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“La fotografia è una scoperta meravigliosa..., un’arte che aguzza gli spiriti più sagaci... l’intelligenza morale del tuo soggetto, è quell’intuizione che ti mette in comunione col modello, te lo fa giudicare, ti guida verso le sue abitudini, le sue idee, il suo carattere e ti permette di ottenere, non già, banalmente e a caso, una riproduzione plastica qualsiasi, bensì la somiglianza più favorevole, la somiglianza intima”.

Fotografo, scrittore e caricaturista, Gaspard-Fèlix Tournachon nasce a Parigi il 6 aprile 1820.

Già da adolescente è evidente l’inclinazione di Felix a guardare il mondo da una prospettiva insolita: frequenta i giovani de "La Bohème" che lo soprannominano Nadar, nome che il ragazzo accetta di buon grado.

In un momento storico di grandi sconvolgimenti sia dal punto di vista economico che da quello tecnologico, scientifico, vede la luce la prima rudimentale macchina fotografica. Il “dagherrotipo” folgora Nadar che ne fa la sua forma d’arte: nel 1839, la nuova scoperta viene comunicata all’Accademia delle Scienza di Parigi e i giovani bohemien sono affascinati  dalle tecniche fotografiche e dalle potenzialità artistiche che da esse possono essere generate.

Inizia un momento molto prolifico per Nadar e nel 1843 conosce Banville e Baudelaire, del quale diventa grandissimo amico.

Durante questo periodo, si dedica anche alla pittura, diventa un affermato caricaturista e la sua passione per la satira lo conduce a problemi politici che si concluderanno solo con la caduta di Luigi Filippo di Orleans.

Con gli anni migliorano le condizioni fisico-chimiche della fotografia e nel 1854 insieme al fratello minore Adrien si dedicano interamente all’arte fotografica.

Dalla grande personalità e con uno spiccato senso estetico, animato da una vivace curiosità intellettuale, Nadar, prende lezioni di fotografia e apre col fratello minore uno studio fotografico. Le sue prime fotografie documentate risalgono al 1853: foto di amici, passanti, bambini. Esplora Parigi a qualsiasi ora del giorno e della notte, per carpirne i segreti più profondi, per registrarne il volto e trasmetterlo a un pubblico quanto più vasto possibile.

I due fratelli collaborano ricevendo riconoscimenti anche internazionali.

Le prime fotografie realizzate sono soprattutto ritratti: la sua spiccata capacità di cogliere la psicologia e la personalità dei suoi modelli lo porta ben presto ad avere richieste da parte di artisti influenti sulla scena culturale mondiale. Richiedono un ritratto di Nadar personaggi come Gioacchino Rossini, Victor Hugo, Charles Baudelaire, Jules Michelet. La grande spontaneità delle sue fotografie è il risultato di un lavoro sul modello: nessuna scenografia, pochi accessori e studiati ad hoc.

Il viso e il corpo come protagonisti assoluti.

Durante le sedute fotografiche interagiva con il suo interlocutore, ne studiava le espressioni, il carattere, li spingeva anche ad assumere pose grottesche e brutte per carpirne la vera essenza.

Nella sua vita attraversa grandi passioni ma la fotografia rimarrà per sempre il suo marchio di fabbrica.

Muore nel 1910 e viene sepolto a Parigi, da sempre la sua città.

Milano offre una retrospettiva dei ritratti di Felix Nadar alla Galleria Ca’ di Fra’, in via Farini 2.

Nerospinto non se la perderà affatto.

 

Contatti: 02 29002108

Dal 23 maggio al 26 luglio 2013.

Dal lunedi al venerdi dalle 10 alle 13 e dalle 15 alle 19.

Entrata libera

 

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"L’amore è un bellissimo fiore, ma bisogna avere il coraggio di coglierlo sull’orlo di un precipizio" - Stendhal

 

Gratitudine, devozione, purezza, fedeltà possono rivelarsi sentimenti molto difficili da comunicare esplicitamente, per questo spesso  ci si affida ad una lettera, ad un messaggio cifrato, ad ambigui giri di parole.

 

Uno strumento su tutti, però, si rivela più che mai efficace, ed elegante al tempo stesso, per trasmettere emozioni e stati d’animo che non sapremmo far trapelare altrimenti: il linguaggio dei fiori.

