Intervista a Marcello Balestra, storico collaboratore di Dalla- Il suo spettacolo "Lucio c'è" torna al Teatro Bello il prossimo 3 marzo
Nerospinto ha incontrato Marcello Balestra (Cesena, 1966), storico collaboratore di Lucio Dalla,
creative manager, consulente, talent scout ed ex direttore artistico di Warner Music Italia.
Dopo vari sold-out nelle piazze e in diversi teatri italiani e prima di approdare all’Ariston di
Sanremo, il suo spettacolo “Lucio c’è”, ritorna a grande richiesta a Milano, al Teatro Bello, il 3 marzo
2024, dove avvenne il suo debutto milanese nell’ottobre 2022.
Marcello Balestra firma la regia artistica e narrativa di un viaggio suggestivo nella vita e nel
canzoniere del grande cantautore bolognese; retroscena creativi e aneddoti di vita vissuta per un
concerto-racconto che ha la valenza di una testimonianza inedita e di un tributo al lascito umano e
artistico di Dalla.
Caruso, L’anno che verrà, 4/3/43, Futura, Come è profondo il mare, Anna e Marco, Balla balla
ballerino, Attenti al lupo, Canzone, Se io fossi un angelo, Cara, Disperato erotico stomp, La sera
dei miracoli, L’ultima luna, Tu non mi basti mai, Nuvolari, Piazza Grande, Stella di mare, Henna, Le
rondini, Cosa sarà, Quale allegria, Ayrton: sono solo alcune delle canzoni che verranno eseguite
dal vivo, intervallate da racconti originali di Balestra, da un ensemble prestigioso e filologicamente
rispettoso delle trame testuali e sonore dell’affresco dalliano.

Sul palco con Marcello Balestra (ideatore dello spettacolo e voce narrante) Tonino Scala
(voce e piano), Paolo Lucchese (chitarra), Vanni Patriarca (basso), Tommy Bradascio
(batteria), Gianluca Malavoglia (chitarra e voce).
Nel 1980 ha conosciuto Lucio Dalla, che impressione conserva del vostro primo incontro?
Il nostro primo incontro mi ha lasciato questa impressione: ho visto e percepito una persona
carismatica ma “normale”, aperta, curiosa e che non esibiva un atteggiamento “da artista” che se
la tirava.
Oltre a Lucio Dalla quali artisti, passati per la storica Fonoprint di Bologna, ha avuto modo
di vedere all’opera in quel periodo?
In Fonoprint in quel periodo c’erano gli Stadio, c’era Ron, Luca Carboni, poi in seguito Vasco,
Morandi e tanti altri.
Si può dire che lei sia cresciuto professionalmente al fianco di Lucio Dalla… dal 1983 inizia
a collaborare alla produzione editoriale dell’artista, diventando nel 1989 responsabile
editoriale e legale dell’etichetta Pressing Line e Assist Edizioni Musicali Spa e
accompagnando diverse produzioni discografiche tra Dalla, Bersani e Morandi.
Dal 1986 al 1989 è stato inoltre Road manager per la Smemo Music, per gli Artisti
dell'agenzia, fino al tour mondiale di Dalla-Morandi…vuole raccontarci qualche aneddoto di
quegli anni?
Lavorare con Lucio è iniziato come un gioco, dal quale ho appreso un mestiere. Ho iniziato in
tournée e poi nelle sue attività discografiche ed editoriali.
Ci sono veramente decine di aneddoti che riguardano la dimensione di confidenzialità che si era
instaurata con Lucio, Morandi e con tutti gli altri artisti che ho seguito grazie a Lucio.
Lucio per primo era una persona semplice. La scrittura di diverse canzoni di quel periodo mi ha
visto presente, a partire da “Caruso”, “Vita”, “Chicco e Spillo” eccetera eccetera. Cito un aneddoto
su tutti, Lucio chiese anche a me se poteva cantare una canzone come “Caruso”.
Dal 2001 al 2014 è stato in Warner Music Italia alla Direzione Artistica della CGD e dal 2004
alla Direzione Artistica Warner Music Italia, con milioni di album e singoli venduti…quali
sono le doti indispensabili per svolgere con successo il suo mestiere?
Il mio percorso in Warner Music Italia è stato sicuramente di grande fortuna e anche di successo per
gli artisti, che avevano delle caratteristiche ben precise e delle canzoni molto forti.
