Intervista al duo Palazzo Rosa- "Tanto vale" può essere l'inizio di una rivalsa col destino
Il 28 marzo è uscito l’album di esordio del duo Palazzo Rosa, Tanto Vale (La Stanza Nascosta Records), disponibile in formato cd in tutti i migliori negozi di dischi.
Sulle piattaforme digitali il progetto è stato pubblicato in due parti distinte.
“ A farci muovere nella direzione della pubblicazione digitale in due diverse parti- racconta il duo Palazzo Rosa- è stata la natura stessa delle canzoni: le prime cinque si riferiscono a un immaginario swing; i protagonisti di questi brani ciondolano, vacillano, swingano appunto.
Gli altri cinque invece emergono dalle cantine, si agitano fra le tubature, le loro storie pretendevano un suono più ruvido.
Ecco il motivo di questa somministrazione controllata dei brani: tenere distinte, fino all’incontro nella versione “fisica”, le due anime del Palazzo Rosa.”
La prima parte di “Tanto vale” annovera cinque “bozzetti” sospesi tra neorealismo e ricamo surreale: dal fumoso rock-blues di “Città vuota” alle reminiscenze luttazziane e al citazionismo vintage di “Va tutto bene (Sono un cantante jazz)”, passando per il dadaismo à la Cochi e Renato di “Domicilio coatto domenicale”, con il fraseggio violinistico di Peppino Anfossi che collega idealmente Sassari e Buenos Aires, fino ai blue devils senili di “Androblues” e alla caputiana “Lungomare”; abstract concettuale, con qualche concessione all’elettronica, di un lavoro improntato alla tenace filosofia del “tanto vale”.
La seconda parte di “Tanto vale” si apre, tra echi battistiani e progressive-rock, con “Madame Latrouche”- personificazione e immaginifica trasposizione in un francese maccheronico del più prosaico e dialettale truscia- che potremmo tradurre, con Leo Ferré, in Signora Miseria. Si prosegue con il rock blues di “Voltaren”, con le chitarre à la Ghigo Renzulli, passando per “L’uomo senza spessore”- una sorta di manifesto esistenziale dell’inconsistenza- e per il punk-rock con inserti di synth di “Vedo Vado”, fino a “La diva del Continental Bar”, brano figlio del cantautorato colto di Dalla e De Gregori.
Il duo Palazzo Rosa si muove con passo istrionico in un universo claustrofobico e lisergico, tra canzone e pièce teatrale, caratterista implacabile- ma mai giudicante- di un campionario umano tragicomico.
Realtà e paradosso si compenetrano in una narrazione stroboscopica, dove trovano cittadinanza esistenze traballanti, nello stesso tempo minime e iperboliche.
Nerospinto ha incontrato Luca Dore ( voce e chitarra) e Alessandro Budroni (voce, pianoforte, armoniche, chitarra) per una chiacchierata sul loro irresistibile, tardivo e “salvifico” esordio.

“Il loro progetto musicale cerca di sposare la Linea rosa del cantautorato” si legge nella nota stampa…
Il colore rosa ha conosciuto un ruolo significativo nella letteratura e nell'arte, facendosi portatore di significati diversi in relazione al contesto storico e culturale. Cosa rappresenta per i Palazzo Rosa?
Allora, ci diverte dire una cosa: negli anni ‘70 esisteva la Linea Rossa del cantautorato, quella che affrontava temi civili e scottanti, e non solo canzoni “ecologiche” come faceva la Linea Verde, o canzoni d’amore melodiche come i fautori della Linea bianca.
Ecco, noi amiamo i cantautori della Linea Rossa, ma siamo più sbiaditi, affrontiamo il sociale e la vita di tutti i giorni da un punto di vista meno impegnato, ma più intimo, diciamo che il nostro approccio è un Rosa scarico.
Luca, lei è anche scrittore. Ci sono dei contatti tra gli abitanti del condominio in musica di “Tanto vale”, il vostro primo album, e i personaggi del suo romanzo “Bravo Charlie”, (Maxottantotto, 2021)?
Se volessimo trovare un punto di contatto sarebbe proprio nell’origine sociale dei personaggi; quelli che popolano Bravo Charlie appartengono a una borgata di periferia e non sfigurerebbero tra i condòmini di Tanto vale.
Si tratta in entrambi i casi di storie che arrivano dal popolo.
Cosa significa per voi essere un duo?
Non abbiamo deciso di essere un duo. Lo siamo sempre stati.
Cerchiamo in ogni occasione di dare noi significato all’essere un duo.
Questo non significa che non ci faccia piacere essere circondati da altri musicisti, anzi!
Ma le canzoni nascono tutte dalla somma di sensazioni delle nostre voci, da quel poco che si può fare con chitarra e pianoforte.
E perché una canzone possa entrare nel “Palazzo Rosa” seguiamo da sempre una rigorosa e spietata selezione: deve semplicemente piacere a entrambi.
Ci spiegate la filosofia del “Tanto vale”? Al di là della rassegnazione c’è una spinta al cambiamento?
Di solito Tanto vale suona come un atto di rinuncia o, peggio, l’accettazione dell’ennesimo sopruso.
In realtà dire Tanto vale può essere l’inizio di una rivalsa col destino, la prima possibilità di uscire da una situazione intricata o da un presente stagnante.
Vuol dire anche lasciarsi alle spalle quello che nel passato ci ha bloccato.
Parliamo della vostra città, Sassari. E’ davvero una “città sbagliata”, come cantate in Città vuota?
Città sbagliata quanto smarrita. Dipende dal punto del tabellone in cui ti trovi.
Sassari è la scenografia ideale di Città vuota, anche dal video si capisce quanto la amiamo; ma l’abbiamo sfruttata per portare in scena lo stato d’animo del protagonista, che invece soffoca nel suo loop stagnante.
Per fortuna a un certo punto si può sempre ripartire dal Via!
Come mai il vostro esordio musicale è stato così tardivo?
Le nostre velleità giovanili sono state accantonate per dieci anni.
Ma non volevamo arrenderci a considerare il rimpianto come la nostra condizione normale.
E alla fine gli eventi ci hanno permesso di ribaltare la situazione. E l'epoca dei rimpianti è finita quando è uscito il disco.
Quindi esordio tardivo, sì, ma salvifico.
Possiamo sperare in un secondo album?
Aspettiamo fiduciosi il processo di invecchiamento.
Visto come sono andate le cose tutto è possibile. Diversi semi li abbiamo già piantati e attendiamo per capire se saranno scarti o canzoni.
La vostra musica in tre aggettivi?
Autodefinirsi è sempre difficile. Potremmo solo dire che la nostra musica è:
cucita a mano;
fusa in modo naturale;
appassionata
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