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Laureata in Fashion Design presso l’Istituto Marangoni di Milano, scrive di arte, moda e costume con uno sguardo curioso e contemporaneo. Indaga i linguaggi estetici e culturali del presente, muovendosi tra ricerca visiva, stile e immaginario collettivo.
Fino al 1° febbraio 2026, la Galleria di 10 Corso Como, a Milano, ospita “Bernhard Schobinger. Democracy of Materials”, rassegna che ripercorre i materiali, le tensioni e le collisioni poetiche dell’opera dell’artista svizzero, tra scultura e gioiello contemporaneo.
L’esposizione si inserisce nel percorso di ricerca avviato dalla galleria sul gioiello come medium espressivo. Dopo “Pietro Consagra. Ornamenti” e “Andrea Branzi. Civilizations without jewels have never existed”, la mostra conclude una trilogia dedicata al significato e al valore dell’ornamento in dialogo tra arti visive, architettura e design.
Realizzata in collaborazione con la galleria Martina Simeti, la rassegna riunisce sculture e opere-gioiello dalla seconda metà degli anni Settanta a oggi, organizzate in un percorso scandito da isole tematiche. Linee curve e spezzate, contrasti e assonanze accompagnano il visitatore in una sorta di psicogeografia espositiva: un itinerario non lineare, costruito per libere associazioni, che privilegia l’esperienza percettiva e mentale rispetto a una lettura cronologica. Il riferimento è ai viaggi narrati da W. G. Sebald in Anelli di Saturno, un libro in cui paesaggio, memoria e riflessione storica si intrecciano in un flusso continuo, influenzando profondamente l’immaginario e la poetica di Schobinger.
Under Water Car Collection (2023), Bernhard Schobinger
Nato a Zurigo nel 1946, Bernhard Schobinger si forma alla Scuola di Arti Applicate e completa un apprendistato come orafo, aprendo nel 1968 il proprio studio-galleria a Richterswil. Fin dagli esordi mette in crisi le categorie tradizionali dell’oreficeria: il gioiello non è più solo ornamento o simbolo di lusso, ma diventa oggetto di pensiero, entità autonoma e dalla funzione ambigua. Nelle sue opere convivono il rigore formale della Concrete Art svizzera, l’eredità modernista e le istanze anarchiche e punk degli anni Settanta e Ottanta, oltre a una costante tensione verso la rottura dei codici formali e dei valori materiali. La sua estetica si fonda su contrasti radicali: metalli nobili e pietre preziose dialogano con oggetti comuni, come frammenti di vetro, forbici, ami da pesca e spille da balia, in una pratica che richiama la cultura dell’objet trouvé e ne amplifica la valenza etica e politica. Questa dialettica tra alto e basso, prezioso e ordinario, non è mai decorativa: scardina le gerarchie materiali e restituisce agli oggetti una memoria fatta di uso, consumo e abbandono. In mostra, opere come Under Water Car Collection (2023), collier composto da piccole automobili recuperate dal fondo del lago di Zurigo, o Ballet of Snails (2020), collana realizzata con conchiglie di Okinawa e lacci per scarpe, mostrano come bellezza, precarietà e poesia convivano in ogni oggetto ritrovato e trasformato dalla mano dell’artista.
Bernhard Schobinger. Democracy of Materials - 10 Corso Como
Curata da Alessio de’ Navasques, l’esposizione si configura come un percorso non lineare attraverso la produzione di Schobinger. Il titolo Democracy of Materials esprime una visione in cui ogni materiale possiede pari dignità narrativa, indipendentemente dal suo valore economico o simbolico.
Il gioiello diventa così un campo di sperimentazione in cui il confine con l’opera d’arte si dissolve. La poetica di Schobinger si fonda sulla decostruzione: frammenti, torsioni, tagli e innesti inattesi animano un lavoro guidato da un procedere dichiaratamente “contro il metodo”.
Lo spettatore si trova faccia a faccia con opere che mettono in crisi la presunta coerenza tra costruzione e funzione: pezzi indossabili convivono con oggetti che, pur richiamando il gioiello, rifiutano il corpo. È il caso di Mermaid’s Wedding (2020), collana composta da ami e attrezzi da pesca, o di Untitled (2025), collana realizzata con forbici unite tra loro, dove il gesto potenzialmente pericoloso si trasforma in simbolo.
