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Il festival Il Cinema Italiano visto da Milano arriva nel capoluogo lombardo dal 5 al 12 marzo.
Dal 13 Ottobre al 1 Novembre, Londra si riempie di storia, bellezza ed eleganza. Mademoiselle Privé è il nome della mostra dedicata a Coco Chanel ospitata dalla Saatchi Gallery.
Mademoiselle Privé, le due parole scritte sulla porta dell’atelier di Gabrielle Chanel di Rue Cambon, sono oggi il richiamo alla scoperta della creatività di quel luogo intimo che ha segnato per sempre la moda di tutto il mondo.
Una mostra che ripercorre i traguardi fondamentali dell’universo Chanel, partendo dalla Haute Couture, fino alla collezione di alta gioielleria “Bijoux de Diamants”, senza dimenticare la fragranza per eccellenza, Chanel N°5.
Il viaggio tra le meraviglie della maison Chanel ha inizio con un giardino inglese curato dai designer Harry e David Rich, che celebra la vita di Coco tramite tre aree distinte, una prima zona Liberty, simbolo della sua grande libertà, una Boy Capel, omaggio al suo grande amore e infine Leo, come il suo segno zodiacale.
La mostra poi si sviluppa all’interno con uno spazio espositivo di tre piani che propone alcune delle migliori creazioni dell’Haute Couture e una riedizione della collezione “Bijoux de Diamants”, l’unica disegnata da Coco nel 1932.
Mademoiselle Privé sarà arricchita anche da alcune creazioni del successore di Gabrielle Chanel, Karl Lagerfeld, oggi custode dell’unicità del mondo Chanel, e da meravigliosi scatti in bianco e nero realizzati appositamente da Karl Lagerfeld alle iconiche muse delle collezioni Chanel. Tra di esse nomi di successo come Julianne Moore, Kristen Stewart, Vanessa Paradis e Lily-Rose Depp immortalate nello storico appartamento parigino di Coco.
Infine uno spazio interamente dedicato all’icona della maison parigina, la fragranza Chanel N°5, intramontabile classico della donna Chanel.
Un’esposizione che ripercorre i segreti e lo stile inconfondibile di un marchio che ha fatto e continua a fare la storia della moda, un’occasione per avvicinarsi ad un universo incantato a cui, nel proprio intimo, ogni donna sogna di appartenere.
Info:
Mademoiselle Privé
Dal 13 Ottobre al 1 Novembre
Presso la Saatchi Gallery, Londra.
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Siamo a Parigi, dove l'Haute Couture sta terminando le sue passerelle dopo averci presentato collezioni contrastanti e bellissime ognuna a modo suo. Si é parlato di 'sport couture' per Chanel, una collezione eccentrica sicuramente non in linea con i canoni dell'alta moda, luxury tennis abbinate ad abiti da sera, un nuovo must di Lagerfeld che sicuramente renderà le scarpe di Chanel un feticcio della prossima stagione. Anche Dior fa sfilare degli abiti abbastanza provocatori e da capire, che Raf Simons ci dice sono fatti per essere indossati più nel quotidiano per le sue 'dame'. Armani Prive, Versace, Jean Paul Gautier, Giambattista Valli presentano collezioni più classiche tuttavia degne di estrema nota. Versace ci porta in passerella una elegante e provocatoria Lady Gaga, con dei vestiti che finalmente rievocano fasti del passato e Jean Paul Gautier porta Dita Von Teese, in versione farfalla. Valentino con Maria Grazia Chiuri e Pier Paolo Piccioli stupiscono, confermando quello che si era già visto nell'ultima edizione pret a porter a Parigi, abiti ancora legati all'Haute Couture da sogno allo stesso tempo reso moderno da dipinti, decori, inserti, vestiti da brivido, sicuramente i migliori in questa alta moda moda parigina.
SI FA PRESTO A DIRE “NUDE”!
Gli stilisti hanno parlato chiaro: dopo l’enorme successo in passerella, lo smalto nude si trasferisce dalle unghie delle modelle alle nostre, rendendole cool e raffinate. Oggi un’unghia bella e curata è caratterizzata da un colore soft, cipria, beige, delicatamente rosato, finemente limato a mandorla allungata e decisamente anni ’50.
