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In occasione dell'evento organizzato da Zero e Blå Station nel loro showroom milanese per il Fuorisalone 2015, Nerospinto ha incontrato Luca Nichetto, designer e creativo veneziano che attualmente vive a Stoccolma, e che proprio per il marchio svedese Zero, ha creato la lampada Loos, dedicata all'architetto austriaco Adolf Loos, dal design colorato, divertente e sostenibile.

 

Nerospinto: Cosa ti ha spinto a scegliere il design per professione e cosa ti appassiona di più di questo mondo?

Luca Nichetto: Ad essere sincero non ho scelto di fare il designer, è stata un'evoluzione naturale essendo nato e cresciuto a Venezia, per la precisione a Murano, quindi circondato da persone coinvolte nel processo creativo della lavorazione del vetro, dai miei amici alla mia famiglia stessa. Ho avuto la fortuna di nascere con un talento, saper disegnare, talento che ho coltivato studiando all'istituto d'arte, durante il quale, ancora prima di andare all'università, era normale portare i propri disegni alle fornaci e venderli agli artigiani del vetro. La mia attività di designer è iniziata così.

 

N.: Trai ispirazione dalla tua città d'origine e dalla sua bellezza?

L. N.: Da Venezia traggo sicuramente ispirazione, soprattutto ora che vivo a Stoccolma e sono lontano dalla mia città natale e posso osservarla con occhi completamente diversi. Anche il viaggio in vaporetto che prima mi sembrava noioso o normale, ora mi appare romantico e affascinante.

 

N.: Cosa ne pensi della fuga dei creativi da Venezia che pur riconoscendo la sua bellezza scelgono di andarsene? Tu ci torneresti a vivere?

L. N.: Io ho ancora lo studio a Venezia e non intendo lasciarlo. Venezia mi aiuta sia da un punto di vista creativo che emozionale e personale. Non riuscirei mai a vivere in città come New York o anche solo Milano, così in perenne fermento ed eccitazione creativa. Gli stimoli e gli impulsi creativi io ho bisogno di digerirli e Venezia in questo mi aiuta molto con la sua lentezza e con i suoi ritmi decisamente meno frenetici, obbligandoti in un certo senso, a prenderti del tempo per te. Amo sempre tornare nella mia città forse anche per una questione di "ego": come tutte le persone creative, il mio è piuttosto sviluppato, e tornare lì dove conoscono tutti e tutti mi conoscono, mi fa decisamente bene. Venezia è così: pur essendo un luogo internazionale, dove arrivano persone da tutto il mondo, rimane una realtà di provincia. Tornare mi aiuta a rimanere per terra e mi da stabilità. Quando ho cominciato il mondo del Design mi sembrava fantastico e con un certo tipo di ideale, adesso che ci sono dentro sono un po' disilluso e mi manca l'incanto dell'inizio. Non credo sia ancora come quello della Moda e della sua esasperazione, ma credo che il mondo del Design stia diventando un po' superficiale, dove conta di più il comunicare il designer che il prodotto di design, si è sempre più spesso alla ricerca della notorietà, dimenticando l'origine del Design Italiano.

 

N.: Se non avessi fatto il designer, che lavoro avresti fatto?

L. N.: Quando ho cominciato a studiare giocavo a basket ad ottimi livelli. Ho dovuto lasciare per l'università, ma se non avessi studiato, penso che avrei continuato la carriera sportiva.

 

N.: Quale complemento d'arredo preferisci creare? Quale secondo te esprime al meglio la tua idea di design?

L. N.: Non c'è un oggetto che preferisco creare in assoluto, io prediligo la sfida: preferisco cimentarmi in qualcosa sempre di nuovo, anche se riconosco che ci sono oggetti che mi riescono meglio rispetto ad altri. Quando il design diventa la tua professione, acquisisci esperienza e sai che certe tipologie di prodotti non potranno essere totalmente tue, ma se anche solo in parte puoi apportare il tuo contributo personale, funzionano comunque. Non voglio che le persone riconoscano Luca Nichetto come uno stile, voglio che in quell'oggetto ci sia del mio e che ci sia molto anche dell'azienda per cui sto lavorando. Guardando la mia produzione vedo un fil rouge, se gli altri lo notano o meno, non mi riguarda. Per me il concetto di design è fortemente legato all'azienda per cui si lavoro e bisogna rispettarne la linea di pensiero e di stile, dal disegno dell'oggetto al materiale con cui fabbricarlo. In un progetto a me piace molto dare, ma anche ricevere, i particolare il know-how dell'azienda in questione.