Fiori ed allestimenti floreali venivano, ad esempio, impiegati nell’epoca vittoriana per esprimere pulsioni e passioni che non potevano essere pronunciate, assumevano significati simbolici nel Medioevo  o attribuzioni morali nel Rinascimento.

 

Conosciuto anche come florigrafia, è con l'Ottocento che il linguaggio dei fiori assunse il massimo sviluppo, tanto che si diffuse un'editoria specializzata nella stampa dei flower books, illustrati con incisioni e litografie.

Anche se oggi è quasi del tutto dimenticato, le rose rosse implicano ancora passione, i girasoli rispetto ed i tulipani riguardo.

Per questo c’è chi attorno alla poetica del fiore e ai suoi innumerevoli impieghi ha costruito una carriera ammirevole, chi, lavorando con la bellezza del fiore, è riuscito a trasmettere agli altri un messaggio d’eleganza per niente banale.

 

E’ il caso di Antonio Scaburri, fiorista, allestitore e flower designer nato a Monasterolo del Castello, sempre in viaggio tra l’Italia e Parigi.

L’ho incontrato a Milano, nei pressi della sua base operativa cittadina, il Mint Market (concept store di Via Casati), per saperne di più, tra una tazza di the verde e un salto nei ricordi, del suo mondo fatto di fiabe e natura.

Rassicurante nell’aspetto e pacato nei modi, Antonio è cresciuto osservando il lavoro del padre giardiniere prima e perfezionando tecnica ed esperienza a New York dopo, al The Flower per l’esattezza, uno dei più importanti flowershop di Soho.

Oggi è un professionista continuamente in bilico tra fragilità e coraggio, tra forza e dolcezza, che traspaiono chiaramente da tutti i suoi lavori.

 

La contaminazione, tanto nella vita quanto nel lavoro, è il segreto del suo successo. Alternare infatti sentimenti forti a momenti di vulnerabilità potrebbe sembrare incoerente e contraddittorio, quando è invece sintomo di autenticità. Ugualmente accostare piante esotiche e pregiate ad erbe aromatiche, arbusti o fiori artificiali persino non è peccato, quanto piuttosto armoniosa alchimia di oggetti distanti, ma non per questo avversari.

Elementi caratterizzanti sono per lui il bosco, come ideale natura in cui rifugiarsi, la dahlia, fiore d’orto legato ad un ricordo d’infanzia, e la fiaba, come fonte d’incessante ispirazione.

 

Collezionare fiabe è molto più che un semplice vezzo per Antonio che, nel variopinto giardino dell’immaginazione, trova terreno fertile per dar sfogo alla propria creatività. In barba a chi ne fa tutta una questione di melensi ed evitabili sentimentalismi, Antonio ci insegna quanto virile ed affascinante possa essere una favola scritta con il linguaggio dei fiori.

Colori e profumi sono il suo inchiostro, gli allestimenti imbastiti a mano le storie fantastiche che ci racconta.

 

Grandi mostre di artisti internazionali per l’istituzione di arte contemporanea sostenuta da Pirelli, con un programma molto promettente 

 

Vento di cambiamento per Hangar Biccoca, un vento che dalla Spagna porta Vicente Todolí come nuovo Artistic Advisor, una sorta di super consulente. Cinquantacinque anni e un curriculum di prim'ordine: 7 anni all'Ivam di Valencia, altrettanti alla Fondazione Serralves di Porto e alla Tate Modern Gallery gli ultimi dove la sua direzione è culminata nel record del 2010 con 5 milioni di visitatori. Mai un colpo andato a vuoto nel suo ruolo di innovatore. Ora la nuova sfida con Hangar, insieme ad Andrea Lissone, il curatore: rilanciare con idee, esperienza e contenuti lo spazio privato maggiormente rappresentativo dell'arte contemporanea in Italia per i prossimi tre anni, da ottobre 2013 a aprile 2015.

