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Coppia vincente non si cambia.
Ritorna Paolo Sorrentino e per protagonista del suo ultimo film sceglie e si affida al bravissimo e versatile Toni Servillo. I due sanno come lavorare insieme.
Il regista lascia libera espressione alle superbe doti mimiche di Servillo, che lo ricambia impersonando ogni volta “maschere” del nostro tempo tanto realistiche quanto emozionali nelle loro luci e nelle ombre.
L’ultima pellicola di Sorrentino non fa eccezione e si merita completamente di rappresentare l’Italia all’ultimo Festival di Cannes, non solo perché il film è girato con sapienza e forza autoriale, ma perché mostra al mondo come sono gli italiani oggi, così come i grandi maestri del cinema di casa nostra facevano o si sforzavano di fare nelle pellicole degli anni ’50 e ’60.
Non a caso La grande bellezza ha come location dell’intera storia la città di Roma, la capitale eterna dove la politica si intreccia con le passioni individuali e pruriginose, il potere con la corruzione e il nichilismo, la carriera con il servilismo, l’inganno e il ricatto.
Cosa è cambiato da La dolce vita di Fellini? In apparenza nulla, in realtà tutto.
I personaggi di Sorrentino fingono solamente di divertirsi, recitano la loro “commedia umana” a vantaggio e privilegio degli stranieri che arrivano a Roma con il sogno della capitale italiana dove per le strade si respira l’arte e la cultura di una nazione in realtà impoverita e spenta nei valori e nelle azioni.
Toni Servillo è ancora una volta superbo perché ha imparato a non filtrare i tic e vizi dell’italiano tipo, ha capito che non serve nascondere sotto la recitazione le ombre e quelle piccole depravazioni che ogni giorno accompagnano politici, personaggi mondani e comparse del sottobosco della società italiana. È bene invece che tanto gli stranieri, quanto gli stessi italiani, guardino davvero in faccia la realtà.
Che fuori dall'Italia ci vedano per quello che veramente siamo e che da noi si capisca che non basta una camicia firmata e un locale alla moda per fare finta di essere migliori degli altri.
Servillo interpreta Jep Gambardella, giornalista della Roma che conta. A sessantacinque anni compiuti il suo fascino, la sua dialettica e i suoi rapporti con le persone più in vista lo rendono ancora un protagonista indiscusso dei salotti e dei locali più glamour in città. È un professionista affermato che si muove tra cultura e mondanità in una delle location più affascinanti e magiche del mondo. Roma è colta e brillante, segreta e misteriosa, meretrice e mamma. È un circo di nani e ballerine perennemente alla ricerca delle luci della ribalta, che ambiscono a conquistare la città eterna anche attraverso sotterfugi e squallidi compromessi.
I valori non esistono, o meglio, non sono importanti: quello che conta è l’apparenza del potere, dei privilegi per pochi, della bella vita condotta senza scrupoli o principi morali.
Accanto a Sorrentino, un cast di numeri uno che affiancano in modo mirabile e verosimile le gesta e il credo del protagonista. Bravissimi Carlo Verdone e Sabrina Ferilli, ma anche Giorgio Pasotti e la sempre sensuale Isabella Ferrari.
La grande bellezza merita di rappresentare l’Italia a Cannes perché non fa altro che narrare proprio noi italiani nel luogo capitale e principe di tutti i vizi e le bellezze nazionali.
Paolo Sorrentino, il regista commerciale più autoriale che si sia mai visto negli ultimi decenni.
Prendete un’azienda familiare del sud della Spagna, aggiungeteci il marchio di fabbrica della corda in ogni sua declinazione, un pizzico di glam internazionale e il gioco è fatto.
Il marchio Paloma Barcelò esiste dagli anni 2000 come eredità naturale della Così Così Footwear creata da Manolo Barcelò negli anni 60.