 

N.: Parliamo di lampade: come è nata Loos? Nel design delle tue lampade si può notare un richiamo agli anni '70 e al modernariato, è il periodo che ti ispira di più o preferisci guardare al futuro?

L. N.: Loos è nata perché in Svezia la cultura del riciclo è molto forte: quando si crea un oggetto si pensa al suo ciclo di vita completo, non si pensa solo a quando nasce, ma anche a come poterlo riutilizzare una volta che la sua funzione si è esaurita, venendo quindi meno l'idea "americana" dell'oggetto esclusivamente nel mercato, legato all'uso e consumo fine a sé stesso. Il feltro utilizzato per la creazione della lampada, è ottenuto dalle bottiglie di plastica riciclate e quindi mi permetteva di creare una lampada tessile con un investimento abbastanza basso, rispettando un'etica molto importante per me, soprattutto essendo la prima collaborazione con un'azienda di illuminazione svedese. L'idea della lampada mi è venuta poiché Zero lavora molto con gli architetti, e ho quindi pensato a queste tre calotte impilate, che a seconda di come vengono combinate, creano degli effetti luce completamente diversi. Le facciate architettoniche sono state la mia ispirazione, ecco il perché del nome, un omaggio all'architetto Adolf Loos. Per quanto riguarda le ispirazioni del passato, più che guardarmi indietro, studio la storia del design per capire e prevedere ciò che accadrà nel futuro, senza rimanere ancorato a ciò che è già stato creato, come può accadere nella moda, che va a cicli. Trovo interessante rimodernare qualcosa che è già stato prodotto perché molte volte, cose create nel passato e dimenticate, possono essere funzionali e contemporanee anche oggi. Un esempio di ciò sono i divani: nel dopoguerra, il Design Italiano si rivolgeva soprattutto alla classe media, che possedeva case dagli spazi ridotti e che quindi necessitava di divani piuttosto compatti senza rinunciare alla qualità. Questo concetto è cambiato negli anni con l'arrivo di loft ed open space. Oggi vivo in una città come Stoccolma dove un appartamento considerato grande, è di 65 mq, e non solo dalla classe media, ma anche dalla colasse ricca, che però non trova divani di design adatti alle misure di un appartamento di quelle dimensioni, ed è quindi costretta a ripiegare sull'Ikea: per me è assolutamente una follia che il design oggi non sappia rispondere a questo genere di richieste.

 

N.: La sostenibilità oggi è un elemento basilare del design industriale o è un valore aggiunto?

L. N.: Per me è un elemento assolutamente basilare. Non è facile nel momento in cui designer e azienda hanno un'opinione diversa riguardo la sostenibilità ovviamente, quindi cerco di lavorare con aziende che condividono questa mia etica.

 

N.: Su cosa stai lavorando adesso?

L. N.: Su delle lampade, su dei divani outdoor, su dei pouf, su delle sedie, insomma di tutto e di più.

 

N.: Qual è l'oggetto rivoluzionario che vorresti creare?

L. N.: Per ora è solo un concept, ma l'anno scorso ho collaborato con la designer Lera Moiseeva per una mostra a New York, e abbiamo creato "Cosmic Messenger", una sorta di capsula da lanciare nello spazio come una bottiglia contenente un messaggio. Visto che il futuro, credo, non sia legato solo al nostro pianeta, mi piaceva l'idea di portare il design anche al di fuori della Terra mandando un messaggio a un destinatario sconosciuto.

 

Carlotta Tosoni

 

