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Un simbolo che attraversa epoche, contaminazioni artistiche e sperimentazioni contemporanee, celebrato con capsule collection che fondono tradizione e modernità

Ci sono simboli che nascono per necessità e finiscono per trasformarsi in linguaggi universali. Il Monogram di Louis Vuitton, che nel 2026 celebra 130 anni, appartiene senza dubbio a questa categoria. Costruito attorno alle iniziali intrecciate “L” e “V”, omaggio diretto al fondatore della Maison, e a una costellazione di motivi floreali e geometrici, non è mai stato un semplice elemento decorativo. Fin dalle origini, si è imposto come un autentico codice visivo: un segno distintivo capace di attraversare epoche, mutamenti sociali e rivoluzioni estetiche senza perdere la propria identità. Nato alla fine dell’Ottocento come risposta concreta alla contraffazione, il Monogram è oggi un emblema stratificato, in bilico tra funzione, arte e cultura.

Prima del Monogram: viaggio, tecnica e difesa dall’imitazione

Louis Vuitton - Grey Trianon

Per comprendere appieno la nascita del Monogram, è necessario tornare ai primi anni della maison. Quando Louis Vuitton apre il suo primo negozio di articoli da viaggio a Parigi nel 1854, il successo dell’azienda si basa soprattutto sull’innovazione tecnica: bauli leggeri, impilabili e rivestiti con una tela impermeabile. I primi modelli non presentano ancora motivi decorativi distintivi, ma sono realizzati in tela Gris Trianon, una superficie cerata grigia pensata per resistere all’umidità e all’usura dei viaggi.

Tela Damier Louis Vuitton

Il rapido successo delle creazioni Vuitton porta però a un problema cruciale: le imitazioni. Già negli anni Settanta dell’Ottocento, per distinguersi, Louis Vuitton introduce un motivo a righe rosse e beige, primo tentativo di creare un segno distintivo visivo. La vera svolta arriva nel 1888, quando Georges Vuitton, figlio del fondatore, inventa la tela Damier, la celebre scacchiera beige e marrone accompagnata dalla scritta “Marque L. Vuitton déposée”. Non si tratta solo di un gesto estetico: è anche un atto di tutela legale e identitaria, che anticipa l’idea moderna di branding.

1896: la nascita del Monogram come atto fondativo

Monogram LV

Dopo la morte di Louis Vuitton nel 1892, Georges prosegue il lavoro paterno e avverte la necessità di un simbolo ancora più forte, capace di rendere immediatamente riconoscibili i prodotti della maison in tutto il mondo. Nel 1896 nasce così il Monogram LV, concepito anche come omaggio al padre. Il disegno intreccia le iniziali “L” e “V” a una serie di motivi floreali e geometrici: un fiore a quattro petali racchiuso in un cerchio, un fiore a quattro punte e un diamante che contiene lo stesso fiore in negativo.
L’ispirazione non è casuale. Secondo le ricostruzioni storiche, Georges Vuitton guarda alle piastrelle in maiolica di Gien decorate con fiori a quattro petali, presenti nella casa di famiglia ad Asnières. Il risultato è un motivo che incarna pienamente il clima estetico fin de siècle, attraversato da revival neogotici e da profonde suggestioni orientali, in cui l’ornamento diventa linguaggio simbolico e struttura visiva. Nel 1905 la tela Monogram viene registrata ufficialmente come marchio, sancendo la nascita di uno dei simboli più longevi della storia del lusso.

Dal baule alla borsa: il Monogram come compagno di viaggio

Keepall Bandoulière 50

Nel corso del Novecento, il Monogram accompagna l’evoluzione delle abitudini di viaggio e di consumo. I bauli Louis Vuitton, impermeabili e resistenti, diventano status symbol di artisti, intellettuali e attrici, soprattutto durante l’epoca del jet set tra gli anni Cinquanta e Sessanta. Parallelamente, il marchio estende il proprio linguaggio alle borse, dando vita a modelli destinati a diventare iconici: Speedy, Keepall, Noé, Alma.
Queste creazioni dimostrano come il Monogram non sia un semplice motivo decorativo, ma un linguaggio capace di adattarsi a forme, usi e contesti diversi, senza perdere coerenza. Nato come strumento di difesa contro l’imitazione, il motivo si trasforma in un segno di appartenenza e riconoscimento globale.