Per Schobinger, il valore non risiede nella lucentezza o nella rarità, ma nella capacità dell’opera di evocare significati, memorie e interrogativi: un’energia intrinseca che trascende la materia e ne sovverte l’uso.
Bernhard Schobinger. Democracy of Materials - 10 Corso Como
Nel percorso espositivo emerge una tensione costante tra memoria e rinnovamento. Materiali industriali, oggetti ritrovati e pietre preziose dialogano con la storia personale dell’artista e con la Zurigo dagli anni Settanta in poi, segnata da trasformazioni culturali, politiche e sociali.
La poetica di Schobinger non è mai neutra: è il riflesso di un pensiero critico sul consumo, sulle gerarchie del valore e sulla funzione stessa dell’arte, che qui si configura come laboratorio aperto di sperimentazione continua. La mostra non si limita a presentare un corpus di opere, ma invita a ripensare il modo in cui guardiamo e attribuiamo valore agli oggetti della nostra quotidianità.
L’esposizione si rivela, nonostante la sua brevità, intensa e suggestiva. All’uscita, vale la pena soffermarsi nello store della galleria per sfogliare una curata selezione di riviste di moda, design e arte, oppure concedersi una pausa al caffè, immersi nell’architettura iconica di 10 Corso Como, dove la natura disegna un’oasi di quiete lontana dalla frenesia urbana. Da qui, una passeggiata tra le geometrie moderne di piazza Gae Aulenti o una deviazione tra i profumi e i colori di Chinatown, con mochi e bubble tea in mano, completano l’esperienza, aggiungendo una nota di gusto e leggerezza.
Informazioni utili
Mostra: Bernhard Schobinger. Democracy of Materials
Sede: Galleria 10 Corso Como, Milano
Date: 12 dicembre 2025 – 1 febbraio 2026
Orari: Tutti i giorni dalle 10.30 alle 19.30
Ingresso libero
Milano, capitale dell’eleganza contemporanea, ospita negli spazi di Armani/Silos la mostra “Giorgio Armani Privé 2005-2025. Vent’anni di Alta Moda”, un’esposizione monumentale, curata personalmente da Giorgio Armani, che ripercorre due decenni di Haute Couture attraverso un racconto immersivo, coerente e profondamente sensoriale. Dopo vent’anni di sfilate parigine, le creazioni Giorgio Armani Privé arrivano a Milano e trovano spazio all’interno di Armani/Silos, offrendo al pubblico la possibilità di osservarle da vicino, fuori dal contesto della passerella, nella loro dimensione più concreta e artigianale. Un’occasione rara per avvicinarsi a un universo solitamente riservato a pochi, in cui l’abito si rivela nella sua costruzione, nei materiali e nella precisione del gesto sartoriale.
Presentata per la prima volta nel 2005 a Parigi, capitale della Haute Couture, la collezione Giorgio Armani Privé nasce come espressione di una moderna creatività; una linea complementare e alternativa al prêt-à-porter, accomunata dalla ricerca di una sigla stilistica lineare ed elegante. L’Haute Couture, letteralmente “alta sartoria”, incarna il vertice dell’eccellenza artigianale: creazioni uniche, realizzate su misura con materiali preziosi e lavorazioni interamente manuali, destinate a una clientela esclusiva e sottoposte alle rigorose regole della tradizione parigina. Ogni capo è il risultato di centinaia di ore di lavoro, tra ricami minuziosi, applicazioni complesse e tessuti di lusso. In questo contesto, Armani sperimenta senza mai perdere il controllo della forma, ampliando l’orizzonte creativo e declinando la propria idea di eleganza in una dimensione più libera e visionaria. Linee pure, volumi calibrati e materiali nobili definiscono un’estetica riconoscibile e senza tempo, in cui rigore e poesia visiva convivono in perfetto equilibrio. Ricami gioiello, perline, paillettes, pietre preziose, tessuti cangianti e organze impalpabili danno vita a capi che evocano atmosfere lontane, suggestioni orientali e il fascino magnetico delle notti hollywoodiane.

Il percorso espositivo si dispiega lungo l’intera superficie di Armani/Silos come un’antologia visiva delle collezioni couture della maison. Gli abiti, selezionati dallo stesso Armani, sono disposti in una sequenza che evidenzia un linguaggio in continua evoluzione, ma sempre fedele ai principi fondativi del brand. La luce assume un ruolo centrale nella narrazione: una luminosità perlacea e quasi lunare avvolge le creazioni, accarezza le superfici, enfatizza i dettagli rendendo la materia protagonista assoluta. Manichini neri, essenziali e neutri, si fanno presenze quasi invisibili, capaci di scomparire per lasciar emergere colori, texture e volumi, fulcro visivo dell’allestimento.