Luca Nichetto nasce a Venezia nel 1976, dove studia all’Istituto d’Arte e dove, successivamente, consegue la Laurea in Disegno Industriale presso lo IUAV, Istituto Universitario di Architettura di Venezia. Nel 1999 comincia l’attività professionale disegnando i suoi primi prodotti in vetro di Murano per Salviati. Nello stesso anno prende il via il sodalizio con Foscarini per la quale, oltre a firmare alcuni progetti, assume il ruolo di consulente per la ricerca di nuovi materiali e sviluppo prodotto (2001-2003). Nel 2006 fonda a Porto Marghera, vicino a Venezia, lo studio Nichetto&Partners, che si occupa di Industrial Design e Design Consultant, nel 2011 decide di avviare una nuova attività professionale a Stoccolma, Svezia. Nel 2013, il team Tales commissiona a Nichetto la sua prima architettura, chiamata “Tales Pavilion”, uno showroom multi-brand di 500 mq presso il Lido Garden di Pechino, Cina. IMM Cologne l’ha scelto come “Guest of Honour” nel realizzare la sua visione di casa nel progetto “Das Haus – Interiors on Stage 2013”. Ha tenuto numerosi lecture e workshop in diverse università sia in Italia che all’estero ed è stato docente presso lo IUAV di Venezia, Facoltà di Design e Arti. Oltre ad aver partecipato a mostre in Europa, Stati Uniti e Giappone, Luca Nichetto è stato protagonista d’importanti retrospettive che hanno toccato alcune delle maggiori città europee tra cui Venezia, Londra, Parigi e Stoccolma ed ha firmato, in qualità di art director, molteplici eventi di respiro internazionale. E’ stato inoltre invitato a prendere parte a prestigiose giurie in occasione di concorsi sia in Italia che all'estero. Attualmente Luca Nichetto collabora con numerose aziende sia a livello nazionale che internazionale, tra le quali, Arflex, Bosa, Casamania, Cassina, David Design, De Padova, De La Espada, Discipline, Established & Sons, Fornasarig, Foscarini, Fratelli Guzzini, Gallery Pascale, Gallotti & Radice, Glass, Globo, Italesse, La Chance, King’s, Kristalia, Mabeo, MG Lab, Moroso, Offecct, Ogeborg, One Nordic Furniture Company, Petite Friture, Salviati, Skitsch, Skultuna, Tacchini, TobeUs, Venini e Zero.

 

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In occasione dell'uscita del suo album, Sexsation, e dell'inizio del suo tour, abbiamo fatto due chiacchere al telefono con Andrea Cipelli, aka Sig. Solo.

Innanzitutto, perché Sig. Solo? Questo nome nasce parecchio indietro nel tempo, all'epoca di Le Spine. Non ricordo bene il motivo ma mi piace vedermelo addosso, mi sta bene. Mi è piovuto davanti, come un testo particolare che non sai da dove arriva. Esprime una solitudine che mi si addice, un po' come i miei brani. E il signor dà un tocco elegante prima del cognome, tanto che anche Dente ha iniziato a darmi del lei.

Sono anni ormai che collabori con Dente. Come ha preso questo tuo lavoro da frontman? Finge di essere contento ma in realtà è incazzatissimo -ride. È realmente contento, sa che comunque ho sempre fatto delle cose mie e che prima o poi sarei tornato a farle. Ma siamo talmente legati che sappiamo bene che possiamo inserirci in certi tempi e dinamiche. Lavorare con lui non deve essere un motivo per non fare dell'altro, ma per quanto riguarda lo stimolo creativo è positivamente preso. Suoniamo insieme dagli anni 90 e lui ora si sta rilassando ma per il prossimo passo un confronto ci sarà. Ma dipende anche dalla sua progettualità musicale, se deciderà di fare un album con solo voce e tromba non troverò molto spazio.

Come mai da tastierista sei tornato a frontman? Cosa cambia rispetto ai tuoi precedenti album? Con Dente è stato un vero e proprio lavoro stimolante, sempre in crescendo. Un impegno notevole che mi aveva fatto mettere da parte i dischi precedentemente fatti con una tastiera trovata nel solaio della casa in cui mi ero trasferito. Ne era uscito un tour molto improvvisato ma ben riuscito.  A un certo punto mi sono ritrovato con qualche testo fra le mani, qualche canzone strimpellata che in un attimo di pausa mi sono ritrovato a strimpellare con Gianluca -batterista con Dente e ora con il Sig. Solo, ndA. Poi abbiamo arruolato gli altri due e ne è uscito questo progetto.

Conoscevi già tutti i componenti della band, i Superstars? Con Gianluca siamo amici d'infanzia, abbiamo iniziato a suonare insieme e abbiamo condiviso sempre tutto, anche l'esperienza con Dente. Siamo sempre stati l'uno affianco all'altro e con lui ho fatto anche la produzione artistica di questo disco. Marco e Andrea -chitarra elettrica e basso- sono amici che un paio di anni fa abbiamo rubato alle loro vite private. Sono rimasti subito entusiasti del progetto e oltre che essere bravi musicisti si sono fatti coinvolgere in modo del tutto naturale e rilassato. Ci siamo divertiti e ci stiamo ancora divertendo.

