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Laureata in Fashion Design presso l’Istituto Marangoni di Milano, scrive di arte, moda e costume con uno sguardo curioso e contemporaneo. Indaga i linguaggi estetici e culturali del presente, muovendosi tra ricerca visiva, stile e immaginario collettivo.
Ci sono immagini che chiedono di essere osservate e altre che invitano a entrare in una dimensione nuova. A Palazzo Citterio, nel cuore di Brera, due mostre prorogate fino al 13 settembre 2026 trasformano gli spazi della Grande Brera in due racconti paralleli: “Giovanni Gastel. Rewind” e “PALADINO”.
Due percorsi molto diversi, ma accomunati dalla capacità dell’arte di andare oltre la superficie. Da una parte la fotografia elegante e visionaria di Giovanni Gastel, capace di trasformare moda, ritratto e still life in poesia contemporanea; dall’altra i Dormienti di Mimmo Paladino, trentadue figure in terracotta sospese tra sonno e veglia, mito e presente.
Se Gastel ha costruito immagini partendo dall’incontro con persone, oggetti e materiali, Paladino lavora sul mistero, sul simbolo e su ciò che resta nascosto.
Ph: Giuseppe Biancofiore
Ampia e articolata, “Giovanni Gastel. Rewind” ripercorre oltre quarant’anni di ricerca fotografica restituendo la coerenza e l’evoluzione di uno sguardo unico.
Curata da Uberto Frigerio e realizzata da La Grande Brera con l’Archivio Giovanni Gastel e l’Agenzia Guardans-Cambó, la mostra riunisce più di 250 opere: dalle prime copertine di moda del 1977 agli still life più sperimentali, dai ritratti alle campagne pubblicitarie, fino ai progetti più intimi e personali.
Il percorso non segue una semplice successione cronologica, ma costruisce una narrazione emotiva e tematica, dove fotografie, oggetti personali, strumenti di lavoro, scritti e poesie restituiscono la complessità di un artista che ha sempre considerato l’immagine come una forma di conoscenza.
Gastel non si limitava a registrare la realtà: la trasformava attraverso il proprio sguardo. Come affermava lui stesso, “non sono uno specchio, sono un filtro”. Ogni fotografia nasceva dall’incontro tra ciò che si trovava davanti all’obiettivo e il suo mondo interiore.
Nelle sale di Palazzo Citterio emerge con chiarezza la sua capacità di unire rigore e immaginazione, tradizione e innovazione. Tra i primi in Italia a confrontarsi con la post-produzione digitale già negli anni Novanta, Gastel ha saputo mettere in relazione la precisione artigianale del banco ottico e delle Polaroid con le nuove tecnologie, costruendo un linguaggio personale e immediatamente riconoscibile.
Ph: Giuseppe Biancofiore
La sua ricerca affonda le radici nella cultura milanese in cui è cresciuto: figlio di Ida Visconti di Modrone, influenzato dall’ambiente teatrale e dalla figura dello zio Luchino Visconti, Giovanni Gastel ha tradotto nella fotografia un’idea di eleganza che non è mai solo estetica, ma un vero e proprio sguardo sul mondo.
Moda, arte e quotidiano convivono nei suoi scatti in un dialogo continuo. Dai volti iconici della contemporaneità ai dettagli più discreti, ogni immagine diventa un'occasione per rivelare una dimensione più profonda.
Milano resta il suo orizzonte formativo e creativo, una città che ha contribuito in modo decisivo a plasmarne gusto e sensibilità. Non a caso Harper’s Bazaar USA lo definì “l’ambasciatore di Milano per eccellenza, il più internazionale e il più elegante”.
Entrare in “Rewind” significa attraversare la sua idea di fotografia: non documento del reale, ma spazio in cui memoria, immaginazione e sguardo si sovrappongono.
Ph: Lorenzo Palmieri
Più raccolta, ma estremamente intensa nell’esperienza, la mostra dedicata a Mimmo Paladino conduce il pubblico in una dimensione sospesa.
Nella Sala Stirling di Palazzo Citterio prendono vita i celebri Dormienti, un ciclo composto da trentadue sculture in terracotta realizzate a partire dalla stessa matrice e ogni volta ricomposte in relazione allo spazio che le ospita.
Le figure sono adagiate in posizione fetale, immobili e silenziose. A un primo sguardo possono ricordare i corpi degli abitanti di Pompei ed Ercolano, ma la loro origine è legata ai disegni di Henry Moore realizzati durante la Seconda guerra mondiale, nei quali persone rannicchiate nei rifugi sembravano dormire e sognare nonostante il pericolo.
I Dormienti non raccontano la fine, ma una sospensione. Come scrive Mauro Covacich nel testo dedicato alla mostra, il sonno diventa una forma di protezione della vita, un modo per sottrarsi al rumore e all’esposizione continua del presente.
La Sala Stirling si trasforma così in una scena teatrale: il visitatore cammina tra presenze enigmatiche accompagnato dalla traccia sonora composta da Brian Eno per la storica esposizione dei Dormienti alla Roundhouse di Londra nel 1999.
L’atmosfera è straniante e magnetica. Le sculture non occupano semplicemente lo spazio, ma lo modificano, creando un ambiente dove silenzio, penombra e suono contribuiscono a costruire un’esperienza quasi rituale.
Ph: Lorenzo Palmieri
Accanto alla sala principale, un ambiente quasi nascosto ospita quindici disegni inediti del 1973, realizzati da Paladino a venticinque anni. Opere che raccontano l’origine della sua ricerca e il rapporto costante con il disegno, il mito e la dimensione simbolica.
Gastel e Paladino seguono strade apparentemente lontane: il primo lavora sulla luce, sul volto umano e sulla trasformazione del quotidiano; il secondo sull’ombra, sul silenzio e sulle immagini archetipiche.
Eppure entrambi condividono una stessa tensione: superare ciò che appare per arrivare a una dimensione più profonda.
Gastel cercava nell’immagine una verità emotiva nascosta. Paladino costruisce figure che sembrano provenire da un tempo indefinito, capaci di interrogare il presente attraverso il linguaggio del mito.
Palazzo Citterio diventa così il luogo di un doppio viaggio: nella memoria della fotografia italiana e nei territori più misteriosi della scultura contemporanea.
Due mostre da visitare lasciandosi guidare non solo dallo sguardo, ma anche dalla capacità dell’arte di sorprendere, evocare e creare nuovi modi di vedere.
Informazioni Utili
Giovanni Gastel. Rewind
PALADINO
Palazzo Citterio, Milano
Prorogate fino al 13 settembre 2026
Via Brera 12
Per maggiori informazioni: https://palazzocitterio.org/
Il sarong è un grande rettangolo di tessuto che avvolge il corpo con la semplicità di un gesto antico. Nato tra le isole dell’arcipelago malese e indonesiano, è molto più di un indumento: è un codice culturale, un linguaggio di appartenenza e libertà. Indossato da uomini e donne, in ogni occasione e contesto, attraversa la vita quotidiana con la stessa naturalezza con cui entra nei riti e nelle celebrazioni. Ogni piega, ogni nodo, racconta la storia e le origini di chi lo indossa. Oggi, quel gesto si rinnova sulle passerelle e nei guardaroba di tutto il mondo, conservando la sua intrinseca eleganza.
Ikat
Ogni sarong custodisce un linguaggio unico. L’ikat balinese nasce da un gesto paziente: annodare, tingere, sciogliere, tessere. I fili di cotone o seta, annodati in sezioni, vengono immersi nei colori prima ancora di incontrarsi sul telaio; quando infine si intrecciano, le sfumature si fondono in motivi geometrici dai bordi leggermente sfumati, come se il tempo avesse ammorbidito ogni linea. Il batik giavanese, invece, è un’arte che trasforma il tessuto in una tela. La cera calda viene stesa con uno strumento sottile chiamato canting, tracciando disegni a mano libera resistenti ai bagni di colore. Strato dopo strato, la stoffa rivela motivi complessi, dalle forme floreali ai simboli cosmici, ognuno legato a un significato preciso: prosperità, armonia, protezione. Ogni batik è irripetibile, perché nasce dal gesto e dal respiro di chi lo crea. Il songket, infine, è il dialogo tra luce e pazienza. Fili d’oro e d’argento si intrecciano alla seta in un disegno che vibra a ogni movimento. Nato nelle corti reali di Sumatra e diffuso in tutto l’arcipelago, il songket è il linguaggio del lusso rituale: ciò che una volta definiva lo status oggi racconta l’arte di un sapere che resiste al tempo. Se l’ikat parla di ritmo e struttura, il batik è contemplazione e racconto, mentre il songket è celebrazione e splendore. A Bali il sarong è parte della vita stessa: nei templi è simbolo di rispetto e devozione, mentre per le strade avvolge i movimenti quotidiani con una semplicità disarmante. È questa versatilità, tra rituale e quotidiano, a renderlo un simbolo senza tempo.
Sfilata Yves Saint Laurent collezione Alta Moda Primavera-Estate 1983
Dalle passerelle degli anni ’80 e ’90 di Yves Saint Laurent e Jean Paul Gaultier alle interpretazioni contemporanee di Didiet Maulana e Dries Van Noten, il sarong continua a ispirare la moda con le sue linee fluide, la sua raffinatezza artigianale e un’eleganza capace di adattarsi ai linguaggi del presente. Anche Valentino e Jacquemus hanno reinterpretato drappeggi e parei, evocando la stessa sensualità del sarong e trasformandolo in un simbolo di libertà e leggerezza.
Jean Paul Gaultier Spring 1994 Ready-to-Wear Fashion Show
Il fascino di questo indumento risiede anche nel modo in cui viene annodato: non esiste un unico modo “giusto” per farlo. Il nodo frontale, pratico e immediato, è il più diffuso tra gli uomini balinesi; il nodo laterale, più morbido, viene spesso utilizzato durante le cerimonie; mentre il nodo posteriore, tipico delle donne giavanesi, crea linee sinuose che slanciano la figura. Ogni annodatura diventa così un dialogo tra il corpo e il tessuto, tra funzionalità e occasione.
Questi drappeggi continuano a ispirare nuove silhouette: gonne avvolgenti, abiti asimmetrici, top annodati e foulard trasformati in vere sculture, riscrivendo il modo in cui il tessuto avvolge e valorizza il corpo. Nel linguaggio della moda contemporanea il sarong esprime lentezza, sostenibilità e libertà. Ogni piega e ogni nodo diventano strumenti per comunicare sé stessi senza costrizioni. Inserirlo nel guardaroba occidentale significa entrare in dialogo con la sua storia, senza limitarne l’essenza.
Dries Van Noten, men's SS26
Sceglilo in cotone o seta naturale, realizzato da artigiani locali o da brand che collaborano con comunità del Sud-Est asiatico. Indossalo come gonna fluida con una camicia bianca oversize; sopra un pantalone ampio in lino o come top drappeggiato con una giacca leggera. In spiaggia è un classico pareo; in città, un dettaglio di stile che racconta consapevolezza. Chi preferisce un tocco più urbano può sceglierlo in tinta unita e abbinarlo a una cintura in pelle o a un blazer minimal. Il sarong non appartiene né a un tempo né a un genere: accompagna il corpo, lo segue, lo libera. È moda che nasce dal gesto e dal rispetto. Forse il suo segreto è proprio questo: ricordarci che l’eleganza più autentica è sempre un atto di connessione.
Tra ritorni attesissimi, grandi produzioni e qualche sorpresa meno prevedibile, l'estate 2026 si preannuncia particolarmente ricca per gli appassionati di cinema. Se le temperature salgono e le città si svuotano, le sale continuano a offrire ottimi motivi per concedersi qualche ora al fresco davanti al grande schermo. Dall'epica mitologica ai cinecomic, passando per animazione, horror d'autore e fantascienza, ecco cinque titoli (+1) da tenere d'occhio in questi mesi.
Al cinema dal 16 luglio 2026

