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Laureata in Fashion Design presso l’Istituto Marangoni di Milano, scrive di arte, moda e costume con uno sguardo curioso e contemporaneo. Indaga i linguaggi estetici e culturali del presente, muovendosi tra ricerca visiva, stile e immaginario collettivo.
A pochi passi da Venezia, il ritmo cambia davvero. Il rumore si abbassa, il tempo si dilata, e torna una domanda essenziale: cosa significa vivere un’esperienza oggi?
La risposta prende forma il 19 aprile a Dolo, negli spazi della Locanda Confini, che prosegue il ciclo delle Domeniche Culturali evocando un immaginario potente, quasi ancestrale: quello delle fiabe venete al femminile.
Niente principesse da salvare, ma donne che scelgono. Figure intelligenti, a tratti scomode. Donne che attraversano il folklore, lo abitano e, soprattutto, lo riscrivono.
A guidare questo viaggio è Valentina Zocca, storyteller con base a Venezia, che dopo esperienze tra India e Nepal torna alle radici con uno sguardo nuovo. Le sue non sono semplici narrazioni: sono esperienze immersive, quasi rituali, dove chi ascolta smette di essere spettatore e diventa parte del racconto.
E mentre le parole prendono forma, succede qualcosa di raro: il cibo entra in scena come un linguaggio parallelo.

Finger food che giocano tra acidità e dolcezza, un Carnaroli al fieno con burro di nocciola e limone fermentato che sembra parlare di terra e trasformazione, un rombo alla brace che porta con sé tutta la profondità del mare. E poi il finale: mascarpone, mandorle e fiori di sambuco, una chiusura che ha qualcosa di primaverile, ma anche di simbolico.
Il prezzo è 65 euro, ma la sensazione è quella di acquistare tempo. Tempo lento, condiviso, quasi sospeso.
Dietro questo progetto c’è la visione di Cristian Minchio e di una brigata giovane, affamata nel senso giusto: di idee, prima ancora che di risultati. La Locanda Confini è uno di quei luoghi che non hanno bisogno di alzare la voce per farsi notare: convince per coerenza, per identità e per una cura del dettaglio che attraversa ogni elemento, dalla materia prima alla mise en place.
Qui l’ospitalità smette di essere semplice servizio e diventa parte integrante del racconto, un gesto naturale che accompagna l’esperienza dall’inizio alla fine.
Il progetto nasce insieme a Marta Contiero e alla sua Bottega dei Libri Selvatici, una realtà che ripensa il libro come esperienza viva, condivisa, lontana da ogni forma di distacco o contemplazione sterile.
Le Domeniche Culturali sono questo: un punto d’incontro tra chi cerca qualcosa di diverso e chi ha deciso di costruirlo.
Perché è vicino a Venezia, ma lontano anni luce dalle sue dinamiche più turistiche.
Perché unisce cibo e cultura senza risultare didascalico.
Perché è uno di quegli eventi da vivere davvero.
E soprattutto, perché ti ricorda una cosa semplice: rallentare non è perdere tempo. È scegliere come usarlo.
Il 19 aprile, a Dolo, le fiabe tornano a essere quello che erano all’inizio: strumenti per capire il mondo. Solo che questa volta, puoi anche assaggiarle.
Dove: Locanda Confini, Riviera Martiri della Libertà 27, Dolo (VE)
Per prenotazioni e informazioni: 041 528 9449
C’è una differenza sottile, ma decisiva, tra vedere e guardare.
Dal 7 marzo al 28 giugno 2026, il MUDEC – Museo delle Culture di Milano ospita “100 fotografie per ereditare il mondo”, una mostra che non si limita a raccontare la storia della fotografia, ma mette in discussione il nostro modo di osservare.
Curata da Denis Curti insieme ad Alessio Fusi e Alessandro Curti, e prodotta da 24 ORE Cultura con il sostegno di Zurich e Turisanda1924 – Alpitour World, l’esposizione attraversa oltre due secoli di immagini. Non come un archivio ordinato, ma come un flusso continuo fatto di memoria, identità e trasformazioni dello sguardo.
100 fotografie per ereditare il mondo, MUDEC, Milano. Foto © Jule Hering
L’inizio è quasi spiazzante. Riporta a un tempo in cui le immagini non erano ovunque, ma accadimenti rari, densi di significato. Prima della fotografia, lo sguardo sul mondo passava ancora dalla mano: dipinti, incisioni, strumenti ottici che traducevano la realtà prima di restituirla allo spettatore.
Poi arriva la svolta. Nell’Ottocento, con gli esperimenti di Joseph Nicéphore Niépce e di Louis Daguerre, si apre una strada nuova: il reale smette di essere interpretato e inizia a imprimersi direttamente attraverso la luce. Nasce così il dagherrotipo, una tecnica in grado di fissare le immagini su lastre metalliche lucidate come specchi. È un passaggio silenzioso ma irreversibile. Per la prima volta, ciò che esiste non viene solo osservato, ma lascia una traccia stabile, indelebile e concreta.
Dalí Atomicus di Philippe Halsman
Nel secolo successivo, lo sguardo si libera dalle sole finalità documentarie e diventa strumento creativo.
Le immagini non si limitano più a mostrare: suggeriscono, provocano e talvolta destabilizzano. Le prospettive si moltiplicano, gli equilibri si modificano e la fotografia inizia a costruire visioni diverse.
Con Man Ray la realtà si incrina e si apre al sogno, mentre Alexander Rodčenko la ribalta con tagli e punti di vista impossibili. André Kertész porta in scena una sottile ironia quotidiana, capace di trasformare anche il dettaglio più minimo in racconto.
Henri Cartier-Bresson con il suo “momento decisivo” insegna a riconoscere quell’istante in cui tutto si allinea, un attimo che sembra casuale, ma che è frutto di uno sguardo assolutamente consapevole.
Con Philippe Halsman, invece, la fotografia diventa performance, come nel celebre scatto “Dalí Atomicus” con Salvador Dalí, dove il reale si frantuma e ricompone davanti all’obiettivo.
Carol Guzy, Berlin Wall (1989), © Carol Guzy / The Washington Post / Getty Images
A un certo punto, la mostra ci mette davanti a fotografie che non hanno bisogno di presentazioni. Non perché siano semplicemente familiari, ma perché fanno parte della nostra memoria collettiva.
Dalla Grande Depressione — con la “Migrant Mother” di Dorothea Lange — allo sbarco sulla Luna, dalla caduta del Muro di Berlino all’11 settembre, sono immagini che abbiamo interiorizzato al punto da dimenticarne quasi l’origine. Eppure restano lì, fissate in uno scatto.
In questo passaggio si comprende qualcosa di essenziale: la fotografia non si limita a documentare la storia. Ne costruisce il ricordo.
Untitled (I am in training, don't kiss me) di Claude Cahun, 1927
Dalla dimensione pubblica si passa a quella più intima, dove il corpo diventa linguaggio e territorio da esplorare.
Con Claude Cahun le identità si moltiplicano, Pierre Molinier indaga metamorfosi e desiderio, mentre Robert Mapplethorpe (protagonista di una mostra personale al Palazzo Reale di Milano) costruisce un’estetica rigorosa, sospesa tra equilibrio formale e tensione emotiva.
Le foto si fanno così più personali, talvolta perturbanti. Non descrivono, ma interrogano, aprendo uno spazio di riflessione in cui riconoscersi o smarrirsi, come pagine di un diario visivo.
Proprio quando sembra di aver trovato un punto fermo, il percorso introduce un dubbio. Alcune fotografie appaiono come prove, documenti oggettivi, ma lo sono davvero?
Artisti come Joan Fontcuberta presentano scatti come prove scientifiche, ma sono solo costruzioni immaginarie.
Qui emerge una consapevolezza decisiva: ogni immagine è il risultato di una scelta. Inquadratura, momento, intenzione; anche ciò che sembra più “reale” è, in parte, costruito. Non un inganno, ma una chiave di lettura che cambia il modo di osservare tutto il resto.
Lake Undecided di Ebrahim Noroozi, 2016
L’ultima parte riporta all’oggi. Nel presente la fotografia è ovunque e proprio per questo ha cambiato significato. Non è più solo testimonianza. È emozione, traccia, memoria personale e collettiva insieme. Non mostra solo ciò che accade. Mostra ciò che resta.
Fotografi come Ebrahim Noroozi o Carlos Ayesta raccontano le ferite del mondo: crisi ambientali, territori vuoti, trasformazioni irreversibili. Altri, come Alba Zari o Carlos Idun-Tawiah, si muovono nella dimensione più intima della perdita, dell’identità, dei legami.
“100 fotografie per ereditare il mondo” è, in fondo, un invito semplice e al tempo stesso radicale: fermarsi. In un tempo in cui le immagini scorrono senza lasciare traccia, la mostra restituisce peso allo sguardo e lo riporta al centro. Non chiede competenze né interpretazioni forzate, ma solo attenzione. Proprio per questo funziona: perché lascia spazio, rallenta, mette in discussione. Uscendo, non si ha la sensazione di aver imparato qualcosa, ma di vedere in modo diverso. Perché alla fine non si tratta solo di fotografia, ma di ciò che scegliamo di guardare davvero e di ciò che decidiamo di portare con noi.
Informazioni Utili
Mostra: 100 fotografie per ereditare il mondo
Location: MUDEC - Museo delle Culture
Date: Dal 07/03/2026 al 28/06/2026
Info e Prenotazioni: sito ufficiale MUDEC
Audioguida inclusa nel biglietto
Ci sono giornate che scorrono senza lasciare traccia e altre che si imprimono nella memoria. Il pane appena sfornato, il brusio discreto delle voci, il sapore di un piatto che evoca ricordi lontani: sono attimi in cui il tempo si dilata, lasciando spazio alla meraviglia, alla condivisione e alla scoperta dei piccoli piaceri.
A pochi passi da Venezia, a Dolo, esiste un luogo in cui tutto questo prende forma. Domenica 15 marzo, la Locanda Confini ha inaugurato le sue Domeniche Culturali, un progetto che unisce cucina, cultura e convivialità in un’esperienza unica.
Il locale, guidato da Cristian Minchio, propone una cucina contemporanea radicata nel territorio e nella stagionalità. Grande attenzione è dedicata ai dettagli: dagli ambienti caldi e curati, alla selezione musicale, fino all’accoglienza. Nel retro, un piccolo orto fornisce erbe e ortaggi, mentre il lievito madre, seguito da oltre quindici anni dallo chef Alessio Coraggio, dà vita a un pane fragrante.
Le Domeniche Culturali nascono dalla collaborazione con La Bottega dei Libri Selvatici di Marta Contiero per mettere in dialogo gastronomia, letteratura e cultura del benessere. Il piacere della tavola si fonde con un percorso di approfondimento, dando vita a un’esperienza che unisce sapori e conoscenza.
La giornata si apre con un aperitivo dal sapore intimo, quasi da salotto letterario. Cristian Minchio, Marta Contiero e Roberta Schembri introducono gli ospiti all’esperienza, tra finger food e suggestioni sensoriali.
Un tris di bocconcini stimola i sensi: battuta di rana pescatrice con barbabietola e timo limonato, prosciutto d’anatra affumicato su polenta croccante con caviale di miele allo zafferano, uovo di quaglia cremoso con asparagi e oli essenziali di menta.