Tra gli iniziatori del trend, vi è decisamente Dsquared2 che ha scelto gli smalti nude di Morgan Taylor per la nail art del fashion show.
Ora tocca a noi fermare sulle nostre unghie questo look senza tempo, grazie alle numerosissime offerte che ci offre il mercato per tutti i gusti e per tutte le tasche.
La ricerca del nude perfetto tuttavia non è semplice, poiché deve ben accordarsi al nostro sottotono di pelle. Una scelta azzardata con questi tipi di smalti è davvero fatale: un nude sbagliato può comunicare a chi ci sta intorno un nostro stato di malattia. Un esempio? Se siamo caratterizzate da sottotono freddo e scegliamo un nude sbagliato troppo caldo il contrasto farà sembrare le nostre unghie giallastre e decisamente non in salute.
L’alta profumeria ci propone moltissimi prodotti che i brand più prestigiosi hanno formulato per noi.
Cominciamo considerando le esigenze di quelle donne che hanno pelle e colori freddi.
Yves Saint Laurent ha presentato lo scorso anno “22 Beige Leger”, un beige rosato dal sottotono freddo.
Essie propone invece “Minimalistic”, un rosato freddo delicatamente lattiginoso.
Come non considerare l’iconico “Safari Beige” di Dior, il nude per unghie d’eccellenza! Pur virando ad un beige caldo, è perfetto per sottotoni chiari, poiché conferisce un’allure elegante che riscalda notevolmente la mano senza l’inconveniente sopra esposto. Questo perché vira ad un leggerissimo color cammello.
Indicato per i sottotoni più caldi è “565 Beige” di Chanel Le Vernis, luminoso se a sfoggiarlo è la mano giusta.
Per le donne abbronzate sono consigliatissimi “Camel” di Dior Vernis, un color sabbia scuro, e “So Vain” di Estee Lauder. E’ un caldo caramello shimmer.
Un nude decisamente democratico è “Organza” di Laura Mercier: ravviva la carnagione più chiara con piccoli glitter dorati e, per questo motivo, riscalda anche le pelli più scure.
Sono consigliati al pari di “Organza” e per le stesse caratteristiche anche “223 Beige D’Or” e “225 Beige Rose” di Chanel Le Vernis. Il 223 è leggermente più freddo grazie ai suoi glitter tendenti al platino, mentre il 225 è più caldo grazie al color dorato intenso delle sue componenti.
Scendendo di prezzo, trovano un meritato posto gli smalti Pupa, della linea Lasting Colours. Il brand propone un variegato ventaglio di smalti nude. Cominciamo da “104 Beige”, discretissimo, che uniforma semplicemente l’unghia e conferisce un look molto ordinato. “200 Pastel Pink” è più coprente e rosato.
“105 Pearly Beige” è più dorato. Bisogna prestare attenzione però, poiché è perlato: questa caratteristica rende molto riflettente lo smalto ed enfatizza le asperità o le righe di crescita delle unghie. Consigliamo di limare prima la superficie dell’unghia con una lima dalla grana sottile, appositamente studiata per trattare il corpo ungueale. “109 Stylish Nude” è più indicato per donne dai colori caldi.
Un altro nude delizioso è “Jane” di Zoya, molto luminoso e chic. In Italia, Zoya non si trova dappertutto, ma il sito ufficiale del brand (www.zoyacolors.com) mette a disposizione una lista di tutti i saloni rivenditori che trattano il brand presso cui è possibile acquistare questi prodotti.
Deborah propone un nude luminosissimo, per poter ottenere un effetto gel senza ricorrere alla lampada UV: “001”Shine Tech Gel Like è ultralucido e quasi specchiato.
E’ molto amato anche “Beige” di China Glaze, nude sofisticatissimo dall’ottimo rapporto qualità prezzo, soprattutto se acquistato su internet dove si possono trovare offerte molto convenienti
In una fascia ancora più bassa di prezzo possiamo trovare altri smalti ugualmente validi.