Ci sono film che passano inosservati e altri che si trasformano immediatamente in un evento. Odissea è uno di questi. Il nuovo kolossal di Christopher Nolan porta sul grande schermo il viaggio di Ulisse verso Itaca, rileggendo il poema omerico attraverso la sensibilità visionaria del regista di Oppenheimer e Interstellar. Un cast stellare, con Matt Damon nei panni di Ulisse, affiancato da Anne Hathaway, Robert Pattinson, Tom Holland e Zendaya, dà vita a una storia fatta di guerre, creature leggendarie, divinità e desiderio di ritorno.
Ma il vero spettacolo è anche dietro la macchina da presa. Nolan ha scelto di girare il film interamente in formato IMAX e su pellicola da 70mm, una combinazione rarissima pensata per un'esperienza cinematografica particolarmente immersiva. In Italia, però, non esistono sale in grado di proiettare l'opera nel formato originale. Per questa esperienza, una delle destinazioni europee di riferimento è Praga, dove il Cinema City Flora dispone della tecnologia necessaria.
Questo non significa, naturalmente, che sia necessario attraversare il confine per godersi il film. Odissea è infatti disponibile anche in altri formati, dall'IMAX digitale alle proiezioni tradizionali, oltre che in 70mm analogico in alcune sale italiane. Al di là delle questioni tecniche, ciò che rende il progetto uno dei titoli più attesi dell'anno è l'ambizione con cui Nolan affronta uno dei racconti fondativi della cultura occidentale, trasformandolo in un'avventura spettacolare e profondamente umana.
Al cinema dal 29 luglio 2026

Tra i blockbuster più attesi dell'estate c'è Spider-Man: Brand New Day, il nuovo capitolo dedicato all'Uomo Ragno interpretato da Tom Holland.
Sono passati quattro anni dagli eventi di Spider-Man: No Way Home e Peter Parker vive ormai in completa solitudine. Dopo aver cancellato sé stesso dalla vita e dai ricordi delle persone che ama, si dedica interamente alla protezione di New York, diventando un supereroe a tempo pieno in una città che non ricorda più il suo nome. Ma l'intensificarsi delle responsabilità e una misteriosa serie di crimini lo trascinano verso una delle minacce più pericolose mai affrontate, mentre una sorprendente trasformazione fisica mette a rischio la sua stessa esistenza.
Diretto da Destin Daniel Cretton, il film vede tornare Tom Holland, Zendaya, Jacob Batalon e Jon Bernthal, con Sadie Sink e Mark Ruffalo tra le presenze più attese del cast. Più che un semplice seguito, Brand New Day si presenta così come un nuovo punto di partenza per il personaggio: un Peter Parker adulto, isolato e costretto a confrontarsi con le conseguenze delle proprie scelte.
Per celebrare l'uscita del film, i fan lombardi avranno un motivo in più per correre al cinema. Nelle multisale UCI Cinemas Bicocca, Lissone, Milanofiori e Pioltello, chi acquisterà online un biglietto per le proiezioni in programma dal 29 luglio al 2 agosto potrà ricevere in omaggio il poster ufficiale di Spider-Man: Brand New Day. Per gli spettacoli in 3D è inoltre prevista una locandina esclusiva.
Al cinema dal 1° luglio 2026