Marta presenta volumi edonistici ed esoterici della sua libreria, accompagnati da tarocchi, pietre e oracoli. Proprio da un oracolo prende avvio l’incontro: gli ospiti sono invitati a pescare una carta e leggere la frase scelta per loro, un piccolo rituale per rompere il ghiaccio e creare connessioni tra i presenti.

Roberta Schembri, farmacista, omeopata e ideatrice del progetto online Erboristeria Narrativa, accompagna il gruppo alla scoperta delle erbe con rigore scientifico e rispetto per la tradizione: le piante non sono semplici ingredienti, ma custodi di storie antiche, portatrici di significati profondi e proprietà tramandate da generazioni.

Terminando l’aperitivo, gli ospiti vengono accompagnati nel percorso gastronomico da uno Chardonnay DOC di Mulin di Mezzo, capace di sostenere con eleganza il tema del pranzo, ossia le erbe.
Accomodati a tavola per la prima portata lo staff presenta un risotto con vialone nano, mantecato con maggiorana, alloro, timo e rosmarino, arricchito dal crudo di gambero rosso di Mazara del Vallo. Roberta lo definisce “poesia nel piatto”, un equilibrio delicato tra sapori freschi e profumi intensi.
Oltre al gusto, maggiorana, rosmarino e alloro offrono effetti vivificanti, stimolanti e antidepressivi. Ogni erba porta con sé una storia: la maggiorana, nella tradizione popolare, era legata alla sfera femminile. Coltivata sui balconi, veniva “salutata” quando passava uno spasimante: un cenno indicava che la giovane donna era pronta a ricevere attenzioni, trasformando la maggiorana in un simbolo discreto di corteggiamento. Insieme a rosmarino e ruta, era inoltre considerata un portafortuna per chi affrontava lunghi viaggi.
L’alloro affonda invece le radici nella mitologia: consacrato ad Apollo, dio della medicina, della poesia e della musica, evoca la storia della ninfa Dafne, trasformata in albero per sfuggire all’amore del dio. Da allora simboleggia gloria, conoscenza e traguardi raggiunti, un richiamo alla luce e alla creatività.
Ogni elemento del piatto diventa così un livello di lettura, trasformando l’esperienza culinaria in un racconto stratificato.