Accanto agli abiti emergono accessori concepiti come vere e proprie sculture: borse gioiello, orecchini simili a minuscole costellazioni e copricapi di raffinata complessità, che ampliano e arricchiscono il racconto couture. Alcuni capi sono collocati su pedane girevoli, che ne consentono una visione a 360 gradi, permettendo di apprezzarne pienamente la tridimensionalità, la fluidità dei tessuti e il dialogo costante con la luce, restituendo così una percezione dinamica, prossima a quella della passerella. Altri sono inseriti in scenografie più intime, piccoli teatri silenziosi che mettono in evidenza la straordinaria maestria degli atelier Armani.

L’esperienza è amplificata da una cura attenta dei dettagli sensoriali. Lo spazio è avvolto dalla fragranza Bois d’Encens, emblema della collezione ARMANI/PRIVÉ Haute Couture Fragrances, mentre una colonna sonora originale firmata da L’Antidote accompagna il visitatore lungo l’intero percorso, rafforzando l’atmosfera sospesa e contemplativa della mostra. Nelle collezioni di Alta Moda, Giorgio Armani esprime la sua visione più libera dello stile e dell’eleganza attraverso l’arte dell’artigianalità e del savoir-faire, un territorio creativo senza limiti in cui grazia e rigore, fantasia e concretezza convivono in equilibrio. “Giorgio Armani Privé 2005-2025. Vent’anni di Alta Moda” è un’occasione preziosa per esplorare da vicino uno dei capitoli più raffinati della moda contemporanea e per comprendere come l’Alta Moda non appartenga a un’epoca, ma a una dimensione culturale ed estetica senza tempo.
Mostra: Giorgio Armani Privé 2005-2025. Vent’anni di Alta Moda
Location: Armani/Silos, Milano
Date: Dal 21 maggio 2025 al 3 maggio 2026
Per maggiori informazioni visitare il sito: www.armanisilos.com
Crediti fotografici: Delfino Sisto Legnani
Esiste un colore che oggi percepiamo come innocuo e frivolo, simbolo di tutto ciò che è tenero e delicato. Nell’immaginario contemporaneo il rosa rimanda subito a Barbie, alle camerette delle bambine, ai fiocchi di nascita e a un intero repertorio di stereotipi. Questa visione, però, tradisce una storia molto più ricca. Per secoli il rosa è stato un colore forte, energico, persino impetuoso, lontanissimo dall’immagine addomesticata che gli attribuiamo oggi. La storia dei colori, che spesso consideriamo ovvia, è invece un viaggio affascinante tra simboli, marketing e rivoluzioni culturali.
Dal Rinascimento fino all’Ottocento, il rosa era considerato una sfumatura più delicata del rosso. Derivava infatti dagli stessi pigmenti: le costose lacche di cocciniglia e kermes e per questo conservava un alto valore economico e simbolico. Oltre a esprimere ricchezza, il rosa ereditava dal rosso i significati di energia, vitalità e slancio. Queste qualità, associate al mondo maschile, lo rendevano poco adatto a rappresentare l’idea di femminilità dell’epoca, affidata invece al blu. Quest’ultimo evocava calma, purezza e spiritualità: non sorprende quindi che, nell’iconografia cristiana, il velo della Madonna sia quasi sempre blu, simbolo della sua devozione e integrità.

“The Woolaston White Children”, George Romney, ca. 1780
Vale la pena ricordare che queste associazioni riguardavano soprattutto gli adulti. Nell’infanzia, infatti, il colore non aveva ancora un ruolo simbolico: bambine e bambini indossavano abiti bianchi o tinte pastello, prediletti perché più facili da smacchiare.
Le cromie parlavano più della condizione economica delle famiglie che dell’identità personale. Solo più tardi le nuance avrebbero iniziato a comunicare qualcosa sulle aspettative rivolte ai piccoli, contribuendo gradualmente alla costruzione dei significati che conosciamo oggi.