C'è chi sceglie il cinema per lasciarsi sorprendere e chi, semplicemente, per divertirsi. Per entrambi, Minions & Monsters porta sul grande schermo un nuovo capitolo dell'universo nato con Cattivissimo Me, mescolando l'irriverenza dei personaggi gialli più celebri dell'animazione contemporanea con una delle grandi ossessioni della cultura pop: Hollywood.
La nuova avventura segue infatti i Minions alle prese con il mondo dello spettacolo e con il sogno di conquistare l'industria cinematografica. Tra set, ambizioni e inevitabili pasticci, il loro percorso prende una piega decisamente più movimentata quando finiscono per liberare accidentalmente dei mostri nel mondo reale.
Da quel momento, la comicità surreale tipica della saga incontra l'immaginario dei monster movie, in un'avventura che gioca con i codici del cinema e con la storia dello spettacolo. Un titolo leggero e scatenato, pensato per il pubblico delle famiglie ma capace di strizzare l'occhio anche agli adulti, grazie ai numerosi riferimenti al mondo hollywoodiano.
Al cinema dal 19 agosto 2026

Accanto ai titoli più attesi trova spazio anche una proposta più personale e provocatoria, quasi di nicchia, capace di muoversi tra generi diversi e di mettere in discussione il rapporto tra identità, desiderio e immaginario pop.
Dopo I Saw the TV Glow, Jane Schoenbrun torna dietro la cinepresa con Camp Miasma – Adolescenza, sesso e morte, un horror che parte dal genere slasher per trasformarlo in una riflessione sull'ossessione per le immagini e sul loro potere di condizionare chi le guarda.
La protagonista è Kris, una giovane regista queer incaricata di riproporre una celebre saga horror degli anni Ottanta. Per prepararsi al progetto decide di incontrare l'attrice che aveva interpretato la "final girl" del capitolo originale, ormai lontana dai riflettori e avvolta da un'aura di segretezza. L'incontro tra le due donne le trascina progressivamente in una dimensione sempre più inquietante, dove desiderio, paura e finzione iniziano a confondersi.
Con Gillian Anderson e Hannah Einbinder, il film rilegge gli archetipi dell'horror adolescenziale attraverso uno sguardo contemporaneo. Un titolo pensato per chi cerca una visione meno convenzionale, capace di mescolare tensione, ironia e una riflessione sul linguaggio del cinema.
Al cinema dal 19 agosto 2026

Tra gli appuntamenti Disney più importanti dell'anno c'è senza dubbio il live action di Oceania, adattamento del celebre cartone che aveva conquistato pubblico e critica nel 2016.
La protagonista torna a Motunui prima di spingersi oltre la barriera corallina e affrontare un'avventura insieme al semidio Maui, in un percorso che la porterà a confrontarsi con l'oceano, le proprie origini e il destino del suo popolo.
A interpretare Vaiana è la giovane attrice australiana Catherine Lagaʻaia, mentre Dwayne Johnson torna nel ruolo di Maui. Alla regia c'è Thomas Kail, noto soprattutto per essere l'autore della versione teatrale di Hamilton.
Il film punta a trasformare in immagini reali il fascino dell'opera originale, mantenendo al centro il legame con la cultura polinesiana e il tema universale della scoperta di sé. Una sfida ambiziosa che potrebbe conquistare sia chi è cresciuto con il film animato sia una nuova generazione di spettatori.
Al cinema dal 26 agosto 2026

Ma non è finita qui: ormai si sa, l'estate non finisce con agosto. Per questo abbiamo selezionato un altro titolo in uscita verso la fine del mese: "The Dog Stars – Le stelle dopo la fine", nuovo film di Ridley Scott tratto dall'omonimo romanzo di Peter Heller.
La vicenda è ambientata in un mondo devastato da una pandemia che ha quasi cancellato la civiltà. Protagonista è Hig, un pilota sopravvissuto che vive in isolamento insieme al suo cane e a un ex marine. La sua routine cambia quando una misteriosa trasmissione radio lascia intravedere la possibilità che, oltre il territorio che conosce, esista ancora qualcosa da salvare. È l'inizio di un viaggio verso l'ignoto, guidato dalla speranza di ritrovare una forma di umanità.
Nel cast figurano Jacob Elordi, Josh Brolin, Margaret Qualley, Guy Pearce e Allison Janney. Ma c'è una curiosità che riguarda da vicino il pubblico italiano: gran parte del film è stata girata proprio in Italia, sfruttando paesaggi naturali e luoghi dismessi per costruire il suo scenario post-apocalittico. Le riprese hanno toccato diverse regioni, dal Friuli Venezia Giulia – tra Bordano, il Tagliamento, Clauiano e Gorizia – al Veneto, con la piana del Cansiglio, fino all'Abruzzo e al Lazio. Anche Roma ha fatto da set, con alcune scene realizzate a Cinecittà e nel quartiere EUR.
Dietro la desolazione di un futuro quasi irriconoscibile si nascondono paesaggi familiari, trasformati dal regista in un'America post-apocalittica. Una storia di sopravvivenza e solitudine che, attraverso la ricerca di una possibile rinascita, torna a interrogarsi su cosa rimane dell'essere umano quando tutto il resto è scomparso.
Dalla mitologia classica riletta da Christopher Nolan al nuovo corso di Spider-Man, passando per l'animazione dei Minions, l'horror d'autore di Jane Schoenbrun, il ritorno di Vaiana e la fantascienza post-apocalittica firmata Ridley Scott, l'estate 2026 propone un calendario cinematografico ricco e trasversale.
Perché, in fondo, il bello del cinema è anche questo: attraversare mondi lontanissimi senza mai lasciare la propria poltrona.
L'estate ha un modo tutto suo di cambiare il ritmo delle giornate. C'è chi approfitta delle ferie per recuperare i grandi classici, chi si lascia guidare dalle novità editoriali e chi cerca una storia capace di accompagnare il rumore delle onde o il silenzio delle montagne. Quest'anno gli scaffali delle librerie offrono romanzi molto diversi tra loro, accomunati dalla capacità di raccontare identità, relazioni e trasformazioni attraverso registri che spaziano dalla narrativa storica al thriller psicologico, fino alla musica e al noir d'autore. Ecco cinque titoli da leggere sotto l'ombrellone, selezionati per chi ama le storie che continuano a risuonare anche dopo l'ultima pagina.

Dopo il successo di La portalettere e Domani, domani, Francesca Giannone torna con un romanzo corale ambientato nel Salento degli anni Sessanta. Al centro della storia ci sono le quattro sorelle Elia, cresciute nella sartoria di famiglia sotto lo sguardo severo del padre Pantaleo, in un’Italia in cui alle donne viene ancora chiesto di restare al proprio posto. Tra musica ribelle, letture, desiderio di emancipazione e il cinema come finestra sul mondo, Mimì — la più giovane — scopre dalla cabina di proiezione del Cinema Apollo che la realtà può essere raccontata, montata e persino cambiata.
Più che una semplice saga familiare, Gli anni in bianco e nero è un romanzo di formazione e libertà che intreccia vicende private e cambiamenti collettivi: dalle lotte operaie alle occupazioni studentesche, fino alle nuove consapevolezze sul desiderio, sul lavoro e sull’indipendenza femminile. Giannone costruisce una storia intensa e coinvolgente, capace di raccontare il lento cambiamento di un’Italia sospesa tra tradizione e nuove libertà.
Editore: Nord
Pagine: 416
Prezzo: €20,00

