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Lora Lamm, la grafica pubblicitaria “delle donnine”, artista, pittrice del secondo dopoguerra milanese è  in mostra negli spazi del m.a.x. Museo di Chiasso con un’esposizione dal titolo “Grafica a Milano 1953-1963”. La raccolta di opere in mostra si inserisce nel filone della grafica contemporanea e propone un focus sull’attività giovanile della celebre creativa nella città di Milano fra gli anni ’50 e ’60. Lora Lamm opera una trasformazione nel campo del graphic design: i suoi lavori hanno forte capacità comunicativa, sono ricchi di colore e dai tratti leggiadri, e le semplici forme disegnate risultano immediate e al contempo vitali e giocose. L'esposizione raccoglie una sessantina di manifesti e un centinaio fra bozzetti, biglietti di invito, carte da pacco, packagin: tutti lavori che Lora Lamm realizzò su commissione de La Rinascente, Pirelli,  La Centrale del Latte di Milano, Elisabeth Arden. Una sala dell’esposizione è inoltre dedicata al periodo tra gli anni '50 e '60 in cui avvenne un sodalizio collaborativo tra Lora Lamm e Max Huber, portando alla scoperta dei lavori di entrambi. Lora Lamm, con la sua grafica lineare, pulita e spensierata ha rivoluzionato l’immagine e la comunicazione nell’Italia del dopoguerra proponendo campagne pubblicitarie di impatto immediato e forte carica emozionale. La mostra è aperta fino al 21 luglio 2013.

Per informazioni: www.maxmuseo.ch

 

Jenny Hval, classe 1980, non deve essere una persona semplice da capire, in realtà deve essere un po' folle in quanto artista. Questa ragazza norvegese si è fatta da sola, il suo nome circola da anni come scrittrice, giornalista e artista (sonora e non), all'improvviso nel 2011 Wire presenta il suo disco di debutto così: “a stunning achievement both conceptually and musically.”

 

È proprio 'Visceral', uscito per la Rune Grammofon che non l'ha più lasciata da sola, che ci avvicina al suo mondo, fatto di silenzi e di partenze in sordina che poi esplodono con frasi che ti lasciano di sale: “I arrived in town with an electric toothbrush pressed against my clitoris, after a few weeks it ran out of batteries […] between my lips” ('Engines in the City' apripista di 'Visceral'). Un non so che di morboso ritorna anche in questo 'Innocence is Kinky' (titolo che è forse un omaggio al disco degli Einstürzende Neubauten?) sempre in apertura con la title track che trasuda rock in modo scomodo: “That night, I watched people fucking on my computer...” e continuando potete imbattervi in altro.

 

Il corpo femminile, la sessualità, i media e le città sono i temi dominanti che ritornano e che Jenny utilizza per costruire le sue canzoni e per raccontare le sue storie. 'Mephisto in the Water' è eterea, dolcemente il suono che prima ci culla lascia lo spazio necessario alla voce che sale verso l'alto; 'I Called' stride tutta e rimbalza nell'aria come una pallina lo-fi impazzita, mentre 'Oslo Oedipus' sperimenta e si distacca dal terzetto iniziale, quasi come per spezzare l'atmosfera, con uno spoken word.

 

C'è anche un richiamo cinematografico al film 'The Passion of Joan Arch' di Carl Theodor Dreyer e all'attrice che interpretò la pulzella d'Orleans nella straniante 'Renée Falconetti of Orleans'; il nome dell'eroina francese si ripresenta anche verso la fine, nell'ottava traccia dal titolo 'Is that anything on me that doesn't speak?'. 'I Got no Strings' è la più ritmata e sembra quasi di stare ad ascoltare una P. J. Harvey in chiave sciamana che lancia maledizioni come se piovesse; 'Death of The Author' chiude con una prova di songwriting intelligente e l'arte di Jenny si sente tutta, mostrandoci sensibilità e innovazione.