L’inversione rosa–blu matura tra Ottocento e Novecento. Come ricorda Stefania Lorenzini nel saggio “Il colore rosa. Potere e problemi di un simbolo del femminile”, è proprio nel XIX secolo che iniziano le prime attribuzioni culturali dei colori al genere; solo nel secondo dopoguerra, però, avviene la vera svolta.
Negli anni Cinquanta il mercato esplode: il modo di vivere americano diventa modello globale, i consumi domestici crescono e il baby boom crea un esercito di nuovi clienti. In questo contesto il marketing fiuta un’occasione d’oro: se bambini e bambine vengono percepiti come diversi, allora potranno, e dovranno, desiderare prodotti diversi. Il colore diventa lo strumento più immediato per separarli, segmentare il mercato e moltiplicare le vendite. Dopo un’attenta analisi dei gusti dei consumatori, il rosa viene associato alle bambine e il blu ai bambini, facilitando la distinzione visiva dei prodotti e permettendo alle aziende di creare due linee separate invece di una sola, costruendo fin dalla nascita una vera e propria identità cromatica.
Quando Barbie debutta nel 1959, trova già un immaginario pronto ad accoglierla. Non è lei a creare il rosa “da femmina”, piuttosto ne potenzia la forza simbolica diffondendolo. In poco tempo, il rosa smette di essere una semplice tinta e diventa un vero e proprio segno di appartenenza, un’estetica riconoscibile e onnipresente.
A partire da questo momento il rosa diventa un codice, un segno politico, culturale e sociale. Compare ovunque: nei percorsi ospedalieri dedicati alle donne vittime di violenza, nella letteratura rosa degli anni Settanta, nelle cosiddette “quote rosa”, che spesso appaiono più come concessioni simboliche che come reali strumenti di parità. È un colore carico di significati, stratificato e controverso, capace di rappresentare tanto l’imposizione quanto la rivolta.
Women’s March contro Trump, 2017
Negli ultimi anni questa cromia ha trovato nuove strade: dai cappelli delle manifestanti della Women’s March contro Trump nel 2017 ai cortei globali dell’8 marzo, si è trasformato in uno strumento di visibilità e resistenza. Non è più solo un colore che incasella o limita, ma una vera e propria bandiera di rivendicazione, capace di sfidare stereotipi radicati e di affermare con forza la presenza delle donne nella società. In questo modo il rosa diventa un linguaggio visivo, un mezzo per raccontare storie di emancipazione, lotta e riappropriazione, dimostrando che un colore può farsi portavoce di cambiamento.
Valentino fall/winter 2022
Il rosa non riflette solo il genere, ma racconta anche i momenti storici. La sua presenza nelle tendenze di moda, nelle scelte Pantone e nelle palette delle collezioni dei grandi brand non è mai casuale. Nei periodi di incertezza o di profonde trasformazioni socio-culturali, il rosa ritorna con forza, come se volesse illuminare il contesto circostante. Non si limita a essere un elemento decorativo: diventa un autentico antidoto al grigiore dei tempi, capace di evocare rinascita, speranza e vitalità. La sua capacità di attraversare le crisi senza venirne sopraffatto, di adattarsi e al tempo stesso di riflettere le tensioni sociali, lo rende un vero e proprio indicatore dello zeitgeist. In ogni sfumatura, il rosa racconta cambiamenti culturali, dinamiche di potere, desideri e paure collettive: un colore che, più di molti altri, sa leggere e interpretare la società in continua evoluzione.
Oggi le nuove generazioni stanno progressivamente superando i tradizionali schemi di genere, concepiti come binari rigidi e immutabili. Il rosa non è più automaticamente femminile, né il blu esclusivamente maschile: sempre più spesso emergono scelte cromatiche personali, combinazioni inedite e un crescente interesse per tonalità considerate “neutre”, come il verde o il giallo. Questo cambiamento riflette la diffusione di nuovi strumenti culturali, un accesso più ampio a informazioni e rappresentazioni capaci di mettere in discussione le norme consolidate, oltre a una maggiore attenzione all’autodeterminazione e all’espressione individuale, mostrando che l’identità non può essere incasellata in codici cromatici rigidi.