Cosa succede quando una donna prende alla lettera l'ultima volontà del padre e si ritrova improvvisamente al centro dell'attenzione mediatica? Da questo episodio tanto surreale quanto inquietante prende avvio Sally Diamond la strana, il thriller psicologico di Liz Nugent, un romanzo che intreccia suspense, segreti di famiglia e una protagonista difficile da dimenticare.
Quarantenne, schiva e poco incline alle convenzioni sociali, Sally si ritrova sotto i riflettori proprio mentre cerca di costruire nuove relazioni e trovare il proprio posto nel mondo. Lettere anonime e documenti del passato riaprono ferite mai del tutto rimarginate e la spingono a confrontarsi con ciò che le è stato nascosto. Con una narrazione corale, Nugent mescola tensione e dramma personale in una storia intensa che esplora identità e memoria, fino a mettere Sally davanti a una verità che non può più ignorare.
Editore: Vallardi
Pagine: 400
Prezzo: €19,90

Londra, anni Venti. Lucy Darkwether ha rinunciato a un matrimonio già scritto per laurearsi in Storia Antica a Oxford e realizzare il suo sogno: gestire una piccola libreria antiquaria nel cuore della città. Quando una preziosa mummia arrivata dall'Egitto viene esposta nella libreria rivale, l'evento richiama studiosi e curiosi, ma l'entusiasmo lascia presto spazio all'orrore: l'inaugurazione viene sconvolta da un omicidio dai contorni enigmatici. Mentre la polizia cerca il colpevole, Lucy decide di seguire il proprio intuito.
Jennifer Gladwell firma un cozy crime che intreccia mistero, archeologia e atmosfere retrò, tra la Londra scintillante degli anni Venti e il fascino delle antiche maledizioni egizie. Una lettura coinvolgente per chi ama i gialli classici, le protagoniste brillanti e le librerie come luoghi in cui ogni scaffale sembra custodire una nuova avventura.
Editore: Newton Compton Editori
Pagine: 288
Prezzo: €12,90

Tra le novità Adelphi arriva per la prima volta in Italia Domenica, uno dei romans durs di Georges Simenon, pubblicato originariamente nel 1959.
Ambientato nell'arco di una sola giornata in una locanda della Costa Azzurra, il romanzo segue Émile, cuoco e gestore del locale, mentre una tensione accumulata negli anni emerge poco a poco e trasforma una domenica apparentemente normale in un momento decisivo della sua vita.
Con la consueta scrittura essenziale e penetrante, Simenon racconta il logorio dei rapporti, i desideri frustrati e i risentimenti che si nascondono dietro la routine quotidiana. Ne emerge un intenso ritratto psicologico, dove il vero dramma si consuma nell'interiorità dei personaggi e la suspense nasce dall'inesorabile avanzare di un destino già annunciato. Un piccolo classico per chi ama la grande letteratura dell'animo umano.
Editore: Adelphi
Pagine: 159
Prezzo: €18,00

Musica, ambizione e sogni si intrecciano nel romanzo di Liz Moore, ambientato nella New York dei primi anni Duemila e nel dietro le quinte dell'industria discografica.
Tra dirigenti d’etichetta, talent scout e giovani artisti in cerca di un’occasione, l’autrice costruisce una narrazione corale che esplora il confine sottile tra talento, successo e fragilità. Con uno sguardo profondamente umano, Le canzoni di New York racconta scelte, compromessi e desideri di chi vive per la musica, restituendo un ritratto intenso delle ambizioni e delle contraddizioni che accompagnano la ricerca del successo.
Editore: NN Editore
Pagine: 292
Prezzo: €19,00
Ci sono indirizzi che si scelgono per la cucina e altri che conquistano per l'atmosfera. VICO Pizza&Wine appartiene a entrambe le categorie. A pochi passi dal Pantheon, all'interno dello storico Palazzo Rondanini, la pizza contemporanea trova una cornice di rara bellezza che trasforma una cena in un'esperienza capace di intrecciare gastronomia, cultura e ospitalità.
Non sorprende che sia stata definita da molti "la pizzeria più bella del mondo", ma il fascino degli spazi varrebbe poco senza una proposta gastronomica all'altezza. I Tre Spicchi della Guida Pizzerie d'Italia del Gambero Rosso e il premio Milano Wine Week per la Migliore Carta dei Vini nella categoria Pizzerie raccontano una realtà che da tempo rappresenta uno degli indirizzi più interessanti del panorama romano.

Il nuovo menù estivo di VICO celebra la stagione più luminosa dell'anno con una proposta che guarda al Mediterraneo e alla sua straordinaria ricchezza di sapori. Ortaggi, pesce, erbe aromatiche e materie prime selezionate diventano gli ingredienti di una carta fresca e contemporanea, costruita su equilibri ben calibrati e abbinamenti capaci di valorizzare ogni elemento senza appesantire il gusto.
A firmare le novità sono i pizzaioli Ciro De Vincenzo e Niccolò Bandiera, interpreti di una visione che parte dalla tradizione napoletana per evolversi attraverso studio, tecnica e continua ricerca sugli ingredienti.
Tra le nuove signature dell’estate si fanno notare la Cicoriana, la Fiore di Baccalà, la Gamberi e Tartufo, la Alice a Spilinga e la Zio Beef, proposte che alternano suggestioni marine e ortaggi stagionali, mantenendo una forte identità gastronomica.
Accanto alle novità restano alcuni capisaldi della carta, come la celebre Margherita VICO, vera firma del locale, e la Crunchy Diavola, tra le più amate dagli ospiti abituali.