La seconda portata celebra la primavera nella sua essenza: branzino alla brace accompagnato da un jus di pesce alla maggiorana, crema di carota dolce e agretti fermentati.
Gli agretti, disponibili solo in questo periodo, sono un concentrato di magnesio, potassio e silicio, prezioso per tendini, cartilagini, ossa e vasi sanguigni, oltre che per la salute di pelle, capelli e unghie. Secondo Roberta sostengono l’organismo durante i cambi di stagione e in caso di stress.
La carota, con il suo ciclo nascosto sotto terra, simboleggia pazienza e resilienza: solo dopo un lungo periodo emerge verso la luce, ricordandoci che ogni fase di oscurità prepara a una nuova fioritura.
Tra un assaggio e l’altro, Roberta racconta la fiaba di Rinkrank dei Fratelli Grimm, la storia di principessa imprigionata da uno gnomo in un regno sotterraneo, che ritrova consapevolezza di sé e riconquista la propria libertà, seguendo un percorso che richiama il ciclo di trasformazione della terra e dell’anima: discesa, metamorfosi e ritorno alla luce, secondo il ritmo delle stagioni e della vita stessa.

Un sorbetto alla zucca e santoreggia apre la fase conclusiva del pranzo, preparando delicatamente il palato al dolce. Siamo entrati in quella che Roberta definisce “cucina per adulti”: un mondo in cui sapori e aromi parlano direttamente alle emozioni. La zucca, con le sue virtù afrodisiache e stimolanti, evoca desideri profondi e vitalità, mentre la santoreggia favorisce la digestione.
Il dessert, una panna cotta al rosmarino con cioccolato bianco e crumble di mandorla, è un’armonia di profumi e consistenze: la morbidezza del cioccolato, la freschezza delle erbe e la croccantezza delle mandorle completano un’esperienza che nutre corpo e mente.
Cristian Minchio e il suo team accolgono gli ospiti con una cura che trasforma ogni pasto in esperienza. Durante le Domeniche Culturali, il tempo rallenta, i sapori dialogano con le storie e ogni incontro diventa un momento di connessione profonda, dove il cibo si trasforma in ponte tra passato e presente, tra tradizione e cultura.
Questo non è che l’inizio: nuovi menù, temi stagionali e suggestioni attendono chi desidera lasciarsi sorprendere, trasformando ogni domenica in un’esperienza sensoriale intensa e memorabile. Ogni piatto si distingue per gusto e creatività, ogni incontro lascia un’impressione duratura, rendendo la Locanda Confini un luogo dove autenticità e piacere convivono in perfetta sintonia.
Informazioni Utili
Locanda Confini
Indirizzo: Riviera Martiri della Libertà, 27, 30031 Dolo VE
Tel: 041 528 9449
Mail: Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo. e Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.
Sito: www.locandaconfini.com
La Milano Fashion Week si è conclusa da poco e mentre tutti hanno spostato lo sguardo verso Parigi, vale la pena fermarsi un momento e guardare indietro.
Perché Milano è diventata la capitale della moda italiana?
È sempre stato così, oppure è il risultato di una conquista lenta e strategica?
Oggi Milano è una delle “Big Four” insieme a New York, Londra e Parigi. Una delle pochissime città capaci di orientare davvero il sistema moda globale. Eppure, fino alla fine degli anni Sessanta, una capitale unica della moda italiana non esisteva: il settore era un mosaico di poli e distretti specializzati che contribuivano, ciascuno a modo proprio, alla creazione del Made in Italy.
First Italian High Fashion Show, 1951
Negli anni Cinquanta il centro della moda italiana non era Milano, ma Firenze.
È qui che nel 1951 l’imprenditore Giovanni Battista Giorgini organizza il First Italian High Fashion Show nella suggestiva Villa Torrigiani. L’Italia è appena uscita dalla guerra e quell’evento rappresenta molto più di una sfilata: è un’operazione calcolata per rilanciare l’immagine del Paese sulla scena internazionale.
La scelta del momento è tutt’altro che casuale. Le presentazioni vengono programmate subito dopo le sfilate di Parigi, intercettando giornalisti e buyer già presenti in Europa. In passerella compaiono nomi destinati a diventare icone dello stile italiano, come Emilio Pucci, Salvatore Ferragamo e le Sorelle Fontana. Firenze diventa così il primo vero palcoscenico internazionale del Made in Italy, grazie a una lunga tradizione artigianale nella lavorazione della pelle, del cuoio e nelle manifatture di alta qualità.
La Dolce Vita
In seguito, il baricentro creativo della moda italiana si sposta verso Roma, che fino alla fine degli anni Sessanta si afferma come capitale dell’haute couture nazionale, grazie al fascino di Cinecittà. Qui moda e cinema si incontrano in un sodalizio unico: star americane e membri del jet set affollano gli atelier alla ricerca di abiti su misura. La moda rimane un universo esclusivo e sartoriale, simbolo di lusso raffinato, aristocratico e senza tempo.
Nel frattempo, il Paese si organizza per competenze: Biella diventa il polo dei filati, Napoli quello della sartoria maschile, Firenze quello della pelletteria.
Un’Italia frammentata, ma viva di mestieri, in cui ogni regione è custode di un’eccellenza distinta.
Milano non diventa capitale della moda per vocazione estetica, ma per struttura economica e organizzazione produttiva.
Già nel 1958 nel capoluogo lombardo nasce la Camera Nazionale della Moda Italiana, primo segnale di un cambiamento destinato a trasformare il fashion system italiano. Pochi anni dopo, nel 1962, arriva Vogue Italia, portando la moda oltre la manifattura, rendendola linguaggio culturale e strumento mediatico.
Il vero punto di svolta, però, è il passaggio dall’alta moda al prêt-à-porter. Negli anni Settanta l’abito non è più soltanto su misura, ma diventa replicabile, distribuibile e prodotto su larga scala. È una trasformazione profonda che richiede infrastrutture, logistica e una rete produttiva solida, condizioni che in Italia si trovano soprattutto a Milano e in Lombardia, l’area più industrializzata del Paese.
Walter Albini
In questo scenario emerge la figura di Walter Albini, stilista tra i primi a intuire le potenzialità del prêt-à-porter italiano. Con la crescente industrializzazione del settore, diventa sempre più evidente che la moda non può più restare separata dal sistema produttivo che la sostiene. Per questo, nel 1975, Walter Albini decide di spostare la sua sfilata da Firenze a Milano, una scelta pragmatica legata al fatto che gran parte delle aziende che producono i suoi capi ha ormai sede in Lombardia. Portare le sfilate a Milano significa quindi riconoscere una trasformazione già in atto. La moda italiana non è più soltanto atelier e artigianato d’élite, ma un sistema in cui creatività, industria e distribuzione operano nello stesso contesto.
Da lì il movimento diventa progressivamente collettivo. Sempre più stilisti scelgono Milano come base operativa e creativa: da Giorgio Armani a Gianni Versace, da Krizia a Franco Moschino. Le loro case di moda trovano qui non solo visibilità, ma anche l’intera filiera necessaria per trasformare un’idea in prodotto.
Milano Fashion Week
Non a caso, sempre nel 1975, prende forma anche la prima edizione ufficiale della Settimana della Moda milanese. Da quel momento Milano consolida progressivamente il proprio ruolo grazie a un ecosistema fatto di fabbriche, showroom, uffici stampa e reti di distribuzione internazionale. Più che un semplice palcoscenico creativo, la città si afferma come il centro operativo della moda italiana, il luogo in cui l’idea stilistica incontra l’industria e si trasforma in prodotto.
Negli anni Ottanta e Novanta la città smette di essere solo una piattaforma industriale e diventa laboratorio estetico globale.
Ugly Chic Prada 1996
Armani ridefinisce l’eleganza contemporanea e conquista Hollywood con le sue giacche destrutturate. Versace trasforma la passerella in spettacolo, anticipando la cultura pop delle supermodelle. Miuccia Prada introduce l’ugly chic, sovvertendo i codici del bello e dimostrando che anche il minimalismo intellettuale può diventare desiderabile.
Milano costruisce così un’identità precisa: rigorosa, produttiva, meno teatrale di Parigi ma più concreta, meno nostalgica di Roma ma più proiettata nel futuro.
Diesel F/W 2026 MFW
La recente Fall/Winter 2026 della Milano Fashion Week ha confermato quanto la moda sia un sistema in continua evoluzione. Le passerelle milanesi sono sempre più il luogo in cui osservare debutti e cambi di direzione creativa, con designer che si spostano tra le maison come in un vero e proprio “calciomercato” del lusso.
In questo contesto, Milano non è solo il luogo dove si produce moda, ma un palcoscenico mediatico globale. Durante la Settimana della Moda la città si riempie di buyer, giornalisti e professionisti del settore, trasformandosi in un hub internazionale che genera un forte indotto economico e culturale.
Se Firenze ha acceso la scintilla e Roma ha incarnato il sogno dell’alta moda, Milano ha costruito l’infrastruttura che ha reso possibile il successo del Made in Italy.
La città è diventata capitale per una combinazione concreta di fattori: fabbriche, editoria, associazioni di categoria e una solida rete industriale capace di sostenere la produzione e la diffusione del prêt-à-porter. Milano ha saputo trasformare l’artigianato in sistema, la creatività in impresa e lo stile in un linguaggio esportabile nel mondo.
Più che una proclamazione romantica, la sua ascesa è stata il risultato di un’evoluzione economica e culturale iniziata negli anni Settanta. Da allora Milano è rimasta il cuore operativo della moda italiana: una capitale nata nelle fabbriche, cresciuta con il prêt-à-porter e consacrata dall’immaginario globale. Ancora oggi, tra passerelle, strategie industriali e nuovi linguaggi creativi, continua a essere il centro nevralgico di un sistema che non smette di reinventarsi.
Giovedì 26 febbraio, da 142 Restaurant, il terzo appuntamento del ciclo dedicato alle Cantine d’Italia ha celebrato il territorio Piemontese. “La Voce della Terra” non è stata solo una cena degustazione, ma un percorso costruito partendo dal calice per arrivare al piatto.
Protagonista della serata è stata la cantina Isolabella della Croce, cuore pulsante dell’Alta Langa, con vigneti che sfiorano l’80% di pendenza e dove la viticoltura è scelta quotidiana e coraggiosa.