 

Un disco davvero più corposo, rispetto al lavoro passato, meno sperimentale e più concreto dove il misto tra il rock, il noise, lo spoken word e la new wave rende 'Innocence is Kinky' un album davvero importante e da avere assolutamente nella vostra collezione. Voglio lasciare l'ultima parola, però, a Giacomo Leopardi proprio sull'innocenza, giusto per rimanere in tema e per farvi riflettere: “per innocente intendo non uno incapace di peccare, ma di peccare senza rimorso” (Zibaldone).

Sito Internet: www.jennyhval.com

 

 

Andrea Facchinetti

 

Decretati i vincitori del Premio Arte Flyenergia 2013 il 6 giugno presso la Galleria Deodato Arte, in via Pisacane 36 a Milano, in una serata speciale a cui hanno partecipato i 15 finalisti del concorso internazionale.

Il tema del Premio era l’ENERGIA, il core business dell’azienda partner dell’iniziativa, Energetic Source Group Flyenergia.

Nella galleria erano presenti le 15 opere arrivate in finale e la Giuria Tecnica, presieduta dal critico-curatore d’arte Gian Ruggero Manzoni e che ha visto fra i giurati Marco Giorgi, Amministratore Delegato di Flyenergia e del Gruppo Energetic Source, l’artista Omar Galliani, ospite d’onore e testimonial del Premio, Luca Renna, critico d’arte e gallerista, Lee du Ploy gallerista di Hong Kong e Paolo Antinucci storico dell’arte.

A fare gli onori di casa, Elisabetta Bertellini organizzatrice dell’iniziativa e Deodato Salafia, titolare della Galleria Deodato Arte.

Tre i premi in palio e dunque tre i vincitori:

  • 1° Premio di pittura decretato da parte della giuria tecnica: Gabriella Di Bona con l'opera LA CASA VERDE;
  • 1° Premio di pittura decretato dai votanti sul sito web: Silvia Senna con l'opera Origine 0
  • 1° Premio di pittura decretato da parte della giuria speciale MIlano Flyenergia: Francesca Gargano, Fra la Pieghe del Tempo
Per maggiori dettagli sul PREMIO ARTE FLYENERGIA 2013 e per consultare il bando del concorso visitare il sito www.premioflyenergia.it.

 

 

Si sa, la luce è amica e nemica del fotografo: intento a creare un’impressione perfetta, essa può determinare la buona riuscita di interi giorni di lavoro. Man Emmanuel Rudnitzky prima se ne innamorò e successivamente fuse il suo nome col suo: così nacque MAN RAY celeberrimo fotografo, che diede il suo cuore non solo all’arte, non solo alla luce, ma soprattutto a Parigi. Amico intimo di Marcel Duchamp, che conobbe in una New York stanca e polverosa, si trasferì nella Ville Lumière in cerca di ispirazione, per conoscere la straordinaria magia che trasformava gli artisti in geni, che vedeva ogni giorno l’aura fatata di Picasso, Dalì, Hemingway, emergere dal buio delle banalità. A Parigi, Man Ray, “torna bambino” come scrive in una lettera al fratello Sam, in questa città “sempre in movimento, sempre gioiosa” trova la sua dimensione di artista, da pittore vicino al cubismo, a fotografo sempre più astratto, dadaista precursore di un surrealismo incombente nei salotti e nelle gallerie della capitale. L’avanguardia diventa il suo terreno di azione, pronto a scardinare qualsiasi canone, qualsiasi regola in campo artistico, ma è la tendenza a pensare a un passato artistico idilliaco e perfetto a renderlo unico: non solo un innovatore pieno di verve antiborghese, ma anche un devoto amante del rinascimento, delle sue forme morbide e armoniche, del suo attento studio sulla luce e la prospettiva. Eleganza, cultura, passione, carica erotica, senso di ribellione convivono nei lavori di Man Ray, quasi bilanciandosi ed equilibrandosi tra loro in un miscuglio accattivante e irresistibile, incomprensibile alla maggior parte del suo pubblico che ad ogni modo lo apprezza e lo ama. Amore che arriva soprattutto dai colleghi artisti e dalla critica. Innovatore nei soggetti e nei contenuti, assoluto maestro del nudo senza pudore, sfacciato e anticlericale, fu soprattutto innovatore nelle tecniche fotografiche: inventò la Raygraphie, quasi per caso, un procedimento per cui l’oggetto viene impresso sulla pellicola senza l’uso della macchina, non una copia fedele, ma l’anima dell’oggetto che si manifesta: dichiarò dopo la scoperta “Gli oggetti non sono mai stati così vicini alla vita vera come nel mio nuovo lavoro.” Fu costretto a tornare negli Stati Uniti a seguito delle leggi razziali che investirono l’intera Europa, ma riuscì a tornare a Parigi nei suoi ultimi anni di vita. Montparnasse era ormai diventata la sua casa ed è lì che decise di farsi seppellire nel 1976 quando morì. La sua lapide riporta un epitaffio emblematico della sua visione artistica e del suo carattere: “Non curante, ma non indifferente.”