 

E' stato Marco Tronchetti Provera a presentare il nuovo corso: “I 200 mila visitatori registrati nel primo anno dal rilancio premiano il nostro impegno e confermano quanto investire in cultura possa influire positivamente sulla città e sul territorio. La nomina di Vicente Todolí ad Artistic Advisor dimostra la nostra visione a lungo termine del progetto: nei prossimi tre anni si accentuerà ulteriormente la dimensione internazionale dello spazio, attraverso un programma espositivo che porterà a Milano artisti di grande prestigio e contribuirà a mettere HangarBicocca in dialogo con musei e istituzioni culturali di tutto il mondo”.

 

Vicente Todolí, nell’annunciare la programmazione, ha sottolineato più volte come l’unicità dello spazio e delle mostre rappresenti il punto di partenza nella concezione del calendario artistico per HangarBicocca: “Le caratteristiche di HangarBioccca renderanno davvero unico ogni progetto espositivo: l’incontro tra lo spazio e l’arte, la loro coabitazione e convivenza enfatizzerà le potenzialità sia dell’uno che dell’altra. Come se uno più uno facesse tre”.

 

Il calendario alternerà, nei diversi spazi espositivi, artisti internazionali affermati a artisti giovani, sia italiani sia stranieri, dalla carriera già consolidata. Tutte le mostre saranno prodotte ex novo appositamente per HangarBioccca o presentate in collaborazione con altre istituzioni di arte contemporanea.

 

Un programma fitto ha inizio il 20 settembre 2013 con The Visitors, un’installazione di Ragnar Kjartansson (Reykjavík, 1976), artista presente anche alla Biennale di Venezia, costituita da nove proiezioni video che disegnano una grande performance musicale corale; il 31 ottobre 2013 si inaugura Islands, una grande retrospettiva di Dieter Roth (Hannover, 1930 – Basilea, 1998), che comprende le sue più importanti opere installative, dipinti, stampe, video e film realizzati – spesso con la collaborazione del figlio Björn Roth – tra gli anni 70 e gli anni 90. Il programma espositivo continua nel gennaio 2014 con una personale di Micol Assaël (Roma, 1979), già conosciuta a livello internazionale grazie a mostre presso il Palais de Tokyo, Parigi e la Kunsthalle Basel che proporrà installazioni basate su dinamiche fisiche che coinvolgono lo spettatore in modo percettivo e mentale; nella primavera del 2014 è prevista la mostra personale di Cildo Meireles (Rio de Janeiro, 1948), uno dei più importanti artisti degli ultimi decenni, nata anche grazie alla collaborazione con il Museo Reina Sofia di Madrid e il museo di Serralves di Porto, che presenta alcune installazioni fondamentali del suo percorso tra cui A Traves e Babel. Nel maggio del 2014, HangarBicocca ospiterà la mostra antologica di Pedro Paiva (Lisbona, 1979) e João Maria Gusmão (Lisbona, 1977) duo artistico che lavora sul tema del cinema e della camera oscura, scelto anche da Massimiliano Gioni per questa edizione della Biennale di Venezia.

 

Nel giugno 2014 è prevista la prima restrospettiva italiana di Joan Jonas (New York, 1936), considerata a pieno titolo l’iniziatrice della pratica artistica della performance; a settembre dello stesso anno la personale di Céline Condorelli (Parigi, 1974), che si distingue per la sua capacità di costruire relazioni con lo spazio, mentre a ottobre lo spazio ospita Juan Muñoz (Madrid, 1953 – Ibiza, 2001), tra i più importanti scultori del dopoguerra, con un progetto che comprende le sue più importanti installazioni, tra cui Double Bind; Il 2015 si aprirà, infine, con Damián Ortega (Città del Messico, 1967), le cui opere e installazioni ambientali hanno trasformato l’idea tradizionale di scultura.

 

Quello di Amedeo Modigliani è uno stile artistico flessuoso ed indisciplinato.

I suoi dipinti hanno un buon risalto plastico e volumetrico che racconta di un’agile affettuosità  da parte dell’artista non solo nei confronti della pittura, ma anche della scultura.

Le forme sono semplificate, stilizzate, allungate, ma sempre sporgenti ed in particolar modo  interessate a circondarsi di una  voluminosa realtà.

 

Sviluppa il suo talento nella Parigi d’inizio ‘900 -capitale dell’arte e della cultura avanguardista- stabilendosi  a Montparnasse, un quartiere frequentato non solo da pittori, ma anche da scrittori come Hemingway e Miller.

