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Laureata in Fashion Design presso l’Istituto Marangoni di Milano, scrive di arte, moda e costume con uno sguardo curioso e contemporaneo. Indaga i linguaggi estetici e culturali del presente, muovendosi tra ricerca visiva, stile e immaginario collettivo.
Quando si pensa a San Siro vengono in mente immagini ben precise: il boato dello stadio nelle sere di partita, le luci dei grandi concerti che accendono il quartiere e, inevitabilmente, il traffico che si concentra nei giorni degli eventi. È uno dei luoghi simbolo di Milano, da sempre legato allo sport, alla musica e, più in generale, all'intrattenimento. Difficilmente lo si collegherebbe al silenzio, alla contemplazione o al benessere.
Eppure basta attraversare la strada che separa lo stadio Meazza dalle storiche ex Scuderie De Montel per ritrovarsi in un'atmosfera completamente diversa. Il rumore lascia spazio allo scorrere dell'acqua, il cemento a giardini rigogliosi e il ritmo frenetico della città rallenta fino quasi a scomparire. Qui, nel 2025, ha aperto Terme De Montel, il più grande parco termale urbano naturale d'Europa, un progetto che ha restituito nuova vita a uno degli edifici Liberty più affascinanti e meno conosciuti di Milano.
Le ex scuderie, progettate negli anni Venti dagli architetti Arrigo Cantoni e Paolo Vietti Violi – gli stessi dell'Ippodromo di San Siro – sono state riportate a nuova vita grazie a un importante intervento di riqualificazione conservativa. Il risultato non è soltanto il restauro di un edificio storico, ma la trasformazione di un luogo dimenticato in una destinazione dedicata al benessere.
Oggi i 16 mila metri quadrati del complesso ospitano piscine termali alimentate da acqua che sgorga da quasi 400 metri di profondità, saune, aree relax, sale trattamenti e un grande parco verde che sorprende per la sua tranquillità, soprattutto considerando la posizione nel cuore di Milano.
La sensazione, entrando, è quella di lasciare la città fuori dai cancelli.
Ciò che colpisce fin dai primi minuti non è soltanto la bellezza dell'architettura; a fare la differenza è soprattutto la cura riservata ai minimi dettagli. Il personale accompagna gli ospiti con discrezione e attenzione, mentre ogni elemento contribuisce a costruire un'identità precisa.
All'arrivo viene consegnata una shopper brandizzata contenente accappatoio, asciugamano e ciabatte. È un dettaglio apparentemente semplice, ma racconta bene la filosofia della struttura. Ogni accappatoio è contraddistinto da un simbolo ricamato sulla schiena che permette di riconoscerlo immediatamente evitando, così, uno degli inconvenienti più frequenti nei centri benessere: confonderlo con quello di qualcun altro. Al termine della visita shopper e ciabatte possono essere portate a casa come ricordo dell'esperienza.
Il percorso benessere comprende quattro saune, bagno turco, tepidarium e una banja russa tra le più grandi d'Italia. A rendere tutto ancora più coinvolgente sono i rituali guidati dai maestri di sauna, che alternano getti di vapore, aromaterapia e tecniche di diffusione del calore trasformando la classica sauna in una vera esperienza multisensoriale.

Tra i momenti più apprezzati c'è anche l'aperitivo serale, incluso in alcune formule d'ingresso: quaranta minuti davanti a un buffet ricco di proposte, comprese opzioni vegetariane e vegane, accompagnato da un drink a scelta, anche analcolico. Un modo piacevole per prolungare il relax prima di rientrare in città.
Se durante tutto l'anno De Montel rappresenta una pausa dalla routine milanese è con il programma estivo che il progetto amplia davvero i propri confini.
Per l'estate 2026 nasce Sorgente Urbana di Benessere, un calendario di appuntamenti che trasforma il complesso in un luogo dove wellness, cultura, musica e socialità convivono nello stesso spazio.
L'intero parco cambia volto. Le aree verdi vengono allestite con installazioni ispirate ai paesaggi mediterranei, tessuti sospesi, composizioni floreali e giochi di luce che richiamano il mare e le atmosfere delle vacanze. Il risultato è quello di una piccola evasione urbana dove il tempo segue ritmi completamente diversi.

Anche i rituali si adattano alla stagione. L'Aura Solis Aufguss porta in sauna fragranze agrumate di bergamotto, arancia dolce e limone; il Floating Sound Bath abbina il galleggiamento in acqua alle vibrazioni sonore per favorire un rilassamento profondo; la Sun Breath Meditation propone sessioni guidate di respirazione all'aperto, mentre il Frozen Mint Scrub sfrutta il contrasto tra caldo e freddo per regalare una piacevole sensazione di freschezza.
Tra le novità dell'area trattamenti arriva anche l'Icing Massage con Criosphere, un massaggio che utilizza il freddo localizzato per alleggerire la sensazione di gambe affaticate, particolarmente frequente durante i mesi estivi.
Con l’arrivo della bella stagione è soprattutto il parco a cambiare.
Il nuovo Summer Bar affacciato sulle piscine propone signature cocktail, grandi classici e drink analcolici, mentre il dehors realizzato in collaborazione con GROM offre una pausa più informale. Nei fine settimana arriva anche Pizza & Relax, una formula che unisce pizza, musica e serate all'aperto.

Quando cala il sole, il giardino si trasforma grazie al Light Garden: ogni sera, dalle 21 alle 23, installazioni luminose e riflessi sull'acqua creano un'atmosfera suggestiva che accompagna il passaggio dal giorno alla notte. Tra gli elementi più scenografici spicca una grande altalena ad acqua, pensata per restituire agli ospiti un senso di leggerezza e di gioco che troppo spesso si perde nella vita quotidiana.
L'estate di De Montel guarda anche alla cultura. Il programma comprende concerti Candlelight Open Air, con omaggi a Queen, ABBA, Coldplay e Imagine Dragons illuminati da migliaia di candele, mentre la rassegna Cinema sotto le Stelle porta tra le piscine film come Vacanze Romane e Mamma Mia!.
Il calendario comprende inoltre eventi dedicati allo yoga, degustazioni a tema, performance artistiche, DJ set e musica dal vivo, consolidando il complesso come uno dei nuovi punti di riferimento della stagione milanese.
Flotation device Caterina Perego, Edoardo Bonacina - NABA
A completare il percorso c'è Balneum, il progetto nato dalla collaborazione con NABA |Nuova Accademia di Belle Arti, visitabile fino a dicembre.
Le opere realizzate dagli studenti si inseriscono negli spazi delle terme dialogando con l'architettura, l'acqua e la luce. Fotografia, pittura, video e installazioni site-specific trasformano il centro in una galleria diffusa, dove il wellness non riguarda soltanto il corpo ma coinvolge anche lo sguardo e la percezione.