Il figlio Manuel ha voluto continuare la produzione di espadrillas, le tipiche calzature spagnole, aggiungendoci un po’ di allure moderno e contemporaneo per aprirsi al mercato internazionale. Il nome viene sempre dalla famiglia, Paloma è infatti la primogenita di Manuel.
Nata ad Alicante, dove si trovano ancora oggi gli uffici principali di produzione, oggi Paloma Barcelò vuole aprirsi al mercato europeo e per farlo ha deciso di mettere piede nella capitale della moda, Milano, dove è presente da circa un anno il reparto marketing e comunicazione.
Veniamo alle protagoniste, le wedges.
Paloma Barcelò e Palomitas, la linea giovane, sono sinonimo di stile inconfondibile, con la tradizione che incontra la contemporaneità in giochi di colori e materiali davvero inusuali e accattivanti. Pietre colorate si accostano alle nuances nude, il maculato alla corda grezza. I tacchi diventano solide e stabili strutture, ma sempre armoniose e affusolate. I fondi mono blocco garantiscono sempre il massimo confort.
Nella costruzione della collezione S/S 2013 Manuel ha sognato un gioco di contrasti tra i plateau occultati e zeppe in legno svuotate da disegni geometrici, forme sbagliate che diventano la sua firma creativa.
Il gioiello come accessorio è lo specchio dell’animo della donna che le indossa. I cromatismi accesi del verde e dell’arancio hanno vita nel camoscio e nella vernice. Un classico e moderno che si sposano timeless.
I dettagli fanno la differenza, e Paloma Barcelò con le sue wedges coloratissime ne è ben consapevole: per una donna moderna e sempre in movimento il tacco deve essere alto, altissimo, ma portabile dalla mattina alla sera.
La prima collezione presentata alla stampa italiana è stata quella dell’inverno 2012/13, dove la corda è sostituita dal cuoio o dalla gomma, ma le altezze sono sempre il fil rouge della casa spagnola.
Il successo di Paloma è stato già decretato dall’apprezzamento di testate importanti della moda italiana come Vogue e Glamour che hanno proposto le wedges per la prossima primavera estate…non resta quindi che andare a scovare il negozio più vicino per fare razzia di quello che, siamo sicuri, diventerà uno dei must di stagione.
In Italia per il momento ci sono solo tre punti vendita, ma sul sito www.palomabarcelo.com è attivo uno shop online che non vi deluderà!
I protagonisti noir anni Sessanta tornano per una rassegna dedicata agli albi per adulti pubblicati in Italia dal 1964 al 1970, da Fantax a Genius fino a Spetterus e Zakimort, attraverso un itinerario di 12 cartelloni dedicati ognuno a un diverso personaggio, con teche contenenti volumi originali correlati da descrizioni dettagliate dei materiali esposti.
La mostra dal titolo ‘Avventure noir’ si terrà dal 13 aprile al 12 maggio al piano terra dello Wow Spazio Fumetto, museo del fumetto, dell’illustrazione e dell’immagine animata di Milano.
E’ una rassegna che ripercorre tutta la produzione nata sulla scia del successo di Diabolik ed è ispirata all’ omonimo saggio di Luca Mencaroni, curatore anche dell’esposizione, che ha voluto rendere omaggio agli anni ’60 e ’70 catalogando tutte le testate pubblicate nel periodo e valorizzando gli autori e gli editori di tali storie.
I pannelli sono dedicati a Fantax, Mister-x, Demoniak, Sadik, Spettrus, Jnfernal, Zakimort, Dany Coler, Dennis Cobb, Joe Sub, Genius e Killing, storie che contengono sesso e violenza, che sono tematiche basilari di questo tipo di narrazione.
Il noir infatti è conosciuto anche come romanzo nero, ed è un genere letterario poliziesco, il cui scopo però non è soltanto di raccontare e risolvere un crimine, ma deve portare il lettore a riflettere sulla realtà che lo circonda in base alle informazioni che ha raccolto durante la lettura, attraverso il percorso affrontato dal protagonista, che spesso è un antieroe mascherato.