La rassegna nasce dal desiderio di trasformare la carta dei vini di 142 Restaurant in una geografia emotiva. Per Sandra Ciciriello, proprietaria del locale, ogni etichetta è fiducia coltivata negli anni e dialogo diretto con i produttori. Qui le bottiglie custodiscono una storia che parte dalla vigna e arriva alla tavola.
Sandra, “pescivendola nel cuore” dopo gli anni al mercato ittico milanese, ha creato 142 come luogo dove sala e cucina parlano la stessa lingua, unendo produttori, cuochi e ospiti in un unico dialogo.
Isolabella della Croce ha sede a Loazzolo, in Piemonte, tra i 500 e i 550 metri di altitudine, dove i vigneti si arrampicano su pendenze vertiginose e il paesaggio naturale toglie il fiato. Qui notti fresche, escursioni termiche e suoli calcareo-marnosi danno vita a vini tesi, verticali e sapidi.

La storia dell’azienda affonda le radici nell’Ottocento con Egidio Isolabella, appassionato di Vermouth, che a Milano apre un laboratorio nel quale crea una delle prime formule di Vermouth Bianco, l’High Life, diventando fornitore della Real Casa d’Italia. Distrutto durante i bombardamenti del 1943, lo stabilimento rinasce nel 2001 a Borgo Isolabella, a Loazzolo, unendo memoria storica e viticoltura. Oggi Luigi Isolabella porta avanti questo doppio patrimonio.
La regia della serata è chiara fin dal primo assaggio: il vino indica il passo, la cucina ascolta e risponde. Lo chef Federico Zappalà, classe 2000, propone piatti nati dall’ascolto degli ingredienti e dal dialogo con i produttori. I finger food iniziali, come tartelletta di lenticchie e raviolini di barbabietola, si armonizzano perfettamente con lo spumante Alta Langa DOCG Ginevra, esaltandone la bolla.

La tartare di Fassona, con nocciole tostate, maionese all’olio di nocciola, chips di topinambur ed erbe spontanee, esprime con naturalezza il sapore del Piemonte. Nel calice, lo Chardonnay Solum 2019 e 2021 mostra tensione, finezza e pienezza, rivelando sfumature diverse ma la stessa chiara impronta territoriale di Loazzolo.
Dal Pinot Nero alla Barbera, il racconto si muove tra audacia e identità, attraversando due interpretazioni complementari del Piemonte più autentico.
Il primo piatto, un risotto al Casera, cotto nel brodo dello stesso formaggio e rifinito da una riduzione di miele e aceto, incontra il Bricco del Falco 2017 e 2021 in un dialogo fatto di profondità ed eleganza.

La faraona al latte e miele, anteprima del nuovo menù di Federico Zappalà, nasce dalla collaborazione con un allevatore che nutre gli animali con latte e miele, senza antibiotici, un metodo naturale che ne rafforza la salute. Il piatto riflette perfettamente questa filosofia con una carne morbida, dolce e saporita.
Abbinati a questo secondo, i vini Barbera Nizza DOCG Augusta 2016 e 2018, strutturati ma armonici, esprimono morbidezza e intensità, incarnando le parole di Sandra: “La Barbera è poesia, è avvolgenza e soprattutto è femmina”.

La chiusura è un ritorno alle origini di Isolabella della Croce nel segno del Vermouth. Come ha spiegato Luigi Isolabella, questo vino nasce con una vocazione quasi medicinale. L’elemento fondante è l’assenzio romano che dona la caratteristica nota amaricante. Accanto a questo, oltre venti botaniche concorrono a definirne il profilo; al naso emerge con forza la galanga, radice dalle proprietà officinali già utilizzata nell’Ottocento. Il risultato è un equilibrio tra amaro, dolce, balsamico ed erbaceo, dove l’alcol lascia spazio alla profondità aromatica. Il dessert al cioccolato, zucca e mandarino accompagna sia il Bianco che il Rosso, amplificandone le sfumature e terminando il percorso con coerenza e carattere.
“La Voce della Terra” diventa così un’esperienza che va oltre la degustazione. È il racconto di Loazzolo e dell’Alta Langa, della visione della famiglia Isolabella e dell’idea di accoglienza che anima 142 Restaurant. Il vino diventa gesto agricolo, scelta etica e memoria liquida. Quando calice e cucina si muovono all’unisono, il territorio non si limita a essere raccontato: prende parola.