 

È uno sfondo dinamico e al tempo stesso fatiscente quello di cui si circonda Modigliani : la vicinanza di artisti come Soutine, Kisling e Utrillo, Pablo Picaso, Jean Cocteau, Diego Rivera e Max Jacob accentua quello che è il suo stile di vita trascurato, sregolato, abbagliato dall’uso di alcol e droga.

 

Indipendente da movimenti ufficiali e strutturati, il suo linguaggio pittorico è ostinato, ripetitivo e riservato per cui  la sua produzione artistica è caratterizzata quasi esclusivamente da ritratti nei quali raffigura amici, personaggi anonimi e modelle.

Fessure piatte ed ostili - spesso senza iride - aderiscono alla tela agitando i tratti controllati di uno sguardo impassibile ed inespressivo fino agli occhi cavernosi, le bocche increspate, i nasi storti ed i colli allungati.

Il nudo delle donne che ritrae è confidenziale, disfatto e docile e le inquadrature sono in genere ravvicinate e non convenzionali per cui le linee morbide ed elastiche che definiscono il loro corpo - attraverso particolari versioni cromatiche che rimandano in maniera evidente a Matisse o Gauguin- confondono per la bellezza e la semplicità fino a suggerire dell’erotismo.

 

Furono proprio alcuni di questi nudi a provocare scandalo all’inaugurazione di una mostra personale di Amedeo Modigliani a Parigi : il capo della polizia della città la fece chiudere a poche ore dall’apertura dopo aver visto alcuni di questi ritratti in vetrina nella galleria sede dell’esposizione.

 

Palazzo Reale ospita fino all'8 settembre 2013 la mostra "Modigliani, Soutine e gli artisti maledetti". Per la prima volta, da oltre settant'anni, le opere della ricca collezione Jonas Netter saranno esposte al pubblico, nelle stesse sale della precedente rassegna dedicata a Picasso.

La mostra curata da Marc Restellini, presenta 122 capolavori realizzati da Amedeo Modigliani e dagli artisti che vissero e dipinsero a Parigi agli inizi del '900.  Squattrinato, malaticcio e con una breve vita da bohème, quest’artista "maledetto" si è staccato dal  suo pensiero agitato fino a scoprirne i tratti in immagini aperte, corpose ed apprensive che riportano allo spettatore le sue stesse screpolature.

 

Per Robert Doisneau - uno dei più grandi maestri della fotografia europea del Novecento- non sembra affatto un problema trattenersi dallo stare in un tempo magro e sgarbato come quello di una Parigi in fiore nella quale è proprio l’ attimo desiderato e non calcolato  a  sospendersi in una serie di scatti gonfiati da mani, occhi, corpi, espressioni.

 

“ In una città in cui tutto è in movimento, non è semplice contrastare l’istinto gregario. Bisogna avere il coraggio di piazzarsi in un punto e di restarci immobili: e non per qualche minuto, ma per un’ora buona, magari anche due. Bisogna trasformarsi in una statua senza piedistallo, ed è buffo, in quei casi, vedere fino a che punto si riesca ad attirare i naufraghi del movimento.

« Avrebbe mica un cavatappi? »

« Parla francese? »

« Ha visto per caso un cagnolino bianco con un guinzaglio rosso? »

Rispondo sempre con cortesia squisita, sebbene mi secchi essere disturbato: per vedere bene ci vuole un minimo di concentrazione.

Vedere, a volte, significa costruirsi, con i mezzi a disposizione, un teatrino e aspettare gli attori.

Aspettare chi?

Non lo so, però aspetto.

Io spero sempre, e quando uno ci crede con forza è difficile che qualcuno non finisca per arrivare.

Dopodiché la messa in scena viene improvvisata all’insegna della fugacità. Per essere leggibile, un’immagine deve assumere la forma di uno di quei segni utilizzati fin dalla notte dei tempi dai preti, e solo da poco dalla segnaletica stradale.

Può darsi che tutto questo vi sembri leggermente oscuro.