Se siete volete rivivere una parte della storia dell'editoria italiana e se semplicemente siete curiosi, visitate questa originale esposizione!
Ingresso gratuito
WOW SPAZIO FUMETTO
Museo del Fumetto, dell’Illustrazione e dell’Immagine animata di Milano Viale Campania 12, Milano.
Orario mostra: da martedì a venerdì, ore 15.00-19.00; sabato e domenica, ore 15.00-20.00.
Info: 02 49524744/45
www.museowow.it
La nostalgia per il passato e l’idealizzazione dei prodotti, da quelli culturali a quelli materiali, delle epoche precedenti quella in cui viviamo è una caratteristica che il genere umano si trascina dietro probabilmente da sempre.
Prestando attenzione a non spogliare di ogni valore la realtà a noi contemporanea ancora capace di creare, nel mezzo del consumismo più sfrenato, oggetti di significato culturale; indiscusso rimane il fascino di ciò che è stato, come inalterata è la magia che emana un oggetto il quale reca su di sé i segni del passato e che fa viaggiare la nostra mente riportandola a una primavera che non c’è più, un inverno con un sapore tutto diverso.
La febbre del vintage così si è incredibilmente diffusa negli ultimi anni, contagiando anche i più scettici.
Tuttavia c’è una lecita domanda che ho sentito fare a molte di quelle persone che vi si accostano per la prima volta, me compresa: qual è la linea che separa il modernariato di qualità, dalla “patacca” anni cinquanta?
Questa differenza chiaramente può sfuggire ad un occhio inesperto e mai allenato come il mio, ma non di certo a chi del modernariato ne ha fatto, oltre che una passione, un lavoro vero e proprio.
È proprio l’amore per il modernariato infatti che ha spinto Emanuela Sala, designer e project manager milanese, ad ideare, insieme ai suoi due soci, Mobilitare.it.
Il core business del marchio giace nell’idea di adattare un ambiente non solo alle esigenze di chi lo vive, ma anche alle richieste dei tempi moderni, che mettono alla prova l’individuo e ciò di cui si circonda con continue spinte al cambiamento e alla trasformazione.
L’offerta dell’azienda è molto varia; Emanuela, Luca e Gabriella mettono a disposizione la loro esperienza per semplici e veloci spunti creativi o anche al servizio di un progetto completo di restyling, dagli elementi fissi come pareti, punti luce e pavimenti fino ai più minimi dettagli d’arredo.
Si occupano di abitazioni, negozi, spazi espositivi, bed&breakfast, studi e di qualsiasi ambiente abbiate necessità di arredare.
I mobili, datati anni ’50, ’60 e ’70, vengono ricercati nel mercato dell’antiquariato, dal mondo virtuale a quello reale, e viene loro ridata vita attraverso tecniche non invasive e, cosa molto importante, in base alle esigenze e ai gusti del cliente.
Altra caratteristica molto particolare è la possibilità del noleggio dei componenti d’arredo offerti dall’azienda, possibilità per altro caldamente consigliata in quanto perfettamente in linea con l’idea di un necessario adeguamento ai veloci cambiamenti imposti dalla contemporaneità. La forza di Mobilitare.it sta nella collaborazione di professionisti di ogni tipo, i quali offrono le loro competenze al cliente per poter realizzare al meglio i suoi desideri.
Come sempre, per conoscere meglio il progetto, i servizi o anche le persone che rendono possibile tutto questo, e per avere la possibilità di testare con mano la differenza niente affatto sottile di cui sopra, siete i benvenuti all’evento che si terrà sabato 13 aprile, dalle ore 19, allo Spazio Giulio Romano 8, in occasione della Nerospinto Borderline Design Week.
La Realtà e la Mente sono un vasto argomento trattato da studiosi, filosofi e scienziati nel corso dei secoli.