Il successo dipende semplicemente dall’ascolto, dal mettersi serenamente e senza alcuna aspettativa
a totale disposizione di qualcosa di sorprendente ma anche di molto popolare, perché diversamente
si rischia di fare gli “esperti” e di lavorare soltanto per nicchie di mercato a volte imprendibili.
“La discografia che ho vissuto, major o indipendente di qualità, quella della ricerca, della
produzione, dell’investimento e del sostegno di progetti artistici, non esiste più da qualche
anno” ha dichiarato in una intervista. In cosa si è trasformata, attualmente, la discografia?
La discografia di oggi, anziché mettersi nei panni del pescatore, è diventata semplicemente un
porto di mare, dove approdano navi già cariche di pubblico, così come gli artisti che in termini
analitici, rispondono a caratteristiche di target di mercato che fanno comodo alla casa discografica
di turno. La discografia, dunque, non fa altro che dipendere da ciò che accade indipendentemente
dal proprio lavoro, che però, allo stesso tempo, continua a svolgersi insieme agli editori nella
ricerca di canzoni che possono comunque essere funzionali agli artisti che abbiano dati analitici di
successo e di potenziale valore economico. Sostanzialmente la casa discografica oggi investe in
promozione su artisti già di successo.
Da addetto ai lavori, quale ritiene che sia attualmente in Italia lo stato di salute della
canzone d’autore? Condivide l’opinione di Carmen Consoli, secondo la quale “la canzone
d’autore sta sanando delle ferite, va lasciata guarire da sola.”?
Lo stato della canzone d’autore in Italia, a mio parere, è quello di qualcosa che vorrebbe
provare ad essere particolare, ma che non riesce più ad uscire dal grande dubbio se ci
sarà più qualcuno disposto ad ascoltare qualcosa di nuovo, di poetico o qualitativo, visto
che la musica poco dopo la sua pubblicazione è oramai percepita come un sottofondo.
D’altra parte di musica d’autore italiana ce n’è stata talmente tanta che può bastare quella
per riempire il gap mancante.
Il sottofondo, se non fa emergere il significato testuale di una canzone attuale o comunque
la qualità artistica e musicale espressa, rischia di costringere la canzone d’autore a
mescolarsi esteticamente con quella molto più commerciale. Sicuramente anche la
grandissima Carmen, con la quale concordo, si può riferire alla musica già esistente ma
non di recente pubblicazione.
Il suo più grande successo professionale?
In termini di successo professionale occasionale devo citare la doppia vittoria sia nei giovani che
nei big, a Sanremo del 2009, con Arisa e Marco Carta. Però credo che si possa trovare una giusta
risposta a questa domanda nella serie di episodi di successo sia a Sanremo che sul mercato.
Il “passo falso” che non rifarebbe?
I passi falsi servono per poi fare quelli veri, però non farò più sconti a chi non abbia veramente qualcosa da
dire, anche per gioco si intende, ma per comunicare qualcosa di credibile.
Nel 2020 c’è stata la prima teatrale nazionale dello spettacolo "Lucio c’è”, replicato in
questi anni con grande successo di pubblico. Com’è stata la gestazione di questo
spettacolo e qual è, a suo avviso, la sua forza?
“Lucio c’è” è nato per un gioco di dialoghi, di racconti ad una platea occasionale. Poi tutto è diventato molto
chiaro e definito, grazie al pubblico che ha subito dichiarato di sentirsi a casa. La sua forza è proprio questa,
far sentire l’ascoltatore a casa di Lucio. Forse la vera casa di Lucio era proprio una dimensione condivisa, perché Lucio stesso non ho mai amato le case…Lucio amava le persone e in questo caso parlare di lui
significa parlare del suo “essere casa” per tutti.
I testi e le testimonianze raccolte nello spettacolo faranno parte anche dell’omonimo libro.
Quando è prevista l’uscita?
Il libro è una estensione di ciò che ho vissuto dal 1980 al presente; perché Lucio è comunque per
me molto presente. È in uscita in questa primavera. Si spera!
Quello al Teatro Bello è un ritorno. La sua piccola, particolare dimensione funge da
amplificatore naturale del coinvolgimento emotivo?
Tornare al Teatro Bello significa tornare in famiglia, in una dimensione eccezionale, sia per ciò che può dare
uno spazio così intrigante, sia per l’emotività che in quel teatro aumenta naturalmente.