In fondo è proprio questa la filosofia che sembra guidare De Montel: non limitarsi a offrire un luogo dove rilassarsi, ma costruire un'esperienza capace di legare cultura, architettura, natura, benessere e socialità.
Perché il vero lusso, oggi, non è semplicemente concedersi qualche ora in una spa: è riuscire a sentirsi altrove, pur restando nel cuore di una delle città più dinamiche d’Italia.
Gli occhi raccontano tutto. Raccontano le notti insonni, le giornate troppo lunghe, le risate che hanno lasciato il segno e perfino quelle preoccupazioni che preferiremmo tenere per noi. Sono il punto del volto su cui si concentra per primo lo sguardo degli altri e, spesso, anche il primo a mostrare il passare del tempo.
Non è un caso che il contorno occhi sia considerato una delle aree più delicate del viso. La pelle che circonda lo sguardo è particolarmente sottile, povera di ghiandole sebacee e costantemente sollecitata dalla mimica facciale. Ogni sorriso, ogni smorfia, ogni espressione contribuisce a scrivere una storia sulla pelle. Una storia autentica, certo, ma che non sempre corrisponde all'immagine che abbiamo di noi stessi.
Rughette, occhiaie, borse e palpebre che tendono a cedere sono tra gli inestetismi più comuni e possono comparire molto prima di quanto si immagini. A spiegarlo è il dottor Dario Tartaglini, Direttore Sanitario di Betar Medical, centro specializzato in medicina estetica a Milano.
Secondo il medico, i primi segni dell'invecchiamento perioculare possono diventare evidenti già intorno ai trent'anni. In questa fase, tuttavia, non è necessario ricorrere immediatamente a trattamenti correttivi invasivi. L'obiettivo principale è preservare la qualità della pelle e stimolare i naturali processi di rigenerazione cutanea.
Tra le soluzioni più utilizzate rientra la biorivitalizzazione, un trattamento che aiuta a nutrire e idratare in profondità i tessuti. Nei casi che richiedono un'azione più intensa, si può intervenire con laser non ablativi capaci di stimolare la produzione di collagene ed elastina attraverso il processo della neocollagenesi. Il risultato è una pelle più compatta, tonica e luminosa, senza alterarne l'aspetto naturale.
Quando invece le rughe d'espressione iniziano a diventare più marcate, entrano in gioco trattamenti specifici come la tossina botulinica. Spesso associata a pregiudizi e falsi miti, questa metodologia continua a essere una delle più richieste proprio per la sua capacità di intervenire sulle cosiddette "zampe di gallina" mantenendo intatta l'espressività del volto.
La procedura è rapida, dura circa quindici minuti e non richiede tempi di recupero significativi. Riducendo le contrazioni muscolari responsabili della formazione delle rughe, il trattamento non si limita a correggere i segni già presenti, ma contribuisce anche a rallentarne la comparsa futura. Lo sguardo appare più riposato e disteso, senza perdere naturalezza.
Ma se le rughe sono spesso associate all'età, occhiaie e borse possono colpire chiunque, anche persone molto giovani. Stress, stanchezza, predisposizione genetica, cattive abitudini alimentari e ristagno di liquidi sono solo alcune delle cause che possono compromettere la freschezza dello sguardo.
In questi casi una delle tecniche più interessanti è il microneedling, un trattamento non invasivo che sfrutta micro-perforazioni controllate della pelle per stimolare la produzione di nuovo collagene. La risposta rigenerativa dell'organismo favorisce il miglioramento della texture cutanea, la riduzione delle linee sottili e una maggiore luminosità della zona trattata.
Tuttavia, limitarsi agli occhi sarebbe un errore. Lo sguardo è infatti il risultato dell'equilibrio tra diverse aree del volto: fronte, sopracciglia e palpebre lavorano insieme nel definire l'espressione di una persona.
Con il passare degli anni, l'abbassamento delle sopracciglia e il rilassamento delle palpebre possono trasmettere un'immagine stanca, triste o severa anche quando non corrisponde allo stato d'animo reale. In questi casi la medicina estetica offre diverse possibilità di intervento.
Tra le soluzioni più apprezzate c’è l’acido ialuronico, che aiuta a ridare sostegno e armonia alla parte superiore del viso. Grazie alla sua naturale capacità di trattenere acqua, permette di restituire idratazione e volume ai tessuti mantenendo un effetto estremamente naturale.
Quando invece il cedimento delle palpebre è particolarmente evidente, si può valutare la blefaroplastica. Questo intervento chirurgico consente di correggere l'eccesso di pelle e di riposizionare i tessuti, migliorando non soltanto l'estetica ma, in alcuni casi, anche la funzionalità visiva. Non è raro, infatti, che una palpebra particolarmente rilassata finisca per limitare il campo visivo e influire sulla qualità della vita quotidiana.
Secondo il dottor Tartaglini, i risultati migliori si ottengono spesso attraverso un approccio combinato. Un percorso personalizzato può iniziare con l'acido ialuronico per migliorare l'idratazione profonda della zona perioculare, proseguire con la tossina botulinica per le rughe dinamiche e completarsi con trattamenti laser finalizzati a stimolare il collagene nel lungo periodo.
Naturalmente, nessun trattamento può sostituire uno stile di vita corretto. L'aspetto del contorno occhi dipende anche dalle abitudini quotidiane. Un'alimentazione ricca di frutta e verdura, l'assunzione di antiossidanti, una buona idratazione, il riposo adeguato e una protezione costante dai raggi UV rappresentano alleati fondamentali per mantenere la pelle giovane più a lungo.
Anche la skincare gioca un ruolo importante. I sieri a base di acido ialuronico, vitamine e sostanze tensori possono offrire un valido supporto grazie alla loro capacità di penetrare più facilmente negli strati superficiali della pelle rispetto alle tradizionali creme.
Prendersi cura dello sguardo significa, in fondo, prendersi cura del modo in cui ci presentiamo al mondo. Non si tratta di cancellare il tempo o inseguire un ideale irraggiungibile di perfezione, ma di valorizzare ciò che siamo oggi, restituendo ai nostri occhi quella luminosità che spesso la vita quotidiana tende a mettere in ombra.
Per maggiori informazioni: https://www.betarmedical.it/
C'è un aspetto che distingue il Contrapunctum Jazz Festival da molte altre manifestazioni dedicate alla musica: la capacità di trasformare il jazz in un'esperienza culturale completa, dove concerti, formazione e crescita professionale convivono in un unico progetto. Dal 25 al 28 giugno 2026, il Teatro Civico di Sassari, nel cuore del centro storico cittadino, ospiterà quattro serate che raccontano una precisa idea di musica: autentica, consapevole e profondamente legata alla tradizione.
