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Un'arte che si mette al servizio di un'arte, Breakaleg, il progetto fotografico di Laila Pozzo.

Abbiamo intervistato Laila Pozzo, autrice del nuovo progetto fotografico Breakaleg

Eccomi qui, seduta su una poltrona da cinema nella casa della fotografa Laila Pozzo.

Non è la prima volta che mi trovo in questa stanza, il suo sorriso genuino e il suo sguardo gentile mi avevano già accolta una sera di qualche settimana fa, quando, dopo la presentazione della sua mostra per cui ero andata a conoscerla, son stata invitata a cena insieme ai suoi amici nella sua casa - studio. A fare da contorno c'è un ambiente molto stimolante, fatto di strumenti musicali, stampe, dipinti, manifesti, attrezzatura fotografica e tanto altro. Mi sento a mio agio, e iniziamo la chiacchierata.

 

Breakaleg è un progetto fotografico che vede una serie di ritratti fatti agli attori nel momento in cui sono già entrati fisicamente nell'abito dell'essere attore, ma non sono ancora a tutti gli effetti il loro personaggio. Le fotografie son state catturate con il sipario tirato, pubblico già in sala e la necessità di raccontare un personaggio con pochissimo tempo a disposizione: sfida affascinante, ma alquanto stancante.

 

Laila, com'è nato il progetto breakaleg?

Inizialmente il progetto era nato all'interno di un blog, poi, quando questa esperienza si è conclusa, mi è rimasto comunque tutto il materiale. Poco tempo dopo Roberto Mutti mi aveva chiesto di partecipare al Photofestival, così gli ho proposto questa serie di immagini e gli sono piaciute.

In parallelo avevo contattato, senza conoscere nessuno, il comune: avevo scritto una mail a Calbi allegandogli alcune fotografie, dopo una settimana ho richiamato e mi era stato detto che il progetto era piaciuto; tutti i membri del suo ufficio son stati rapidissimi ed efficientissimi, siamo subito partiti, è stato davvero facile.

E' una cosa nata in un mese, avevo chiesto in quei giorni all'Elfo quanto costassero gli spazi per avere il foyer per due settimane, poco dopo mi hanno detto che il progetto interessava anche loro e che me l'avrebbero lasciato gratuitamente, a quel punto anche il teatro Menotti si è offerto di dare i suoi spazi, e poi, a catena, il Leonardo e tutti gli altri.

 

Hai scelto tu gli spettacoli da scattare?

Gli spettacoli son quelli raccolti in questi ultimi due anni, alcuni teatri hanno espresso delle preferenze, altri invece mi hanno lasciato completamente carta bianca, come l'Elfo.

Tendenzialmente ho fotografato le produzioni proprie e non gli spettacoli ospiti.

 

Il titolo breakaleg riprende un modo di dire fatto tra i teatranti per la buona riuscita dello spettacolo, hai scelto tu di intitolare così questo progetto?

E' la 'merda merda' italiana. Il titolo è nato proprio perché le fotografie son state fatte agli attori poco prima di entrare in scena.

Immagino la tensione di lavorare a quei pochi minuti dall'inizio dello spettacolo...

Con alcuni è capitato di avere la platea già piena, in quel momento hai un'adrenalina in grado di darti delle risorse che tu non pensi di avere.

La macchina fotografica ti da un po' di potere, io quando ho la macchina in mano divento anche un po' 'comandina', prendo in mano la situazione, ma anche per fare venire fuori il soggetto al meglio. Quando sei lì, c'è questa tensione molto forte, ma al tempo stesso è molto produttiva.

 

Com'è stato fotografare degli attori, delle persone che più di chiunque altro portano una maschera?

Io li fotografavo con la maschera, in costume, quindi volevo che la portassero in quel momento.