Il modello oleografico, propostovi nell'articolo scritto la settimana scorsa, viene richiamato dalle scoperte e ricerche in campo psicologico realizzate nell'arco degli ultimi centoventi anni e che influiscono tutt'oggi sulla Naturopatia.
Secondo gli studi di Jung, le coscienze umane sono interconnesse tra loro, originate da una collettività che si manifesta tramite la pluralità e varietà degli individui.
Jung introduce l'elemento sincronicità, ovvero "coincidenze talmente insolite e significative da essere difficilmente attribuibili al solo caso".
Egli osserva inoltre come la psiche possa influenzare la realtà, dato che non c'è separazione tra mente e materia: un approccio propositivo e collaborativo dei suoi pazienti durante le sedute, permette loro di mutare le condizioni di salute con notevoli miglioramenti.
È fondamentale un approccio sereno e fluido alle situazioni, agli eventi che si verificano durante la nostra esistenza. Ogni episodio vissuto è prezioso, siamo noi a scegliere come vivere tale insegnamento, se con gioia, o in modo più o meno traumatico.
Carl Simonton, oncologo del Cancer Counseling and Research Center di Dallas, applicò la visione di Unione tra realtà "esterna" e mente per aiutare pazienti con tumori ad affrontare tale stato con maggior serenità.
L'immaginazione e la mente intervengono sull'aspetto fisico del paziente, il quale influisce direttamente sul proprio essere. Attraverso tecniche di rilassamento, meditazione e visualizzazione che accompagnavano il malato tumorale durante il percorso di cura, Simonton ottenne ottimi risultati sui pazienti che parteciparono alle varie sperimentazioni.
Si dice che il filosofo Epitteto, così come altre tradizioni filosofiche, sostenne tale concetto: le persone non sono disturbate dall'evento in sé, ma dall'interpretazione che ne danno.
Negli anni Sessanta, ricercatori americani dimostrarono che l'aumento di stress (capacità di adattamento a situazioni) comporta maggiore produzione di cortisolo dalle ghiandole surrenali.
Tale risultato venne studiato sul caso di uno studente interrogato da un professore a scuola: gli studiosi si chiesero dunque che cosa effettivamente accada in noi durante situazioni di maggior pericolo.
Vennero presi in esame piloti di carri armati in servizio nel conflitto in Vietnam, e i risultati furono sorprendenti: il livello di ormoni corticosteroidei erano al di sotto della norma. Intervistati i militari, essi giustificarono la loro tranquillità indicando che si sentivano al sicuro sulla terraferma, si decise dunque di riproporre gli stessi esami ai piloti di elicotteri.
Il risultato, anche qui, fu di nuovo rappresentato da un livello base di produzione di cortisolo e altri ormoni surrenali non superiore alla norma. Intervistati anch'essi, diedero la stessa spiegazione dei soldati di terra: stare in aria faceva loro sentire al sicuro, dato che con elicotteri era per loro più semplice rispetto allontanarsi dal pericolo rispetto alle truppe di terra.
La mente ha un ruolo chiave, con tutte le convinzioni che porta con sé.
Il corpo dei soldati rispondeva a rassicurazioni mentali senza aver bisogno di produrre valori alti di ormoni surrenali perché i militari si sentivano al sicuro anche in condizioni non del tutto distese e serene.
Lo stesso approccio può essere anche associato a come si vive il dolore: una persona che "pensa" di essere malata, tende a vivere ogni minimo disturbo con maggior disagio rispetto a una che "pensa" di essere sana.
La risonanza degli eventi si manifesta in noi proprio attraverso l'interpretazione dell'evento che, per una persona può essere insignificante, per un'altra decisamente traumatico.
Concludo segnalando che il medico Larry Dossey sostiene che noi, oltre a intervenire con la mente sulla realtà tramite pensieri, abbiamo un altro strumento fondamentale: la Consapevolezza.
Essa permette di vedere la malattia non come separazione, ma segnale di un insieme di comportamenti, scelte, dieta, esercizi fisici, pensieri e relazioni con il mondo fisico e con chi lo abita che ha dato come risultante tale stato.