Proprio per questo diventa evidente la necessità di liberare i colori dai ruoli di genere che la società ha loro imposto. La dolcezza non è rosa, così come la virilità non è blu. Emozioni, attitudini e competenze appartengono alle persone e non possono essere ridotte a una tinta. La tradizionale divisione tra rosa e blu, consolidata per decenni dalle convenzioni sociali e dal marketing, perde progressivamente rilevanza, lasciando spazio a una visione più fluida e inclusiva, in cui i colori diventano strumenti di espressione e creatività personale, capaci di raccontare identità senza stereotipi né imposizioni. In questo senso, il rosa continua a raccontare storie di emancipazione, ma lo fa non come limite imposto, bensì come scelta libera e consapevole, aprendo la strada a un mondo in cui i colori parlano delle persone e non dei ruoli.

Nel 2024 il colore dell'anno scelto da Pantone è stato proprio una tonalità di rosa: il Peach Fuzz
Il rosa continua a sorprendere: contraddittorio, simbolico, amato e odiato allo stesso tempo. È un colore che ci invita a guardarlo con occhi sempre nuovi. Dietro ogni scelta cromatica, nella moda, nel design e soprattutto nel marketing, si nasconde una decisione consapevole, un messaggio implicito. Rosa e blu sono forse i colori più stigmatizzati, segnati da decenni di stereotipi. Ma, in realtà, nessun colore è neutro: ognuno porta con sé un peso, una storia, un’eco culturale.
Non è una questione di giocattoli o tendenze; è il riflesso della cultura che costruiamo ogni giorno, dei codici che accettiamo, sfidiamo e riscriviamo. Forse il vero potere dei colori sta proprio qui: nella libertà di sceglierli, mescolarli e reinventarli, trasformando un semplice pigmento in un linguaggio capace di raccontare chi siamo, a modo nostro.
Nel 2025 il gotico non è più un retaggio underground né un revival nostalgico: è il linguaggio emotivo del presente. In un mondo instabile, veloce e caotico, cresce la necessità di ritrovare spazi interiori dove rallentare, respirare e dare forma al disagio crescente. L’oscurità, da sempre rifugio nei momenti difficili, smette di essere una minaccia e diventa un luogo dove la bellezza assume densità nuove e i contrasti rivelano ciò che la luce spesso nasconde. Oggi il ritorno del goth - o dark, come viene chiamato in Italia - attraversa moda, cinema, musica e lifestyle con una naturalezza sorprendente.
Nato a Londra verso la fine degli anni ’70, lo stile gotico fonde l’urgenza punk con la teatralità del glam rock, ereditando dal primo il DIY e l’erotismo e dal secondo il gusto per una bellezza sovrannaturale e drammatica. I goth del tempo possono essere considerati gli ultimi romantici del Novecento: i loro riferimenti culturali erano la cupezza vittoriana, l’arte gotica e neogotica, il culto della morte del Romanticismo e le vamp hollywoodiane come Theda Bara, prima icona dell’oscurità sul grande schermo. Da questo mix nasce un linguaggio visivo immediatamente riconoscibile: gonne ampie e corsetti in pelle o PVC, ruches e volant ereditati dal New Romantic, croci e catene, contrasti cromatici taglienti con il nero come dichiarazione identitaria; incarnati diafani, trucco drammatico, combat boots e capelli neri come il carbone. Un immaginario potente, in grado di attraversare decenni senza perdere intensità.
Ann Demeulemeester F/W 25-26
Negli anni ’90 la sottocultura si ramifica: i cyber goth guardano al futuro tra rave e fantascienza, mentre i gothabilly celebrano le pin-up degli anni ’50 in chiave dark e ironica.
Anche quando l’interesse pubblico sembra diminuire, il goth non scompare, ma continua a vivere come codice sotterraneo, attitudine e fonte di ispirazione per la moda più colta. Basti pensare alle forme cupe e disciplinate di Alexander McQueen, al nero strutturale di Yohji Yamamoto, al romanticismo tagliente di Ann Demeulemeester o alle visioni radicali di Rick Owens e John Galliano. Non estetiche “a tema”, ma poetiche: dimostrazioni che il dark è un linguaggio espressivo, non una moda passeggera.
Il goth contemporaneo si declina anche nella “dark academia”, estetica molto amata sui social: un mix di romanticismo decadente e stile preppy intellettuale, che romanticizza la malinconia trasformando l’oscurità in cultura, ricerca ed estetica.