Si tratta di una deliberata manovra per dimostrarvi quanto possa essere delicata la pratica della fotografia […]“

 

E’ “Paris en liberté” la mostra che avrà luogo negli Appartamenti Storici del Palazzo Reale della Reggia di Caserta fino al 23 Settembre nella quale saranno raccolte duecento fotografie originali, rigorosamente in bianco e nero, scattate proprio da Doisneau nella Ville Lumière tra il 1934 e il 1991. Gli scatti di sessant’anni di carriera non seguono un ordine cronologico preciso. Sono accostati per temi, per prospettiva , punti di vista e tutti  trattengono consuetudini o dettagli riparati da una bellezza senza fissa dimora .  Diceva : “ Desidero un mondo di grazia “ oppure “ La bellezza, per commuovere, dev’essere effimera. […]” 

Le strade della capitale francese gli suggeriscono un intruglio di figure e luoghi che egli attraversa con occhi  disusati separandosi dagli screzi dell’abitudine  e che con geniale misura ha interpretato attraverso uno stile fotografico complice, istruito e confidenziale.  La natura artistica dei suoi scatti consiste nell’avvicendarsi di uno scenario quotidiano di cui consegna i tratti  più comuni servendosi  soprattutto della pazienza e del dinamismo che lo contraddistinguono. La fortuna è il tratto casuale a cui l’artista si consegna per guadagnare consistenza in un’attesa che gestisce con invenzione al fine di rendere partecipe lo spettatore di una Parigi che ha vissuto e che tende ad ingrandire valorizzandone l’umanità osservata attraverso una prospettiva piuttosto pragmatica.

Sta per compiere ventidue anni, è nata ad Harlem ed ha una vera e propria ossessione per le sirene.

 

Lunedì 13 Maggio sarà all’Alcatraz di Milano, in collaborazione con Live Nation e Vice Italia,  per la sua unica tappa italiana e l’attesa inizia a farsi bollente.

 

Lei è Azealia Banks, ultima reginetta dell’alternative hip-hop made in USA.

In autunno uscirà finalmente il suo primo album, Broke with Expensive Taste, che vanterà

la collaborazione di Pharell Williams, Diplo e Baauer.

Non sono ancora del tutto passati due anni dal suo singolo di debutto (212), ma il grande successo riscosso nel frattempo sembra averla già premiata.

 

Figlia degli anni ’90, (il suo primo EP s’intitola infatti 1991 come il suo anno di nascita) cresce ascoltando generi molto diversi da quello con cui si propone oggi al grande pubblico. È l’indie rock ad averla forgiata e la sua attrazione per il pianeta alternative traspare chiaramente dalle varie cover che punteggiano il suo esordio musicale.

Ha reinterpretato infatti Seventeen dei Ladytron, Slow Hands degli Interpol, Harlem Shake degli Strokes. Il che potrebbe suonare parecchio strano per un’artista di colore dichiaratamente hip-hop, ma chi sta imparando a conoscerla avrà già capito che il termine ‘’alternative’’ che le hanno cucito addosso, nel suo caso forse è meglio intenderlo  nel vero e proprio senso della parola, cioè come opposto di classico, contrario di tradizionale, atipico quindi come il percorso compiuto fin’ora.

 

Miss Banks ha una certa familiarità anche con il mondo frivolo e patinato della moda. Il suo brano "Bambi" è stato selezionato come soundtrack d’accompagnamento per una sfilata di Mugler a Parigi, Karl Lagerferd l’ha voluta in molte sue feste e Nicola Formichetti si è occupato dello styling per il video di Liquorice.

I suoi outfit non a caso sono spesso parecchio audaci, ma la critica che le viene più spesso rivolta in realtà riguarda le sue doti canore piuttosto che le palesi attitudini fashion.

 

La sua, dicono sia una celebrità guadagnata a colpi di tweet al vetriolo (molto discussi quelli contro Perez Hilton, Rita Ora e Stone Roses ad esempio), ma le malelingue tendenzialmente non fanno altro che consacrare secondo il più classico dei copioni la notorietà di coloro che invece vorrebbero biasimare.

La ghetto lifestyle e la street culture stanno da un’altra parte, ma avere come icone di rifermento Aaliyah, Eve, Lil’Kim e M.I.A. gioca nettamente a suo favore.