La svolta contemporanea: moda, arte e contaminazioni

La fase più radicale dell’evoluzione del Monogram arriva tra la fine degli anni Novanta e i primi anni Duemila. Con la nomina di Marc Jacobs a direttore creativo nel 1997, il codice visivo di Louis Vuitton viene sottoposto a un processo di ridefinizione profonda: il motivo si ingrandisce, si moltiplica nei colori, si libera dalla rigidità formale e si apre a contaminazioni provenienti da mondi fino ad allora estranei al lusso tradizionale. Il Monogram smette di essere un segno intoccabile e diventa materia viva, superficie di sperimentazione, capace di dialogare con l’arte contemporanea, la cultura pop e le nuove estetiche globali mantenendo intatta la propria identità.

Louis Vuitton Masters, Jeff Koons


Collaborazioni come quella con Takashi Murakami nel 2003 trasformano il motivo in un mosaico pop multicolore, Yayoi Kusama lo ricopre di pois nel 2012 e nuovamente nel 2023, Stephen Sprouse lo sporca con graffiti, Jeff Koons lo sovrappone ai capolavori della storia dell’arte, Rei Kawakubo, Frank Gehry, Cindy Sherman e altri lo reinterpretano come forma concettuale. Questa apparente “rivoluzione” dimostra la forza del Monogram, che per quanto possa essere modificato, resta sempre riconoscibile.

Il Monogram come linguaggio culturale e mediatico

Mikhail Gorbaciov, fotografato da Annie Leibovitz per LV

A rafforzarne lo status symbol contribuiscono anche le campagne pubblicitarie. Emblematica è quella del 2007 con Mikhail Gorbaciov, fotografato da Annie Leibovitz davanti a ciò che restava del muro di Berlino. Accanto all’ex leader sovietico, sul sedile posteriore dell’auto, una borsa Keepall. Un’immagine che inserisce il prodotto all’interno di una narrazione storica e politica, dimostrando come il brand possa dialogare con la complessità del reale e non solo con l’estetica del lusso.

I 130 anni: capsule anniversary tra archivio e reinvenzione

Nel 2026 Louis Vuitton celebra i 130 anni del Monogram rendendo omaggio alla propria storia e alla sua eredità iconica, reinterpretata attraverso una visione creativa profondamente contemporanea. Le celebrazioni si aprono con un tributo alle borse più iconiche: Speedy, Keepall, Noé, Alma e Neverfull, autentici capisaldi del patrimonio della Maison e simboli di un’idea di viaggio sempre attuale.

LV x TM Speedy Soft 30, anniversario monogram


Louis Vuitton presenta tre capsule collection esclusive che rileggono il Monogram alla luce del savoir-faire e dell’arte contemporanea: Monogram Origine, VVN e Time Trunk, affiancate dalla collezione LVxTM (Louis Vuitton × Takashi Murakami). Ogni capsule esplora uno degli elementi fondanti dell’identità Vuitton: la tela storica, la pelle naturale e l’arte della fabbricazione dei bauli.

 

Alma BB, collezione Monogram Origine

Monogram Origine reinterpreta la tela del 1896 in un nuovo jacquard di lino e cotone, declinato in delicate tonalità pastello ispirate agli archivi. VVN celebra la nobiltà essenziale della pelle bovina naturale, materiale distintivo della Maison fin dalle origini, destinato a sviluppare nel tempo una patina unica e personale. Time Trunk, infine, offre una rilettura audace dell’universo dei bauli, riproducendone superfici e dettagli attraverso sofisticate stampe trompe-l’œil.

Un’eredità in continuo movimento

A 130 anni dalla sua creazione, il Monogram Louis Vuitton dimostra che la forza di un simbolo risiede nella sua capacità di evolvere senza rinnegarsi. Nato come strumento di difesa contro il plagio, è diventato un linguaggio universale che attraversa moda, arte e cultura visiva. Non un feticcio immobile, ma un organismo vivo, capace di adattarsi al tempo senza smettere di raccontarlo. E forse è proprio questa la sua magia più duratura: non smettere mai di viaggiare.