Per il titolo dell'album hai scelto un neologismo, Sexsation. Cosa significa? Mi piace da matti e ascoltando le canzoni del disco è chiaro che sono intrise di sensazioni, anche diversissime fra loro, ma sempre riconducibili a una sorta di istinto. Una pulsione carnale e primordiale che ha un essere umano verso un'altra persona e questa parola riesce a racchiudere questi significati.

Come sono i rapporti con l'etichetta Garrincha? Al Diversamente Felici sembravi molto contento. Ero già in contatto con Garrincha e il rapporto instaurato era già buono e il loro apprezzamento naturale e sincero ha fatto sì che lavorassimo bene fin dai primi provino che gli ho fatto ascoltare. Mi sento onorato di far parte di questa manda di matti divertenti, sono persone di cuore e una bella famiglia, un termine davvero appropriato. Quando ho iniziato a suonare al Diversamente Felici al Magnolia sul palco eravamo in 4, come da copione. A fine canzone eravamo in 9 e a Bologna la condivisione del palco è stata ancora più forte. Gianluca è rimasto shockato dall'esperienza di Milano, si è rifatto al Lokomotiv. Insomma, lo spirito nel quale sono stato catapultato con mia grande gioia ha fatto felice me e i Superstars che mi hanno accompagnato.

Missili è il primo brano di cui è uscito il video, raccontacelo. È tutta farina del sacco di Gianluca, che mi ha sgravato da un bell'impegno. In tour con Dente io leggevo sul furgone e lui si ascoltava e riascoltava Missili e prendeva appunti. Quindi è lui che ha pensato alla sceneggiatura che è piaciuta a tutti, a me da matti. Il bello della collaborazione con i Superstars è che ognuno esprime le proprie idee e si mette sempre tutto in discussione, anche i testi dei brani. Soprattutto con Gianluca, siamo come fratelli e ci capiamo al volo.

Qual è un altro brano nell'album per te molto significativo? A me piace moltissimo Vanità. È l'ultimo che abbiamo fatto e non mi ha ancora stancato - ride. È venuto fuori in maniera molto veloce, anche se dura più di 4 minuti, con una naturalezza che riusciamo a ricreare anche dal vivo. Secondo me merita più di altri e se andasse bene potrei avere anche un'uscita inedita di Vanità.

Nel disco sembra di sentire influenze di Dente, Battisti e anche di tanta musica anni 70-80, tu cosa ascolti? Di Battisti me lo dicono in tanti, ma non l'avevo in testa quando ho scritto l'album, ma il parere esterno è sempre il più oggettivo e meno influenzato. Non mi sono ispirato particolarmente a lui o a Dente, che ha un modo di approcciarsi alle cose molto diverso dal mio. Il mio background è più esterofilo, verso sonorità fine anni 70 - inizio anni 80. Ho guardato molto alla produzione statunitense di quel periodo e ho usato molto la stratificazione di tastiera e clarinet per creare un po' di groove. Probabilmente Battisti nel suo periodo funky soul ammiccava allo stesso genere e io non posso che sentirmi onorato di questo paragone.

Cosa ti aspetti dalle prossime tappe e dal tour estivo? Spero che piova meno dell'anno scorso, così posso usare la moto. Stiamo lavorando per fare un po' di concerti. I primi stanno andando bene, il pubblico è rapito e preso bene. Abusiamo del sax che mi piace da morire e l'idea è di fare una discreta stagione in cui ci divertiamo e rilassiamo sul palco. La formazione è composta da 6 membri, mi hanno proposto dei concerti in solo o in duo ma non voglio togliere all'album il sound con cui l'ho pensato. Per questo voglio tutti i componenti, anche se è già capitato di doverci stringere sul palco. Mi manca solo la bella voce di due coriste nere e per il resto mi auguro che riesca tutto bene.

E questo stesso augurio glielo facciamo pure noi e intanto vi consigliamo di ascoltare Sexsation e seguire Sig. Solo & The Superstars ai prossimi concerti.