Devo dire che ha funzionato molto bene, a volte è difficile fotografare l'attore senza maschera perché quando la porta è molto più sicuro di sè. E' più difficile 'fare' se stessi. Alcuni, inaspettatamente, sono di una timidezza incredibile, quindi fotografarli con la maschera secondo me ha facilitato entrambi. L'abito e il costume aiuta moltissimo, loro in pochissimi secondi sanno perfettamente che cosa darmi.

 

Come hai trovato il tuo stile?

Come lui trova te. In fotografia ci sono dei grandi fotografi che hanno uno stile personale molto chiaro, tu vedi una foto e riconosci subito l'autore; poi ci sono tanti altri, come me, che son più professionisti. Ogni tanto faccio qualcosa che si avvicina all'arte, però mi sento una professionista, anche se essendo un lavoro creativo è normale che ci sia una parte mia personale e intima.

Poi ci sono anche dei personaggi 'di mezzo', anche La Chapelle, ad esempio, ha lavorato su commissione. Io personalmente ho avuto delle grandissime fortune, ho lavorato con un grandissimo ritrattista Douglas Kirkland e poi con Sarah Moon, inconfondibile.

Credo che lo stile sia anche facilmente imitabile, basta guardare e copiare, ma io il mio cerco di cambiarlo in base al progetto, poi ci sarà sempre una parte di me che rimarrà una costante, ma come cambiano i paletti cambia anche lo stile: io metto l'oggetto che voglio raccontare al primo posto, piuttosto che il mio scrivermi a tutti i costi.

 

Tutti i volti sono fotografabili? Esiste la fotogenia?

Sì, tutti sono fotografabili. Alcuni sono più facilmente fotografabili di altri, ma dipende da tantissime cose...

Sulla fotogenia, come lo zigomo alto ecc, sicuramente esiste, ma fino a un certo punto. C'è chi ha l'abitudine di farsi fotografare, e chi è molto sulle difensive e ha paura della macchina fotografica. La confidenza con il mezzo è molto importante: se il soggetto è abituato, automaticamente si sente più a suo agio, dipende anche da quello che si crea tra fotografo e soggetto.

Io preferisco fotografare gli uomini, mi trovo molto più a mio agio, la donna si fa molti più problemi relativi alla propria immagine. Questo si riproduce anche su tematiche tecniche: su un uomo puoi azzardare anche una luce più forte, un uomo anche con la ruga sta bene, mentre con la donna devi stare più attenta. Anche fisicamente parlando: l'uomo si lascia molto più avvicinare, la donna invece generalmente ha più paura.

Un'altra cosa sulla fotogenia che mi aveva colpito è una cosa che avevo letto su un allegato che ho trovato su un sedile di un treno anni fa; diceva delle cose interessanti, legava la fotogenia anche alla scarsa espressività del soggetto: l'espressione è un movimento, quindi è molto difficile catturarlo in fotografia. Poi diceva anche che le persone poco espressive perdono anche di meno dalla realtà nella foto.

 

A proposito di differenza tra uomo e donna, durante la presentazione è stato toccato il tema di vedere la fotografia come un campo più comune al genere maschile,  secondo te l'interpretazione femminile come riesce ad arricchire la fotografia?

Questo concetto l'hanno fatto più presente Calbi e Mutti, io in realtà quando guardo una foto non mi chiedo se l'ha fatta un uomo o una donna. E' un argomento che mi interessa più a livello sociale, nel senso che son contenta se ci sono più donne che fanno questo lavoro, come tanti altri che erano prevalentemente maschili. Ci sono sicuramente moltissime donne tra i miei fotografi preferiti.

 

Ho visto il tuo progetto fotografico 'hands', mi ha ricordato certi still life di Weston, anche la sua ricerca dell'ordine, delle geometrie…

Sì, io in teoria sono architetto, mi son laureata in architettura ma non ho mai lavorato. Mi è sempre piaciuta una certa pulizia grafica.