 

L’appuntamento per gli amanti del genere è dunque per lunedì 13 Maggio, preparatevi a ballare.

 

Photo by: Sakura Wenn, Robert Johnso

 

Ironica e sagace come non mai, Bea Buozzi mette a segno un altro goal con il suo “Chi dice donna dice tacco” (Morellini Editore), la terza pubblicazione della misteriosa social networker, dopo “Beati e Bannati” (Ed. Perrone) e “Sesso e Volentieri” (Morellini Editore).

 

Si aggira in maschera e tacco 12 tra eventi fashion e party esclusivi dove le donne e le loro passioni la fanno da padrone, oppure ci si può imbattere in lei nel luogo dove predilige raccogliere le storie che poi ispirano i suoi romanzi: Facebook. E si perché i social network, se ben usati, possono davvero essere una fonte inesauribile di racconti tutti da scrivere, nonché un vero e proprio spaccato dell’attuale società.

 

Che il migliore amico della donna, oltre al diamante s’intende, fosse il tacco, lo si sapeva da tempo, che ogni modello di scarpa rappresentasse un certo tipo di donna ce lo potevamo immaginare, che partendo dalla scarpa si potesse parlare di amore, sesso, illusioni, delusioni, gioie e dolori, è invece più insolito e ci voleva Bea Buozzi per farlo, raccogliendo le confidenze dei social-internauti e trasformandoli in una carrellata, o meglio in una scarpiera di racconti, che hanno in comune sua maestà il tacco.

 

Bea mi ha conquistata fin da suo primo libro e quest’ultimo lo trovo un capolavoro per la capacità di divertire e far sorridere celebrando il feticcio per eccellenza delle donne che tanto piace anche agli uomini… a quanto pare su qualcosa le due metà dell’universo sono d’accordo!

 

D’altronde io stessa leggendolo ho riso davvero tanto, di questi tempi non proprio divertenti peraltro mi sembra già una grande cosa, e ho sorriso molto, forse perché anch’io Cenerentola nell’animo, mi sono  identificata con le debolezze tutte femminili che ruotano attorno alle scarpe.

 

Finito il libro non ho saputo resistere e ho chiesto all’autrice un’intervista, rigorosamente 2.0 in perfetto Bea Buozzi style.

 

Se Bea Buozzi fosse un modello di scarpa quale sarebbe e perchè?

Se BB fosse un modello di scarpa sarebbe una pump di vernice nera con punta rotonda e la suola inequivocabilmente rossa (Pantone 186C, per l'esattezza)

 

A proposito di tendenze: "mai senza" quale tipo di scarpa?

Tre sono le scarpe indispensabili: un paio di sneaker per correre in ufficio, un paio di décolleté nere per sedurlo e un paio di Havaianas da lasciare come ricordo (e come scalpo del nostro passaggio) a casa sua.

 

Quali sono le scarpe a cui sei più affezionata?

E' stato amore a prima vista per un paio di Pigalle, comprate a Parigi in Rue de Rousseau. Un pezzo meraviglioso che, però, non ha la suola firmata dal guru dei tacchi Louboutin. E, poi, una Chanel con fibbia gioiello di Valentino: quasi come un anello di fidanzamento ricevuto da un amore del tempo che fu.

 

Quali sono invece i "pezzi" più preziosi della tua collezione di scarpe?

Direi che il gioiello dei gioielli è un sandalo in opossum della linea FG (disegnato dalla stilista Alessandra Tonelli) con allacciatura alla schiava in raso di seta. Un vero gioiello da zarina! E un paio di Gaetano Perrone, pump dal tacco vertiginoso.

 

Quali invece non fanno ancora parte della tua scarpiera, ma sono nei cassetti dei tuoi desideri?  

Se ti dico il modello della scarpetta di cristallo che Louboutin ha disegnato per la Cenerentola contemporanea, mi scoppi a ridere in faccia?