Più che una semplice rassegna concertistica, il Contrapunctum Jazz Festival si configura come un laboratorio permanente dedicato alla diffusione della cultura jazzistica. Un percorso costruito attorno a tre elementi fondamentali: la formazione, il sostegno ai giovani talenti e una proposta artistica di alto livello. Una visione che restituisce al jazz la sua natura originaria di linguaggio vivo, capace di trasmettersi attraverso lo studio, l'ascolto e il confronto diretto tra generazioni diverse di musicisti.
A confermare questa filosofia è il Contrapunctum Jazz Contest 2026, concorso dedicato alle nuove promesse del jazz italiano conclusosi nei giorni scorsi. A conquistare la giuria internazionale composta da Harry Allen, Rossano Sportiello e Joan Chamorro sono stati la cantante, compositrice e arrangiatrice Sara Rotunno nella sezione Giovani Compositori e il Marco Morandini Trio nella categoria Ensemble Jazz.
La particolarità del progetto risiede proprio qui: il contest non rappresenta un punto d'arrivo, ma l'inizio di un percorso. I vincitori entrano infatti a far parte del cartellone ufficiale del festival, condividendo il palco con artisti di riconosciuto prestigio internazionale.
Sarà dunque il Marco Morandini Trio ad aprire la manifestazione giovedì 25 giugno alle ore 20.30. Accanto al giovane pianista saliranno sul palco Giulio Pisu al contrabbasso e Vittorio Sicbaldi alla batteria. Il loro repertorio alterna standard jazz e composizioni originali, muovendosi con naturalezza tra rispetto della forma e desiderio di sperimentazione.
Venerdì 26 giugno il Teatro Civico accoglierà uno degli appuntamenti più attesi dell'intera manifestazione: Joan Chamorro & Sant'Andreu Jazz Band. Nata a Barcellona nel 2006 come progetto didattico, negli anni è diventata un fenomeno mondiale, capace di formare e lanciare musicisti internazionali del calibro di Eva Fernández, sassofonista catalana, della trombettista e cantante Alba Armengou, di Andrea Motis e Magali Datzira. Un'esperienza che dimostra come l'educazione musicale possa trasformarsi in una straordinaria fucina di talenti.
Sabato 27 giugno sarà la volta del Luca Filastro 5et. Considerato tra i più autorevoli interpreti europei dello stride piano, Filastro sarà affiancato da Francesco Lento alla tromba, Simone Faedda alla chitarra, Marco Occhioni al contrabbasso e Bruno Brozzu alla batteria. Il concerto proporrà un affascinante viaggio nella tradizione jazzistica newyorkese degli anni Trenta, Quaranta e Cinquanta, tra riletture personali e composizioni originali che mantengono vivo lo spirito delle grandi stagioni dello swing.
La chiusura del festival è affidata, domenica 28 giugno, al Giampaolo Casati 4et. Il trombettista piemontese, protagonista di una lunga carriera internazionale e collaboratore di figure storiche del jazz come Lee Konitz, Joe Lovano, Steve Lacy e Carla Bley, sarà accompagnato da Simone Faedda alla chitarra, Fabrizio Leoni al contrabbasso e Bruno Brozzu alla batteria. Un finale che promette eleganza, esperienza e una profonda conoscenza del linguaggio jazzistico.
Dietro la costruzione del festival emerge con chiarezza la visione del direttore artistico Bruno Brozzu, che rivendica una scelta controcorrente rispetto a molte programmazioni contemporanee. Al centro del progetto restano infatti swing e bebop, considerati non come stili da museo, ma come linguaggi ancora attuali e fondamentali per comprendere l'essenza del jazz.
In un panorama sempre più orientato verso formule ibride e contaminazioni spesso dettate dalle logiche del mercato, Contrapunctum sceglie di investire sulla qualità del suono acustico, sul fraseggio, sull'interplay tra i musicisti e sulla forza narrativa dell'improvvisazione. Una posizione culturale prima ancora che estetica, che difende il valore dello studio e della conoscenza come strumenti indispensabili per innovare senza perdere identità.
La dimensione formativa resta infatti uno degli elementi più significativi della manifestazione. Masterclass, incontri e lezioni-concerto affiancheranno il programma serale, coinvolgendo studenti e giovani musicisti in un percorso di approfondimento che va oltre il semplice intrattenimento. Una scelta coerente con la missione dell'Associazione Culturale Contrapunctum ETS, impegnata nella diffusione del linguaggio jazzistico attraverso progetti educativi e attività di alta formazione.
Non è un caso che Contrapunctum sia stata l'unica realtà della Sardegna selezionata nell'ambito del bando del Ministero della Cultura dedicato alla promozione e alla diffusione della musica jazz. Un riconoscimento che conferma la qualità di un percorso nato pochi anni fa e già capace di ritagliarsi uno spazio significativo nel panorama nazionale.
Più che una serie di concerti, il Contrapunctum Jazz Festival è un modo diverso di intendere la cultura: un luogo in cui la formazione incontra la performance, dove i giovani talenti trovano spazio accanto ai grandi nomi e dove la tradizione non rappresenta un limite, ma una risorsa per immaginare il futuro.
Per quattro giorni Sassari diventa così un crocevia di esperienze, linguaggi e generazioni diverse. Un luogo in cui il jazz torna a essere ciò che è sempre stato: una forma di libertà che si apprende, si condivide e si rinnova ogni volta che qualcuno inizia a suonare.
I concerti si svolgeranno presso il Teatro Civico con inizio alle ore 20.30. I biglietti sono disponibili in prevendita presso la biglietteria del Teatro Verdi e online sulla piattaforma AnyTicket.
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A Milano non mancano coworking, business center e hotel pensati per i professionisti. Più raro è trovare un luogo che provi a ripensare l'intera esperienza lavorativa, trasformandola in qualcosa che non si esaurisce tra una scrivania e una sala riunioni.
In via Andrea Maffei 1, WORKNESS CLUB nasce da un'idea del Cavaliere Sergio Filograna: creare un ambiente in cui lavoro, benessere, cultura, ospitalità e ristorazione non siano servizi separati, ma parti di un unico sistema.
Il progetto affonda le sue radici in Work&Progress, società specializzata nella gestione delle risorse umane fondata dallo stesso Filograna. L'intuizione è semplice: se le persone trascorrono gran parte della propria giornata lavorando, anche lo spazio in cui lo fanno dovrebbe contribuire al loro equilibrio e a una migliore qualità della vita.