 

Nerospinto ha il piacere di essere partner della mostra personale dell'artista Max Papeschi "Fifty Shades Of Gold", che verrà inaugurata il 12 febbraio 2015 all’Istituto Italiano di Cultura di San Francisco. Prima della sua partenza per gli USA, siamo riusciti a intervistarlo, per capire meglio la sua arte e il messaggio che vuole trasmettere. Ma chi è Max Papeschi? È un artista contemporaneo che ha fatto della unpolitically correct la sua cifra stilistica. Dopo le esperienze come autore e regista in ambito teatrale, televisivo e cinematografico, raggiunge la notorietà con un'opera mastodontica esposta a Poznan, in Polonia, rendendolo uno dei digital-artist italiani più apprezzati e conosciuti all'estero, realizzando più di un centinaio di mostre in giro per tutto il mondo. La sua carriera di artista-scandalo è nata per caso, quando una gallerista vide quella che doveva essere la locandina di un futuro spettacolo e gli propose una mostra. Un mese dopo tutte le opere erano vendute, e da allora è stato un crescendo: vernissage, copertine, interviste, mostre in tutto il mondo, critiche, contestazioni, dibattiti, e le immancabili minacce di morte (la misura più attendibile della fama). Nel 2014 Sperling&Kupfer ha pubblicato la sua autobiografia "Vendere svastiche e vivere felici. Ovvero: come ottenere un rapido e immeritato successo nel mondo dell'arte contemporanea": autocelebrativo o la cronaca imparziale della sua ascesa, non smette comunque di dividere le opinioni. A San Francisco si terrà la sua nuova personale, presso l'Istituto Italiano di Cultura in collaborazione con la McLoughlin Gallery, curata da Giulia Proietti e sponsorizzata da Lumen Group. In mostra ci saranno 40 opere per un'antologica con le opere più famose del'artista, oltre alla programmazione di video e i reading di alcuni pezzi tratti dall'autobiografia dell'artista. Per noi Max, oltre che un artista visionario, rimane innanzitutto un amico, e lo abbiamo incontrato nel suo studio un sabato pomeriggio.

 

Nerospinto: Sei felice? Max: Sì

N.: Qual è il confine tra marketing e arte? M.: Il confine è sempre più sottile. Il mio lavoro spesso parla espressamente dei meccanismi della pubblicità. Talvolta il media è parte fondante del mio messaggio, come nel caso dello scandalo creato intorno al mio matrimonio riparatore con Minnie o alla vendita di mia madre: le notizie sono diventate esse stesse parte dell’opera.

N.: La provocazione è secondo te il mezzo migliore per veicolare il tuo messaggio? M.: La provocazione non ha più tanto senso. È stato esposto un cesso in una galleria d’arte nel 1917, c’è stata la merda in barattolo, ci sono state centinaia di performance basate sul nudo, sul sangue e sull’autolesionismo, hanno torturato e ucciso animali in nome dell’arte di “rottura” e appeso in piazza manichini di bambini morti. A livello di provocazioni, il mondo dell'arte ha già dato abbastanza, secondo me.

N.: Pensi che le tue opere siano state fraintese o che il messaggio non sia stato capito correttamente? M.: All'inizio sono state spesso fraintese, adesso, dopo tutte le interviste che ho rilasciato, almeno in Europa il mio lavoro è abbastanza capito.

N.: Oramai tutto è stato sdoganato e ridicolizzato, i tabù e i dogmi della cultura occidentale pian piano stanno crollando: cosa pensi ci sia ancora di trasgressivo? M.: Niente è più trasgressivo perché le regole son state tutte infrante. Sono curioso di scoprire cosa verrà definito “trasgressivo” dalle generazioni future.

N.: Vuoi prendere le distanze dalla decadenza culturale dei tempi moderni, o senti di esserci dentro e di viverla? M.: Sono decisamente figlio di questi tempi, critico e ridicolizzo cose che fanno comunque parte della mia vita, sarebbe ipocrita prenderne le distanze.