Dietro ogni pizza c'è un importante lavoro tecnico. Acqua, farina, sale e lievito fresco vengono gestiti attraverso un controllo accurato di idratazione, umidità, temperature e tempi di maturazione.
La lievitazione di ventiquattro ore, accompagnata da variazioni termiche calibrate, dà vita a una pizza dal cornicione soffice, struttura armoniosa e una piacevole nota croccante. Il risultato è una base fragrante, leggera e altamente digeribile, pensata per valorizzare i topping senza sovrastarli.
Questa ricerca si traduce in diverse interpretazioni: pizze cotte nel forno a legna, nel forno elettrico e soprattutto le apprezzate versioni in doppia cottura, prima fritte e poi passate in forno.
Tra queste meritano una menzione la Tonno e Cipolla, con tataki di tonno rosso e cipolla di Tropea in agrodolce, e il Crostino, con Mozzarella di Bufala Campana Dop, prosciutto cotto, pesto di pomodoro semidry, polvere di olive nere e basilico.
La convivialità è uno degli elementi che meglio definiscono l'identità di VICO. Ad accogliere gli ospiti c'è un piccolo benvenuto dalla cucina, diverso ogni giorno, che introduce lo stile della casa. Un approccio che richiama l'essenza stessa della pizza: un piatto popolare e generoso, nato per essere condiviso e ancora oggi capace di trasformare il momento della tavola in un'occasione di incontro.
Ad aprire il percorso gastronomico sono i fritti, realizzati con la stessa attenzione che caratterizza gli impasti e sorprendentemente leggeri. Tra le specialità più golose spiccano le Montanarine, proposte in diverse varianti. Da non perdere la Bomba Marinara, una soffice montanarina farcita dopo la cottura con riduzione di pomodoro San Marzano, aglio, olio extravergine, prezzemolo e peperoncino. Completano la selezione la Bomba Genovese, la frittatina di pasta, il crocchè, i supplì e la pizza fritta.
La stessa vocazione alla condivisione si ritrova nei menù degustazione stagionali, pensati per esplorare le diverse anime della proposta firmata VICO, tra cotture, consistenze e abbinamenti.
Comm' na vot (€30) propone Frittatina, Santa Lucia, Margherita Dop, Calzone Napoletano e Dessert.
All You Can WOW (€40) comprende invece Bomba Marinara, Gamberi e Tartufo, Tonno e Cipolla, Alice a Spilinga, Zio Beef e Dessert.
Pur avendo nei lievitati il proprio tratto distintivo, VICO amplia l'offerta anche oltre la pizza. Nella sezione Dalla Cucina trovano posto alcuni piatti golosi e tre insalate dal carattere contemporaneo, preparati con la stessa attenzione alla stagionalità e alla qualità delle materie prime. Una proposta che arricchisce l'esperienza a tavola e offre valide alternative a chi desidera esplorare altri sapori senza allontanarsi dalla filosofia del locale.
Anche il capitolo dessert merita attenzione.
La carta è stata ideata dal Maestro Pasticciere Ciro Chiummo, campione del mondo di pasticceria, ed è realizzata dalla giovane pastry chef Sofia. Una proposta che alterna grandi classici partenopei a interpretazioni più contemporanee, sempre nel segno dell'equilibrio e della golosità.
Tra le creazioni simbolo spicca la Coccinella, dessert signature della casa dal carattere giocoso e irresistibile, mentre la Delizia al Limone rende omaggio alla più autentica tradizione campana con un'esecuzione impeccabile.
Preparazioni raffinate, dal gusto pieno ma mai eccessivo, che chiudono il percorso gastronomico con coerenza ed eleganza.
In un locale che porta la parola "Wine" nel nome, il vino non può essere un semplice complemento.
Curata dal direttore Vincenzo Boffo, la selezione conta circa 110 etichette tra bollicine, bianchi, rosati e rossi. Un lavoro che ha ottenuto il riconoscimento della Milano Wine Week come migliore carta vini nella categoria pizzerie.
La proposta guarda soprattutto all'Italia centro-meridionale, con particolare attenzione a Campania, Lazio e territori mediterranei, senza rinunciare a una qualificata presenza di Champagne e grandi etichette nazionali.
L'obiettivo è costruire abbinamenti capaci di accompagnare impasti, fritti e farciture, offrendo percorsi enologici dinamici e mai scontati.

Molto del fascino di VICO risiede nella sua sede.
Palazzo Rondanini, edificato all'inizio del Cinquecento sulle rovine delle antiche terme neroniane e fatto costruire dal Cardinale Thomas Wolsey, conserva ancora oggi soffitti affrescati restaurati dalla Soprintendenza e lo storico stemma della famiglia Tudor.
Il progetto di interior design, firmato dall'architetto Roberto Antobenedetto, mette in dialogo storia e contemporaneità. A impreziosire gli ambienti contribuisce la straordinaria boiserie liberty realizzata nel 1908 dagli Stabilimenti Ducrot su disegno di Ernesto Basile per la famiglia Florio, insieme a opere d'arte, oggetti di design e richiami alla cultura napoletana.
Il risultato è uno spazio elegante ma accogliente, dove il servizio mantiene un tono spontaneo e caloroso, in perfetta sintonia con la filosofia della casa.

Durante la stagione estiva il progetto approda anche a Capri con il pop-up VICO Pizza & Bistrot, ospitato nel giardino dell'Hotel La Residenza.
Un'estensione naturale dell'esperienza romana che porta sull'isola la stessa attenzione per impasti, ingredienti, vino e ospitalità, aggiungendo anche una piccola selezione di piatti dalla cucina.
Che sia sotto gli affreschi di Palazzo Rondanini o tra i profumi del Mediterraneo caprese, VICO continua così a raccontare una visione contemporanea della pizzeria: qualità, condivisione e piacere di stare a tavola.
Informazioni Utili
VICO Pizza&Wine
Indirizzo: Piazza Rondanini 47, Roma
Telefono: 06 87809501
Sito: www.vicopizzaandwine.com
Orari estivi
Estate 2026
Tempi lontani, gusti dimenticati, cibi alieni. Una frase che sembra appartenere a un racconto di fantascienza, ma che diventa il punto di partenza di inTÉrcronia, il nuovo progetto editoriale a fumetti ideato da Antonio Recupero per Munchausen Factory e nato dalla collaborazione tra Ferri dal 1905 e Italia a Tavola.
Al centro della storia un’esploratrice chiamata Kamelya, arrivata da un futuro indefinito con una missione: ricostruire un archivio di sapori perduti. Attraverso il linguaggio della nona arte, il progetto accompagna il lettore alla scoperta del mondo del tè, degli infusi e delle botaniche, trasformando un sapere complesso in un racconto accessibile e coinvolgente.
Presentato in anteprima all’Hotel Indigo Milan, inTÉrcronia nasce con un obiettivo preciso: avvicinare i professionisti dell’Horeca alla cultura del tè attraverso uno strumento immediato e inaspettato. Non una semplice striscia illustrata, ma un nuovo modo di parlare di gusto, formazione e ricerca.

Per Ferri dal 1905 il tè non è mai stato soltanto una bevanda, ma una materia da conoscere e interpretare.
Da oltre un secolo l’azienda di Castel Goffredo, in provincia di Mantova, seleziona tè, infusi, spezie e botaniche pregiate provenienti da tutto il mondo, mantenendo una lavorazione artigianale italiana che permette di seguire ogni fase del processo: dalla scelta delle materie prime alla creazione di miscele personalizzate.
Una filosofia lontana dalla standardizzazione industriale e fondata sulla ricerca dell’identità di ogni prodotto. Dietro una miscela non c’è infatti un insieme casuale di ingredienti, ma una composizione studiata dove ogni elemento contribuisce all’equilibrio finale.
È proprio questa complessità che inTÉrcronia sceglie di raccontare attraverso le immagini: profumi, territori e tradizioni diventano parte di un immaginario narrativo.
Il fumetto entra così in un territorio insolito: quello della divulgazione gastronomica.
Se l’Accademia Ferri da anni porta avanti percorsi formativi dedicati al mondo del tè, inTÉrcronia rappresenta una nuova modalità per diffondere conoscenza in modo più leggero e immediato.
Come spiegato durante la presentazione del progetto, l’obiettivo non è sostituire la formazione tecnica, ma creare curiosità e stimolare l’attenzione dei professionisti su quei dettagli spesso sottovalutati che possono trasformare una semplice tazza in un’esperienza di qualità.
Dalla preparazione dell’acqua ai tempi di estrazione, fino al corretto servizio, inTÉrcronia invita a riscoprire quei dettagli spesso invisibili che determinano la qualità di una tazza di tè.
Kamelya è accompagnata nel suo viaggio da un avatar olografico con le sembianze di Albino Ferri, Tea Master e anima di Ferri dal 1905, che assume il ruolo di un mentore: una presenza capace di guidarla nella riscoperta dei saperi legati al tè, agli infusi e alle botaniche. Attraverso questo espediente narrativo, contenuti tecnici e cultura gastronomica vengono trasformati in un racconto più immediato e coinvolgente, dove formazione e immaginazione si incontrano.
La presentazione milanese di inTÉrcronia ha trovato una cornice ideale nell’Hotel Indigo Milan, spazio dove design, ospitalità e memoria della città dialogano tra loro.
Le tavole originali del fumetto sono entrate in relazione con un ambiente che riflette la stessa filosofia del progetto: creare connessioni tra linguaggi differenti.