Entrando nel Club si comprende subito che non si tratta di un classico spazio business. Sale riunioni, uffici temporanei, aree per eventi, spazi dedicati al benessere, un ristorante, un boutique hotel e una galleria d'arte convivono senza soluzione di continuità. Ogni ambiente dialoga con gli altri e può assumere funzioni diverse a seconda delle esigenze: una riunione può proseguire a tavola, un incontro professionale può trasformarsi in un momento di networking, una mostra può diventare occasione di confronto e nuove connessioni.

Tra gli elementi più sorprendenti del progetto c'è Other Size Gallery, spazio espositivo aperto gratuitamente al pubblico. Le mostre si alternano ogni 2 mesi e portano all'interno del Club artisti affermati e nuove voci della scena contemporanea. Tra i nomi ospitati figurano Caterina Crepax, Antonio Guccione e Stefano Babic.
In questo momento è in corso la mostra di Marianna Sannino, artista che lavora su elementi naturali dipinti su tulle, in un dialogo costante tra materia, trasparenza e stratificazione visiva.

L'arte qui non svolge una funzione decorativa, ma diventa parte integrante dell’esperienza, contribuendo a creare un contesto dinamico in cui professionisti, imprenditori e visitatori possono incontrarsi anche al di fuori delle logiche strettamente lavorative.
Bistruccio oggi è un raffinato ristorante aperto anche al pubblico, ma la sua origine racconta molto della filosofia di WORKNESS. Non nasce per attrarre clienti esterni, bensì per offrire ai collaboratori un luogo dove mangiare bene durante la giornata lavorativa.
L’idea iniziale era semplice: se il benessere delle persone è centrale, anche il momento del pasto deve esserlo.
Da questa intuizione è nato uno spazio raccolto e riservato che oggi accompagna ogni momento della giornata, dalla colazione all'aperitivo, dai pranzi di lavoro alle cene private.

Durante la visita alla struttura, per presentarci l’offerta di Bistruccio, ci sono stati proposti una polpetta di baccalà su fonduta di formaggio, un tataki di tonno con sesamo nero e radicchio e un sorbetto artigianale alla fragola e pepe rosa, esempio perfetto di quella ricerca sugli equilibri che caratterizza la cucina del ristorante.
Dietro questa proposta c’è la chef Mihaela Dandu, che non proviene dai percorsi tradizionali dell’alta cucina. Entrata nel Club con un ruolo in sala e in caffetteria, ha saputo trasformare una passione in una professione attraverso studio, sperimentazione e autodisciplina. Oggi è il volto gastronomico di Bistruccio: perfezionista instancabile lavora soprattutto su impasti e lievitati, tanto che gran parte del pane servito a tavola nasce direttamente dalle sue mani. La sua cucina racconta un percorso di crescita costruito giorno dopo giorno, senza scorciatoie, guidato da ricerca e determinazione.
A completare il sistema del Club ci sono MUSE e 10Keys Milano.

MUSE è l’area dedicata all’attività fisica e alla cura della persona, dove percorsi personalizzati di pilates, indoor cycling, allenamento funzionale, massoterapia, osteopatia e consulenza nutrizionale vengono costruiti sulle esigenze individuali.

10Keys Milano è invece il boutique hotel del progetto: dieci camere pensate per professionisti in trasferta, dotate di bagno turco e sauna privata.
Chi lavora a Milano sa bene quanto le giornate possano essere scandite da continui spostamenti: una riunione in un quartiere, il pranzo in un altro, la palestra altrove ancora. WORKNESS CLUB prova a eliminare questa frammentazione.
Qui, dopo una riunione ci si può fermare a pranzo, partecipare a un evento culturale, allenarsi o dedicarsi al benessere personale senza lasciare il complesso.
Questi spazi, come Bistruccio e Other Size Gallery, sono aperti anche a una clientela esterna, che può accedervi per allenarsi o soggiornare in un ambiente studiato nei minimi dettagli.
La filosofia WORKNESS non si esaurisce negli spazi di via Maffei. Tra i progetti più rappresentativi c'è Il Giro dei Venti, un format ideato dal Cavaliere Sergio Filograna che unisce sport, viaggio e dimensione professionale in un’unica esperienza itinerante.
Si tratta di un percorso di otto giorni tra Salento e Grecia che combina ciclismo, vela, esplorazione del territorio e attività outdoor, alternando tappe e momenti di lavoro sul campo.
L’elemento centrale non è la performance sportiva, ma la costruzione di dinamiche di gruppo che emergono naturalmente durante il percorso, diventando terreno fertile per il team building e per nuovi contatti tra professionisti.
Imprenditori, manager e partecipanti di settori diversi condividono giornate fuori dai contesti abituali, dando vita a connessioni che spesso proseguono anche dopo il rientro. È la stessa logica che anima WORKNESS CLUB: creare occasioni di incontro autentiche, nelle quali il business nasce prima di tutto dalla conoscenza reciproca.
In fondo, che si tratti di una sala riunioni a Milano o di una veleggiata tra il Salento e Corfù, il principio rimane lo stesso: le relazioni migliori nascono quando le persone condividono esperienze significative.

La filosofia WORKNESS è destinata ad ampliarsi con Borgo Filograna, in apertura a Spongano, nel cuore del Salento. All'interno di un palazzo nobiliare del XVII secolo restaurato sorgeranno camere, spazi dedicati alla ristorazione, una spa ricavata nelle antiche fondamenta, aree di lavoro, botteghe artigiane e una galleria d'arte.
Se Milano rappresenta il volto urbano del progetto, Spongano ne interpreterà la dimensione più lenta e immersiva, mantenendo la stessa attenzione per il rapporto tra lavoro, ospitalità e qualità della vita.
Più che un club, WORKNESS appare come un modello che prova a superare la tradizionale separazione tra vita professionale e tempo personale. Un luogo dove efficienza, relazioni, cultura e benessere convivono nello stesso spazio, dimostrando che lavorare meglio può significare, semplicemente, vivere meglio.
Si è conclusa il 9 giugno l’edizione 2026 del Milano Film Fest, la manifestazione diretta da Claudio Santamaria che ha riportato il cinema internazionale al centro della scena culturale milanese. Durante la cerimonia di premiazione all’Anteo Palazzo del Cinema sono stati annunciati i vincitori delle sezioni competitive dedicate a lungometraggi e cortometraggi. Dal palmarès è emersa un'idea di cinema giovane, libero e profondamente connesso al presente, capace di raccontare identità, trasformazioni e desideri attraverso linguaggi diversi ma ugualmente incisivi.