Sta diventando molto famoso “240 Australian Dawn” di Shaka, un bellissimo beige rosato delicatamente metallizzato. E’ molto carino anche “01 Hazelnut Cream Pie” della linea Glam Nudes di Essence. E’ molto particolare poiché è caratterizzato da luminescenze lilla-rosate.de
Insomma, si fa presto a dire “nude”! La ricerca del punto perfetto di beige sulle nostre unghie non è semplice ed è necessario sperimentare, provare e…innamorarsi di queste tonalità bon ton e simbolo di un’ eleganza mai scontata.
Il rossetto rosso è sicuramente il cosmetico più iconico che si possa trovare nella trousse di una donna.
Le tonalità possibili sono moltissime ma senza dubbio il più gettonato è il rosso classico, il più intenso.
Ci sono delle regole generali nella scelta del punto di rosso perfetto per le nostre labbra che però possono essere stravolte se la donna che lo sfoggia è dotata di grande personalità.
Le donne più mediterranee possono affidarsi ad un rosso più caldo, che vira verso il corallo, mentre coloro che possiedono una carnagione più chiara possono orientarsi meglio su un rosso più freddo.
Le labbra carnose prediligono un finish più opaco che senza dubbio conferisce un’aria sensuale senza essere volgari, mentre quelle più sottili sono maggiormente esaltate da un finish più lucido. Un piccolo trucco di bellezza per far risaltare maggiormente questo tipo di labbra è accompagnare il rossetto ad un tocco di illuminante privo di glitter sull’arco di cupido.
Attenzione fumatrici! Il rosso, se nella tonalità sbagliata, può sottolineare una dentatura spenta e non più bianchissima. Sono da evitare quindi rossi aranciati e corallo, a favore di rossi più cupi e decisamente chic.
Ma, a questo punto, quali sono i rossetti rossi più gettonati, belli e famosi? Il mercato ne propone moltissimi.
All’interno di una fascia di prezzo medio-alta, i classici rossi di Mac Cosmetics sono i migliori. I più famosi e celebrati tra i rossetti della gamma sono certamente i leggendari Russian Red e Ruby Woo. Sono entrambi opachi e simili, ma i sottotoni sono diversi: il Russian Red è maggiormente consigliato per le carnagioni più calde, mentre il Ruby Woo, tendente più al fragola, è più indicato per sottotoni freddi Non sono tra i rossetti più confortevoli in commercio poiché, per la loro natura opaca, tendono a seccare le labbra tuttavia, con un po’ di attenzione, possono durare anche tutto il giorno poiché la loro formulazione lascia la bocca leggermente tinta. Bisogna prestare attenzione all’applicazione: sono difficili da stendere ed è fondamentale applicarli con un pennello labbra, previo utilizzo di una matita. Malgrado Il non semplicissimo utilizzo o forse proprio per questo tali rossetti conferiscono un’allure di rosso oldstyle che ha contribuito fortemente al loro fascino, per molte donne addirittura un mito.
Se si desidera salire di prezzo, i rossetti rossi più apprezzati sono senza dubbio quelli di Chanel, in particolare “39 La Somptueuse” ( linea Rouge Allure Velvet ) e “98 Coromandel” (linea Rouge Allure). Il primo è un rosso più classico, il secondo è più aranciato. La scelta deve essere orientata dal proprio sottotono, come precedentemente esposto. Il risultato finale, una volta applicati, è delizioso. Rimane la raccomandazione di avere cautela nell’applicazione: sono molto pigmentati ed è difficile rimediare agli errori.
In una fascia di prezzo più bassa, primeggiano i Color Elixir di Max Factor. I più amati sono “720 Scarlet Ghost” e “715 Ruby Tuesday”. Il rapporto tra di due rossetti è comparabile a quello che vi è tra i due cugini più famosi di Mac. “Scarlet Ghost” è molto più freddo rispetto a “Ruby Tuesday”, più caldo e acceso. A differenza di “Ruby Woo” e di “Russian Red” i Color Elixir sono decisamente più idratanti e il loro finish è leggermente più lucido.