Durante l’evento il tè ha superato la tradizionale dimensione della tazza per incontrare la mixology e l’alta pasticceria. Le miscele sono diventate protagoniste dei cocktail creati da Luigi Lillo, Bar Manager del Lounge Bar Mezzanotte presso Château Monfort, dimostrando la capacità del tè di offrire struttura, equilibrio e nuove profondità di gusto.
A completare il percorso, la monoporzione di tiramisù firmata dall’Atelier Damiano Carrara, studiata per entrare in dialogo con le sfumature aromatiche dei tè e valorizzarne, attraverso l’abbinamento, la dimensione sensoriale.
In un’epoca in cui il racconto del cibo passa sempre più attraverso esperienza, estetica e contaminazione tra discipline, inTÉrcronia propone una prospettiva originale: utilizzare un linguaggio popolare per raccontare un patrimonio complesso.
Il progetto non semplifica il tè, ma ne amplia l’immaginario. Lo sposta dalla dimensione esclusivamente rituale per mostrarne il potenziale culturale, creativo e gastronomico.
Tra mondi futuri, sapori dimenticati e tradizioni da riscoprire, il viaggio di Kamelya suggerisce una riflessione: forse il futuro del gusto passa anche dalla capacità di tornare a osservare con attenzione ciò che abbiamo sempre avuto davanti.
inTÉrcronia è il progetto editoriale a fumetti ideato da Antonio Recupero per Munchausen Factory e realizzato in collaborazione tra Ferri dal 1905 e Italia a Tavola. La striscia sarà pubblicata attraverso i canali editoriali della testata con l’obiettivo di diffondere la cultura del tè e delle sue applicazioni nel mondo Horeca.
Per maggiori informazioni: Accademia Ferri dal 1905
Una fetta di torta gigante sormontata da una fragola XXL. A prima vista potrebbe sembrare il set di un film di Sofia Coppola o l’ennesima immagine generata dall’intelligenza artificiale. Invece è l’ultimo pop-up di Dior a Nanchino: uno spazio immersivo a forma di dessert, dove la nuova collezione si muove tra ceramiche lucide, dettagli pastello e scenografie che ricordano una pasticceria d’alta gamma.
L’immagine è spettacolare, ma soprattutto sintomatica. Perché la moda continua a tornare al cibo? E perché oggi sembra volerlo incorporare in modo sempre più radicale?
La risposta riguarda il desiderio. Ma anche il modo in cui il desiderio viene costruito, distribuito e consumato nell’era delle immagini.
Per lungo tempo la moda ha fondato il proprio fascino sulla distanza. Corpi irraggiungibili, ambienti esclusivi, campagne costruite come mondi separati dalla realtà. Oggi quella distanza si è accorciata. La moda non vuole più soltanto essere guardata: vuole essere vissuta, fotografata, condivisa.
In questo scenario il cibo diventa uno strumento potentissimo. Una ciliegia lucida, una fetta di torta, un cocktail perfettamente costruito parlano un linguaggio immediato e universale. Non richiedono interpretazioni, ma attivano una risposta istintiva.
Il fashion system ha capito che il cibo possiede qualcosa che il lusso ha sempre inseguito: la capacità di evocare piacere in una frazione di secondo.
Non è un caso che sempre più campagne, allestimenti e iniziative utilizzino l’immaginario gastronomico. Il cibo traduce il desiderio in un’immagine facilmente riconoscibile, condivisibile e soprattutto consumabile.
Del resto, abiti e cibo hanno molto in comune. Entrambi seducono prima attraverso lo sguardo, producono aspettative, costruiscono identità e vivono all’interno della stessa economia dell’attenzione. Sono esperienze effimere che acquistano valore proprio nel momento in cui vengono desiderate.
Il dialogo tra fashion e food non nasce certo oggi.
Negli anni Ottanta e Novanta Moschino trasformava packaging, bottiglie e menù in strumenti di satira pop, mentre Elsa Schiaparelli aveva già esplorato il potenziale surrealista dell’immaginario gastronomico decenni prima.
Chanel F/W 2014/15
Nel 2014 Chanel portò in passerella un supermercato interamente brandizzato, trasformando uno dei luoghi simbolo del consumo quotidiano in una scenografia del lusso. Un gesto che rendeva evidente quanto il desiderio e il consumo fossero ormai due facce della stessa medaglia.
Anche il cinema ha contribuito a costruire questa estetica. Marie Antoinette di Sofia Coppola, con i suoi macarons pastello, le montagne di panna e l’opulenza decorativa, ha anticipato gran parte dell’immaginario che oggi domina social network, campagne pubblicitarie e visual merchandising. Un universo dolce fino all’eccesso, dove l’abbondanza diventa linguaggio.
La differenza, però, è che oggi il cibo non è più soltanto un riferimento estetico. Le aziende del lusso aprono caffè, firmano ristoranti, organizzano cene performative e community dinner. Costruiscono eventi attorno alla convivialità, trasformando l’esperienza gastronomica in estensione del brand.
La moda non si limita più a rappresentare il cibo. Lo utilizza come spazio di relazione.
Marie Antoinette, Sofia Coppola, 2006
C’è poi una componente emotiva che spiega il successo di questo immaginario.
Basta osservare i codici visivi più diffusi degli ultimi anni: fragole perfette, ciliegie brillanti, glassa rosa, panna montata, colori burrosi e tonalità pastello. È un’estetica che richiama l’infanzia, i compleanni, il comfort food e una dimensione domestica rassicurante.
In un presente attraversato da instabilità economica, crisi geopolitiche e sovraccarico digitale, la dolcezza funziona come una forma di evasione. Una promessa di leggerezza in un contesto sempre più complesso.
Ma dietro questa superficie rassicurante si nasconde una costruzione attentissima. Nulla è spontaneo. La tavola apparecchiata, la fragola perfetta, il dessert monumentale sono elementi narrativi progettati per generare emozioni e consolidare un immaginario.
La dolcezza diventa scenografia.
E la scenografia diventa strategia.
Iris Shoes Instagram
C’è infine una ragione molto concreta.
Il cibo è uno dei contenuti che funzionano meglio online. Da anni domina Instagram, TikTok e Pinterest perché cattura immediatamente l’attenzione e attiva una risposta emotiva quasi automatica.
La moda ha assorbito questa logica fino a sviluppare una propria versione del food porn.
Borse fotografate come pasticcini, scarpe accostate a dessert, inviti che sembrano menu degustazione, boutique trasformate in bakery immaginarie. Ogni elemento è studiato per generare la stessa reazione: desiderare prima ancora di comprendere.
L’obiettivo non è soltanto mostrare un prodotto, ma creare un’immagine capace di sopravvivere allo scroll.
È forse questa la domanda più interessante.
Quando osserviamo una campagna costruita tra frutta succosa, tavole imbandite e dolci scenografici, stiamo davvero aspirando al capo? Oppure stiamo reagendo all’atmosfera che lo circonda?
La moda contemporanea sembra aver spostato il proprio centro di gravità. Sempre meno prodotto, sempre più esperienza. Sempre meno oggetto, sempre più racconto.
Non vende soltanto abiti, ma mondi da abitare, identità temporanee e immagini da condividere.
Il cibo si inserisce perfettamente in questa trasformazione perché traduce il desiderio in qualcosa di immediato, emotivo e facilmente condivisibile. Ma proprio per questo porta con sé una contraddizione.
Più il desiderio diventa rapido, più rischia di essere fugace.
E così anche l’alta moda finisce per assomigliare a un dessert perfettamente decorato: irresistibile al primo sguardo, progettato per essere fotografato e consumato nell’istante.
Bella come una torta.
Effimera come il momento che precede il primo morso.
Che sia fondente, al latte o bianco, il cioccolato ha un potere raro: mettere d'accordo praticamente tutti. È il comfort food per eccellenza, ma anche una materia prima dalla straordinaria versatilità, capace di dare vita a dessert d'autore, gelati gourmet e persino creazioni che sfiorano l'arte. Non sorprende, quindi, che il 7 luglio gli venga dedicata una giornata mondiale.
Il World Chocolate Day celebra simbolicamente il giorno in cui, nel 1847, l'inglese Joseph Fry realizzò la prima tavoletta di cioccolato come la conosciamo oggi, segnando una svolta nella storia della pasticceria. Da allora il cacao ha attraversato epoche, culture e continenti, diventando uno degli ingredienti più iconici della gastronomia internazionale.
Ridurlo a una semplice golosità sarebbe però limitante. Dietro ogni tavoletta si intrecciano ricerca, selezione delle materie prime, tecniche di lavorazione sempre più raffinate e una costante sperimentazione di sapori e consistenze. È anche per questo che continua a essere protagonista durante tutto l'anno, estate compresa.
In occasione della ricorrenza, alcuni tra i nomi più interessanti della pasticceria italiana hanno scelto di celebrarlo attraverso interpretazioni che spaziano dalla tradizione all'innovazione.
Sacher monoporzione ambientata - Iginio Massari Alta Pasticceria
Tra i protagonisti spicca naturalmente Iginio Massari, che reinterpreta uno dei grandi classici della pasticceria europea: la Sacher. Nella sua versione, l'equilibrio tra cioccolato e confettura si arricchisce di nocciole, mele e lamponi, mantenendo l'eleganza che da sempre contraddistingue il maestro bresciano.
Il cacao diventa anche uno strumento per raccontare il territorio. Fabrizio Camplone, ad esempio, dedica una collezione di praline ai simboli di Pescara, trasformando monumenti e luoghi identitari in piccoli gioielli di cioccolateria artigianale.
A dimostrare che questo ingrediente non appartiene soltanto ai mesi più freddi sono soprattutto le interpretazioni estive. Il gelato Tropico Noir di Vincenzo Pennestrì unisce un cacao monorigine del Madagascar a mango e passion fruit, mentre Pariani Ferno 1953 propone un percorso sensoriale che esplora il cacao attraverso infusioni, creme e consistenze croccanti.
C'è poi chi sceglie di superare i confini della tradizione. Luca Valle, con Anima Concept Pizza, reinventa la storica pizza dolce abruzzese trasformandola in una pizza al padellino al cacao, mentre Salvatore Varriale porta questo ingrediente nel mondo dell'arte con una scultura dedicata a Diego Armando Maradona, dove tecnica e maestria artigianale si fondono.
Fruttini gelato di Grué
Il lato più raffinato dell'ingrediente trova spazio anche nei dessert d'autore. Il soufflé al fondente della pastry chef Irene Tolomei, la monoporzione MonoG di Emilio Glorioso e i Fruttini Gelato di Grué raccontano come consistenze, temperature e abbinamenti possano dare vita a esperienze sempre diverse.
Non mancano le reinterpretazioni dei grandi classici, come la torta pere e cioccolato firmata da Carlotta Filippini o la WillyTonka di Nicola Goglia, in cui il cacao incontra il caramello e la fava tonka. Anche la colazione si veste di nuove sfumature grazie alle proposte di Malìa Milano, ulteriore conferma della straordinaria versatilità del cioccolato.
Queste sono solo alcune delle iniziative pensate per il World Chocolate Day. Accanto ai nomi più noti, pasticcerie e laboratori artigianali in tutta Italia celebrano la ricorrenza con edizioni speciali e lavorazioni dedicate, dimostrando come il cioccolato continui a ispirare professionisti e appassionati.
In fondo è proprio questa la sua forza: saper essere, allo stesso tempo, un ricordo d'infanzia, un piccolo lusso quotidiano un simbolo dell'alta pasticceria contemporanea. Un ingrediente senza tempo che, morso dopo morso, continua a conquistare il palato di intere generazioni.
Cosa hanno in comune una bottiglia di grappa invecchiata e un tatuaggio destinato a restare sulla pelle per sempre? Molto più di quanto sembri: entrambi sono il risultato di una trasformazione lenta, di un sapere artigianale che modella la materia fino a farla diventare racconto.
Da questa suggestione prende vita MTS x Berta – Art Collection, il progetto che unisce due mondi apparentemente lontani ma sorprendentemente affini: quello della Milano Tattoo School - prima accademia italiana dedicata alla formazione professionale nel tatuaggio e piercing - e quello delle Distillerie Berta, eccellenza piemontese riconosciuta a livello internazionale nel panorama della grappa d'autore.
Il risultato è una capsule artistica composta da tre etichette in edizione speciale che trasformano la bottiglia in una tela e il packaging in un'opera collettiva.
Marco Branchia, Alexandra Cecconi, Zuma, Aurelia De Luca, Oliviero Parini, Katia Polastri
Lontano dalle classiche operazioni di branding, il progetto nasce come un vero laboratorio creativo in cui esperienza e formazione si incontrano.
Tre docenti della Milano Tattoo School - Katia Polastri, Marco Branchia e Zuma - hanno selezionato tre studenti particolarmente promettenti per sviluppare insieme altrettante etichette originali. Non semplici esercitazioni accademiche, ma un confronto autentico tra artisti affermati e nuove leve del tatuaggio contemporaneo.
Una scelta che riflette la filosofia della scuola milanese: trasformare il talento in professione attraverso il dialogo continuo tra tecnica, creatività e cultura visiva.
La prima collaborazione vede protagoniste Katia Polastri e Aurelia De Luca.
L'incontro tra il tratto pittorico e fluido della direttrice artistica di MTS e la ricerca più sperimentale della giovane artista genera un'etichetta che gioca sul concetto di mutazione. Rose e coccinelle, simboli profondamente legati sia alla tradizione vitivinicola sia alla storia della famiglia Berta, diventano elementi narrativi in continua evoluzione. Un lavoro che racconta la fragilità e la forza del cambiamento attraverso un linguaggio visivo elegante e stratificato.
Completamente diversa l'estetica sviluppata da Marco Branchia insieme ad Alexandra Cecconi.
I celebri gatti azzurri che popolano l'immaginario dell'artista incontrano l'universo etereo e luminoso della giovane tatuatrice, dando vita a una composizione sospesa tra sogno e racconto illustrato.
Colori chiari, dettagli poetici e una costruzione armonica delle figure creano un'etichetta che sembra uscita da un libro illustrato contemporaneo, mantenendo però quella cifra artistica che rende immediatamente riconoscibile il linguaggio di Branchia.
La terza proposta è forse la più narrativa.
Zuma e Oliviero Parini hanno costruito un immaginario popolato da rane antropomorfe trasformate in maestri distillatori, circondate da alambicchi in ottone e meccanismi ispirati all'estetica steampunk.
L'approccio grafico fonde l'influenza giapponese-western che caratterizza il lavoro di Zuma con la sensibilità retrofuturista di Parini. Sullo sfondo, le tradizionali onde giapponesi dialogano con colori vivaci e linee decise, dando vita a una scena di forte impatto che celebra la dimensione artigianale della distillazione.
Il progetto non si esaurisce nelle bottiglie, ma si estende fino a diventare un vero e proprio campo di sperimentazione condivisa. Attraverso una sessione di Art Fusion, i sei artisti hanno lavorato insieme alla progettazione del packaging della collezione, trasformandolo in un oggetto narrativo autonomo, capace di sintetizzare e mettere in dialogo i diversi linguaggi espressivi. La presentazione ufficiale della confezione è prevista per il 17 settembre nella sede delle Distillerie Berta a Mombaruzzo, nel cuore del Monferrato, con un evento aperto al pubblico.