Intervenendo sui vari aspetti dell'Insieme, è più semplice intraprendere la via della Guarigione.
Dal 5 aprile all'8 settembre 2013 il Museo del Novecento di Milano ospiterà Andy Warhol's Stardust, una mostra precedentemente allestita nella Dulwich Picture Gallery di Londra, che offrirà al pubblico un'esposizione di stampe relative ai più celebri nuclei e soggetti dell'artista Pop statunitense, risalenti al periodo compreso tra gli anni 60 e 80 del secolo scorso.
Dalle celebri lattine di zuppa Campell's a Flowers, il percorso si concentra sulla produzione seriale realizzata alla mitica Factory e si propone come un'occasione preziosa per riscoprire le tappe salienti della creazione di Warhol lungo tutto il secondo dopoguerra.
La polvere di stelle evocata dal titolo non si riferisce unicamente alla polvere di diamante utilizzata in molte stampe, ma è la capacità di Warhol di creare icone scintillanti e immortali.
Da Muhammad Alì, a Marilyn Monroe, alle copertine di “Interview”, «i suoi ritratti non sono documenti del presente quanto icone in attesa di futuro», come ha scritto David Bourdon nel 1975.
I volti e i nomi che Warhol rappresenta, esposti in mostra, non appartengono solo a persone: nel ventaglio dei suoi soggetti compaiono anche personaggi mitici - Myths -, eroi dei fumetti e dei cartoni animati per i quali la tecnica, il formato, il taglio dell’immagine e la tavolozza sono i medesimi utilizzati per le persone reali.
Il metodo è lo stesso: una visione orizzontale che non percepisce differenze di trattamento: l’approccio di Warhol uniforma e ridistribuisce i pesi, perché fermarsi alla superficie rende tutti sufficientemente attraenti e, soprattutto, importanti allo stesso modo.
Info su costi e orari:
Lunedì: dalle 14.30 alle 19.30
Da martedì a domenica: dalle 9.30 alle 19.30
Giovedì e sabato: fino alle 22.30
Ingresso: 5 Euro
Andy Warhol's Stardust
Museo del Novecento
Piazza del Duomo, Milano
Metti un dipendente scontento e vessato dal cliente cattivo e arrogante, una bella ragazza bionda e intraprendente, un anziano texano che ha combattuto la Seconda Guerra Mondiale e un meraviglioso dipinto di Monet (rigorosamente falso), aggiungi il genio e il talento dei fratelli Coen ed ecco confezionata la spy comedy più inconcludente e divertente della stagione cinematografica.
La pellicola in questione è naturalmente il remake del film del 1966, con i due attori più famosi e amati dell'epoca, Michael Caine e Shirley MacLaine, così bravi da rendere Gambit un vero successo cinematografico. E infatti, la storia e la sceneggiatura del film sono diventate così famose a Hollywood da scoraggiare qualsiasi altro regista o sceneggiatore a ogni forma di emulazione o di remake per molti e molti anni. Si racconta, anche, che la maggior parte dei produttori americani si fosse sempre rifiutata dal prendere in considerazione ogni altra versione aggiornata e corretta del film del 1966. Fino a che il produttore Mike Lobell non incontra i fratelli Coen. Joel ed Ethan avevano sparso la voce a Hollywood e negli ambienti che contano di aver il grande desiderio di riscrivere la sceneggiatura di alcuni tra i più film famosi degli anni '50 e '60, o almeno di volerci provare. Lobell innamorato della storia di Gambit, che aveva visto in anteprima nel 1966, e dopo che aveva ricevuto da tanti sceneggiatori il rifiuto a un remake del film, va dai fratelli Coen e gli porta la storia originale. I due ci riflettono un po' e poi decidono di mettersi al lavoro pensando a una totale riscrittura della storia, spostando la location originale da Londra agli Stati Uniti e provando a dare agli spettatori del 2013 una pellicola bella come la prima versione del film ma con il tratto originale e dissacrante che distingue tutti i lavori dei Coen. Pur essendo considerati dei talentuosi e magnifici sceneggiatori, Joel ed Ethan hanno serie difficoltà a riscrivere un film come Gambit e il loro lavoro si protrae più del necessario. La storia è di quelle difficili e quasi mai ripetibili. Alla fine, però, ci riescono e Gambit nella versione del nuovo millennio è pronto per essere girato e interpretato.
