Chi vince non è mai simpatico-I "Pensieri Bianconeri" di Vincenzo Greco
In uscita oggi Pensieri Bianconeri. Juventus: Dna di una tifoseria (Ultra Edizioni, Collana Sport) di Vincenzo Greco, tra le altre cose opinionista fisso di Radio Bianconera. Il libro, con prefazioni di Luigi Schiffo e Franco Leonetti, vuole essere un viaggio appassionato e appassionante dentro la juventinità: J-DNA, analisi giuridiche e socio-psicologiche e una emozionante carrellata di ricordi personali e collettivi, alla scoperta di una squadra che è un unicum storico e sportivo.
Il linguaggio del calcio, a suo avviso, è semplice o complesso?
Il calcio, insieme alla corsa, è l’unico sport che si può giocare senza nulla. Persino senza palla, basta accartocciare dei fogli con dello scotch o usare una lattina. L’estrema popolarità di cui gode da quando è nato deriva proprio dalla sua semplicità.
Poi, c’è un linguaggio specialistico che fa un po’ sorridere con paroloni come verticalizzazione, ripartenze, calcio posizionale e relazionale ecc... Ma l’essenza del calcio rimane semplicissima.
Altra cosa è il gioco di alto livello, che comporta studi, tattiche, ricerca di novità per essere imprevedibili. E questo è un aspetto complesso quanto affascinante. Ma sempre alla semplicità si torna, perché alla fine l’essenza è sempre la stessa: devi segnare nella rete avversaria.
Il calcio è una lunga storia d’amore, parafrasando Gino Paoli?
Sì, e se andiamo avanti nel testo leggiamo pure “ora è già tardi ma è presto se tu te ne vai”. E noi tifosi conosciamo bene questa sensazione di dispiacere quando finisce una partita, soprattutto se si perde, o un campionato. Le domeniche immediatamente successive alla fine del campionato sono malinconiche, c’è un senso di vuoto. Proprio perché quella tra il tifoso e la sua squadra è, a suo modo, una lunga storia d’amore. A pensarci bene è la storia più lunga che viviamo, perché nessun rapporto può durare a lungo quanto una storia che inizia verso i 4-5 anni, l’età in cui si comincia a tifare. E poi, è sempre verso la stessa squadra, mentre nella vita ci capita più o meno spesso di cambiare partner. Chi cambia squadra, infatti, va visto con sospetto: tutto si può cambiare tranne che la propria squadra. Non scherziamo: bisogna amarla quando vince e quando perde. Quei pochissimi che cambiano squadra a mio parere vanno visti con sospetto perché non sanno amare.
Si dice che il calcio unisca e sublimi la violenza…è vero anche il contrario, che il calcio divide e in un certo senso istiga alla violenza, è cioè una replica della guerra?
Io nel mio libro ho scritto molto sullo sport, e il calcio in particolare, come sublimazione della guerra. Il tifo calcistico vive persino di un linguaggio simile a quello guerresco. Ma tutto dovrebbe finire lì, nelle parole, negli stendardi, negli striscioni, nei cori.
Quando il calcio diventa invece occasione di violenza si crea un vero e proprio tradimento del suo spirito. E questa è una cosa molto triste perché se neppure il calcio, che è un gioco, riesce ad arginare la violenza ma addirittura la alimenta allora vuol dire che qualcosa non va nella società.
Fede calcistica e ricerca di identità sono al centro di una sua interessante riflessione nel libro…
Si, io assimilo il calcio persino alla religione. Non sono più molti i luoghi in cui costruire ed esprimere una propria identità. La politica ha smesso di essere un territorio di confronto e crescita, la religione - mi riferisco a quella istituzionalizzata - non ne parliamo proprio. Il calcio invece ha questa magia, proprio perché non richiede requisiti: non bisogna avere titoli di studio, non bisogna leggere testi particolari, non bisogna credere in una divinità. Bisogna solo avere una passione che permetta di esercitare un transfert tra singola persona e colori della propria squadra.
Questa dinamica ha qualcosa di misterioso. Perché tutti siamo consapevoli di quanto i calciatori di livello guadagnino troppo, di come il mondo del calcio sia oscuro e spesso sporco, degli interessi non sempre trasparenti che quel mondo contiene. Eppure tifiamo lo stesso, e se la nostra squadra perde stiamo male, a volte per giorni. Non stiamo male per i giocatori, stiamo male per noi stessi, proprio perché quei colori siamo noi.
J-DNA: mito o realtà?
Realtà. La Juventus è una società unica nel mondo, ed esprime la sua unicità a partire dal nome, dalla sua storia, dal fatto di essere la società gestita dalla stessa famiglia da decenni, mentre tutto intorno cambiava e tuttora cambia.
Io nel libro ho individuato la stringa del J-DNA (questa stessa formula è una mia creazione linguistica) e l’ho analizzata in tutte le sue componenti. E non è che me le sia inventate dal nulla ma le ho derivate tutte dalla storia di questa squadra.
Come è nata la pagina facebook Pensieri Bianconeri?
Come tutte le cose che mi riescono meglio, per gioco.
Avevo da poco finito la mia esperienza di responsabile della comunicazione ed eventi alla Vibonese, la squadra della mia città di nascita, che allora militava in serie C, e dalla quale me ne andai perché avevo capito che in quella società, a dispetto delle dichiarazioni, non c’era alcuna voglia di crescere e di essere competitivi (e purtroppo i fatti successivi - ora la Vibonese è ai limiti del tracollo - mi hanno dato ragione).