Nella vivace città portuale di Toronto, nel 1961, nasce Ports 1961, un brand destinato a trasformare il concetto stesso di “porto” in una filosofia. Il nome evoca luoghi di passaggio e incontro, simboli di apertura verso nuove culture e prospettive: un principio che la Maison ha fatto proprio sin dagli esordi, coniugando spirito cosmopolita e rigore sartoriale.
Alla guida del progetto, l’imprenditore nippo-canadese Luke Tanabe colse con lucidità il cambiamento sociale in atto: le donne stavano conquistando spazio e autonomia nel mondo del lavoro e necessitavano di abiti capaci di esprimere forza, libertà e professionalità. Ispirato dalla moglie, che definiva un “Perfect 10”, disegnò la No. 10 Blouse, una camicia dal design distintivo e dalla sartorialità impeccabile destinata a diventare un capo manifesto e a consacrare il brand come riferimento del power dressing.
Francesco Bertolini, direttore creativo di Ports 1961
Ports 1961 celebra il suo 65° anniversario con la collezione Autunno/Inverno 2026, un capitolo che riporta al centro l’identità del marchio e ne riafferma i codici con uno sguardo contemporaneo. Sotto la direzione creativa di Francesco Bertolini, la Maison riscopre la propria vocazione internazionale, ispirandosi alla visione del fondatore Luke Tanabe, che usava dire: “Sogno di fare colazione nel Sahara e cenare a New York”, frase che racchiude l’amore per il viaggio e la curiosità verso culture diverse intrinseche nel DNA del brand.
La presentazione della collezione intitolata Dressing Is A Little Like Embarking si è svolta alla Fondazione Sozzani, dove visione contemporanea e ricerca culturale dialogano costantemente. L’allestimento, ispirato agli aeroporti, ha trasformato ogni look in una destinazione: tabelloni delle partenze, sale d’attesa e annunci sonori evocavano il senso di movimento, aspettativa e scoperta.

La fall/winter di Ports esplora il dialogo tra maschile e femminile, struttura e fluidità. Utility jacket (giacche d’ispirazione militare o da lavoro, con tasche applicate e linee pratiche), cappotti architettonici e tagli sartoriali strutturati convivono con slip dress, ovvero abiti leggeri e scivolati simili a sottovesti, silhouette morbide e drappeggi delicati.
I materiali raccontano la storia di una donna in movimento: lana, cashmere e tessuti tecnici, scelti con grande attenzione alla qualità, garantiscono comfort e struttura, mentre pelle trattata effetto vintage e mantelle in costina introducono una dimensione nomade, vissuta e sofisticata.
Tra i capispalla si distinguono una pelliccia di coniglio particolarmente morbida al tatto, che dà forma a uno dei modelli più femminili ed eleganti della collezione, e un cappotto in cashmere grigio dal taglio giapponese, morbido e avvolgente, impreziosito da un grande bottone tondo martellato color argento, reinterpretazione contemporanea dei bottoni marinari delle stagioni passate.

Il nodo, ricorrente su bottoni, chiusure, top annodati e gonne avvolgenti, diventa gesto stilistico e metafora di legame e continuità. Lavorazioni preziose come ricami di perline e crochet realizzati a mano dialogano con giacche maschili e volumi confortevoli, creando un equilibrio armonico tra forza e raffinatezza.

Le stampe traducono il tema del viaggio in ritmo e movimento. Grafiche lineari ispirate ai disegni emotivi dell’artista Louise Bourgeois e motivi argyle astratti - classico disegno a rombi ripetuti, qui rielaborato in chiave moderna - che richiamano il dinamismo cromatico e geometrico di Sonia Delaunay animano abiti fluidi e coordinati.
Check arricchiti da ricami degradé effetto perla, decorazioni con perline che sfumano gradualmente per colore o dimensione, insieme a frange e pannelli plissé completano la collezione con una ricca dimensione tattile.