Revlon, a sua volta, propone “060 True Red”(linea Colorburst) , un rosso intenso e lucidissimo, ottimo per tonalità e resa. Bisogna prestare attenzione, però, nel corso della giornata , poiché per sua natura è un rossetto abbastanza mobile che rischia di sbavare all’esterno.
Un’altra alternativa, questa volta supereconomica, è di Kiko che nella sua linea base può vantare il numero “392”, idratante, performante e delicatamente lucido.
Di finish completamente diverso è “401 Rebel Red” di L’Oreal (linea Caresse), un lucidissimo rosso fragola evanescente, per questo adatto a chi non vuole osare con un rosso intenso e pigmentato. L’applicazione è semplicissima, quasi senza specchio, ma va riapplicato più volte nel corso della giornata, poiché per quanto sia racchiuso in un packaging da rossetto ha più a che vedere con un gloss molto scrivente.
E per le ragazze molto scure o di colore? C’è un rossetto apposta per loro. “Iman Red” di Iman Cosmetics è la punta di rosso perfetta per le donne dalla carnagione scura o molto scura. E’ stato creato dalla leggendaria top model somala Iman Mohamed Abdulmajid, che ha pensato ad una linea intera di cosmetici dedicati alle donne dalla carnagione scura. Non è reperibile in Italia, ma è facilmente rintracciabile ed acquistabile sul web.
La scelta, come si può vedere, è molto personale e più di qualsiasi regola vale la personalità della donna che lo sfoggia e….la sua volontà di divertirsi!
Ironica e sagace come non mai, Bea Buozzi mette a segno un altro goal con il suo “Chi dice donna dice tacco” (Morellini Editore), la terza pubblicazione della misteriosa social networker, dopo “Beati e Bannati” (Ed. Perrone) e “Sesso e Volentieri” (Morellini Editore).
Si aggira in maschera e tacco 12 tra eventi fashion e party esclusivi dove le donne e le loro passioni la fanno da padrone, oppure ci si può imbattere in lei nel luogo dove predilige raccogliere le storie che poi ispirano i suoi romanzi: Facebook. E si perché i social network, se ben usati, possono davvero essere una fonte inesauribile di racconti tutti da scrivere, nonché un vero e proprio spaccato dell’attuale società.
Che il migliore amico della donna, oltre al diamante s’intende, fosse il tacco, lo si sapeva da tempo, che ogni modello di scarpa rappresentasse un certo tipo di donna ce lo potevamo immaginare, che partendo dalla scarpa si potesse parlare di amore, sesso, illusioni, delusioni, gioie e dolori, è invece più insolito e ci voleva Bea Buozzi per farlo, raccogliendo le confidenze dei social-internauti e trasformandoli in una carrellata, o meglio in una scarpiera di racconti, che hanno in comune sua maestà il tacco.
Bea mi ha conquistata fin da suo primo libro e quest’ultimo lo trovo un capolavoro per la capacità di divertire e far sorridere celebrando il feticcio per eccellenza delle donne che tanto piace anche agli uomini… a quanto pare su qualcosa le due metà dell’universo sono d’accordo!
D’altronde io stessa leggendolo ho riso davvero tanto, di questi tempi non proprio divertenti peraltro mi sembra già una grande cosa, e ho sorriso molto, forse perché anch’io Cenerentola nell’animo, mi sono identificata con le debolezze tutte femminili che ruotano attorno alle scarpe.
Finito il libro non ho saputo resistere e ho chiesto all’autrice un’intervista, rigorosamente 2.0 in perfetto Bea Buozzi style.
Se Bea Buozzi fosse un modello di scarpa quale sarebbe e perchè?
Se BB fosse un modello di scarpa sarebbe una pump di vernice nera con punta rotonda e la suola inequivocabilmente rossa (Pantone 186C, per l'esattezza)
A proposito di tendenze: "mai senza" quale tipo di scarpa?
Tre sono le scarpe indispensabili: un paio di sneaker per correre in ufficio, un paio di décolleté nere per sedurlo e un paio di Havaianas da lasciare come ricordo (e come scalpo del nostro passaggio) a casa sua.