Negli ultimi anni la tattoo culture ha progressivamente superato i propri confini originari, entrando in dialogo con moda, design e arte contemporanea.
La collaborazione tra Milano Tattoo School e Distillerie Berta si inserisce in questo percorso come esempio di convergenza tra eccellenze italiane. Un progetto che dimostra come il tatuaggio possa oggi essere un linguaggio culturale maturo, capace di confrontarsi con altre tradizioni creative.
Tre bottiglie, sei artisti e un’unica narrazione: quella di un’Italia che continua a reinventarsi attraverso talento, artigianalità e visione.
Quando si pensa a San Siro vengono in mente immagini ben precise: il boato dello stadio nelle sere di partita, le luci dei grandi concerti che accendono il quartiere e, inevitabilmente, il traffico che si concentra nei giorni degli eventi. È uno dei luoghi simbolo di Milano, da sempre legato allo sport, alla musica e, più in generale, all'intrattenimento. Difficilmente lo si collegherebbe al silenzio, alla contemplazione o al benessere.
Eppure basta attraversare la strada che separa lo stadio Meazza dalle storiche ex Scuderie De Montel per ritrovarsi in un'atmosfera completamente diversa. Il rumore lascia spazio allo scorrere dell'acqua, il cemento a giardini rigogliosi e il ritmo frenetico della città rallenta fino quasi a scomparire. Qui, nel 2025, ha aperto Terme De Montel, il più grande parco termale urbano naturale d'Europa, un progetto che ha restituito nuova vita a uno degli edifici Liberty più affascinanti e meno conosciuti di Milano.
Le ex scuderie, progettate negli anni Venti dagli architetti Arrigo Cantoni e Paolo Vietti Violi – gli stessi dell'Ippodromo di San Siro – sono state riportate a nuova vita grazie a un importante intervento di riqualificazione conservativa. Il risultato non è soltanto il restauro di un edificio storico, ma la trasformazione di un luogo dimenticato in una destinazione dedicata al benessere.
Oggi i 16 mila metri quadrati del complesso ospitano piscine termali alimentate da acqua che sgorga da quasi 400 metri di profondità, saune, aree relax, sale trattamenti e un grande parco verde che sorprende per la sua tranquillità, soprattutto considerando la posizione nel cuore di Milano.
La sensazione, entrando, è quella di lasciare la città fuori dai cancelli.
Ciò che colpisce fin dai primi minuti non è soltanto la bellezza dell'architettura; a fare la differenza è soprattutto la cura riservata ai minimi dettagli. Il personale accompagna gli ospiti con discrezione e attenzione, mentre ogni elemento contribuisce a costruire un'identità precisa.
All'arrivo viene consegnata una shopper brandizzata contenente accappatoio, asciugamano e ciabatte. È un dettaglio apparentemente semplice, ma racconta bene la filosofia della struttura. Ogni accappatoio è contraddistinto da un simbolo ricamato sulla schiena che permette di riconoscerlo immediatamente evitando, così, uno degli inconvenienti più frequenti nei centri benessere: confonderlo con quello di qualcun altro. Al termine della visita shopper e ciabatte possono essere portate a casa come ricordo dell'esperienza.
Il percorso benessere comprende quattro saune, bagno turco, tepidarium e una banja russa tra le più grandi d'Italia. A rendere tutto ancora più coinvolgente sono i rituali guidati dai maestri di sauna, che alternano getti di vapore, aromaterapia e tecniche di diffusione del calore trasformando la classica sauna in una vera esperienza multisensoriale.