E allora mi sono inventato questa pagina per continuare a raccontare il calcio e tutto quello che c’è intorno. Mi sono accorto di una mancanza nei social, ma anche nella stampa sportiva, ormai purtroppo troppo prostituita agli interessi dell’editore o di questo o quel gruppo di potere: mancava cioè una pagina che potesse unire più competenze e che non solo parlasse di calcio ma lo facesse in modo emozionale, narrativamente stimolante, e aggiungesse pure altre considerazioni come quelle giuridiche, sociologiche, persino filosofiche.
La mia infinita curiosità mi ha portato a frequentare molte discipline di studio e quindi ho cercato di unirle stando sempre attento a mantenere il linguaggio in modo che non fosse troppo aulico o cattedratico. Il calcio, ricordo, deve essere per tutti.
Pensieri bianconeri ha i ritmi di una vera e propria testata, con rubriche fisse, condotta con criteri professionali (in gioventù ho frequentato il mondo del giornalismo distaccandomene per la sua eccessiva vicinanza ai partiti politici, settore che disprezzo molto). Ed è stato un miracolo in quanto non ha avuto alcuna sponsorizzazione importante né pubblicità: è cresciuta con il passaparola, ed ora c’è un nutrito gruppo di followers che aspettano i miei post con ansia, qualcuno addirittura mi scrive se non li pubblico per tempo. Mai lo avrei pensato. A queste persone devo una delle mie più grandi soddisfazioni. Questo libro è soprattutto per loro.
Chi sono i “professionisti dell’anti-Juve”?
Tutti quei giornalisti, ma anche qualche allenatore e presidente, che alimentano l’odio verso la Juventus in quanto a loro porta popolarità ed ascolti. E’ impressionante come ad ogni occasione escano fuori sempre i soliti a suscitare odio inventando di tutto sulla Juve, distorcendo i fatti pur di dare della Juve la solita immagine della società ladrona e potente.
Mentre ad altri, nel mondo del calcio, è stato concesso di tutto, dall’avere debiti per quasi un miliardo di euro all’avere infiltrazioni mafiose nella tifoseria organizzata e sospette infiltrazioni anche nella società.
Quello che la giustizia (si fa per dire...) sportiva ha fatto alla Juve è stato un horror giuridico tanto più grave se si pensa che, per comportamenti molto più gravi, altre società non sono state toccate minimamente. La disparità di trattamento è la cosa più odiosa che possa accadere, la morte del diritto.
Tutto quello è stato possibile anche grazie all’alimentarsi dei luoghi comuni sulla Juventus, denominata con grassa volgarità Rubentus. Qualcosa che ricorda addirittura l’odio razziale, per come è scientificamente ricorrente.
A chi le piacerebbe che il suo libro “arrivasse”?
Innanzitutto, ad Andrea Agnelli che sono sicuro che trarrebbe soddisfazione a leggere le pagine del libro, essendo uno veramente innamorato della Juventus, un grande presidente che ha vinto 9 scudetti consecutivi e che ha tentato sul serio di vincere in Europa - cosa che ci manca con continuità per essere del tutto grandi - e che poi ha commesso qualche errore che però non scalfisce affatto la sua grandezza manageriale, la sua visione, la sua juventinità.
E poi agli attuali dirigenti della Juventus, proprietario compreso (John Elkann), perché possano capire quanto i tifosi in questi ultimi anni si siano sentiti soli.
Il nome Juventus è stato oggetto di tantissimi attacchi concentrici - provenienti dalla Figc, dalla giustizia sportiva, dalla politica, dalla stampa - e non è stato difeso adeguatamente. Anzi, non è stato proprio difeso. A volte è parso che alla attuale società non interessasse più di tanto tutelare il nome e l’onore mentre noi tifosi, sui social come nella vita reale, ci siamo sforzati di difendere la Juventus e i nostri colori, anche a costo di compromettere alcune amicizie (mai parlare di calcio con certe tifoserie, perchè persino i migliori scadono nel becero, quanto si tratta dell’odiata Juve).
Mi piacerebbe fare capire ad Elkann, che proprio ultimamente ha parlato di grande tradizione e di “grande famiglia bianconera”, quanto questa famiglia si sia sentita tradita e abbandonata. E di come lui, che molto probabilmente non aveva queste finalità, debba cambiare il corso degli eventi e l’impressione che purtroppo quasi tutti i tifosi hanno di lui come uno a cui della Juve importa poco o nulla.
Ci vorrebbe a mio parere un intervento basato su tre aspetti.
Uno esterno: qualche presa di posizione in più, qualche denuncia per diffamazione, qualche gesto che trasmetta a chi attacca la Juve che sta scherzando con il fuoco.
Uno interno: tessere una rete di rapporti per così dire politici - io di mio non li sopporto, ma nella gestione di una società ci vogliono anche quelli - che permettano alla Juve di non essere così bersagliata senza nulla ferire; bisogna tornare a contare nei luoghi dove si decidono le cose del calcio. E questo è stato uno degli errori commessi da Andrea Agnelli, che non sopportava certi suoi colleghi, i quali gliel’hanno fatta pagare. Io lo capisco umanamente, perché avere a che fare con i vari De Laurentiis deve essere molto pesante; però va fatto, altrimenti poi ti ritrovi da solo.
E poi c’è l’aspetto comunicativo: io da tempo suggerisco, sia sulla pagina che nei miei interventi settimanali su Radio Bianconera, una campagna di comunicazione ironica e autoironica che smonti i luoghi comuni, prendendo in giro chi non fa altro che attaccare la Juve e puntando sul suo aspetto ridicolo, che faccia capire la stoltezza di certe posizioni e la grandezza di una squadra, che alimenti intorno alla Juventus non odio e antipatia ma... non dico simpatia - perché chi vince non è mai simpatico - ma almeno ammirazione.