N.: Con chi ti piacerebbe lavorare? M.: Mi piacerebbe lavorare con dei professionisti seri ad un film, magari tratto dai miei lavori.

N.: Una città al mondo dove vorresti esporre? M.: New York.

N.: Ti senti una star? Ti riconoscono? M.: Mi è capitato che qualcuno mi fermasse per strada, ma fortunatamente non faccio televisione e non gioco a calcio, la mia vita e il mio modo di viverla non sono cambiati più di tanto.

N.: Chi compra i tuoi quadri? M.: All'inizio della mia carriera venivano acquistati esclusivamente per piacere estetico, per arredarci le case. Oggi alcuni lo fanno solo per investimento indipendentemente dal fatto che l’opera gli piaccia o meno, fa parte delle regole del gioco.

N.: La prima cosa che fai la mattina appena ti svegli? M.: Controllo il cellulare e le mail dal letto, se non ci sono urgenze me la prendo con molta calma.

N.: L’ultima cosa che fai prima di dormire? M.: Soffro un po’ di insonnia, e faccio piuttosto fatica a prendere sonno, spesso mi addormento guardando documentari. L’idea è che se non riesco a dormire almeno imparo qualcosa.

N.: Cosa si può fare, dal punto di vista di un artista, per l'arte in Italia? M: Farla vedere all’estero.

N.: Quanto contano i compromessi e le pubbliche relazioni? M.: Le pubbliche relazioni contano tantissimo, questo vale per tutti i settori, ma nel mondo dell’arte sono forse ancora più importanti. Quando lavoravo nel mondo dello spettacolo, dove per realizzare le proprie idee serve molto denaro in anticipo, ho dovuto fare enormi compromessi. Per quello che faccio adesso non servono grossi capitali, non sono costretto a mendicare soldi dai produttori e direttori di rete, quindi posso permettermi il lusso di non fare compromessi.

N.: I Nazisti erano abilissimi nella propaganda e nelle pubbliche relazioni, per questo Hitler è così presente nella tua produzione? M.: I regimi totalitari sono stati e sono tuttora abilissimi nella propaganda, fa parte del loro DNA. Hitler è diventato il simbolo del male assoluto, senza le sfumature che hanno avuto altri dittatori, per questo è molto presente nella mia produzione, perché è un archetipo.

N.: Un pregio e un difetto? M.: Il mio peggior difetto, è che sono un inguaribile ottimista, che poi è anche il mio maggior pregio.

N.: Come spende i suoi soldi Max Papeschi? M.: Viaggiando.

 

Carlotta Tosoni

 

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Apre i battenti "A work of art is a confession", la nuova mostra di Antonio Syxty. Da giovedì 13 novembre al 10 gennaio, lo spazio creativo milanese di Orea Malià sarà teatro della personale dell’artista e regista teatrale di origine argentina.

 

Per questo evento Antonio Syxty ha scelto di far collidere gli estremi che sono alla base dell’esperienza artistica, quali esibizione e confessione, riconoscimento e dichiarazione ma anche menzogna e verità.

 

Un’epifania d’arte che rappresenta un’altra stazione nel lungo percorso artistico di Syxty, iniziato negli anni Settanta come performer nelle gallerie d'arte e spazi underground e ispirato inizialmente alle opere di Marcel Duchamp. Nel decennio successivo l’artista sposta la sua attenzione verso il teatro, considerato come un arte comportamentale, entro i cui confini agisce approfondendo lo studio di poli contrastanti come verità e falsità.

Dal 2007 Syxty ha iniziato un progetto artistico chiamato Money Transfer, che trae ispirazione dagli effetti emotivi causati dal denaro e dall’ economia nella nostra vita di tutti i giorni, e che vede elevate a protagoniste dell’arte le carte di credito.

 

Antonio Syxty mette in mostra sé stesso e la sue domande. Confessare la propria totalità come persona è possibile, attraverso la forza scenica dell’arte.

 

 

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Sabato 5 aprile 2014 a Varese per tutti gli appassionati di design una grande mostra dedicata a Giorgio Caporaso: DREAMS ON THE MOVE - le mille anime dell’ecodesign.

