Poesie di Carta: Grazia Di Michele omaggia la cantautrice sarda Marisa Sannia
Sbarca in Sardegna Poesie di Carta -la voce del vento e del mare, lo spettacolo- tributo di Grazia Di Michele alla sensibilità artistica di Marisa Sannia, la cantautrice sarda che, a partire dagli anni novanta, ha portato avanti con devozione un imponente (e purtroppo a lungo misconosciuto) lavoro di trasposizione in forma-canzone dei versi di alcuni poeti sardi (e non solo)
Grazia Di Michele mette in scena uno spettacolo di grande risonanza emozionale, accompagnata da un ensemble composito che vede, a fianco dei suoi fedelissimi collaboratori-il chitarrista Fabiano Lelli, il percussionista Bruno Piccinnu e il contrabbassista Ermanno Dodaro- anche quelli storici della Sannia; il Maestro Marco Piras, che ha curato anche gli arrangiamenti, e il violoncellista Fabrizio Fabiano.
Il vento, che si manifesta, parla e conforta è il trait d'union tra l’Andalusia di quel cante jondo, che nelle parole di Lorca, è profondo, veramente profondo, più di tutti i pozzi e tutti i mari che circondano il mondo, molto più profondo del cuore che lo crea e della voce che lo canta, perché quasi infinito- da una parte- e la Sardegna con sa oghe de su entu e de su mare del poeta sardo Antioco Casula- dall’altra.
Mi piace citare uno dei massimi scrittori contemporanei, Antonio Moresco:
Perché il canto sardo ci arriva da lontano attraverso il tempo e lo spazio, non si sa dove comincia e dove finisce, è sempre uguale e sempre diverso, è come il vento, non si chiude, è contrappuntistico, fugato, corale e aperto, ci dice che anche le nostre persone e le nostre voci sono come il vento, che le nostre vite sono come il vento, che la nostra specie è come il vento, e che è come il vento anche il nostro cammino sull’orizzonte curvo di questo pianeta sperduto tra miliardi di galassie.
Poesie di carta è il più recente dei folli voli di un’artista in perenne movimento creativo, un affondo fuori dal tempo e dallo spazio nell’intimità di un sentire universale.
Queste le prossime date sarde delle spettacolo, dopo il fortunato debutto romano al Teatro Golden:
30 gennaio (ore 21.00) a Macomer (Padiglione Tamuli, ex Caserme Mura), 31 gennaio (ore 21.00) al Teatro Garau di Oristano, primo febbraio (ore 21.00) al Teatro comunale di San Gavino Monreale.
Nel 2005 ha portato in scena uno spettacolo teatrale dedicato alla figura di Italo Calvino, riproponendo i quattro brani a firma Calvino-Liberovic, dal quale è stato tratto il cd eponimo Chiamalavita. Evadere dall’evasione sembra essere anche l’imperativo kantiano di gran parte della sua produzione, o sbaglio?
Non credo che l’arte possa definirsi prettamente kantiana perché tocca aree emozionali, non razionali. La mia è una produzione che si rinnova continuamente grazie agli stimoli e alle emozioni che mi portano a sperimentare sempre nuove strade nei progetti musicali, nella musicoterapia, nella scrittura di romanzi, racconti, articoli, nel teatro…quello spettacolo e il recupero dei brani dei Cantacronache è stato un tassello importante nella mia formazione artistica.
Bello evadere dalle evasioni, sembra il titolo di un brano firmato Battisti- Panella…
Vincenzo Micocci si attribuì la paternità del termine cantautore- in tandem con l’altro manager della RCA, Melis- per definire la nouvelle vague romana degli anni sessanta. La declinazione femminile del termine invece- a dispetto della presenza di Maria Monti nel gruppo cantautori- venne impiegata, nei primi tempi, per lo più in modo ironico ed antifemminista.* Lei è stata, dagli esordi, definita cantautrice? Qual era inizialmente la sua percezione di questa codificazione del genere?
Il termine è stato coniato proprio quando ho mosso i primi passi alla IT di Micocci, eravamo poche, ci contavamo su una sola mano ma i testi, gli argomenti trattati nelle canzoni erano originali, tanto più in un momento in cui si affermavano cantautori e autori scrivevano brani per le donne, proiettando su di loro la propria visione dell’universo femminile. Non ho mai percepito nel termine cantautrice un’accezione ironica o offensiva, l’ho sempre percepita normale, semmai percepisco la anomalia nelle donne che si fanno declinare al maschile nel loro ruolo, tipo “Direttore d’orchestra” invece che “ “Direttrice d’orchestra”.