A conquistare il premio per il Miglior Lungometraggio è stato Where the Wind Comes From di Amel Guellaty (Tunisia, Francia, 2025), un road movie che segue il viaggio di due giovani tunisini verso l'Europa. La giuria presieduta da Valeria Bruni Tedeschi ha premiato l'opera per la sua capacità di coniugare semplicità narrativa e raffinatezza formale, offrendo al tempo stesso uno sguardo autentico sulla società tunisina contemporanea. Nelle motivazioni, il film è stato definito un'opera "libera e poetica", sostenuto da una visione cinematografica forte e da un respiro capace di andare oltre i confini della storia raccontata.
Il successo dell'opera è stato avvalorato anche dalla menzione speciale “Futuro” assegnata ai protagonisti Eya Bellagha e Slim Baccar, premiati per la naturalezza e l'intensità con cui hanno dato vita a un legame capace di sostenere l'intero film. Where the Wind Comes From ha inoltre conquistato il premio della Giuria Studentesca, che ne ha sottolineato la capacità di trasformare un coming of age in una storia universale, sospesa tra sogno, speranza e ricerca del proprio posto nel mondo.

Sul fronte dei cortometraggi, il riconoscimento principale è andato a A Sisyphean Task di Gus Flind-Henry e George Malcher (Regno Unito, 2025). Attraverso una costruzione audiovisiva dinamica e un elaborato lavoro di montaggio, il film affronta il tema del sistema educativo riflettendo sul peso delle responsabilità individuali e collettive all'interno della scuola. La giuria ne ha premiato la capacità di coniugare riflessione critica ed efficacia emotiva, senza cadere in semplificazioni.
Tra i premi interpretativi, il riconoscimento per la Miglior Interpretazione Maschile è stato assegnato a Matthew Shear per Fantasy Life, premiato per l'equilibrio e la credibilità della performance. Il premio per la Miglior Interpretazione Femminile è andato invece a Sarah Pachoud, Mélanie Laurent e Angelina Woreth per The Wonderers di Josephine Japy, valorizzando il lavoro corale delle tre attrici e la loro capacità di restituire con sensibilità le dinamiche emotive e familiari al centro del film.
Completano il palmarès le menzioni speciali ai cortometraggi Concrete Kids di Saulius Baradinskas, premiato per la sua originalità estetica e la forte armonia visiva, e Faux Bijoux di Jessy Moussallem, riconosciuto per la delicatezza con cui affronta temi complessi e di grande attualità.
Si chiude così un'edizione che ha segnato il ritorno del Milano Film Fest, festival nato dalla collaborazione tra Il Cinemino, Esterni, Fondazione Dude e Perimetro. Un appuntamento che, fin dalla sua prima edizione, ha dimostrato la volontà di aprirsi a nuovi sguardi e nuove geografie del cinema contemporaneo. E quest'anno, più che mai, il vento arrivato da Tunisi e Londra ha trovato a Milano il luogo ideale per farsi ascoltare.
C'erano persone in piedi, altre ancora fuori dal teatro in attesa di entrare. Quando Dario Argento sale sul palco del Piccolo Teatro Strehler per la masterclass organizzata dal Milano Film Fest, la prima cosa che nota non è il pubblico che lo applaude, ma quello rimasto fuori dalla sala.
“Mi dispiace per chi non è riuscito a entrare”, dice. “Con il mio cuore sono con loro”
Basterebbe questa immagine per raccontare lo status che il regista romano continua ad avere nell'immaginario collettivo. A oltre cinquant'anni dall'esordio, Dario Argento non è soltanto un autore: è un pezzo di storia del cinema che continua a riempire teatri e festival.
Accanto a lui, sul palco, Marina Pierri, giornalista e autrice, Claudio Santamaria, attore e direttore artistico del Milano Film Fest, e Marco Peano, scrittore ed editor di narrativa italiana per Einaudi. Sullo schermo scorrono invece frammenti di Profondo Rosso, Il Cartaio, L'uccello dalle piume di cristallo e altri titoli che hanno definito il suo percorso artistico. Ne nasce una conversazione che alterna ricordi, confessioni, risate e aneddoti talmente assurdi da sembrare usciti da uno dei suoi film.
Inevitabilmente il cuore dell'incontro è Profondo Rosso.
Argento racconta di non aver mai immaginato il successo che il film avrebbe avuto nel tempo. Quando lo scriveva, semplicemente si stava divertendo. Oggi continua a vederlo proiettato in tutto il mondo, da Cannes a Los Angeles, insieme a pochi altri titoli della sua filmografia che sembrano non conoscere il passare degli anni.
Profondo Rosso, 1975
Il racconto più divertente riguarda però il titolo.
Prima di diventare Profondo Rosso, il film si chiamava infatti La tigre dai denti a sciabola. Un nome volutamente assurdo, inventato da Argento per prendere in giro produttori e finanziatori. Quando arrivò il momento dell'uscita, il regista annunciò che quello era soltanto uno scherzo e che il titolo vero sarebbe stato Profondo Rosso.
“Ma che vuol dire Profondo Rosso?”, gli chiesero.
“Chi vedrà il film lo capirà” rispose il regista e così fu.
Marco Peano ha anche ricordato il particolare rapporto tra il film e Torino, sottolineando come la geografia dell'opera mescoli luoghi reali provenienti da diverse città per costruire una sorta di "topografia dell'inconscio". Un legame talmente forte che, secondo l'aneddoto raccontato durante l'incontro, alcuni tassisti torinesi continuano ancora oggi a riferirsi a Piazza CLN come alla "piazza Profondo Rosso".
Tra le clip proiettate c'è anche Il Cartaio, titolo meno celebrato rispetto ai grandi classici del regista ma protagonista di uno dei passaggi più interessanti della serata.
Argento ha raccontato che l'idea nacque dopo aver osservato le sale giochi durante un viaggio: da lì l'intuizione di un assassino capace di trasformare la morte in una partita e le vittime in pedine di una sfida contro la polizia.
Rivisto oggi, Il Cartaio colpisce per la sua capacità di intercettare temi che sarebbero diventati centrali negli anni successivi: internet, il gioco online e la spettacolarizzazione della violenza attraverso uno schermo. Non a caso Argento ha confessato di essere ancora molto legato a questo film, ricordando le riprese con Claudio Santamaria e alcune sequenze che, a distanza di oltre vent'anni, continuano a tornargli alla mente.
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Se si vuole capire da dove nasce il cinema di Dario Argento, forse bisogna partire dallo studio fotografico della madre, Elda Luxardo. Da ragazzo trascorreva lì interi pomeriggi: mentre fingeva di fare i compiti osservava modelle e attrici davanti all'obiettivo, studiando soprattutto la luce, il modo in cui trasformava i volti e costruiva un'immagine.