INFO e CONTATTI Facebook iTunes www.garrinchadischi.it

 

Sara Antonelli

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Continua la rassegna Manzoni Cultura al Teatro Manzoni, il format ideato da Edoardo Sylos Labini che dal 10 novembre e per cinque lunedì promuove degli appuntamenti imprendibili con grandi personaggi dello Spettacolo e della Cultura italiana. In collaborazione con Raiscuola e sponsorizzato da CDI Centro Diagnostico Italiano, Saclà e Zerbinati - Cucina di Famiglia, Manzoni Cultura è un evento culturale dove il pubblico potrà assistere e intervenire a diverse interviste con i volti più noti e amati del nostro paese in un avvincente faccia a faccia.

Il quinto ed ultimo appuntamento di Manzoni Cultura sarà quello del 2 marzo 2015 con Magdi Cristiano Allam, che per l'occasione verrà intervistato dal direttore del "Giornale", Alessandro Sallusti. Allam si racconterà al Manzoni, ripercorrendo alcuni episodi della sua vita coraggiosa e controcorrente, presentando la sua coscienza critica rispetto al mondo islamico e di tutte le Chiese. Un'esistenza votata all'impegno contro qualsiasi tipo di violenza religiosa, quella di Allam, che con durezza e rigore intellettuale parlerà anche della minaccia del Califfato nero e dell'emergenza immigrazione, ma anche di difesa di valori costitutivi e prospettive di un'Europa che sembra completamente smarrita. Un'intervista che si prospetta fuori dai luoghi comuni e del politically correct.

Teatro Manzoni,

Via Manzoni 42, Milano

inizio: ore 21.00

Biglietto: posto unico 10€

Info:

Tel: 027636901

e-mail:Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

sito: www.teatromanzoni.it

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Continua la rassegna Manzoni Cultura al Teatro Manzoni, il format ideato da Edoardo Sylos Labini che dal 10 novembre e per cinque lunedì promuove degli appuntamenti imperdibili con alcuni grandi personaggi dello Spettacolo e della Cultura italiana. In collaborazione con Raiscuola e sponsorizzato da CDI Centro Diagnostico Italiano, Saclà e Zerbinati - Cucina di Famiglia, Manzoni Cultura è un evento culturale dove il pubblico potrà assistere e intervenire all'intervista che il giornalista Nicola Porro e Sylos Labini intratterranno con i volti più noti e amati del nostro paese in un avvincente faccia a faccia.

Dopo il terzo incontro di gennaio con la grande ballerina classica Calra Fracci, lunedì 9 febbraio l'ospite prescelta sarà, invece, Barbara D'Urso, una delle più celebri e popolari conduttrici della televisione italiana. Un'instancabile presenza nel piccolo schermo che si divide tra fiction, quiz, varietà, reality e talk show, Barbara D'Urso è finita spesso al centro di dibattiti e controversie. Un personaggio che divide il pubblico tra chi la segue assiduamente e la difende a spada tratta, e chi proprio non riesce a digerirla. L'occasione per sentire la sua opinione in merito sarà proprio lunedì 9 febbraio al Teatro Manzoni, dove la D'Urso si racconterà nella sua interezza.

9 febbraio 2015

Barbara D'Urso per Manzoni Cultura

Teatro Manzoni, Via Manzoni 42, Milano

Orario: h 21.00

Biglietto: posto unico 10€

Info: Tel: 027636901 e-mail: Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo. sito: http://www.teatromanzoni.it/manzoni/ 

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Nerospinto ha il piacere di essere partner della mostra personale dell'artista Max Papeschi "Fifty Shades Of Gold", che verrà inaugurata il 12 febbraio 2015 all’Istituto Italiano di Cultura di San Francisco. Prima della sua partenza per gli USA, siamo riusciti a intervistarlo, per capire meglio la sua arte e il messaggio che vuole trasmettere. Ma chi è Max Papeschi? È un artista contemporaneo che ha fatto della unpolitically correct la sua cifra stilistica. Dopo le esperienze come autore e regista in ambito teatrale, televisivo e cinematografico, raggiunge la notorietà con un'opera mastodontica esposta a Poznan, in Polonia, rendendolo uno dei digital-artist italiani più apprezzati e conosciuti all'estero, realizzando più di un centinaio di mostre in giro per tutto il mondo. La sua carriera di artista-scandalo è nata per caso, quando una gallerista vide quella che doveva essere la locandina di un futuro spettacolo e gli propose una mostra. Un mese dopo tutte le opere erano vendute, e da allora è stato un crescendo: vernissage, copertine, interviste, mostre in tutto il mondo, critiche, contestazioni, dibattiti, e le immancabili minacce di morte (la misura più attendibile della fama). Nel 2014 Sperling&Kupfer ha pubblicato la sua autobiografia "Vendere svastiche e vivere felici. Ovvero: come ottenere un rapido e immeritato successo nel mondo dell'arte contemporanea": autocelebrativo o la cronaca imparziale della sua ascesa, non smette comunque di dividere le opinioni. A San Francisco si terrà la sua nuova personale, presso l'Istituto Italiano di Cultura in collaborazione con la McLoughlin Gallery, curata da Giulia Proietti e sponsorizzata da Lumen Group. In mostra ci saranno 40 opere per un'antologica con le opere più famose del'artista, oltre alla programmazione di video e i reading di alcuni pezzi tratti dall'autobiografia dell'artista. Per noi Max, oltre che un artista visionario, rimane innanzitutto un amico, e lo abbiamo incontrato nel suo studio un sabato pomeriggio.