La palette cromatica spazia da classici senza tempo come il nero, il blu navy, il grigio, l’avorio e il cammello, fino ad arrivare a tonalità più vive come verde militare, rosa e rosso, combinando eleganza classica e personalità contemporanea.
Vestire, per Ports 1961, significa scegliere la propria direzione e abitare il mondo con consapevolezza. A sessantacinque anni dalla fondazione, la Maison continua a rivolgersi a una donna moderna e sofisticata che non cerca semplicemente abiti, ma un’estetica coerente con la propria idea di libertà.
Stagione dopo stagione, Ports 1961 riafferma che l’eleganza autentica non è mai statica, ma nasce dalla curiosità, dalla capacità di attraversare il tempo e le culture restando fedeli alla propria identità.
Dal 7 febbraio al 27 settembre 2026, la Sala delle Cariatidi del Palazzo Reale di Milano ospita Le Alchimiste, il nuovo progetto site-specific di Anselm Kiefer, uno dei massimi protagonisti dell’arte contemporanea internazionale. Curata da Gabriella Belli, la mostra rende omaggio alle figure femminili che hanno contribuito allo sviluppo della scienza e dell’alchimia, celebrandone il ruolo e valorizzandone finalmente il contributo spesso ignorato dalla storia.
Kiefer. Le Alchimiste. Installation view Sala delle Cariatidi. Ph Ela Bialkowska, OKNO Studio
La Sala delle Cariatidi, un tempo conosciuta come Sala degli Specchi, fu completata nel 1778 da Giuseppe Piermarini per Ferdinando d’Asburgo-Lorena. Con i suoi 46 metri di lunghezza e 17 di larghezza, supera persino la celebre Galerie des Glaces di Versailles. Riccamente decorata con stucchi, affreschi, dipinti e sculture, la stanza subì gravi danni durante la Seconda Guerra Mondiale, nella notte del 15 agosto 1943, quando un bombardamento inglese colpì il centro storico di Milano. L’attacco distrusse il soffitto della sala e mutilò le quaranta cariatidi, che non vennero mai restaurate, conservando le cicatrici del fuoco bellico. Da allora, le sculture segnate dalla tragedia hanno elevato questo spazio a luogo del ricordo, rendendolo la cornice ideale per opere simboliche come Guernica di Pablo Picasso e le installazioni di Anselm Kiefer dedicate al sapere femminile.
Kiefer. Le Alchimiste. Installation view. Ph Ela Bialkowska, OKNO Studio
Le Alchimiste prende forma nel 2024, quando Kiefer, visitando la Sala delle Cariatidi, riconosce nel destino delle statue sfigurate il riflesso della storia di molte donne la cui memoria è stata cancellata dalla storia: le alchimiste. Quarantadue teleri, trentotto collocati lungo la navata principale e otto nella Sala del Lucernario, raccontano le storie di donne vissute tra il basso Medioevo e il Seicento, custodi di saperi legati al fuoco, alla terra e ai cicli naturali della vita. Oggi le definiremmo medichesse, erboriste, farmaciste o sperimentatrici alchemiche, ognuna animata da una propria ricerca e da uno scopo unico. Alcune cercavano la leggendaria pietra filosofale, simbolo di perfezione e rigenerazione spirituale, altre si dedicavano a curare, guarire e migliorare la vita delle comunità, operando in laboratori domestici e pubblicando le proprie ricette sotto pseudonimi maschili per proteggersi dalle accuse di stregoneria.
Kiefer. Le Alchimiste. Installation view. Ph Ela Bialkowska, OKNO Studio
Su ogni tela prende forma una figura, il cui nome è inscritto in alto come gesto metaforico di restituzione identitaria. I volti e i corpi emergono da strati di materia densa sottoposta a combustione e stratificazione, plasmata da piombo, zolfo, ossidi, oro, cenere e fiori. Così la pittura si trasforma in un vero laboratorio alchemico, dove luce e ombra, distruzione e rinascita dialogano continuamente e la memoria femminile, a lungo oscurata, ritrova la propria voce e il proprio splendore.
Anselm Kiefer, Isabella d’Aragona, 2025. Photo: Nina Slavcheva ©Anselm Kiefer
Kiefer celebra il sapere femminile, omaggiando sia figure di alto rango sia donne meno note, proto-scienziate che hanno aperto la strada alla sperimentazione moderna. Tra le italiane spiccano Caterina Sforza, politica, guerriera e studiosa di piante medicinali, Isabella d’Aragona, esperta di cosmesi e rimedi di corte e Isabella Cortese, autrice de I secreti della signora Isabella Cortese (1561), figura centrale nell’eredità culturale e scientifica delle donne del Rinascimento.
Anselm Kiefer, Kleopatra, 2025. Photo: Nina Slavcheva ©Anselm Kiefer
Accanto a loro, il ciclo include figure internazionali tra cui: Leona Constantia, pseudonimo dell’autrice di Sonnenblume der Weisen, il trattato che prometteva la chiave per preparare la pietra filosofale e Anne Marie Ziegler, perseguitata per presunte pratiche demoniache. Non manca Kleopatra, alchimista greca del III-IV secolo, autrice del papiro Chrysopoeia, dal quale emerge il celebre simbolo dell’ouroboros, il serpente che si morde la coda, rappresentazione dell’eterno ciclo di vita, morte e rinascita. Interessante è anche la figura di E.H., alchimista del XVI secolo che celava la propria identità dietro le iniziali, testimone silenziosa di un sapere nascosto, finalmente restituito al mondo attraverso l’arte.
Kiefer. Le Alchimiste. Installation view Sala del Lucernario. Ph Ela Bialkowska, OKNO Studio
Il percorso culmina nella Sala del Lucernario, dove le ultime 8 tele sono dominate da fondi oro, il metallo perfetto e incorruttibile, simbolo supremo della Grande Opera alchemica. Qui l’oro non è solo trasmutazione materiale, ma purificazione spirituale, un processo che eleva lo spirito attraverso la materia e nasce dalla combustione, dalla distruzione, dalla lenta ossidazione del piombo.
Kiefer. Le Alchimiste. Installation view. Ph Ela Bialkowska, OKNO Studio
Le Alchimiste non è solo una mostra “bella” nel senso decorativo del termine: è un itinerario immersivo, fatto di grana ruvida, pittura, metalli, fiori, rilievi e riflessi che rimbalzano dagli specchi all’architettura, alle opere.
In dialogo con la Sala delle Cariatidi, Kiefer ricuce i frammenti della memoria collettiva, restituendo una voce e un nome a chi è stata esclusa dalla storia ufficiale, trasformando così l’arte in un gesto di giustizia simbolica.
L’esposizione è accompagnata da un articolato programma di incontri gratuiti su prenotazione con personalità del mondo culturale e artistico, tra cui Gabriella Belli, Natacha Fabbri, Massimo Recalcati, Michela Pereira e Luisa Torsi.
Alcune opere del ciclo saranno inoltre visibili in sedi esterne: Caterina Sforza presso Unipol Tower dal 9 febbraio al 30 giugno 2026 e Margarethe V Antiochia al Parco Internazionale di Scultura di Banca Ifis a Mestre dal 19 aprile 2026.
Informazioni utili
Location: Sala delle Cariatidi, Palazzo Reale, Milano
Date: dal 7 febbraio al 27 settembre 2026
Ingresso: si entra dal Museo del 900, dove potrete anche fare i biglietti
Audioguida inclusa nel biglietto
Programma incontri: www.palazzorealemilano.it/public-program-kiefer.-le-alchimiste
Info: www.palazzorealemilano.it/-/anselm-kiefer.-le-alchimiste
Fino al 28 febbraio, il cortile interno dell’hotel Portrait Milano si trasforma in un bosco inatteso, dove il rumore della città svanisce e i visitatori vengono guidati in un’esperienza multisensoriale che celebra la storia, la tecnica e il design di Moncler Grenoble. The Beyond Performance Exhibit non è solo un’installazione: è un viaggio tra passato, presente e futuro di un brand che ha fatto della montagna la sua cifra stilistica.
Sentieri terrosi, alberi slanciati e nebbia leggera evocano le origini del marchio, fondato nel 1952 a Monestier-de-Clermont, vicino a Grenoble, sulle Alpi francesi. L'esposizione si articola in tre percorsi tematici, ciascuno dedicato a un elemento chiave dell’identità del brand. Non esiste un ordine prestabilito: ognuno è libero di scegliere da dove iniziare, lasciandosi guidare dall’istinto, come in un’esplorazione in alta quota.
The Beyond Performance Exhibit Moncler, Blue Trail (foto di hypebeast.com)
Il Blue Trail rende omaggio alle radici di Moncler: attraverso videoproiezioni immersive, l’allestimento ricrea le grandi spedizioni alpine, come quella italiana sul K2 del 1954, supportata dal marchio. Sacchi a pelo, giacche a vento e i primi piumini realizzati insieme a Lionel Terray raccontano l’evoluzione tecnica e stilistica del brand. Al centro, spicca la giacca Karakorum, creata appositamente per la storica missione del 1954, simbolo di performance d’eccellenza e di uno stile senza tempo.
The Beyond Performance Exhibit Moncler, White Trail
Il White Trail celebra la dimensione sportiva di Moncler. Tra neve e immagini suggestive di montagne vengono presentati i capi olimpici della Squadra francese del 1968 accostati alle tute da gara del Team Brasile per le Olimpiadi invernali di Milano Cortina 2026, creando un ponte tra passato e presente. Dagli archivi emergono pezzi iconici come un piumino Paninaro del 1990 autografato dallo sciatore Alberto Tomba e una creazione anni Ottanta firmata dalla designer parigina Chantal Thomass, testimonianze della capacità del brand di attraversare epoche e stili mantenendo la propria identità.
The Beyond Performance Exhibit Moncler, Red Trail
Infine, il Red Trail accompagna i visitatori dal presente al futuro del marchio, lungo una passerella specchiata e luminosa che crea un’illusione ottica, metafora di orizzonti infiniti e nuove possibilità. Questo ambiente futuristico racconta la trasformazione avviata da Remo Ruffini nel 2003 e consolidata nel 2010, quando Moncler Grenoble si affermò come riferimento internazionale per l’abbigliamento tecnico di alta gamma. Le collezioni più iconiche prendono vita tra installazioni e contenuti coinvolgenti: dal debutto alla New York Fashion Week del 2010 alla foresta innevata di St. Moritz, dalle passerelle in alta quota a Courchevel fino all’anteprima Autunno/Inverno 2026 ad Aspen. Giochi di luce, fumo e suoni rendono l’esperienza intensa e suggestiva, facendo della montagna non solo un’ambientazione, ma l’essenza stessa del percorso.
Molti capi storici sono stati prestati da Dapper Dylan, collezionista privato, che ha messo a disposizione il proprio archivio personale, arricchendo l’esposizione con pezzi iconici. In questa mostra, moda e sport si incontrano in un’esperienza immersiva adatta a tutti, dove ogni dettaglio racconta la filosofia di Moncler: un equilibrio tra heritage alpino, innovazione tecnica e design contemporaneo.
The Beyond Performance Exhibit è visitabile su prenotazione tramite il sito ufficiale thebeyondperformanceexhibit.com
Ci sono simboli che nascono per necessità e finiscono per trasformarsi in linguaggi universali. Il Monogram di Louis Vuitton, che nel 2026 celebra 130 anni, appartiene senza dubbio a questa categoria. Costruito attorno alle iniziali intrecciate “L” e “V”, omaggio diretto al fondatore della Maison, e a una costellazione di motivi floreali e geometrici, non è mai stato un semplice elemento decorativo. Fin dalle origini, si è imposto come un autentico codice visivo: un segno distintivo capace di attraversare epoche, mutamenti sociali e rivoluzioni estetiche senza perdere la propria identità. Nato alla fine dell’Ottocento come risposta concreta alla contraffazione, il Monogram è oggi un emblema stratificato, in bilico tra funzione, arte e cultura.
Louis Vuitton - Grey Trianon
Per comprendere appieno la nascita del Monogram, è necessario tornare ai primi anni della maison. Quando Louis Vuitton apre il suo primo negozio di articoli da viaggio a Parigi nel 1854, il successo dell’azienda si basa soprattutto sull’innovazione tecnica: bauli leggeri, impilabili e rivestiti con una tela impermeabile. I primi modelli non presentano ancora motivi decorativi distintivi, ma sono realizzati in tela Gris Trianon, una superficie cerata grigia pensata per resistere all’umidità e all’usura dei viaggi.
Tela Damier Louis Vuitton
Il rapido successo delle creazioni Vuitton porta però a un problema cruciale: le imitazioni. Già negli anni Settanta dell’Ottocento, per distinguersi, Louis Vuitton introduce un motivo a righe rosse e beige, primo tentativo di creare un segno distintivo visivo. La vera svolta arriva nel 1888, quando Georges Vuitton, figlio del fondatore, inventa la tela Damier, la celebre scacchiera beige e marrone accompagnata dalla scritta “Marque L. Vuitton déposée”. Non si tratta solo di un gesto estetico: è anche un atto di tutela legale e identitaria, che anticipa l’idea moderna di branding.