Si scelgono gli attori protagonisti: Colin Firth e Cameron Diaz. I due dicono di volerci pensare.
Alla fine accettano e dichiarano di essersi divertiti molto. Gambit è un film ben scritto e sul set si respira ottimismo e buonumore. Come volevasi prevedere, però, al botteghino dei paesi anglosassoni la pellicola viene snobbata e la critica è spietata. Tutti a dire che non si può fare il remake di un successo consolidato. Troppi i paragoni con la storia originale e con Michael Caine e Shirley MacLaine, ovviamente a vantaggio di questi. Può darsi.
Il mio consiglio però rimane quello di andare a vedere il Gambit dei fratelli Coen, prima di tutto perché è una commedia divertente, perché Cameron Diaz e Colin Firth sono a loro modo bravissimi e infine perché al cinema ci si va per amore e per distrazione e non per fare sempre paragoni da critico blasonato.
Ultima considerazione: siamo nel 2013, in quanti hanno visto o conoscono il film del 1966?
Lasciamo allora ai nuovi spettatori la possibilità di farsi una idea propria.
L’arte è figlia del tempo in cui vive. L’arte respira i cambiamenti e le evoluzioni sociali.
Ne è un esempio la Pop Art, corrente artistica nata, cresciuta e sviluppata negli anni Sessanta.
Sono anni questi in cui il senso estetico si trasforma: la moda, i colori, l’arredo e l’arte cambiano il loro aspetto.
Complici il crescente aumento del benessere sociale e il boom economico, si fa spazio l’entusiasmo rivolto allo sviluppo e al progresso che da troppo tempo si erano persi.
Gli artisti, dunque, sentono il bisogno di rendere evidente quanto stava accadendo: le merci, i beni di consumo, i prodotti industriali - che solo due decenni prima erano quasi completamente inaccessibili a causa dei conflitti mondiali - ora diventano elementi della quotidianità, fruibili e acquistabili dai più.
E sono proprio i prodotti del consumismo, le immagini della comunicazione massmediale e le nuove tecniche artistiche, a diventare i protagonisti all’interno delle opere della Pop Art e a venire celebrati, quasi esaltati.
Gli artisti sembrano voler calcare la mano sulla leggerezza, sulla semplicità e sull’immediatezza dell’immagine: è giunto il momento “dell’avere”, per “l’essere” ci sarebbe stato tempo in seguito.
Arte Pop: arte popolare, del popolo, della massa; un’arte che vede tra il suo schieramento di artisti uno dei massimi celebratori del benessere americano: Tom Wesselmann, colui che più di ogni altro cattura l’istantaneità delle immagini pubblicitarie per farle diventare la sua peculiarità artistica.
I contenuti “bassi” dei cartelloni, che reclamizzano beni di consumo, vengono ora elevati e immessi nel linguaggio dell’arte.
Nato nel 1931 a Cincinnati, in Ohio, Wesselmann fin da ragazzo inizia a disegnare cartoni.
La passione per l’arte lo porta ad iscriversi all’Accademia, anche se in precedenza aveva già conseguito la laurea in psicologia. In seguito decide di trasferirsi a New York per diplomarsi in disegno alla Cooper Union.
Questa città, dagli anni Sessanta fino alla sua morte (avvenuta nel 2004), vede sbocciare e decollare la sua carriera, e dalla Grande Mela, poi, la sua espressione artistica riuscì a contagiare e raggiungere tutto il mondo.