Un'esperienza che, come ha raccontato durante l'incontro, ha segnato profondamente il suo immaginario. Non solo per l'attenzione quasi maniacale alla composizione e alla fotografia, ma anche per la centralità delle figure femminili che attraversano gran parte della sua filmografia.
Tra i momenti più emozionanti della masterclass c'è il ricordo del padre Salvatore Argento.
Locandina L'uccello dalle piume di cristallo
Dopo il successo de L'uccello dalle piume di cristallo, racconta il regista, il loro rapporto cambiò profondamente. Non era più soltanto suo padre.
Era diventato il suo migliore amico.
Andavano al cinema insieme, viaggiavano insieme, trascorrevano le serate discutendo di film. Un rapporto che Argento racconta con evidente affetto e che rappresenta una delle pagine più intime emerse durante l'incontro.
Phenomena, 1985
Se esistesse una classifica degli aneddoti più incredibili della storia del cinema italiano, quello raccontato da Argento su Phenomena meriterebbe un posto d'onore.
Per realizzare le celebri sequenze con gli insetti, la produzione allestì un vero allevamento di mosche all'interno di un teatro di posa romano.
Per mesi furono fatte crescere migliaia di larve sotto la supervisione di un entomologo. Il risultato fu un capannone letteralmente invaso dagli insetti.
“Bisognava entrare con la maschera”, racconta il regista.
Una volta terminato il film, la troupe aprì le finestre per liberare le mosche. Poco dopo il bar vicino agli studi venne letteralmente colonizzato dagli insetti, con il proprietario convinto che fosse impazzito il clima o forse il mondo intero.
Quando gli chiedono quali siano gli autori che continua ad amare, Argento non ha esitazioni.
Alfred Hitchcock resta il suo maestro assoluto.
Ricorda le proiezioni alla Cinémathèque di Parigi e la lezione fondamentale ricevuta osservando il modo in cui il regista britannico muoveva la macchina da presa.
Accanto a lui cita gli autori della Nouvelle Vague francese, da François Truffaut a Jean-Luc Godard, figure che contribuirono a formare il suo immaginario prima ancora che diventasse regista.
Inferno 1980
L'ultima domanda della serata riguarda una delle sequenze più celebri di Inferno: la stanza sommersa.
Da dove nasce un'idea del genere?
Argento ci pensa qualche secondo e poi risponde con sorprendente sincerità: non lo sa. Ricorda però perfettamente le difficoltà del casting: serviva un'attrice capace di muoversi sott'acqua con naturalezza e di sostenere lunghe immersioni, come se appartenesse davvero a quel mondo.
Una risposta che, forse involontariamente, riassume perfettamente lo spirito dell'intera serata. Più che spiegare i misteri dei suoi film, Dario Argento ha mostrato come il suo cinema continui a vivere in una zona sospesa tra intuizione, immaginazione e memoria. Ed è probabilmente proprio lì che risiede ancora oggi il suo fascino.
MILANO – Il cinema non vive soltanto di regia, sceneggiatura e interpretazione. A costruirne la forza narrativa contribuiscono anche immagini, colori, oggetti e ambienti, elementi capaci di comunicare significati tanto quanto i dialoghi. Da questa consapevolezza è nato Il bello del cinema! Tra Moda, Arte e Design. La narrazione attraverso le immagini, il talk promosso dal Milano Film Fest al CAM Garibaldi in collaborazione con IED Cinema.
A guidare il pubblico in questo viaggio tra estetica e significato è stato Giovanni Ottonello, art director IED, che ha trasformato l'incontro in un'appassionante esplorazione del linguaggio cinematografico.
L'evento è stato anche l'occasione per presentare l'ampliamento dell'offerta formativa di IED Cinema, nata recentemente e già pronta a lanciare due nuovi master dedicati rispettivamente al costume cinematografico e alla scenografia cinematografica, professioni spesso invisibili agli occhi dello spettatore ma fondamentali nella costruzione dell'universo narrativo di un film.
“Voi vedete quello che sapete!” ha affermato Ottonello in apertura, sintetizzando il concetto centrale del suo intervento: ogni immagine è composta da simboli che possono essere decifrati e interpretati a seconda della sensibilità e della cultura di ognuno.
Nel cinema nulla è realmente casuale. Un cappello, un impermeabile, una scala o una scarpa possono diventare strumenti narrativi capaci di raccontare il carattere di un personaggio, il suo stato emotivo o il contesto in cui vive.
Humphrey Bogart in Casablanca
L'esempio dell'ispettore con trench e cappello, entrato nell'immaginario collettivo dopo il successo di Casablanca, dimostra come il cinema abbia influenzato profondamente la moda e la costruzione di archetipi visivi che ancora oggi riconosciamo immediatamente.
Cast Away
Uno dei temi più interessanti affrontati durante il talk è stato il ruolo degli oggetti nella costruzione del racconto.
Lungi dall'essere semplici accessori scenici, gli oggetti incarnano desideri, ricordi, appartenenza sociale e identità. In questo senso, diventano estensioni dei personaggi stessi.
Emblematico il caso di Wilson in Cast Away, che da semplice pallone perde la propria funzione originaria per diventare compagno, interlocutore e simbolo della solitudine del protagonista.
Particolarmente interessante anche la riflessione sulla scarpa, elemento ricorrente nella storia del cinema. Da Cenerentola a Il mago di Oz, fino a Grease e Il diavolo veste Prada, questo oggetto diventa metafora di trasformazione, emancipazione e affermazione personale.
Joker di Todd Phillips
Il percorso proposto dal docente ha mostrato come elementi apparentemente ordinari possano assumere significati profondi.
In Parasite, ad esempio, le scale rappresentano la mobilità sociale e la distanza tra classi economiche. In Joker di Todd Phillips, invece, accompagnano l'evoluzione psicologica del protagonista: la salita esprime il peso dell'emarginazione, mentre la celebre discesa segna l'abbandono definitivo della sua identità precedente.
Anche il colore svolge una funzione narrativa precisa. Nel caso di Joker, il bianco richiama l'innocenza perduta, il rosso la violenza e la passione, l'arancione la follia. Una costruzione visiva che permette allo spettatore di cogliere sfumature del personaggio senza bisogno di dialoghi.
Da Metropolis di Fritz Lang a Via col vento, passando per Matrix e Star Wars, il cinema ha sempre utilizzato cromie e scenografie come strumenti di racconto capaci di agire anche a livello inconscio.
Tra i simboli analizzati durante l'incontro lo specchio occupa una posizione privilegiata.
Definito da Ottonello una vera e propria “soglia narrativa” rappresenta il confronto con sé stessi, il desiderio di trasformazione, il doppio e la memoria.