Quali sono le scarpe a cui sei più affezionata?
E' stato amore a prima vista per un paio di Pigalle, comprate a Parigi in Rue de Rousseau. Un pezzo meraviglioso che, però, non ha la suola firmata dal guru dei tacchi Louboutin. E, poi, una Chanel con fibbia gioiello di Valentino: quasi come un anello di fidanzamento ricevuto da un amore del tempo che fu.
Quali sono invece i "pezzi" più preziosi della tua collezione di scarpe?
Direi che il gioiello dei gioielli è un sandalo in opossum della linea FG (disegnato dalla stilista Alessandra Tonelli) con allacciatura alla schiava in raso di seta. Un vero gioiello da zarina! E un paio di Gaetano Perrone, pump dal tacco vertiginoso.
Quali invece non fanno ancora parte della tua scarpiera, ma sono nei cassetti dei tuoi desideri?
Se ti dico il modello della scarpetta di cristallo che Louboutin ha disegnato per la Cenerentola contemporanea, mi scoppi a ridere in faccia?
No, cara Bea non ti scoppio a ridere in faccia, anzi sogno anch’io quella scarpa (ovviamente con tanto di principe azzurro in dotazione), d’altronde non potrebbe che essere così, lo testimonia anche la tua dedica sulla mia copia del libro, di cui vado orgogliosa: “A Debora, amica di tacco e di zeppe”
CHI DICE DONNA DICE TACCO di Bea Buozzi
Morellini Editore – Prezzo €9,90
SINOSSI
La matematica non è un’opinione, ma si può sintetizzare in un’equazione: gli uomini stanno alle macchine, come le donne ai tacchi. Se però una vettura costa dai diecimila euro in su, il vantaggio per le donne è che con la stessa cifra possono acquistare una montagna di scarpe. Con le debite eccezioni. Esistono modelli di edizioni limitate, avvicinabili solo da mogli di emiri o da rockstar famose.
Ogni donna ha il suo paio prediletto con cui ama identificarsi. Dal mocassino scamosciato per le top manager che non svestono il pantalone nemmeno al mare, al cuissard per la pantera metropolitana. Dalla zeppa per la mamma in lotta con i sampietrini del centro storico, al sabot per la figlia dei fiori contemporanea. L’infradito per la donna freak che ucciderebbe per vivere sulla spiaggia di Ipanema o la décolletée di vernice dalla suola rossa e dal tacco dodici, passepartout dell’eleganza per la donna emula di Coco Chanel.
Una carrellata di scarpe (strizzando l’occhio alla loro storia), ma soprattutto di donne, giocando alla ricerca del corrispondente modello a seconda del tipo. D’altronde, come si sarebbe corretto Archimede se fosse nato nel nostro millennio, “Datemi un tacco e vi solleverò il mondo”, perché “chi dice donna, dice tacco!”
Figlio di due ebrei tedeschi, Helmut Newton nasce il 31 ottobre 1920 a Berlino. La sua famiglia è altolocata e questo gli permette fin da ragazzino di appassionarsi alla fotografia.
Nel 1938, a causa delle leggi razziali, il giovane Newton è costretto a fuggire: prima Trieste, poi Singapore, in seguito l’Australia. Solo con la fine della seconda guerra mondiale il fotografo trova pace, si sposa, diventa definitivamente un affermato fotografo di moda.
La svolta definitiva per la sua carriera avviene nel 1961 quando torna in Europa, trasferendosi a Parigi: è ormai un professionista ed è richiesto da riviste come Vogue, Elle, GQ, Marie Claire.
In questi anni definisce il suo stile e trova la sua identità artistica più profonda: Helmut Newton non fa solo delle belle foto, come ogni innovatore porta con sé un tratto stridente, un po’ opaco e sfocato, difficile da inquadrare.
I suoi scatti sono erotici, ma mai pornografici, sfacciati senza essere volgari, il nudo è il suo marchio di fabbrica più eloquente, tanto da creare un’intera collana chiamata “Big Nudes”.