Uno dei suoi modelli dichiarati è Jony Mitchell, che ha dilatato il genere canzone inglobando proporzioni poetiche e musicali più ampie. Ad accomunarvi è anche questa tendenza alla trasversalità/ sperimentazione?
La Mitchell è un’artista che ho seguito sempre con amore e curiosità perché si è sempre rinnovata, ha spaziato nella produzione, nella scrittura, nella proposta dei suoi concerti, nella grafica delle sue copertine, nei suoi disegni che spesso li hanno accompagnati; insomma, ogni progetto è una nuova opera d’arte. Sì, anche io sono in continuo movimento, su questo mi sento affine.
Nel 2021 ha pubblicato Madre Terra (Mama Dunia), un mantra ecologista- arrangiato a New York da Phil De Laura- dalla durata insolita, ben 8:08 minuti.
Continua, come ai tempi di Cliché, a fotografare una realtà lontana dalle narrazioni e dagli stilemi cari all’industria discografica italiana?
Scrivo quello che sento, da sempre, non mi condizionano le mode né i dettami della industria musicale. Madre Terra è una canzone d’amore scritta per nostra Madre, è una preghiera che fuoriesce dallo schema canzone e dalle opportunità promozionali di routine, eppure è in moltissime playlist di meditazione di tutto il mondo, la insegnano nelle scuole e fanno disegnare ai bambini la Terra ascoltando il brano, ci creano Danze Sacre etc… chi ha detto che un brano deve vivere e morire in radio?

Ha sempre “seguito” Marisa Sannia- alla quale sembra accomunarla una certa aristocrazia interpretativa- o l’ha scoperta tardi? Vuole raccontarci la gestazione di Poesie di Carta?
Marisa la conoscevo e ammiravo per la sua eleganza, per le sue interpretazioni efficaci mai sopra le righe ma la nostra amicizia è nata ora che Marisa non è più tra noi, così si dice, ma io la sento presente e vicina. Lo spettacolo nasce dalla voglia di far conoscere il lavoro uscito postumo, il meraviglioso album Rosa de papel in cui ha musicato le poesie di Federico García Lorca e i precedenti album in sardo in cui ha musicato i versi dei poeti Antioco Casula e Francesco Masala che magari qualcuno non ha avuto la fortuna di ascoltare quando sono usciti.
Uno degli autori preferiti di Marisa Sannia, era Endrigo. Nello spettacolo Poesie di carta c’è qualche brano tratto dall’album-tributo della Sannia a questo cantautore, caro anche lei?
Sì, per ora uno ma lo spettacolo è un work in progress, forse entrerà un altro brano. Io capisco perché Marisa era una musa ispiratrice per Sergio Endrigo, li accomuna la stessa raffinatezza. Le poesie di Endrigo restano dei capolavori.
Rosa de papel di Marisa Sannia, che ha incluso integralmente nello spettacolo Poesie di carta, è una trasposizione in forma canzone di alcune liriche del periodo giovanile di Federico García Lorca. Quali sono a suo avviso le maggiori criticità che si incontrano nel musicare i poeti?
Enfatizzare troppo i versi, non dare musicalmente il giusto peso alle parole, sovrastare con la musica la semplicità e la bellezza di una frase poetica…trappole ovunque…
In Poesie di carta ha attinto anche dal repertorio in sardo di Marisa Sannia. Che rapporto ha con quest’isola, che vive dell’alchemica compresenza di arcaico e sperimentale?
Conosco bene la Sardegna, passo quasi ogni anno, da sempre, le vacanze in questa terra meravigliosa. Ho abbandonato da un po’ le mete vacanziere, mi piace andare nei territori in cui si respira la magia e la storia e per questo devo ringraziare Pinuccio Sciola e i suoi itinerari per trovare le famose pietre. Anche per lui si direbbe che non è più tra noi eppure lo sento vicino e mi guida alla scoperta delle meraviglie dell’isola.
*Cfr.“Vorrei trovar parole nuove”
Il neologismo “cantautore” e l'ideologia dei generi musicali
nella canzone italiana degli anni Sessanta
Jacopo Tomatis, Journal of the International Association for the Study of Popular Music
Claudia Erba