Da Il cigno nero a Shining, fino alle opere di Bertolucci e Visconti, questo elemento è stato spesso utilizzato per dare forma ai conflitti interiori dei personaggi, mettendone in scena fragilità, ossessioni e mutamenti.
Più che un semplice oggetto scenografico, lo specchio diventa così uno strumento capace di amplificare il significato delle immagini.
Il rapporto tra la settima arte, la moda e il design è emerso attraverso una serie di esempi che hanno attraversato epoche e generi differenti.
Joan Crawford in "Letty Lynton", costume di Adrian
Che si tratti della poltrona Barcelona di Mies van der Rohe, del cappotto color cammello reso iconico da Ultimo tango a Parigi e American Gigolò, dei costumi creati da Adrian per Joan Crawford o delle atmosfere di Blade Runner, 007 e A Single Man, ogni scelta visiva contribuisce a costruire un immaginario che continua a vivere ben oltre lo schermo, sedimentandosi nella cultura e nell’estetica contemporanee.
Per Ottonello il design non serve soltanto a rendere più suggestivo un ambiente, ma partecipa attivamente alla costruzione del racconto, dialogando con regia, fotografia e sceneggiatura.
Più che una conferenza, l'incontro si è rivelato un invito a osservare il cinema con occhi diversi. Dietro ogni costume, oggetto o scelta cromatica si cela infatti una precisa intenzione narrativa.
Un approccio che riflette perfettamente la filosofia di IED Cinema e dei nuovi percorsi dedicati a scenografia e costume: formare professionisti capaci non soltanto di creare immagini, ma di attribuire loro un senso.
Perché il cinema è soprattutto questo: un linguaggio fatto di segni che aspettano soltanto di essere interpretati.
Milano accende i riflettori sul cinema. Oggi, 4 giugno, prende ufficialmente il via la seconda edizione del Milano Film Fest, la manifestazione diretta da Claudio Santamaria che fino al 9 giugno trasformerà la città in un grande palcoscenico dedicato alle immagini, al cinema, alle serie tv e alle arti visive.
La cerimonia inaugurale si svolgerà al Piccolo Teatro Strehler, con il tradizionale red carpet sul sagrato di Largo Greppi a partire dalle 18.30, accompagnato dalla musica di Le Cannibale. Alle 19.30 sarà il momento della presentazione delle giurie che assegneranno i premi ai concorsi ufficiali del festival.
A presiedere la giuria dei lungometraggi sarà Valeria Bruni Tedeschi, affiancata da Federico Cesari, Silvia D'Amico, Anna Ferzetti e Vinicio Marchioni. La sezione cortometraggi sarà invece guidata da Margherita Vicario insieme a Milena Mancini, Ludovica Rampoldi, Eduardo Scarpetta e Ludovica Nasti. Una squadra di attori, registi e autori che riflette l'anima contemporanea e multidisciplinare del festival.
Ad aprire il programma cinematografico sarà, alle 21.45 all'Anteo Palazzo del Cinema, la prima italiana del documentario Vittorio De Sica – La vita in scena di Francesco Zippel, presentato al Festival di Cannes e dedicato a uno dei più grandi maestri della storia del cinema italiano. Nella stessa serata spazio anche a Smart Working, nuova commedia di Svevo Moltrasio con Maccio Capatonda.
Il festival, però, guarda oltre il grande schermo. Al Piccolo Teatro, alle 21.30, Vinicio Capossela sarà protagonista dell'incontro-spettacolo Sotto il bosco di latte – il cinema al buio di Dylan Thomas, un viaggio tra musica, parole e immaginazione ispirato al celebre testo dello scrittore gallese.
Con oltre 120 film in programma, masterclass, incontri, proiezioni diffuse nei quartieri e iniziative dedicate ai giovani talenti attraverso la sezione Academy, il Milano Film Fest conferma la sua vocazione a essere un evento aperto alla città, capace di portare il cinema fuori dalle sale e nei luoghi della vita quotidiana.
Molti appuntamenti, tra cui la cerimonia di apertura, numerose proiezioni e incontri, sono a ingresso libero fino a esaurimento posti, mentre altri eventi sono prenotabili attraverso la piattaforma DICE. Per consultare il programma completo e le modalità di partecipazione è possibile visitare il sito ufficiale del Milano Film Fest.
Per sei giorni Milano diventa così un laboratorio culturale a cielo aperto, dove il racconto audiovisivo incontra il territorio e le sue comunità.
C’è un luogo, a Milano, in cui colazione, gelato e caffè smettono di avere confini netti. In Corso Genova, Milanesi Gelaterie Artigianali riscrive il linguaggio del gusto con una testardaggine tutta milanese: fare le cose bene, senza compromessi.
Qui lo “sgarro” non è una deviazione dalla regola, ma una regola nuova. È un’abitudine che si concede spazio tra una brioche e un iced coffee, tra una stracciatella e un affogato fatto come si deve. E soprattutto tra una Milano che corre e una Milano che, ogni tanto, si ferma.
Dopo Porta Romana e Primaticcio, Milanesi approda in zona Navigli con un locale che è insieme gelateria, caffetteria e piccolo osservatorio sulle nuove ritualità urbane. Dentro, luce naturale, legno chiaro, pareti verdi e bianche: 110 metri quadrati pensati per fermarsi, lavorare, chiacchierare o semplicemente prendersi una pausa senza sentirsi fuori posto. Aperto dalle 8.30 alle 23, sette giorni su sette, è uno di quei posti che finiscono per diventare parte della routine quotidiana senza accorgersene.
Il cuore, però, resta lui: il gelato. E in particolare la stracciatella, che nel tempo è diventata un elemento identitario del brand. Non più un gusto unico, ma una famiglia intera: Straccia Oro, Straccia Amarena, Straccia Lampo, Straccia Pista, Straccia Tutto. Varianti che lavorano su cioccolato, frutta secca, pistacchio, mandorla, nocciola e diverse consistenze. Tre o quattro stracciatelle sempre al banco, come una presenza costante.
C’è dentro anche un’idea precisa di materia prima: qualità alta, niente additivi, lavorazioni curate, cioccolato lavorato internamente. La crema “Vecchia Milano” – con otto tuorli per litro di latte – è un’altra di quelle creazioni che non cercano effetti speciali ma artigianalità, ricerca e sostanza.
Sempre attento alle tendenze e ai gusti contemporanei Milanesi offre anche una selezione di gelati vegani realizzati con diversi tipi di latti vegetali.

Accanto al gelato, però, si apre un secondo racconto: quello della colazione all’italiana che non conosce orari. Cornetti, veneziane, pangoccioli, pane burro e marmellata, yogurt. Un piccolo archivio di comfort food che richiama l’infanzia senza diventare nostalgia sterile. Alcuni prodotti arrivano da un laboratorio di fiducia, creati su misura: tradizione sì, ma con una filiera cucita addosso.
