita vengono allevati in una sorta di nursery: un ambiente caldo, protetto, con poca luce e accessi controllati. Solo quando sono più forti vengono trasferiti nelle vasche esterne, dove ghiaia, acqua e vegetazione spontanea ricreano un habitat il più possibile vicino a quello naturale.
È un mondo che chiede di rallentare. Lo storione non concede scorciatoie: per ottenere alcune tipologie di caviale servono anni, a volte decenni. Il Calvisius Tradition, ricavato dallo storione bianco, richiede almeno dodici anni di attesa; il Beluga può arrivare a circa venti. In mezzo c’è tutto ciò che normalmente il consumatore non vede: cura dell’animale, controllo dell’alimentazione, monitoraggio dell’acqua, selezione delle uova, lavorazione.

Lo storione (foto: Les Enderlin)
La storia di Agroittica Lombarda comincia nel 1977 da un’intuizione imprenditoriale: utilizzare il calore residuo dell’acciaieria di Calvisano per riscaldare l’acqua destinata all’allevamento ittico. Un’idea che oggi chiameremmo economia circolare, ma che allora nasceva da una visione concreta e pionieristica: mettere in relazione industria, acqua, energia e agricoltura.
All’inizio non c’era il caviale. Agroittica nasce come allevamento di anguille. Il passaggio allo storione arriva più tardi, anche grazie all’incontro con il mondo della ricerca e dell’acquacoltura internazionale. Nel 1981 l’azienda diventa la prima in Europa in grado di allevare storioni in cattività; nel 1992 dalle uova dello storione bianco nasce il Calvisius Tradition, il primo grande capitolo del caviale italiano.
Da lì in avanti la traiettoria cambia. Le limitazioni alla pesca dello storione selvatico, introdotte a livello internazionale per proteggere una specie a rischio, rendono l’allevamento controllato, una strada non solo produttiva, ma necessaria. Calvisius si trova così a occupare un ruolo centrale in un mercato che deve ripensare il rapporto tra eccellenza gastronomica e sostenibilità.
Oggi Agroittica possiede il più grande allevamento di storioni in Europa: 60 ettari di vasche, circa 80 campi da calcio, con una produzione annua tra le 25 e le 30 tonnellate di caviale di alta qualità. Il 70% della produzione viene venduto all’estero, in mercati come Stati Uniti, Francia e Spagna, con lo sguardo rivolto anche a Dubai e all’Asia.

La vasca esterna nello stabilimento di Calvisano (foto: Les Enderlin)
Alla guida di questa fase c’è Alberto Messaggi, amministratore delegato di Agroittica Lombarda. Il suo profilo racconta bene la doppia anima dell’azienda: da un lato la solidità manageriale e industriale, dall’altro la volontà di dare al caviale un racconto più vicino, contemporaneo, meno intimidatorio.
Messaggi arriva da un percorso costruito tra grandi gruppi e responsabilità strategiche: Ciba-Geigy Italia, Sanofi, Sanpellegrino, Legler, Feralpi. Un’esperienza che oggi si traduce in una visione precisa per Calvisius: mantenere il posizionamento nell’eccellenza, ma rendere il caviale più comprensibile al consumatore finale.
È forse questa la sfida più interessante. Per anni il caviale è rimasto chiuso dentro un immaginario elitario, quasi intoccabile. Calvisius prova invece a raccontarlo come prodotto gastronomico, come esperienza, come cultura. Non per svuotarlo del suo valore, ma per spiegarne meglio il senso.
Avvicinare il consumatore non significa banalizzare. Significa mostrare da dove nasce, quanto tempo richiede, che differenza c’è tra una specie e l’altra, come si degusta, come si abbina, perché una piccola quantità può bastare a costruire un momento speciale. In questo percorso rientra anche lo sviluppo dell’hospitality: visite, degustazioni guidate, esperienze capaci di trasformare il caviale da oggetto distante a prodotto finalmente leggibile.

Alberto Messaggi (foto: Les Enderlin)
Uno degli aspetti più sorprendenti della degustazione è scoprire che parlare di caviale al singolare è riduttivo. Come accade nel vino, ogni specie racconta un carattere diverso.