Monogram LV
Dopo la morte di Louis Vuitton nel 1892, Georges prosegue il lavoro paterno e avverte la necessità di un simbolo ancora più forte, capace di rendere immediatamente riconoscibili i prodotti della maison in tutto il mondo. Nel 1896 nasce così il Monogram LV, concepito anche come omaggio al padre. Il disegno intreccia le iniziali “L” e “V” a una serie di motivi floreali e geometrici: un fiore a quattro petali racchiuso in un cerchio, un fiore a quattro punte e un diamante che contiene lo stesso fiore in negativo.
L’ispirazione non è casuale. Secondo le ricostruzioni storiche, Georges Vuitton guarda alle piastrelle in maiolica di Gien decorate con fiori a quattro petali, presenti nella casa di famiglia ad Asnières. Il risultato è un motivo che incarna pienamente il clima estetico fin de siècle, attraversato da revival neogotici e da profonde suggestioni orientali, in cui l’ornamento diventa linguaggio simbolico e struttura visiva. Nel 1905 la tela Monogram viene registrata ufficialmente come marchio, sancendo la nascita di uno dei simboli più longevi della storia del lusso.

Keepall Bandoulière 50
Nel corso del Novecento, il Monogram accompagna l’evoluzione delle abitudini di viaggio e di consumo. I bauli Louis Vuitton, impermeabili e resistenti, diventano status symbol di artisti, intellettuali e attrici, soprattutto durante l’epoca del jet set tra gli anni Cinquanta e Sessanta. Parallelamente, il marchio estende il proprio linguaggio alle borse, dando vita a modelli destinati a diventare iconici: Speedy, Keepall, Noé, Alma.
Queste creazioni dimostrano come il Monogram non sia un semplice motivo decorativo, ma un linguaggio capace di adattarsi a forme, usi e contesti diversi, senza perdere coerenza. Nato come strumento di difesa contro l’imitazione, il motivo si trasforma in un segno di appartenenza e riconoscimento globale.
La fase più radicale dell’evoluzione del Monogram arriva tra la fine degli anni Novanta e i primi anni Duemila. Con la nomina di Marc Jacobs a direttore creativo nel 1997, il codice visivo di Louis Vuitton viene sottoposto a un processo di ridefinizione profonda: il motivo si ingrandisce, si moltiplica nei colori, si libera dalla rigidità formale e si apre a contaminazioni provenienti da mondi fino ad allora estranei al lusso tradizionale. Il Monogram smette di essere un segno intoccabile e diventa materia viva, superficie di sperimentazione, capace di dialogare con l’arte contemporanea, la cultura pop e le nuove estetiche globali mantenendo intatta la propria identità.

Louis Vuitton Masters, Jeff Koons
Collaborazioni come quella con Takashi Murakami nel 2003 trasformano il motivo in un mosaico pop multicolore, Yayoi Kusama lo ricopre di pois nel 2012 e nuovamente nel 2023, Stephen Sprouse lo sporca con graffiti, Jeff Koons lo sovrappone ai capolavori della storia dell’arte, Rei Kawakubo, Frank Gehry, Cindy Sherman e altri lo reinterpretano come forma concettuale. Questa apparente “rivoluzione” dimostra la forza del Monogram, che per quanto possa essere modificato, resta sempre riconoscibile.