 

Nerospinto: Sei felice? Max: Sì

N.: Qual è il confine tra marketing e arte? M.: Il confine è sempre più sottile. Il mio lavoro spesso parla espressamente dei meccanismi della pubblicità. Talvolta il media è parte fondante del mio messaggio, come nel caso dello scandalo creato intorno al mio matrimonio riparatore con Minnie o alla vendita di mia madre: le notizie sono diventate esse stesse parte dell’opera.

N.: La provocazione è secondo te il mezzo migliore per veicolare il tuo messaggio? M.: La provocazione non ha più tanto senso. È stato esposto un cesso in una galleria d’arte nel 1917, c’è stata la merda in barattolo, ci sono state centinaia di performance basate sul nudo, sul sangue e sull’autolesionismo, hanno torturato e ucciso animali in nome dell’arte di “rottura” e appeso in piazza manichini di bambini morti. A livello di provocazioni, il mondo dell'arte ha già dato abbastanza, secondo me.

N.: Pensi che le tue opere siano state fraintese o che il messaggio non sia stato capito correttamente? M.: All'inizio sono state spesso fraintese, adesso, dopo tutte le interviste che ho rilasciato, almeno in Europa il mio lavoro è abbastanza capito.

N.: Oramai tutto è stato sdoganato e ridicolizzato, i tabù e i dogmi della cultura occidentale pian piano stanno crollando: cosa pensi ci sia ancora di trasgressivo? M.: Niente è più trasgressivo perché le regole son state tutte infrante. Sono curioso di scoprire cosa verrà definito “trasgressivo” dalle generazioni future.

N.: Vuoi prendere le distanze dalla decadenza culturale dei tempi moderni, o senti di esserci dentro e di viverla? M.: Sono decisamente figlio di questi tempi, critico e ridicolizzo cose che fanno comunque parte della mia vita, sarebbe ipocrita prenderne le distanze.

N.: Con chi ti piacerebbe lavorare? M.: Mi piacerebbe lavorare con dei professionisti seri ad un film, magari tratto dai miei lavori.

N.: Una città al mondo dove vorresti esporre? M.: New York.

N.: Ti senti una star? Ti riconoscono? M.: Mi è capitato che qualcuno mi fermasse per strada, ma fortunatamente non faccio televisione e non gioco a calcio, la mia vita e il mio modo di viverla non sono cambiati più di tanto.

N.: Chi compra i tuoi quadri? M.: All'inizio della mia carriera venivano acquistati esclusivamente per piacere estetico, per arredarci le case. Oggi alcuni lo fanno solo per investimento indipendentemente dal fatto che l’opera gli piaccia o meno, fa parte delle regole del gioco.

N.: La prima cosa che fai la mattina appena ti svegli? M.: Controllo il cellulare e le mail dal letto, se non ci sono urgenze me la prendo con molta calma.

N.: L’ultima cosa che fai prima di dormire? M.: Soffro un po’ di insonnia, e faccio piuttosto fatica a prendere sonno, spesso mi addormento guardando documentari. L’idea è che se non riesco a dormire almeno imparo qualcosa.

N.: Cosa si può fare, dal punto di vista di un artista, per l'arte in Italia? M: Farla vedere all’estero.