Il Tradition, ottenuto dallo storione bianco, ha uova grandi, colore dal grigio scuro al nero, note burrose ed eleganti. Il Siberian, da storione siberiano, ha un gusto più pieno e deciso, capace di reggere anche abbinamenti gastronomici. Il Beluga, tra i più prestigiosi, richiede un’attesa lunghissima e regala uova grandi, luminose, cremose, con note marine sul finale.
Degustarli in verticale permette di capire una cosa semplice ma spesso dimenticata: il caviale non è soltanto sapidità. Può essere dolce, marino, burroso, cremoso, persistente, più immediato o più complesso. Può essere assaggiato in purezza, ma anche incontrare la cucina.
Ed è proprio qui che Calvisius sta lavorando per superare un altro limite culturale: la paura di “non sapere cosa farne”. Nascono così prodotti pensati per rendere il caviale più accessibile nell’uso, dal burro con caviale vero al lingotto di caviale disidratato, che può essere grattugiato su piatti caldi come risotti e tagliolini, liberando il suo aroma in modo diverso rispetto al caviale fresco, che invece ama il freddo.
C’è poi lo storione come pesce, ancora poco conosciuto in cucina. Una carne tenace, dal gusto delicato, che richiede attenzione nella cottura e intelligenza negli abbinamenti. Anche questa è una parte del racconto: dietro il caviale non c’è solo l’uovo, ma un animale, una filiera, un’idea più ampia di valorizzazione.
Dopo la visita allo stabilimento, il racconto si sposta a tavola. Il pranzo da Osteria Lancia non arriva come semplice momento conviviale a chiusura della giornata, ma come prosecuzione naturale di quanto visto tra le vasche. Dopo l’acqua, gli storioni, la nursery, la filiera e i tempi lunghi dell’allevamento, il caviale trova finalmente la sua dimensione gastronomica.
Anche la presenza di Alberto Messaggi al pranzo contribuisce a rendere chiara la direzione del progetto: non limitarsi a produrre un’eccellenza, ma costruire intorno al caviale una cultura dell’esperienza. Raccontarlo, farlo assaggiare, inserirlo dentro un percorso comprensibile, capace di parlare sia agli addetti ai lavori sia a chi si avvicina per la prima volta a questo prodotto.
Il menu si apre con una verticale di caviale Calvisius: Tradition Royal, Siberian Royal ed Essentia, serviti in degustazione e accompagnati da battuta di gambero, soffice mousse di mozzarella e crema tiepida all’uovo. È un passaggio importante perché porta nel piatto ciò che era stato spiegato poco prima: ogni caviale ha una sua voce, una sua consistenza, una sua intensità. Alcuni chiedono la purezza del cucchiaino, altri trovano negli abbinamenti una possibilità ulteriore.
Lo spaghetto mantecato al burro e caviale Calvisius lavora invece sulla semplicità. Pochi elementi, nessun effetto superfluo: burro, pasta, caviale. Un piatto che dimostra come il caviale possa uscire dall’idea di decorazione preziosa e diventare parte reale del gusto.
Lo storione cotto a bassa temperatura, servito con catalana liquida e olive caiazzane disidratate, amplia ancora il discorso. Qui non si assaggia solo il caviale, ma anche il pesce da cui tutto ha origine. È forse il momento in cui la filiera si fa più completa: l’uovo e la carne, il prodotto iconico e la materia prima meno conosciuta, il lusso e la cucina.
A chiudere, un gelato artigianale al pistacchio, in abbinamento a Champagne Bremont. Una conclusione pulita, che lascia spazio al percorso più che all’effetto.
Il pranzo serve soprattutto a questo: togliere distanza. Dopo aver visto dove nasce il caviale e averlo ritrovato nel piatto, lo si guarda in modo diverso. Non più soltanto come un simbolo prezioso, ma come il risultato di una filiera lunga, concreta e sorprendentemente viva.