Dal 24 maggio all’8 settembre, nello spazio espositivo di via Chiese, sarà possibile ammirare le opere di Mike Kelley, nella mostra personale dedicata all’artista.

 

Un’esposizione unica, che approfondisce il suo lavoro, in un percorso aperto che si snoda tra installazioni, video e sculture realizzate tra il 2000 e il 2006.

Sono opere di grande intensità che rappresentano il complesso e visionario universo espressivo di una delle figure più influenti dell’arte, prematuramente morto a soli 58 anni.

 

Il progetto, pensato appositamente per HangarBicocca, deve la sua unicità alla curatirce italiana Emi Fontana, che evidenzia un intreccio di elementi culturali e ricordi autobiografici quali il rapporto con l’educazione, il legame con l’architettura modernista, la relazione con la tradizione della pittura e della letteratura americana, il confronto con la cultura popolare e gli stili della sottocultura musicale.

 

Kelley era capace di mixare arte colta e popolare, generi espressivi diversi ed esplorare temi quali la memoria, l’identità e il rapporto con l’autorialità.

 

La mostra si apre con Extracurricular Activity Projective Reconstruction #1 (A Domestic Scene) e Runway for Interactive DJ Event, due installazioni che rappresentano una svolta fondamentale nella sua ricerca, accompagnate da un video, nel quale viene pronunciata la frase ‘Eternity is a long time’, che dà il titolo al progetto.

L’installazione centrale è John Glenn Memorial Detroit River Reclamation Project (Including the Local Culture Pictorial Guide, 1968-1972, Wayne/Westland Eagle), ispirata a un monumento dell’astronauta John Glenn, a cui era dedicato il liceo frequentato da Kelley, ricoperto di frammenti di vetro e ceramica colorati.

 

Ingresso gratuito

 

Dal 24 maggio all’8 settembre

HangarBicocca

Via Chiese 2, Milano

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http://www.hangarbicocca.org/

Non solo design al nostro evento, ma anche artisti appartenenti al mondo della pittura, come Leone Landolina, con la sua arte astratta che trova la sua realizzazione nell’incontro tra pulsioni opposte, nel tentativo di ricercare una forma di armonia.

Leone fa parte di un duo artistico, insieme a Riccardo Falletta, che prende il nome di studio 2012, ispirato alla data che i Maya avevano indicato per segnalare la fine di un tempo, la cosiddetta quarta era, che dovrebbe rappresentare il bisogno di un cambiamento a tutti i livelli.

L’artista definisce i suoi lavori ‘random precision’, perché è istintivo e dipinge cercando di contenere nei confini di una tela quella che è la sua visione del mondo, con tutte le sue forme e sfumature in contrasto tra loro, un miscuglio di direttive tratteggiate con lieve insicurezza e un colore contaminato.

La formazione di Leone avviene attraverso lo studio di filosofia estetica a Milano e di disegno a Londra. Trae ispirazione dai graffiti anni ’90 e dalla street art, infatti nei suoi quadri sono presenti anche stencil e bombolette.Nel 2006 ha fondato insieme a QVDR lo Studio 2012, che si dedica a produzioni video, tele, disegni e graffiti a quattro mani, tra Milano e Berlino, dove vive il suo socio.