Famoso designer e architetto, Caporaso ricopre con successo il ruolo di direttore del magazine Livingslife. La domanda che si pone da anni è come il design può rispondere alle esigenze di un mondo in trasformazione, con i suoi nuovi problemi e le future necessità. La risposta è una sua personale interpretazione, un perfetto connubio tra ecosostenibilità e bellezza.

Fin dagli esordi il direttore si interroga su come un oggetto necessario per vivere possa rispettare la natura e interpretare allo stesso tempo le esigenze dell’uomo contemporaneo. Dopo aver presentato l'anno scorso i frutti del suo percorso creativo e progettuale nella mostra "Sogni di cartone - la sostenibile leggerezza del design", evidenziandone in particolare l’uso interessante del cartone, torna quest’anno ad affrontare il tema della qualità che abbraccerà il futuro, attraverso la mostra a cura di Nicoletta Romano che si svolgerà presso Villa Recalcati a Varese. L'inaugurazione sarà sabato 5 aprile alle ore 17.00.

L’architetto riporta il tema del design ecosostenibile con l’entusiasmo di chi desidera esprimere il proprio pensiero per proporre un confronto di crescita collettiva e personale. La nuova esposizione sviluppa i concetti fondamentali del cambiamento degli stili di vita della popolazione, dell’armonia con l’ambiente e della ricerca estetica, attraverso la visione dei molteplici aspetti che fanno del suo design qualcosa di unico. Seguendo questa intuizione, DREAMS ON THE MOVE - le mille anime dell’ecodesign sviluppa un percorso di ricerca su forme e materiali, volto a trovare soluzioni adatte alla variabilità della vita e a sfidare il tempo. Tutti gli oggetti e gli arredi sono tanto versatili da essere modificabili nelle nostre mani, oltre che arricchiti da giochi di texture.

L’uomo può essere il diretto protagonista del cambiamento, attraverso un intervento nella gestione dei propri spazi e dei propri oggetti, che possono così accompagnarlo nella vita e modificarsi insieme a lui, questo il pensiero di Caporaso. Quest'ultimo propone un design che vuole liberare l’uomo dalle mode, dandogli la possibilità di essere protagonista della propria vita e del cambiamento.

Le opere d'arredo che saranno esposte all'interno della mostra sfruttano materiali naturali, riciclati, riciclabili, anche trattati in modo innovativo, grazie alla collaborazione con Filtrinext, divisione di NextMaterials, Spin Off del Politecnico di Milano. Non solo, anche allestimenti particolari in grado di suggerire l'approccio interattivo con gli oggetti progettati dall'architetto e concepiti per svelare le loro possibilità di trasformazione.

Indira Fassioni

INFO:

"DREAMS ON THE MOVE - le mille anime dell’ecodesign" - Villa Recalcati, Piazza Libertà 1, Varese

5 – 27 aprile 2014

martedì – domenica dalle ore 15.00 alle ore 18.00

Inaugurazione sabato 5 aprile ore 17.00

Seguirà buffet

Servizio navetta gratuito Milano – Varese e ritorno

tel. 02.34530468

www.lessmore.it

 

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Amanda Lear, compagna e amante delle più grandi rockstar del nostro tempo, musa e modella per i Roxy Music e per Salvador Dali, ritorna sulle scene con una mostra dei suoi più recenti lavori pittorici.

Una personale che si compone di dipinti su tela, ora paesaggi, ora intimistici ritratti, con colori e sfumature che rimandano ad un mondo onirico e surreale.

Un'occasione per conoscere da vicino la vena artistica di una donna poliedrica, cantante e pittrice, capace di attraversare i decenni restando sempre al centro delle tendenze nazionali e internazionali.

 

Amanda Lear. Visioni

Milano Art Gallery

Via Galeazzo Alessi, 11

Milano

 

1-24 agosto 2013

Ingresso gratuito

Orari: lu 15-19.30; ma-sa 10-13 e 15-19.30; chiuso domenica

 

Per maggiori informazioni:

www.artgallery.it

 

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Se vuoi scriverle: direttore@nerospinto.it