Alla fine della giornata, il caviale ha un peso diverso. Non perché sia diventato meno prezioso, ma perché è diventato più chiaro. Si capisce che dentro una piccola quantità c’è un mondo: l’acqua di Calvisano, la storia di un’intuizione industriale, la fragilità dello storione, anni di attesa, competenze tecniche, controlli, assaggi, selezioni.
Forse è proprio qui che Calvisius trova il suo punto di forza: nel riuscire a tenere insieme dimensioni apparentemente lontane. L’industria e l’artigianalità. Il lusso e la sostenibilità. La filiera controllata e il piacere della degustazione. La Bassa bresciana e le tavole internazionali.
A Calvisano il caviale smette di essere soltanto un simbolo. Torna a essere materia viva. Nasce dall’acqua, cresce nel tempo e arriva al palato dopo un lavoro lungo, invisibile, paziente.
E quando lo si assaggia sapendo tutto questo, ha davvero un sapore diverso.
Siamo passati da via Castelvetro in occasione dei 25 anni di Il Massimo del Gelato - storica gelateria milanese - e la sensazione è quella che si prova entrando nei posti che ormai fanno parte della memoria collettiva della città. Famiglie con bambini, coppie, habitué del quartiere e clienti arrivati dall'altra parte di Milano attendono il proprio turno davanti alle vaschette colorate, in un rito che si ripete da un quarto di secolo. Le informazioni raccontano una storia fatta di attenzione alle materie prime, ingredienti naturali e rispetto dei tempi produttivi, principi che hanno contribuito a costruire negli anni la reputazione della gelateria.
Dietro ogni gusto c'è un lavoro che raramente si vede ma che si percepisce all'assaggio. È probabilmente questo il motivo per cui, dopo venticinque anni, Il Massimo del Gelato continua a essere un riferimento per gli appassionati milanesi.
Il problema, semmai, è scegliere.
I gusti alla frutta cambiano con la stagione e spaziano dal limone al lampone, passando per mango, agrumi e prugna Larry Ann. Poi arrivano le creme, quelle che mettono davvero in crisi: crema di arachidi salata, cannella del Libano, crema allo zenzero, cassata siciliana, vaniglia del Madagascar e zabaione sono soltanto alcune delle tentazioni che popolano il banco.
Ma il vero universo parallelo è quello dedicato al cioccolato. Qui il cacao viene interpretato in dieci varianti diverse, ognuna con una propria personalità. C'è l'Antico Ecuador, intenso e persistente, il Tanzania senza lattosio, il Jamaica al rum, il Fiji con arancia candita e Grand Marnier e l'Azteco, arricchito da peperoncino e cannella. Tra le novità più interessanti spicca il cioccolato al 78% con wasabi giapponese, una proposta insolita che dimostra come la ricerca non si sia mai fermata.
Il bello del Massimo del Gelato è che riesce a parlare contemporaneamente a pubblici molto diversi. Da una parte c'è chi frequenta questo indirizzo da anni e continua a ordinare gli stessi gusti del cuore. Dall'altra ci sono i più giovani, attratti da combinazioni originali e sapori meno convenzionali. Nel mezzo c'è una gelateria che non ha mai smesso di essere un luogo di quartiere, pur diventando una destinazione per tutta la città.
Dopo 25 anni, il segreto sembra essere rimasto lo stesso: nessuna formula magica, solo un grande rispetto per il gelato. E per chi vuole completare l'esperienza con una nota nostalgica, c'è sempre la possibilità di aggiungere la panna montata al cono, in perfetto stile revival.
Il Massimo del Gelato
Via Lodovico Castelvetro 18, Milano
Tel. 02 349 4943
Dopo il traguardo dei vent’anni celebrato nel 2025, Identità Milano torna dal 7 al 9 giugno negli spazi dell’Allianz MiCo North Wing con la sua ventunesima edizione. Tre giorni dedicati ad alta cucina, pasticceria, vino, mixology, servizio di sala e hôtellerie, per provare a capire cosa sta cambiando davvero tra cucine, sale, alberghi e nuove forme di consumo.