Il dark è tornato a far parlare di sé perché è in grado di comprendere e manifestare le nostre inquietudini. Il cinema ne amplifica il ritorno, dal Nosferatu di Robert Eggers al Frankenstein di Guillermo del Toro, fino al nuovo Dracula di Luc Besson; ma è soprattutto il pubblico a ristabilire un legame con l’ombra. Le nuove icone non nascono in club nascosti, ma sui red carpet e sui social: Jenna Ortega, Billie Eilish, Mariacarla Boscono, sono figure che oscillano tra vulnerabilità e potenza, tra introspezione e presenza scenica, incarnando perfettamente gli archetipi goth.
Nel film di Besson il vampiro torna ad essere un aristocratico tragico, simbolo del dolore e del desiderio eterno. Dracula – L’amore perduto mette in scena un romanticismo barocco, dove il vampiro non è un mostro ma un’icona della perdita e dell’ossessione. I costumi firmati da Corinne Bruand trasformano il personaggio in un dandy decadente: velluti lucidi, corsetti scolpiti, pizzi neri e dettagli rosso sangue. Qui le tenebre diventano teatro e la seduzione un linguaggio visivo.

Eggers reinterpreta Nosferatu affidandosi ai costumi di Linda Muir, che trasformano la decadenza in pura poesia. Niente glamour, niente lucentezza: solo lane ruvide, pelli invecchiate, pellicce consunte e tonalità che assorbono la luce. Orlok non indossa abiti, ma la sua stessa decomposizione; ogni piega diventa racconto, ogni toppa un frammento di tempo. Il film porta il gotico alle radici: non serve a sedurre, ma a inquietare.

Del Toro reinventa il gotico dirigendolo verso la fragilità e facendone un linguaggio di empatia. La Creatura interpretata da Jacob Elordi diventa simbolo della vulnerabilità contemporanea: un corpo imperfetto, cucito, dissonante, che che rivela la bellezza nascosta dell’errore umano. La moda avant-garde, da anni, ha fatto propria questa estetica: silhouette disarmoniche, volumi deformati, materiali irregolari, trucco cadaverico. Frankenstein porta in scena un gotico empatico che commuove invece di terrorizzare.

Il dialogo tra cinema e moda è ormai consolidato. Le collezioni Autunno/Inverno 2025-26 mostrano cappotti-mantello, corsetti strutturati, silhouette allungate e materiali sensoriali. Da Alexander McQueen a Simone Rocha, fino all’eleganza decostruita di Ann Demeulemeester e Rick Owens, l’oscurità è tornata mainstream.
Definire “cos’è” gotico nel 2025 è quasi impossibile: gli anni delle sottoculture rigidamente codificate sono finiti. Il gotico moderno celebra l’intensità, non parla di mostri, ma di esseri umani.
È il linguaggio scelto da moda e cinema per raccontare un mondo stanco di superficialità; oggi il dark è una sensibilità, un’attitude, una lente con cui guardare il mondo. È un abito nero che diventa dichiarazione emotiva, un trucco che accentua l’ombra invece di nasconderla, una scelta estetica che abbraccia stranezza, malinconia e profondità.
Il goth è la sposa spettrale in passerella, la purezza diafana di un look total black, le silhouette scolpite nel buio, i richiami all’occulto e al mito. Celebra l’oscurità non come fuga, ma come riconoscimento di tutto ciò che è fragile, intenso, segreto. Nel 2025, l’ombra non è più semplicemente un rifugio: è uno spazio dove l’anima si rivela nelle sue sfumature più profonde, delicate e inaspettate.
A Milano, nel cuore del Quadrilatero della Moda, il barocco discreto di Palazzo Morando si trasforma in un regno mistico. Varcare le sue soglie in questi mesi significa attraversare un miraggio: quello di "Fata Morgana: Memorie dall’invisibile", la nuova mostra ideata dalla Fondazione Nicola Trussardi a cura di Massimiliano Gioni, Daniel Birnbaum e Marta Papini. Il team curatoriale, di respiro internazionale, riunisce per la prima volta in Italia due ex Direttori della Biennale di Venezia, Gioni (2013) e Birnbaum (2009), che insieme a Papini danno vita a un percorso sospeso tra storia, esoterismo e inconscio. Il titolo dell’esposizione evoca immaginari che oscillano tra mito e letteratura, richiamando tanto la maga di Avalon quanto il poema surrealista di André Breton. Tra realtà e illusione, sogno e coscienza, la mostra indaga quella zona di confine dove il visibile si disgrega, aprendo varchi verso l’invisibile.