Il suo stile viene definito come “erotico urbano patinato” e la sua eccellente padronanza della tecnica fotografica lo annovera nell’Olimpo dei più grandi fotografi internazionali.
Col passare degli anni viene richiesto direttamente dalle più grandi maison di tutto il mondo per organizzare campagne pubblicitarie e shooting: Chanel, Versace, Borbonese, Yves Saint Laurent, Dolce&Gabbana, Blumarine, è il suo momento di maggior successo.
Come ogni grande artista Helmut Newton è stato portatore di un radicale cambiamento: i fotografi di moda erano prima del suo avvento considerati frivoli, una sorta di fotografi di serie B, mentre lui ha capito l’essenza profonda di questo mondo. Non solo ha fatto della fotografia la sua arte ma ha innalzato ad un livello superiore la moda e soprattutto la fotografia di moda.
Noi di Nerospinto lo amiamo per questo, perché in lui ritroviamo tutto quello che vogliamo in un artista e perché nelle sue fotografie troviamo quel brivido che solo gli artisti sanno trasmettere.
Il periodo delle strenne si avvicina inesorabilmente, e non posso non segnalarvi un luogo che ho scovato per voi e che vi salverà dai regali dell’ultimo minuto e dallo stress del Natale.
A pochi passi da Porta Venezia, in Via Vittorio Veneto 20, infatti vi aspetta “La Factory”.
Si tratta di un negozio creato e gestito Barbara e Andrea, due giovanissimi che hanno avviato questa attività a seguito delle esperienze lavorative e degli studi intrapresi. Barbara è laureata in fashion design al Politecnico di Milano e ha lavorato per 3 anni in un noto showroom di moda, mentre Andrea è laureato in Scenografia all'Accademia di belle Arti di Brera e ha seguito diversi progetti nel settore moda.
Se avete voglia di fare o farvi un regalo, “La Factory”, già dal nome ironicamente ispirato all’officina di Andy Warhol, rispecchia perfettamente il suo mood pop.
Troverete T-shirt per tutti i gusti, sia maschili che femminili, ispirate per lo più al mondo contemporaneo, in alcune delle quali, ogni celebrità indossa democraticamente un naso rosso da clown. Grande spazio ai bijoux più particolari: da quelli a forma di biscotto di Lunami, alla linea dei colletti in plexiglass (vero must di stagione) di Sweet Papillon, alla collezione di design degli anelli firmati Double-ei, di Paola Argine e Cristiana Alzati, con cui l’effetto romantico-rock è assicurato.
E tante, ma tante borse:
in vinile profumato ispirate alla celebre 2.55 di Chanel; o pochette in pelle e ecopelle di lavorazione artigianale, con borchie fluo o classiche.
Impossibile non trovare quello che cercate, e anche se non avete bisogno di nulla in particolare, fateci un salto ugualmente: resterete affascinati dall’aria che si respira, dalla gentilezza di Barbara e Andrea, e dai colori che in pochi metri quadrati vi riempiranno la vista.
L’acquisto è assicurato. Almeno così è stato per la sottoscritta.
DOVE:
La Factory, Viale Vittorio Veneto 20, Milano
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Dalla decostruzione degli abiti alla decostruzione del brand.
Martin Margiela, designer belga, simbolo della moda concettuale senza tempo e di uno stile pulito, esce dalle vetrine esclusive delle aristocratiche maisons per portare le sue iconiche creazioni destrutturate sugli stand del più grande magazzino low cost, offrendosi così, per la prima volta, ad un bacino di consumatori ampio e popolare.
Dopo altri casi di indiscutibile successo, anche la Maison Margiela si attesta tra i migliori esempi di “mass-tige”, termine che sottende l’unione di una logica distributiva mass market al concetto di “prestige”. Ed è subito delirio di pubblico e incremento di notorietà.
Tra i primi esempi di questo trend crescente ci fu Karl Lagerfeld, che qualche anno fa presentò la prima capsule collection in partnership con H&M.