Nato nel 2005 da un’idea di Paolo Marchi e Claudio Ceroni, il congresso è stato il primo appuntamento italiano dedicato alla cucina d’autore e oggi resta uno dei luoghi più importanti di confronto sul presente e sul futuro della gastronomia. L’edizione 2026 arriva con numeri significativi: 192 relatori, 97 masterclass e 13 approfondimenti tematici.
Il filo conduttore sarà “Identità Future: la libertà di pensare”. Non una libertà astratta, ma la possibilità concreta di liberarsi da formule ormai logore e guardare altrove: nel rapporto con il territorio, nel modo di intendere il lavoro, nell’attenzione al cambiamento climatico e nel coinvolgimento delle nuove generazioni.

L'edizione 2025 (crediti: Brambilla-Serrani)
Il Main Stage ospiterà alcuni protagonisti della scena internazionale, tra cui Alain Ducasse, Virgilio Martínez, Santiago Lastra, Luiz Filipe Souza, Mitsuharu Tsumura, Josean Alija, Antonio Bachour e Charles Spence, psicologo sperimentale dell’Università di Oxford. Voci diverse, chiamate a raccontare la cucina non solo come tecnica, ma come visione culturale, economica e sociale.
Accanto agli ospiti internazionali, forte sarà anche la presenza italiana. Tra i nomi attesi Antonino Cannavacciuolo, Massimiliano Alajmo, Niko Romito, Carlo Cracco, Davide Oldani, Corrado Assenza, Antonia Klugmann, Gennaro Esposito, Moreno Cedroni, Andrea Aprea, Chiara Pavan e Franco Pepe. Chef diversi per generazione, stile e territorio, che insieme restituiscono l’immagine di una cucina italiana ancora in movimento.
Tra le novità principali dell’edizione 2026 c’è Next Gen Lab, progetto realizzato in collaborazione con Sidewalk Kitchens. Allestito sulla terrazza dell’Allianz MiCo North Wing e accessibile anche al pubblico esterno, sarà dedicato allo street food d’autore. Non una semplice area ristoro, ma un laboratorio urbano pensato per intercettare format giovani, rapidi, dinamici e di qualità.

(crediti: identitagolose.it)
Il tema generazionale sarà uno degli assi centrali del congresso. Dopo il debutto nel 2025, Identità Young diventa un progetto più ampio, con tariffe agevolate per under 35 e iniziative pensate per studenti, giovani professionisti e nuove leve della ristorazione. Parlare di futuro senza coinvolgere chi quel futuro dovrà costruirlo sarebbe, del resto, una contraddizione.
Cresce anche il racconto dell’ospitalità con il Pavillion Hospitality, dedicato all’hôtellerie e alle nuove forme dell’accoglienza contemporanea. In dialogo con questa sezione, la Bar Experience porterà al congresso la mixology italiana e internazionale, raccontando il bar non solo come luogo del drink, ma come spazio di servizio, relazione e progettazione.
Non mancheranno gli approfondimenti ormai storici, da Identità di Pasta a Identità di Pizza, Formaggio e Lievitati, accanto ai nuovi focus dedicati a territorio, bufala e Umbria, regione ospite dell’edizione 2026. Il Perù sarà invece Nazione ospite, con un percorso tra ceviche, cucina arequipeña, nikkei, pisco, caffè e cacao: una presenza pensata per raccontare la gastronomia come motivo di viaggio e chiave d’accesso a una cultura.
A firmare il piatto simbolo sarà Massimiliano Alajmo con “Relazioni – Gioco al Cioccolato”, dessert in 14 assaggi dedicato al valore della cura, dell’ascolto e del legame tra commensali. Un gesto gastronomico che interpreta il tema del congresso attraverso il linguaggio della condivisione.
Identità Milano 2026 si presenta così non solo come una vetrina di grandi nomi, ma come un tentativo di capire che forma prenderà la cucina nei prossimi anni. Tra giovani, ospitalità, nuove piattaforme urbane e territori da rileggere, il congresso torna a interrogare il mondo della gastronomia partendo da una domanda semplice e decisiva: quanto siamo ancora liberi di immaginare qualcosa di diverso?
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