Amo molto quel tipo di fotografia, di Weston, credo che poi tutti questi primi progetti in bianco e nero, così geometrici e grafici mi siano serviti per sviluppare il senso dell'inquadratura, della composizione e dell'equilibrio. Così che poi, quando mi son ritrovata a scattare dei soggetti 'animati', avevo già un buon occhio, è sicuramente stata un'ottima palestra.

 

Dall'architettura ai ritratti, come hai fatto questo salto?

Mi sono avvicinata alle persone come per caso. Io son sempre stata timidissima, avevo iniziato a fare l'interprete per delle case di fotografia. Un anno è venuto ad un festival proprio Douglas Kirkland e ci siamo subito trovati benissimo, lavorava molto in Italia e io ero con lui. In questo modo ho iniziato a prendere dimestichezza professionale, cioè a capire come funziona un set di ritratto, tutte le persone che ne fanno parte, come i truccatori e lo stilista, e poi, un po' per caso, mi hanno chiesto di presentare un book per Max Turchia: dovevo andare in giro per la città a fare dei ritratti ai passanti. Io ero terrorizzata all'idea di fare questa cosa, così mi son portata dietro una mia carissima amica, che ai tempi mi aiutava come assistente, e, essendo lei molto estroversa, fermava tutti quanti; così mi son ritrovata in Turchia.

Forse son riuscita anche con l'inganno: mi ha aiutato molto avere l'assistente, chissà chi pensavano io fossi. L'assistente era come un ulteriore filtro, averlo mi ha aiutata molto, ho visto che questi ritratti mi venivano anche bene, poi però son dovuta tornare in Italia e ho dovuto pedalare da sola.

 

Cosa ritieni venga prima, la tecnica o l'istinto?

La tecnica è qualcosa che uno deve dare per scontata, nel momento in cui lavori la tecnica la devi dimenticare. Con tecnica intendo la tua tecnica personale, credo sia qualcosa che uno sviluppa in parallelo al suo stile, è un automatismo. Poi è normale sperimentare cose nuove, però rimane sempre una cosa subordinata a quello che voglio raccontare.

Forse qui c'è una differenza tra uomo e donna, ma parlo a livello più amatoriale: l'uomo è più attratto dall'aspetto tecnico e dall'oggetto in sé, mentre le donne la vedono come una cosa che devono padroneggiare per il loro obiettivo.

Io sono anche affascinata dalla tecnica, Sarah Moon ad esempio ha una tecnica pazzesca, è difficilissima, ma fatta da lei sembra semplicissima. Il caso per lei diventava parte della tecnica, quindi, se io dovessi rimettermi a rifare una sua fotografia riuscirei a farla, ma non la padroneggio, lei la fa in modo naturale.

Che sia semplice o complessa la tecnica deve corrispondere al tuo modo di vedere.

 

Cosa consiglieresti a un giovane che vuole intraprendere la carriera da fotografo oggi? 

Di non mollare e studiare tanto, guardarsi intorno e, possibilmente, di farsi un'esperienza all'estero. Le scuole sono un investimento di soldi notevole e con la stessa cifra puoi fare delle esperienze molto più formative e utili.  Vedere ragazzi iniziare e crescere devo dire che, da spettatore, è molto soddisfacente, vederli investire sul loro talento e la loro passione è davvero bello, ma ci vuole tantissima perseveranza, non bisogna mollare.

 

Le mostre saranno allestite a partire dal 28 aprile nei diversi teatri in cui è stato realizzato il progetto.

Il primo ad esporre sarà il Teatro Elfo Puccini dal 28 aprile fino all'11 maggio, dal 5 maggio fino al 22 giugno sarà la volta del Teatro Menotti. Contemporaneamente dall'1 al 15 maggio sarà in mostra il Teatro della Cooperativa. Dal 6 maggio al 14 giugno il Teatro Leonardo e dal 4 al 10 giugno la mostra sarà di scena al Teatro Filodrammatici.

 

Per ulteriori informazioni visitate il sito: www.breakaleg.it

Redazione Nerospinto

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