Dipingere per lui è un’esigenza culturale, spontanea e naturale, e la sua arte l’ha portato a esporre in varie mostre collettive, personali e ad una fiera d’arte.

Potrete ammirare le sue opere all’evento Nerospinto Borderline Design Week allo Spazio Giulio Romano 8, sabato 13 aprile dalle ore 19.00.

 

Laura Girola

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Libertà, solarità, passione e romanticismo: tutto ciò caratterizza la personalità e le creazioni di Sonia Bianco, in arte So’ White.

 

L’amore incondizionato per l’arte e la sfrenata creatività  hanno sempre contraddistinto la gioiosa e frizzante artista milanese, spingendola a continue sperimentazioni .

Le sue opere sono un’esplosione di forme, colori materiali  e stili diversi.

 

La contaminazione artistica è il filo conduttore della sua arte che raggiunge la  massima espressione con la passione per il mosaico, tecnica a cui si avvicina nel 1998, in seguito ad un viaggio in Grecia, e che non abbandonerà mai più.

Dopo il conseguimento della laurea in Architettura presso il Politecnico di Milano con una tesi sui mosaici,

entra nella Scuola Superiore d’Arte Applicata del Castello Sforzesco ottenendo il diploma di mosaicista.

Prosegue gli studi frequentando corsi brevi alla Scuola Mosaicisti del Friuli a Spilimbergo e  un master presso la Fornace Orsoni di Venezia.

 

Polvere, tessere di marmo, di vetro, di smalti, metalli e glitter sono gli ingredienti con i quali So’  White crea e scopre nuovi procedimenti.

La ricchezza dei materiali riflette la molteplicità di sentimenti che le opere riescono a catturare e mostrare: gioia di vivere, emozione, stupore, fascino e magia caratterizzano  la sua produzione artistica.

 

I bijoux di Sonia Bianco non sono dei semplici oggetti che impreziosiscono il volto e il décolleté di una donna, ma delle opere d’arte, che rivelano le emozioni e il carattere di chi li indossa.

 

Accanto ai gioielli l’artista riversa la sua creatività nei  mosaici e quadri materici, raramente figurati, in cui ogni persona può trovare ciò che cerca.

 

Le sue creazioni anticonvenzionali non sono mai uguali perché ogni tassello utilizzato è diverso dall’altro e le combinazioni possono essere infinite.  Così come i mosaici, allo stesso modo ogni persona è diversa dall’altra e potrà trovare il gioiello o il quadro che più rappresenta la sua personalità e storia.

 

Se volete scoprire i mille colorati universi di Sonia Bianco non perdetevi  l’appuntamento con l’artista all’evento Nerospinto Borderline Design Week allo Spazio Giulio Romano 8, sabato 13 aprile dalle ore 19.00.

Dal 5 aprile all'8 settembre 2013 il Museo del Novecento di Milano ospiterà Andy Warhol's Stardust, una mostra precedentemente allestita nella Dulwich Picture Gallery di Londra, che offrirà al pubblico un'esposizione di stampe relative ai più celebri nuclei e soggetti dell'artista Pop statunitense, risalenti al periodo compreso tra gli anni 60 e 80 del secolo scorso.

 

Dalle celebri lattine di zuppa Campell's a Flowers, il percorso si concentra sulla produzione seriale realizzata alla mitica Factory e si propone come un'occasione preziosa per riscoprire le tappe salienti della creazione di Warhol lungo tutto il secondo dopoguerra.

 

La polvere di stelle evocata dal titolo non si riferisce unicamente alla polvere di diamante utilizzata in molte stampe, ma è la capacità di Warhol di creare icone scintillanti e immortali.

Da Muhammad Alì, a Marilyn Monroe, alle copertine di “Interview”, «i suoi ritratti non sono documenti del presente quanto icone in attesa di futuro», come ha scritto David Bourdon nel 1975.