Nel ciclo arturiano, Morgana è la sorellastra di Artù, maga ambigua, guaritrice e seduttrice, che accompagna il re morente verso Avalon, terra di passaggio tra la vita e la morte. Figura di potere e libertà, incarna un femminile che rifiuta la sottomissione e sceglie la conoscenza come forma di emancipazione, capace di oltrepassare i confini imposti e trasformare il reale con la propria visione. Nel 1940, durante il suo esilio a Marsiglia e alla vigilia della fuga dall’Europa sotto assedio fascista, André Breton le dedica un poema: Fata Morgana, un viaggio in un regno di apparizioni e metamorfosi dove l’amore e l’immaginazione diventano strumenti di resistenza contro il caos del mondo. La mostra milanese riparte da lì, da quella stessa tensione verso l’altrove. Come nel poema di Breton, anche qui si intrecciano visioni, oracoli e rivelazioni e, come nella leggenda, il visitatore è invitato a lasciarsi incantare da miraggi che parlano del nostro rapporto con il mistero.
Non è un caso che l’esposizione abbia sede proprio a Palazzo Morando, antica dimora della contessa Lydia Caprara Morando Attendolo Bolognini, aristocratica milanese e appassionata studiosa di teosofia, alchimia e spiritismo. Proprio qui la contessa riunì una preziosa collezione di testi esoterici, oggi conservata presso la Biblioteca Trivulziana, che testimonia il suo raro interesse per l’occulto come forma di conoscenza e ricerca intellettuale. La mostra dialoga con questa eredità, trasformando il palazzo stesso in un organismo senziente, un teatro di presenze e memorie. Ogni sala diventa una Wunderkammer, in cui si riuniscono ritratti medianici, fotografie spiritiche, diagrammi terapeutici, sculture e installazioni digitali. Le oltre duecento opere costruiscono così un atlante dell’invisibile che attraversa due secoli di esperienze visionarie. Più di settanta protagonisti, tra medium, artiste, artisti, filosofi e mistici, tracciano un percorso che interroga i limiti dell’arte e della conoscenza.

Il cuore pulsante della mostra è affidato a sedici tele di Hilma af Klint, presentate per la prima volta in Italia. La pittrice svedese, a suo dire guidata da presenze ultraterrene, tra il 1906 e il 1915 elaborò un linguaggio astratto e simbolico ben prima dei più famosi Kandinsky o Mondrian, normalmente riconosciuti come pionieri dell’astrattismo. Nei suoi dipinti, geometrie cosmiche e forme organiche dialogano come mappe energetiche, strumenti di accesso a un sapere universale. Le sue visioni, celate per decenni per volontà dell’artista stessa, incarnano l’idea di memoria dall’invisibile: ciò che agisce nei sotterranei della coscienza, in attesa di essere rivelato. Attorno a lei si dispiega un coro di voci: Georgiana Houghton con i suoi acquerelli realizzati grazie a spiriti guida, Annie Besant e le forme-pensiero teosofiche, i diagrammi terapeutici di Emma Kunz, o ancora, le architetture spirituali di Augustin Lesage e Fleury-Joseph Crépin e le fotografie ectoplasmatiche di Eusapia Palladino. Quest’ultima fu una delle medium più celebri del suo tempo, protagonista di numerose sedute spiritiche documentate da scienziati e artisti. Le sue fotografie, in cui compaiono misteriose emissioni di luce e ectoplasmi, restano un affascinante intreccio tra scienza, fede e spettacolo, e testimoniano l’interesse di un’epoca per l’invisibile come territorio di conoscenza.
Uno dei nuclei più potenti di Fata Morgana è dedicato alle Medium e Mistiche, in cui lo spiritismo si rivela anche come pratica di emancipazione. Nell’Ottocento, in un mondo che negava alle donne una voce pubblica, le sedute spiritiche permisero loro di parlare, letteralmente, per bocca degli spiriti. Le opere e le performance di Chiara Fumai e Giulia Andreani restituiscono oggi la parola alle donne, intrecciando femminismo, memoria e critica sociale. Le fotografie di Palladino, gli ectoplasmi sospesi e i video contemporanei dialogano in una dimensione di sensualità e disobbedienza che ribalta il cliché della donna passiva e spirituale, restituendole il ruolo di mediatrice tra mondi.