No, cara Bea non ti scoppio a ridere in faccia, anzi sogno anch’io quella scarpa (ovviamente con tanto di principe azzurro in dotazione), d’altronde non potrebbe che essere così, lo testimonia anche la tua dedica sulla mia copia del libro, di cui vado orgogliosa: “A Debora, amica di tacco e di zeppe”

 

 

CHI DICE DONNA DICE TACCO di Bea Buozzi

Morellini Editore – Prezzo €9,90

SINOSSI

La matematica non è un’opinione, ma si può sintetizzare in un’equazione: gli uomini stanno alle macchine, come le donne ai tacchi. Se però una vettura costa dai diecimila euro in su, il vantaggio per le donne è che con la stessa cifra possono acquistare una montagna di scarpe. Con le debite eccezioni. Esistono modelli di edizioni limitate, avvicinabili solo da mogli di emiri o da rockstar famose.

Ogni donna ha il suo paio prediletto con cui ama identificarsi. Dal mocassino scamosciato per le top manager che non svestono il pantalone nemmeno al mare, al cuissard per la pantera metropolitana. Dalla zeppa per la mamma in lotta con i sampietrini del centro storico, al sabot per la figlia dei fiori contemporanea. L’infradito per la donna freak che ucciderebbe per vivere sulla spiaggia di Ipanema o la décolletée di vernice dalla suola rossa e dal tacco dodici, passepartout dell’eleganza per la donna emula di Coco Chanel.

Una carrellata di scarpe (strizzando l’occhio alla loro storia), ma soprattutto di donne, giocando alla ricerca del corrispondente modello a seconda del tipo. D’altronde, come si sarebbe corretto Archimede se fosse nato nel nostro millennio, “Datemi un tacco e vi solleverò il mondo”, perché “chi dice donna, dice tacco!”

Si sa, la luce è amica e nemica del fotografo: intento a creare un’impressione perfetta, essa può determinare la buona riuscita di interi giorni di lavoro. Man Emmanuel Rudnitzky prima se ne innamorò e successivamente fuse il suo nome col suo: così nacque MAN RAY celeberrimo fotografo, che diede il suo cuore non solo all’arte, non solo alla luce, ma soprattutto a Parigi. Amico intimo di Marcel Duchamp, che conobbe in una New York stanca e polverosa, si trasferì nella Ville Lumière in cerca di ispirazione, per conoscere la straordinaria magia che trasformava gli artisti in geni, che vedeva ogni giorno l’aura fatata di Picasso, Dalì, Hemingway, emergere dal buio delle banalità. A Parigi, Man Ray, “torna bambino” come scrive in una lettera al fratello Sam, in questa città “sempre in movimento, sempre gioiosa” trova la sua dimensione di artista, da pittore vicino al cubismo, a fotografo sempre più astratto, dadaista precursore di un surrealismo incombente nei salotti e nelle gallerie della capitale. L’avanguardia diventa il suo terreno di azione, pronto a scardinare qualsiasi canone, qualsiasi regola in campo artistico, ma è la tendenza a pensare a un passato artistico idilliaco e perfetto a renderlo unico: non solo un innovatore pieno di verve antiborghese, ma anche un devoto amante del rinascimento, delle sue forme morbide e armoniche, del suo attento studio sulla luce e la prospettiva. Eleganza, cultura, passione, carica erotica, senso di ribellione convivono nei lavori di Man Ray, quasi bilanciandosi ed equilibrandosi tra loro in un miscuglio accattivante e irresistibile, incomprensibile alla maggior parte del suo pubblico che ad ogni modo lo apprezza e lo ama. Amore che arriva soprattutto dai colleghi artisti e dalla critica. Innovatore nei soggetti e nei contenuti, assoluto maestro del nudo senza pudore, sfacciato e anticlericale, fu soprattutto innovatore nelle tecniche fotografiche: inventò la Raygraphie, quasi per caso, un procedimento per cui l’oggetto viene impresso sulla pellicola senza l’uso della macchina, non una copia fedele, ma l’anima dell’oggetto che si manifesta: dichiarò dopo la scoperta “Gli oggetti non sono mai stati così vicini alla vita vera come nel mio nuovo lavoro.” Fu costretto a tornare negli Stati Uniti a seguito delle leggi razziali che investirono l’intera Europa, ma riuscì a tornare a Parigi nei suoi ultimi anni di vita. Montparnasse era ormai diventata la sua casa ed è lì che decise di farsi seppellire nel 1976 quando morì. La sua lapide riporta un epitaffio emblematico della sua visione artistica e del suo carattere: “Non curante, ma non indifferente.”