 

I volti e i nomi che Warhol rappresenta, esposti in mostra, non appartengono solo a persone: nel ventaglio dei suoi soggetti compaiono anche personaggi mitici - Myths -, eroi dei fumetti e dei cartoni animati per i quali la tecnica, il formato, il taglio dell’immagine e la tavolozza sono i medesimi utilizzati per le persone reali.

Il metodo è lo stesso: una visione orizzontale che non percepisce differenze di trattamento: l’approccio di Warhol uniforma e ridistribuisce i pesi, perché fermarsi alla superficie rende tutti sufficientemente attraenti e, soprattutto, importanti allo stesso modo.

 

 

Info su costi e orari:

 

Lunedì: dalle 14.30 alle 19.30

Da martedì a domenica: dalle 9.30 alle 19.30

Giovedì e sabato: fino alle 22.30

 

Ingresso: 5 Euro

 

 

Andy Warhol's Stardust

Museo del Novecento

Piazza del Duomo, Milano

Altro che timido folletto dai capelli rossi, Malcolm McLaren è stato crudele, insofferente, egoista e spocchioso per tutta la durata della sua vita, fino sul letto di morte, estromettendo il suo unico figlio dal testamento e preferendo lasciare i propri averi alla giovane compagna degli ultimi anni.

Il fatto è che Malcolm era un vero genio e a quelli come lui si perdona sembra tutto, o quasi.

Dopo una infanzia difficile e sofferta e una giovinezza passata a fare come mestiere quello che gli capitava, passando da una scuola di arte all'altra, nel 1977 si inventa uno dei movimenti più importanti è sconvolgenti del '900, il Punk. Racchiudendo in esso l'intera cultura popolare britannica e dando vita a una sorta di contenitore tanto nuovo quanto eclettico.

 

Punk è moda, musica, arti visive ma è soprattutto rivoluzione vera e propria. Una rivoluzione di costume e di società. Anzi, più che altro una ribellione. A dirla tutta il Punk McLaren lo inventa con la sua socia, fidanzata e madre di suo figlio Vivienne Westwood, oggi la più grande artista punk vivente, icona della moda internazionale e vero punto di riferimento per almeno quattro generazioni. E a dirla ancora tutta Malcolm si inventa il Punk negli incredibili anni Settanta. Ovvero in un periodo storico in cui dall'est europeo fino agli Stati Uniti, passando per il Giappone  e il Sud America era tutto un susseguirsi di mutamenti, rivolte, manifestazioni e conflitti. E il giovane McLaren pur ancora radicato esclusivamente al suolo nativo inglese sente e respira l'aria di rivoluzione culturale. Medita e sperimenta prima da solo ma è incontrando Vivienne che il suo genio personale esplode e i due formano una coppia perfetta e magica. Più dal punto di vista lavorativo che da quello effettivo.

 

Malcolm e Vivienne inventano il Punk come filosofia di vita e lo fanno con il loro grido: “No Future”, un concetto che interpretano e danno alle masse attraverso la loro moda. Le loro “collezioni” diventano stile di vita e di esistenza. La loro boutique londinese, Sex, è luogo di incontro e di confronto di artisti di ogni genere. L'insegna del negozio è il simbolo dell'anarchia e il sottotitolo recita : il punk è la moda per soldati, prostitute e lesbiche. In poche parole è la moda degli anni '70. Niente e nessuno in quel periodo storico poteva interpretare meglio cosa stava succedendo nel mondo come il Punk. La ribellione immaginata e creata da Malcolm è prima di tutto visiva ma poi lui comprende che il Punk deve essere supportato da altre forme di creatività e di arte. Crea e fonda così il gruppo musicale dei Sex Pistols, nati come eco pubblicitaria del suo negozio e della sua moda e in seguito sperimenta contaminazioni tra il punk e le arti visive, la letteratura e la scrittura.