Donne che fino a quel momento ignoravano l’esistenza dello stilista di Chanel, sentirono il bisogno di avere un suo capo nel guardaroba, a costo di montare una tenda la sera prima del lancio davanti ad uno store H&M, così da avere la certezza di potersi accaparrare un “pezzetto” di quel sogno che lo stilista aveva prima realizzato solo per un’élite di dame facoltose.
Karl Lagerfeld intuì, pioneristicamente e non senza critiche da parte di chi poi lo avrebbe emulato, come la moda, in un’epoca permeata da accelerate trasformazioni sociali, di crescenti orientamenti etici dei consumatori e di continue oscillazioni economiche, fosse costretta ad abbandonare le proprie stanze dorate nelle vie noiose e solitarie dello shopping, per calarsi tra i comuni mortali nei quartieri più popolari e in fermento.
Questa scelta non fu dettata da un nuovo impulso magnanimo di cui la moda, per sua definizione, ne è esente. Fu, al contrario, una strategia vincente legata alla florida sopravvivenza di un brand.
La cultura popolare e giovanile infatti, insieme alle suggestioni degli stilemi passati, da sempre rappresentano le fonti di ispirazione sull’impulso creativo di un designer.
Si rende così necessario restituire alle stesse fonti creative il risultato del proprio lavoro.
Per incrementare la notorietà, per elevare gli utili su altri canali di distribuzione, per dialogare con i corpi e il mondo da cui traggono ispirazione. Il pop è l’imprescindibile linfa vitale che alimenta il successo di una griffe, indipendentemente dal suo posizionamento su fasce di prezzo elitarie.
Non sorprende, infatti, come la ricerca degli stilisti che precede la gestazione di una collezione avvenga sempre più tra le bancarelle dei mercatini in giro per il mondo.
Il concetto di esclusività si toglie, dunque, la corona e si cala nel pop-olare. Non vige più il dogma secondo cui “esclusivo” sia per pochi perché costoso, si fa sempre più spazio la tendenza per la quale l’esclusività sia frutto di una scelta estetica personale e originale, espressione di un messaggio di chi indossa. Un paradosso necessario: i grandi imperatori della moda trovano la salvezza del proprio regno solo se sono in grado di conquistare – anche – una larga adesione popolare.
Questa strategia non sembra nuova e fa pensare ad una regina che dal palazzo lancia croissant per avere salva la testa; seguendo il parallelismo, la storia ci ricorda che tale gesto non è automaticamente salvifico. Ma per fortuna loro, in questo caso non ci sono le teste degli stilisti a correre il rischio di sanguinare, ma le griffes e i gruppi finanziari proprietari che ne stanno a capo e non comprendono il fenomeno; e dall’altra parte ci siamo noi, un popolo non affamato di pane ma con il mesto desiderio di poter vestire nel modo che meglio ci rappresenta. Operazione in ogni caso possibile, senza scomodare nessuno dai palazzi dorati.
Ed ecco quindi, subito dopo una discutibile collezione di accessori di Anna Dello Russo, il nuovo regnante democratico che si aggira tra i sobborghi della città in cerca di consensi e riconoscibilità:
Martin Margiela, un genio indiscusso che resta fedele al proprio dogma. Per H&M ritroviamo una collezione iconica e d’avanguardia che rappresenta appieno il suo stile: decostruzione delle forme classiche degli abiti per una nuova concezione dei volumi e delle linee; cura apparentemente sartoriale nei dettagli e nell’esposizione dell’anima dei capi: le fodere emergono e si fanno visibili, mostrando la struttura, le maniche si staccano, si allungano, si rimontano in modo originale. Questo modus operandi riprende una pratica non nuova nella moda. Già nei fenomeni punk e street si tagliavano tshirt e si strappavano jeans con l’idea di infondere un nuovo impatto a capi già confezionati, per dargli un nuovo volto più attuale e per trasformarli in un veicolo del messaggio generazionale.
L’unico elemento che manca, è la qualità dei tessuti: il mass market impone dei limiti e la realtà emerge al tatto.
Il risultato è quello atteso: una grande opera di stile, frutto di una personalità geniale a poco prezzo. Da guardare, apprezzare e indossare con cautela.
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