Procedendo nell’esposizione si incontra il pensiero di André Breton e dei surrealisti. Nel suo saggio “Le message automatique”, pubblicato sulla rivista Minotaure nel 1933, Breton riconosceva nello spiritismo un precedente diretto del cosiddetto automatismo psichico, cioè l’arte creata senza il controllo della ragione. In mostra compaiono opere di Marcel Duchamp, Unica Zürn, Antonin Artaud, Man Ray e Lee Miller: figure che trasformarono la trance e l’insonnia in canali di accesso all’inconscio. Un territorio in cui poesia e follia si toccano, dove il gesto creativo diventa rito di conoscenza e di liberazione.
I giardini cosmici evocano un mondo vegetale e ultraterreno: nei disegni di Madge Gill e Madame Favre, i fiori diventano presenze spirituali, custodi di segreti ultraterreni, mentre nelle opere di Andra Ursuța le apparizioni fotosensibili assumono la forma di spettri effimeri e immagini angeliche, frutto di un processo che sembra sottrarsi al controllo dell’artista. La protagonista della sala è senza dubbio Predator’s ’R Us (2019), una scultura traslucida in cristallo di piombo che raffigura una figura semisdraiata in una posa classica, ma sovvertita da dettagli inquietanti, come piedi mutati in artigli alieni. L’opera, fragile e potente insieme, interroga la dualità del corpo umano: vulnerabile e predatorio, terreno e ultraterreno. Accanto, le sale dedicate a Carol Rama, Judy Chicago e Louise Nevelson ampliano la riflessione sul corpo e sul femminile, mostrando come l’arte possa ancora oggi incarnare un sapere magico e politico, capace di ribaltare i paradigmi.

Le ultime sale assumono un tono quasi profetico. I corpi senz’organi di Guglielmo Castelli, le maschere di Paulina Peavy e gli abiti rituali di Giuseppe Versino evocano anatomie fluide, ibride, prive di confini. L’espressione corpo senz’organi, coniata dal poeta Antonin Artaud e poi sviluppata dai filosofi Gilles Deleuze e Félix Guattari, indica un corpo liberato dalle strutture sociali e biologiche che lo determinano: un corpo di pura energia e desiderio, capace di reinventarsi continuamente. In questa prospettiva, la metamorfosi diventa linguaggio del desiderio, dove la materia si trasforma in spirito. In Simulacra, il dialogo tra passato e contemporaneità si fa vertiginoso: tra gli arredi barocchi di Palazzo Morando, l’arte di Jill Mulleady e i video di Diego Marcon riscrivono la presenza del fantasma nell’era digitale. Nel salottino dorato del piano nobile, l’opera Young Roman di Mulleady, ispirata al capolavoro di Stefano Maderno per la Basilica di Santa Cecilia, dialoga con lo spazio circostante evocando figure di santi e martiri visionari, ma anche i drammi contemporanei dei femminicidi italiani: un’immagine sospesa tra estasi e dolore.
Più che una mostra, Fata Morgana: Memorie dall’invisibile è un rito. Come nel miraggio che porta il suo nome, ciò che si osserva cambia con lo sguardo: una città sospesa, un volto, una visione che si dissolve. È un’esperienza che unisce filosofia, storia dell’arte e magia, ma anche una riflessione sul presente, dominato da nuove illusioni tecnologiche e da un bisogno crescente di spiritualità. Gioni, Birnbaum e Papini non cercano di provare l’esistenza del soprannaturale, ma di mostrarne la potenza poetica: la capacità di espandere le definizioni tradizionali dell’arte e riscrivere le gerarchie del sapere. Ogni opera, ogni voce, ogni apparizione diventa, dunque, una soglia da attraversare per ritrovare, almeno per un istante, quell’unità perduta tra visibile e invisibile, che l’arte, da sempre, tenta di restituirci.
Riassunto
Visitabile dal 22/10/25 al 9/02/26
Ingresso gratuito
Location: Palazzo Morando | Costume Moda Immagine
Indirizzo: Via Sant’Andrea 6, Milano
Titolo mostra: Fata Morgana: Memorie dall’Invisibile
Curatori: Massimiliano Gioni, Daniel Birnbaum e Marta Papini
Produzione: Fondazione Nicola Trussardi
Enti promotori: Comune di Milano - Cultura, Palazzo Morando, Fondazione Nicola Trussardi
Sito ufficiale: https://www.fondazionenicolatrussardi.com/
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