Intervista a Diletta Fosso, seconda classificata a NY canta, il Festival della Musica Italiana di New York
Seconda classificata a NYcanta, il Festival della musica Italiana di New York, appena conclusosi all’Oceana Theater di Brooklyn, Diletta Fosso è stata raggiunta, durante il soggiorno newyorkese, dalla notizia del riconoscimento della menzione, istituita quest'anno, “Testo Young” (eccellenza giovane autore) al Premio Lunezia 2025.
Nerospinto ha incontrato la giovane cantautrice e violoncellista, che combina in modo inedito impostazione classica e pop d'autore.
Diletta, la tua musica oscilla tra spensieratezza e profondità. In "Oltre il rumore", in particolare, affronti il tema della guerra. Come stai vivendo l'attuale periodo storico?
A volte mi sento sopraffatta. Vedere certe immagini, sentire certe storie è molto pesante. A maggior ragione sento che la musica possa e debba essere un megafono. "Oltre il rumore" è nata da una foto che mi ha straziata: una bambina vestita di stracci in zona di guerra, con lo sguardo perso nel vuoto. Questo periodo ci insegna che non possiamo più fare finta di niente; che a stare zitti si fa solo il gioco dei prepotenti; che dobbiamo affiancare i più deboli per dare una voce a chi non ce l'ha.
Cos'è per te la libertà, celebrata nel brano "Il vento sale"?
La libertà per me è quel momento in cui salti su un treno senza sapere dove vai. È vivere ogni giorno con curiosità. Nel brano parlo di quella sensazione di leggerezza che provi quando sei con gli amici e tutto sembra possibile. La libertà è poter essere se stessi senza maschere, è cantare a squarciagola anche se stoni.
Qual è la strada per conciliare, in maniera credibile, formazione classica e pop d'autore?
Domanda difficile! La classica mi ha insegnato tecnica e disciplina, il pop mi ha dato le ali. La strada secondo me è cercare di non tradire, nello spirito, nessuno dei due mondi. Quando suono il violoncello nelle mie canzoni, sento che è parte di me.
Con il racconto "Il Condominio" sei stata tra i finalisti pubblicati al Concorso Letterario "Caratteri di Penna 2024". Quali sono i tuoi riferimenti letterari?
Adoro la poesia di Alda Merini per la sua capacità di trasformare il dolore in bellezza, ma anche i giovani come Rupi Kaur che parlano direttamente al cuore. Mi piacciono gli scrittori che non hanno paura di mostrare le fragilità, tipo Elena Ferrante o Sally Rooney. Amo anche la fantascienza e i mondi distopici perché ci mettono in guardia. E poi c'è Calvino, che mi ha iniziato alla bellezza delle città invisibili.
Libro sul comodino?
In questo momento ho "Milk and Honey" di Rupi Kaur, mi dà una forza insperata. E poi c'è sempre qualche raccolta di poesie che ogni tanto compra mio papà. Ho anche il libro di Armonia di Walter Piston, per tenere allenata la mente!
Invitata - il 4 ottobre 2024 in Sala Consiliare del Comune di Pavia - per la rassegna dedicata alle donne pavesi, hai parlato anche di femminismo. Cosa pensi, in particolare, del gender gap nel settore musicale?
È assurdo che nel 2025 dobbiamo ancora lottare per il gender gap. Vedo tante ragazze talentuosissime che vengono giudicate prima per come appaiono e poi per la loro musica. Nel settore musicale il servilismo del corpo la fa ancora da padrone: la donna si deve mettere in mostra per le sue forme prima che per il suo cervello. Non bisogna accettare.
Il riconoscimento di cui vai maggiormente orgogliosa?
Il primo posto al Concorso Nazionale per la Canzone d'Autore Emergente "Città di Quiliano". E poi quando ricevo messaggi di ragazzi e ragazze che mi dicono che le mie canzoni li hanno aiutati. Una volta una ragazza mi ha scritto che "Nuvole" l'ha fatta sentire meno sola. Ecco, quello per me vale più di qualsiasi premio!
Nel 2018 il chirurgo estetico Tijion Esho ha coniato il termine Snapchat dysmorphia, per indicare il disturbo da dismorfismo corporeo associato alla pervasività del fotoritocco social, che ingenera aspettative irrealistiche; un tema che hai trattato nel tuo ultimo singolo Belli/e…
È spaventoso come i filtri stiano distorcendo la percezione di noi stessi. Con "Belli/e" vorrei dire basta, la bellezza è un'altra. Vedo amiche che si sentono brutte perché non assomigliano ai loro selfie con il filtro. È una follia! Dobbiamo smetterla di inseguire una perfezione che non esiste.
"Gli anglicismi sempre più spesso diventano "prestiti sterminatori" che fanno regredire le nostre parole e viene da chiedersi per quanto tempo potremo continuare a dire parrucchiere invece di hair stylist o trucco invece di makeup senza che suonino come un linguaggio da "vecchie signore cotonate". (Antonio Zoppetti, Treccani)
Quali sono, a tuo avviso, le possibili soluzioni allo tsunami di anglicismi, da te denunciato in
Belli/e?
Zoppetti ha ragione! Usiamo l'inglese per sembrare fighi ma perdiamo la ricchezza della nostra lingua. In "Belli/e" ho voluto giocare sulla provocazione contrapponendo l'inglese dei social con l'italiano della quotidianità. Non sono contro l'inglese, che è la mia lingua preferita, ma quando diciamo "management" (tra l'altro sbagliando l'accento fonico) invece di "gestione" solo per essere trendy... well, è un po' ridicolo!

Le soluzioni sono queste: prima di tutto non vergognarsi dell'italiano... le nostre parole sono bellissime, poetiche e musicali; poi dovremmo insegnare ai bambini ad amare la propria lingua attraverso la lettura. E noi giovani artisti abbiamo la responsabilità di usare l'italiano in modo creativo.
Come riesci a fronteggiare le "ombre" dei social, che impieghi in funzione del tuo percorso artistico?
A volte leggo commenti che mi buttano giù. La mia strategia è di ricordarmi sempre perché faccio musica: non per i like, ma per comunicare emozioni. Uso i social come un diario aperto e, quando è troppo, stacco. Vado a suonare il violoncello in camera mia o leggo un bel libro.
C'è un artista con il quale sogni di collaborare?
Mille! Ma se devo scegliere... Elisa! Lei è la dimostrazione che puoi essere profonda e popolare, impegnata e leggera. E poi c'è Olivia Rodrigo, che ha dato voce alla mia generazione. Ma mi piacerebbe anche collaborare con artisti emergenti come me, quelli che hanno voglia di cambiare il mondo una canzone alla volta. Insieme siamo più forti!