Mikhail Gorbaciov, fotografato da Annie Leibovitz per LV
A rafforzarne lo status symbol contribuiscono anche le campagne pubblicitarie. Emblematica è quella del 2007 con Mikhail Gorbaciov, fotografato da Annie Leibovitz davanti a ciò che restava del muro di Berlino. Accanto all’ex leader sovietico, sul sedile posteriore dell’auto, una borsa Keepall. Un’immagine che inserisce il prodotto all’interno di una narrazione storica e politica, dimostrando come il brand possa dialogare con la complessità del reale e non solo con l’estetica del lusso.
Nel 2026 Louis Vuitton celebra i 130 anni del Monogram rendendo omaggio alla propria storia e alla sua eredità iconica, reinterpretata attraverso una visione creativa profondamente contemporanea. Le celebrazioni si aprono con un tributo alle borse più iconiche: Speedy, Keepall, Noé, Alma e Neverfull, autentici capisaldi del patrimonio della Maison e simboli di un’idea di viaggio sempre attuale.

LV x TM Speedy Soft 30, anniversario monogram
Louis Vuitton presenta tre capsule collection esclusive che rileggono il Monogram alla luce del savoir-faire e dell’arte contemporanea: Monogram Origine, VVN e Time Trunk, affiancate dalla collezione LVxTM (Louis Vuitton × Takashi Murakami). Ogni capsule esplora uno degli elementi fondanti dell’identità Vuitton: la tela storica, la pelle naturale e l’arte della fabbricazione dei bauli.
Alma BB, collezione Monogram Origine
Monogram Origine reinterpreta la tela del 1896 in un nuovo jacquard di lino e cotone, declinato in delicate tonalità pastello ispirate agli archivi. VVN celebra la nobiltà essenziale della pelle bovina naturale, materiale distintivo della Maison fin dalle origini, destinato a sviluppare nel tempo una patina unica e personale. Time Trunk, infine, offre una rilettura audace dell’universo dei bauli, riproducendone superfici e dettagli attraverso sofisticate stampe trompe-l’œil.
A 130 anni dalla sua creazione, il Monogram Louis Vuitton dimostra che la forza di un simbolo risiede nella sua capacità di evolvere senza rinnegarsi. Nato come strumento di difesa contro il plagio, è diventato un linguaggio universale che attraversa moda, arte e cultura visiva. Non un feticcio immobile, ma un organismo vivo, capace di adattarsi al tempo senza smettere di raccontarlo. E forse è proprio questa la sua magia più duratura: non smettere mai di viaggiare.
In occasione dei Giochi Olimpici e Paralimpici Invernali Milano Cortina 2026, la Fondazione Luigi Rovati presenta la mostra “I Giochi Olimpici™. Una storia lunga tremila anni”, un progetto espositivo che ripercorre l’evoluzione dell’ideale olimpico dal mondo antico allo sport contemporaneo.
Curata da Anne-Cécile Jaccard e Patricia Reymond (Museo Olimpico di Losanna), Giulio Paolucci (Fondazione Luigi Rovati) e Lionel Pernet (Musée Cantonal d’Archéologie et d’Histoire di Losanna), la mostra nasce da una coproduzione internazionale e si sviluppa in un percorso che accosta reperti archeologici, opere d’arte e oggetti simbolo delle Olimpiadi moderne.
Dalle competizioni della Grecia antica, che sancivano la tregua sacra e favorivano il dialogo tra le città, fino alla visione educativa di Pierre de Coubertin, fondatore dei Giochi moderni, l’esposizione racconta come il gesto atletico si sia affermato nel tempo come luogo di rappresentazione, confronto e cultura.
Installation view I Giochi Olimpici™. Una storia lunga tremila anni. Foto: Daniele Portanome
La mostra, articolata in cinque sezioni tematiche, mette in dialogo reperti archeologici e cimeli dei Giochi moderni, intrecciando sport, arte e spiritualità. Vasi attici decorati con scene di competizioni e vita quotidiana, strigili e attrezzi atletici greci, etruschi e romani si affiancano a oggetti simbolo della storia olimpica, dai guantoni di Pierre de Coubertin alla maglia di Usain Bolt indossata alle Olimpiadi di Pechino 2008 ed esposta per la prima volta a Milano.
Simboli potenti come la torcia olimpica testimoniano la continuità tra passato e presente: dalle lampadoforie dell’antica Grecia, corse rituali a staffetta con la fiaccola, fino ai design contemporanei, la fiamma conserva il suo valore di passaggio, memoria e unione tra i popoli.
Installation view I Giochi Olimpici™. Una storia lunga tremila anni. Foto: Daniele Portanome
Questo dialogo tra epoche è rafforzato dall’architettura della Fondazione Luigi Rovati, un palazzo ottocentesco trasformato in museo da MCA – Mario Cucinella Architects. Il piano ipogeo, dal design moderno, ospita i reperti archeologici, mentre i livelli superiori conservano lo stile originale del palazzo. Un equilibrio tra memoria e innovazione premiato con il Compasso d’Oro ADI 2024 per l’Exhibition Design.
Tomba delle Olimpiadi, Fondazione Rovati. Foto: Daniele Portanome
Culmine del percorso è la Tomba delle Olimpiadi (530–520 a.C.), proveniente dal Museo Archeologico Nazionale di Tarquinia e presentata per la prima volta fuori dal suo contesto originario. Gli affreschi al suo interno raffigurano corse di bighe e prove atletiche, unendo sport, danza, simposi e valori aristocratici. In Etruria, celebrare il gesto atletico in un contesto funerario significava trasformare il tema della morte in esaltazione della vita e del prestigio, fissando nella memoria collettiva l’impresa degli atleti.
La Tomba delle Olimpiadi (1991) di Mario Schifano
L’eco di questa visione arriva fino ai giorni nostri: opere moderne come la serigrafia di Andy Warhol ispirata alla Tomba delle Leonesse di Tarquinia e La Tomba delle Olimpiadi (1991) di Mario Schifano reinterpretano il gesto atletico e il mito olimpico. Questo straordinario reperto diventa così la chiave di lettura dell’intero percorso: dall’antichità alla contemporaneità, lo sport continua a creare identità, lasciare tracce e celebrare la forza del gesto umano.
Installation view I Giochi Olimpici™. Una storia lunga tremila anni. Foto: Daniele Portanome
“I Giochi Olimpici™. Una storia lunga tremila anni” racconta l’evoluzione dei Giochi, da eventi riservati a un’élite maschile di cittadini liberi fino alla piena parità di genere raggiunta a Parigi 2024, riflettendo l’ambizione di uno sport sempre più inclusivo e rappresentativo. L’esposizione, inserita nel programma dell’Olimpiade Culturale di Milano Cortina 2026, offre un’esperienza immersiva che invita a riflettere su come archeologia, storia e arte dialoghino con il presente, mostrando come lo sport, attraversando millenni, continui a plasmare cultura, tradizione e storia. L’esposizione resterà aperta fino al 22 marzo 2026, offrendo un’occasione unica per immergersi nella storia millenaria dei Giochi e riscoprire il valore universale dello sport.
Informazioni utili
Location: Fondazione Luigi Rovati, via Varesina 123, Milano
Date: fino al 22 marzo 2026
Orari: dal martedì alla domenica, 10:00–19:00 (chiuso lunedì)
Biglietti: ingresso a pagamento; tariffe ridotte per studenti, under 18 e over 65
Informazioni: www.fondazioneluigirovati.org
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