Poi c’è il caffè, che qui smette di essere solo accompagnamento. Gli iced coffee sono la risposta diretta all’estate urbana: pistacchio, caramello salato, cioccolato fondente, frutti di bosco... Ma il salto vero sono gli specialty coffee monorigine, in rotazione stagionale, pensati sia per la tazzina “pura” sia per l’incontro con il gelato. L’abbinamento con la stracciatella classica è quasi un esercizio di equilibrio: dolcezza, acidità, cremosità che si rincorrono senza sovrastarsi.
È qui che Milanesi prova a fare un passo in più rispetto alle gelaterie tradizionali. Non solo dessert, ma esperienza completa: colazione, merenda, smart working e dopocena. Un all-day breakfast che non è moda, ma adattamento a una città internazionale che vive a orari spezzati.
Dietro c’è una visione precisa di Gianluca Colaiocco, che ha lasciato l’informatica per il gelato e oggi parla di comunità, quartieri e presenza territoriale più che di semplici aperture. “Vogliamo crescere con Milano”, è il mantra, insieme all’idea di restare riconoscibili senza diventare prevedibili.
Infatti questo nuovo locale sembra muoversi proprio lì, sul filo sottile tra familiarità e sorpresa. Da una parte la colazione “di sempre”, dall’altra il caffè monorigine e il gelato che si reinventa. In mezzo, una clientela trasversale: chi lavora al pc, chi passa per un cono veloce, chi si concede una pausa lunga senza un motivo apparente.
Alla fine, Milanesi Corso Genova sembra un piccolo esperimento urbano per capire se tradizione e contemporaneità possono davvero convivere sullo stesso cucchiaio. E la risposta, almeno per ora, è positiva. Soprattutto se nel mezzo ci metti una stracciatella fatta bene e un caffè che non si accontenta di essere solo caffè.
Informazioni utili
Indirizzo: Corso Genova, 26, 20123 Milano MI
Telefono: 02 4945 4095
Sito: milanesigelaterie.it
A Milano, tra aperture che si rincorrono senza sosta, esistono ancora spazi che scelgono il silenzio invece del rumore. Pa.Lato, inaugurato lo scorso settembre in Via Imperia 3 sul Naviglio Pavese, è uno di questi: un luogo che sembra sottrarsi alla logica della velocità per restituire un tempo diverso, più lento, più umano.
Non soltanto un ristorante con cocktail bar, ma una parentesi sospesa. Fuori restano il traffico, la frenesia e una città che non si ferma mai; dentro si apre un ambiente ampio e luminoso, circondato dal verde e attraversato da una calma quasi irreale per questa zona dei Navigli. L’ex opificio industriale che ospita il locale conserva la sua natura originaria, reinterpretata attraverso materiali caldi, dettagli vintage e opere artistiche che ne definiscono l’identità senza eccessi. È proprio in questo equilibrio tra memoria industriale, ricerca estetica e senso di accoglienza che Pa.Lato trova la sua voce più autentica: quella di un luogo pensato per essere vissuto e condiviso.
Il progetto nasce dall’incontro tra Gezim Gjinali e Michaela Liso, coppia nella vita e nel lavoro. Lui, originario di Durazzo, vive a Milano da oltre vent’anni e nella ristorazione ha costruito il proprio percorso professionale, prima con Officina del Pesce in Largo La Foppa e oggi con una nuova apertura che consolida la sua personale idea di ospitalità. Lei, interior designer di origini pugliesi, si occupa di allestimenti ed eventi, portando negli ambienti una sensibilità estetica capace di trasformare gli spazi in esperienze.

Pa.Lato è il punto di convergenza delle loro visioni: ospitalità, estetica, convivialità e ricerca. Gli interni riflettono questo incontro attraverso un linguaggio materico fatto di arredi selezionati con gusto, materiali naturali e installazioni floreali curate personalmente da Michaela, che definiscono il carattere del locale e ne accompagnano l’identità visiva.
Anche l'arte entra naturalmente nel racconto. Nella prima sala trovano spazio le opere astratte di Angela Menchise, in arte Angela Rock: acrilici che costruiscono un percorso visivo fatto di luce, paesaggi metropolitani e contrasti in bianco e nero.
Le fotografie firmate da Federico Laudicina aggiungono invece una dimensione poetica agli ambienti. Vicino all'ingresso, uno dei suoi scatti più evocativi raffigura piccole barchette di carta adagiate su uno specchio d'acqua, un'immagine che richiama le installazioni urbane visibili talvolta tra le vie di Brera, vicine all’ex locale di Gezim.
Ogni elemento contribuisce a costruire un'identità precisa, mai eccessiva ma immediatamente riconoscibile.
La cucina è il cuore pulsante del progetto. La brigata lavora su una proposta che mette al centro la qualità degli ingredienti, con particolare attenzione al pesce selezionato direttamente al Mercato Ittico. Il menù accompagna i diversi momenti della giornata, dal business lunch alla cena, passando per l'aperitivo, mantenendo una linea riconoscibile fatta di piatti curati ma dai prezzi accessibili.

La carta alterna crudi, antipasti e primi che uniscono Mediterraneo e contemporaneità: dal carpaccio di capesante con mela verde, lime e bottarga alla tartare di gamberi con crema di pane, pomodorini confit e stracciatella, fino ai ravioli di pesce con salsa di lemongrass. Tra i secondi spiccano il calamaro alla piastra con crema di piselli, limone, zenzero e scaglie di bonito e il trancio di ricciola alla marchigiana con patate e friggitelli.
Con i suoi due piani, il giardino esterno e l’area cocktail bar, Pa.Lato è pensato come spazio fluido, aperto alla trasformazione. Ha già ospitato serate jazz e dj set, anticipando una stagione estiva che sarà scandita da eventi all’insegna della cucina, della musica e della socialità.
Non è soltanto un ristorante, ma un luogo da abitare in tempi diversi: un pranzo di lavoro, un aperitivo che si allunga, una cena che scorre tra conversazioni, luci soffuse e la quiete del giardino.
In una Milano segnata da aperture rapide e spesso transitorie, Pa.Lato sceglie una direzione alternativa. Più silenziosa, più misurata, forse più difficile. Ma proprio per questo, più memorabile.
Informazioni Utili
Indirizzo: Via Imperia, 3 || Alzaia Naviglio Pavese, 78/3 20142 – Milano ( MI )
Telefono: +39 39 391 934 24
Email: Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.
Per maggiori informazioni: palatomilano.com
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