Risulta pertanto evidente la connessine tra arte ed espressione massmediale: il linguaggio accattivante, che imparò a sfruttare in giovane età, non venne mai abbandonato.
Allontanando da sé tutto ciò che poteva essere astrazione, l’artista americano realizza le sue opere figurative attraverso collage, assemblaggi e unendo materiali di diversa tipologia. I colori, inoltre, sono sempre forti, accesi e saturi, come quelli delle pubblicità patinate.
Nessun messaggio critico all’interno dei suoi lavori, solo una chiara celebrazione dell’America, del benessere dilagante e delle icone contemporanee.
Wesselmann è ricordato soprattutto per alcune opere che riproducono nudi stilizzati di donne, come, per esempio, la serie intitolata Great American Nude (nome ripreso anche nel titolo della sua prima mostra realizzata a New York nel 1961).
Il più delle volte queste figure appaiono in interni ricreati attraverso collage che rappresentano abitazioni americane degli anni ’60 dove, tra televisioni accese, oggetti pescati dal design e imitazioni di merci acquistabili al supermercato, compare la sagoma di una donna nuda, in posizioni provocanti, nonostante la sua evidente semplificazione anatomica.
Se guardate con attenzione, tali opere però rivelano dettagli che ci permettono di fare un accostamento che potrebbe apparire azzardato: le campiture di colore stese in modo piatto e bidimensionale, i colori accesi e innaturali, portano alla mente i quadri di Henri Matisse, artista francese, massimo esponente della corrente Fauve dei primi anni del 1900.
L’accostamento diventa maggiormente chiaro se si fa un confronto tra l’opera Great Nude # 29 e il quadro di Matisse Nudo Rosa (1935). Nonostante il linguaggio espressivo dell’americano si sia sviluppato in modo originale e del tutto personale, appare evidente il richiamo al fauvista francese, reso ancora più palese dalla citazione del “quadro nel quadro”.
Riferimenti, più o meno espliciti, a grandi artisti sono numerosi e frequenti all’interno delle opere del’americano: Mondrian, Modigliani e Leonardo da Vinci sono solo alcuni degli autori di quei dipinti che compaiono riprodotti nei suoi quadri-assemblaggi. Molto spesso, inoltre, i nomi di importanti pittori vengono celebrati anche nei titoli delle opere stesse.
Se si guarda però ai suoi quadri degli anni ’50 - ancora non circoscrivibili all’interno della corrente Pop del decennio successivo - risulta evidente che è di certo Matisse l’artista che in misura maggiore viene ricercato e studiato.
Rimasto sempre fedele al suo inconfondibile stile espressivo, nel corso degli anni però medita ad alcune varianti di temi a lui cari; realizza, per esempio, la serie Still life. Sono queste rappresentazioni di nature morte giocate, ancora una volta, sulla creazione di campiture piatte e giustapposizioni di colore, celebrando sempre e comunque oggetti comuni, frivoli: rossetti, trucchi femminili, mani che reggono sigarette accese, piedi di donne con unghie smaltate di rosso.
Leggerezza è la parola d’ordine che continua a riecheggiare nei lavori di Wesselmann.
Seguono poi gli Smokers, quadri in cui gigantesche labbra femminili, rosse e sensuali, reggono sigarette fumanti.
E negli anni a seguire, continuano le riproduzioni di donne, in pose vezzose e provocanti, di molto simili e quelle degli anni Sessanta, ma che con il tempo hanno ceduto al fascino di una maggiore astrazione e smaterializzazione.
E’certo: Tom Wesselman, celebratore dell’America del consumo, rimase sempre riconoscibile e coerente alla sua arte.
Le immagini, vivaci ed immediate, colpiscono per la facile fruibilità: sono accattivanti, captano l’attenzione di chi le osserva e attraverso loro sarà possibile far rivivere per sempre il sapore di quei favolosi anni ’60.
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