Tra i momenti più apprezzati c'è anche l'aperitivo serale, incluso in alcune formule d'ingresso: quaranta minuti davanti a un buffet ricco di proposte, comprese opzioni vegetariane e vegane, accompagnato da un drink a scelta, anche analcolico. Un modo piacevole per prolungare il relax prima di rientrare in città.
Se durante tutto l'anno De Montel rappresenta una pausa dalla routine milanese è con il programma estivo che il progetto amplia davvero i propri confini.
Per l'estate 2026 nasce Sorgente Urbana di Benessere, un calendario di appuntamenti che trasforma il complesso in un luogo dove wellness, cultura, musica e socialità convivono nello stesso spazio.
L'intero parco cambia volto. Le aree verdi vengono allestite con installazioni ispirate ai paesaggi mediterranei, tessuti sospesi, composizioni floreali e giochi di luce che richiamano il mare e le atmosfere delle vacanze. Il risultato è quello di una piccola evasione urbana dove il tempo segue ritmi completamente diversi.

Anche i rituali si adattano alla stagione. L'Aura Solis Aufguss porta in sauna fragranze agrumate di bergamotto, arancia dolce e limone; il Floating Sound Bath abbina il galleggiamento in acqua alle vibrazioni sonore per favorire un rilassamento profondo; la Sun Breath Meditation propone sessioni guidate di respirazione all'aperto, mentre il Frozen Mint Scrub sfrutta il contrasto tra caldo e freddo per regalare una piacevole sensazione di freschezza.
Tra le novità dell'area trattamenti arriva anche l'Icing Massage con Criosphere, un massaggio che utilizza il freddo localizzato per alleggerire la sensazione di gambe affaticate, particolarmente frequente durante i mesi estivi.
Con l’arrivo della bella stagione è soprattutto il parco a cambiare.
Il nuovo Summer Bar affacciato sulle piscine propone signature cocktail, grandi classici e drink analcolici, mentre il dehors realizzato in collaborazione con GROM offre una pausa più informale. Nei fine settimana arriva anche Pizza & Relax, una formula che unisce pizza, musica e serate all'aperto.

Quando cala il sole, il giardino si trasforma grazie al Light Garden: ogni sera, dalle 21 alle 23, installazioni luminose e riflessi sull'acqua creano un'atmosfera suggestiva che accompagna il passaggio dal giorno alla notte. Tra gli elementi più scenografici spicca una grande altalena ad acqua, pensata per restituire agli ospiti un senso di leggerezza e di gioco che troppo spesso si perde nella vita quotidiana.
L'estate di De Montel guarda anche alla cultura. Il programma comprende concerti Candlelight Open Air, con omaggi a Queen, ABBA, Coldplay e Imagine Dragons illuminati da migliaia di candele, mentre la rassegna Cinema sotto le Stelle porta tra le piscine film come Vacanze Romane e Mamma Mia!.
Il calendario comprende inoltre eventi dedicati allo yoga, degustazioni a tema, performance artistiche, DJ set e musica dal vivo, consolidando il complesso come uno dei nuovi punti di riferimento della stagione milanese.
Flotation device Caterina Perego, Edoardo Bonacina - NABA
A completare il percorso c'è Balneum, il progetto nato dalla collaborazione con NABA |Nuova Accademia di Belle Arti, visitabile fino a dicembre.
Le opere realizzate dagli studenti si inseriscono negli spazi delle terme dialogando con l'architettura, l'acqua e la luce. Fotografia, pittura, video e installazioni site-specific trasformano il centro in una galleria diffusa, dove il wellness non riguarda soltanto il corpo ma coinvolge anche lo sguardo e la percezione.
In fondo è proprio questa la filosofia che sembra guidare De Montel: non limitarsi a offrire un luogo dove rilassarsi, ma costruire un'esperienza capace di legare cultura, architettura, natura, benessere e socialità.
Perché il vero lusso, oggi, non è semplicemente concedersi qualche ora in una spa: è riuscire a sentirsi altrove, pur restando nel cuore di una delle città più dinamiche d’Italia.
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