Figlio di due ebrei tedeschi, Helmut Newton nasce il 31 ottobre 1920 a Berlino. La sua famiglia è altolocata e questo gli permette fin da ragazzino di appassionarsi alla fotografia.

Nel 1938, a causa delle leggi razziali, il giovane Newton è costretto a fuggire: prima Trieste, poi Singapore, in seguito l’Australia. Solo con la fine della seconda guerra mondiale il fotografo trova pace, si sposa, diventa definitivamente un affermato fotografo di moda.

 

La svolta definitiva per la sua carriera avviene nel 1961 quando torna in Europa, trasferendosi a Parigi: è ormai un professionista ed è richiesto da riviste come Vogue, Elle, GQ, Marie Claire.

In questi anni definisce il suo stile e trova la sua identità artistica più profonda: Helmut Newton non fa solo delle belle foto, come ogni innovatore porta con sé un tratto stridente, un po’ opaco e sfocato, difficile da inquadrare.

 

I suoi scatti sono erotici, ma mai pornografici, sfacciati senza essere volgari, il nudo è il suo marchio di fabbrica più eloquente, tanto da creare un’intera collana chiamata “Big Nudes”.

Il suo stile viene definito come “erotico urbano patinato” e la sua eccellente padronanza della tecnica fotografica lo annovera nell’Olimpo dei più grandi fotografi internazionali.

 

Col passare degli anni viene richiesto direttamente dalle più grandi maison di tutto il mondo per organizzare campagne pubblicitarie e shooting: Chanel, Versace, Borbonese, Yves Saint Laurent, Dolce&Gabbana, Blumarine, è il suo momento di maggior successo.

Come ogni grande artista Helmut Newton è stato portatore di un radicale cambiamento: i fotografi di moda erano prima del suo avvento considerati frivoli, una sorta di fotografi di serie B, mentre lui ha capito l’essenza profonda di questo mondo. Non solo ha fatto della fotografia la sua arte ma ha innalzato ad un livello superiore la moda e soprattutto la fotografia di moda.

 

Noi di Nerospinto lo amiamo per questo, perché in lui ritroviamo tutto quello che vogliamo in un artista e perché nelle sue fotografie troviamo quel brivido che solo gli artisti sanno trasmettere.

Il nostro viaggio volge ormai al termine, la Nerospinto Borderline Week è alle porte e la tensione ed il fermento animano queste ultime ore.

È quindi con un'emozione particolare che presentiamo Patrizia Fratus, ultima, ma non ultima, chicca dell'evento che sarà presente con una serie di ritratti molto particolari.

 

Il percorso di Patrizia è inestricabilmente legato a stoffe, tessuti e all'arte del cucito: mossi i primi passi con la macchina da cucire della madre, la sua formazione si affina alla Marangoni di Milano,  si sviluppa nei laboratori del teatro alla Scala, trovando un iniziale sfogo nell'insegnamento.

 

Dal 2005 l'arte coltivata con tanta passione trova finalmente sfogo, in quell'anno debutta infatti a Parigi con una serie di ritratti.

Gli strumenti a sua disposizione, ben lontani dai più comuni pennello e tavolozza, sono carta e tessuti che plasma a proprio piacimento per raccontare storie, rivelare emozioni, svelare contraddizioni. I ritratti esposti all'interno dello Spazio Giulio Romano si raccolgono intorno al tema della Donna e, nello specifico, sono espressione di ciò che ogni donna dentro di sé può essere o divenire, emblemi di tutti i sentimenti e i valori che la figura femminile può incarnare.

I volti ritratti hanno lasciato una traccia indelebile nella storia, ma anche dentro ognuno di noi; sono simboli di una vita vissuta che verrà perpetrata nei pensieri e nel vivere attuali.

Non perdete questa possibilità: apritevi al confronto e allo scontro con le donne di ieri e di oggi, ideali e valori che in fondo non moriranno mai.

Nerospinto Borderline Design Week

Sabato 13 aprile dalle ore 19

Spazio Giulio Romano 8 (Porta Romana)

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Se vuoi scriverle: direttore@nerospinto.it