 

Dopo la rottura sentimentale con la Westwood, avviene anche quella artistica, McLaren viaggia moltissimo, vive a New York e Parigi dove incontra altri artisti e molti suoi ammiratori e con loro non smette mai di sperimentare e cercare di dare nuovi volti e nuove prospettive alla cultura punk. I suoi successi però sono altalenanti, gli anni Ottanta sono sicuramente differenti e la moda reinventa da sola e per altre strade il punk creato da Malcolm. Paradossalmente Vivienne Westwood colleziona invece un successo dopo l'altro, espone, insegna e apre il più prestigioso atelier della moda punk, diventa una icona e una maestra. McLaren l'apostrofa come una piccola borghese perbenista che non ha mai saputo davvero rinnovarsi, una donnetta con un terribile accento del nord dell'Inghilterra. La Westwood lascia correre perché non riesce a odiare l'amore della sua vita, nonché il padre di suo figlio. Figlio che invece Malcolm ignora in tutta la sua esistenza. In realtà McLaren usa lo stesso trattamento con tutti i suoi collaboratori o soci, lo fa con il leader dei Sex Pistols, con i registi con i quali scrive e mette in scena film, con gli stilisti e gli artisti con i quali lavora. Nessuno per lui è mai alla sua altezza. Anche nei momenti in cui la fama e la gloria non lo sostengono il suo atteggiamento non cambia. Lui è McLaren,  il genio che ha inventato il Punk.

 

Muore così, con questa convinzione nell'aprile 2010.

Il suo funerale diventa una commemorazione dell'uomo e dell'artista e viene organizzato e voluto da Vivienne e dal loro figlio, imprenditore multimilionario. Il finto bravo ragazzo di Londra, folletto dai capelli rossi, ha vinto ancora una volta. I geni non si possono odiare.

 

Antonia del Sambro

La galleria Patricia Armocida ospita la prima mostra personale di Marco Mazzoni a Milano, "Il ricordo è un consolatore molesto".

L'artista rende omaggio a figure appartenenti alla tradizione popolare italiana, le guaritrici, che secondo la credenza sarda seducono, incantano, maledicono e guariscono.

 

I disegni raccontano storie legate alle arti segrete detenute da queste donne: nelle composizioni circolari, che alludono al ciclo della natura, si compenetrano piante medicinali, farfalle e volatili che si abbeverano del loro nettare e, seminascoste, emergono le sagome di volti femminili, costrette a nascondere la propria sensualità e i loro saperi.

 

Le guaritrici erano molto rispettate per la loro conoscenza delle erbe medicinali e questo conferiva loro un potere che la Chiesa e lo Stato medievale osteggiavano.

Con la Controriforma, la presa di posizione contro coloro che curavano con le erbe si inasprì e si attuò una politica di controllo delle pratiche terapeutiche per cui solo quelle accademiche esercitate dagli uomini furono consentite, mentre le guaritrici furono accusate di stregoneria e costrette a nascondersi per non subire ritorsioni.

 

Marco Mazzoni riprende ed evidenzia l'importanza dell'interazione tra le donne e le piante sviluppando un progetto che assume ad icona il volto femminile incorniciato da flora e fauna.

Ne svela la percezioni più intime, ricordi narrati su pagine di diario, visioni immaginifiche di animali impossibili, frutto dell'esplorazione estatica di viaggi allucinatori.

 

L'artista non disegna mai gli occhi del soggetto: non si tratta di ritratti, ma di nature morte in cui tutti gli elementi assumono la stessa importanza e si fondono tra loro.

Il risultato è un'opera che racconta del momento in cui la donna prende il controllo di tutto, in completa armonia con la Natura.

 

La mostra, che si concluderà il 4 maggio, espone 15 disegni nuovi, 12 realizzati su carta moleskine ed un'installazione site-specific.

 

 

 

Orari e costi

Da martedí a sabato: dalle ore 11.30 alle 13.00 e dalle ore 15.30 alle ore 19.00

Ingresso Gratuito

 

Patricia Armocida Galleria d'Arte

Via Lattanzio, 77 (Zona Porta Romana)

Milano

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