N.: Quanto contano i compromessi e le pubbliche relazioni? M.: Le pubbliche relazioni contano tantissimo, questo vale per tutti i settori, ma nel mondo dell’arte sono forse ancora più importanti. Quando lavoravo nel mondo dello spettacolo, dove per realizzare le proprie idee serve molto denaro in anticipo, ho dovuto fare enormi compromessi. Per quello che faccio adesso non servono grossi capitali, non sono costretto a mendicare soldi dai produttori e direttori di rete, quindi posso permettermi il lusso di non fare compromessi.

N.: I Nazisti erano abilissimi nella propaganda e nelle pubbliche relazioni, per questo Hitler è così presente nella tua produzione? M.: I regimi totalitari sono stati e sono tuttora abilissimi nella propaganda, fa parte del loro DNA. Hitler è diventato il simbolo del male assoluto, senza le sfumature che hanno avuto altri dittatori, per questo è molto presente nella mia produzione, perché è un archetipo.

N.: Un pregio e un difetto? M.: Il mio peggior difetto, è che sono un inguaribile ottimista, che poi è anche il mio maggior pregio.

N.: Come spende i suoi soldi Max Papeschi? M.: Viaggiando.

 

Carlotta Tosoni

 

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Esce oggi per Garrincha Dischi "Ho messo la sveglia per la rivoluzione", il secondo album dell'Orso, il loro primo LP di inediti. L'album ha esordito nella Top Ten di iTunes già in pre-order e il primo singolo "Giorni Migliori" ha ottenuto il primo posto nella classifica Alternative di iTunes. L'album è da oggi disponibile in tutti gli store, anche digitali e questo è il link per trovarlo su iTunes: https://itunes.apple.com/it/album/ho-messo-la-sveglia-per-la/id954462794

In occasione dell'inizio del loro tour, che farà tappa al Biko di Milano giovedì 5 febbraio, Nerospinto ha avuto il piacere di intervistare la voce della band, Mattia Barro.

Com'è andata la data zero del nuovo tour? Bene, molto bene. Siamo riusciti a portare 200 persone ad un concerto a Ivrea, ed è una cosa bellissima anche perché a Ivrea non c'è un posto per i concerti, è una provincia di discoteche e club. Il live l'abbiamo fatto nel teatro della stazione, una zona molto figa che si sta rivalutando, mio padre dice che sembra di stare a Berlino. Poi c'era la mia famiglia, i miei amici d'infanzia, la ragazza del liceo (ride). No, lei in realtà non è venuta, non ci parliamo più. Ero molto emozionato: ci saremmo esibiti con la band nuova e il disco nuovo a Ivrea, a casa mia. Milano è una parentesi, io sono uno di quelli che arriva dalla provincia, va nella metropoli ma poi tornerà a casa. Per quanto mi piaccia Milano voglio tornare a Ivrea.

[intanto parte il video di If you had my love di Jennifer Lopez] Avrò avuto 12 anni, in questo video lei è abbastanza coperta e questo ci innervosiva tutti. (ride)

Cosa ci puoi dire a proposito dei cambiamenti nella formazione della band? Giulio, il nostro ex batterista, ha scelto di intraprendere la carriera attoriale. Invece con Tommaso c'erano divergenze da un po' di tempo, quindi in un periodo di pausa e di cambiamento della band abbiamo deciso che era inutile continuare a non capirsi. Nella nuova formazione c'è Francesco, che da due anni è anche il mio coinquilino e il fatto di vedersi ogni giorno porta a conoscere meglio i limiti dell'altra persona. Con lui ho già lavorato in altri progetti tipo The Swimmer, così come con Niccolò, il nuovo batterista. Omar l'ho conosciuto a giugno, al Garrincha Loves Bari, tramite Anna dell'Officina della Camomilla. Aveva appena lasciato la sua band e lui è uno che vuole suonare, io cercavo un chitarrista e ci siamo trovati subito, è molto veloce nel capire le cose e probabilmente fra noi è il più bravo a livello tecnico. Sono molto contento delle nuove scelte.

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A proposito di Garrincha, come sono i rapporti con l'etichetta? Abbiamo consolidato i rapporti in questi ultimi mesi. Non tutte le band sono della stessa città, per cui sono stati importanti i Garrincha Loves fatti in questi anni in giro per l'Italia. Per mettere da parte gli egocentrismi di ognuno e mettersi a parlare è necessario vivere delle situazioni insieme. L'anno scorso abbiamo giocato bene i posizionamenti  in cartellone di tutte le band in modo che tutti potessero sentirsi importanti alla stessa maniera, Lo Stato Sociale a parte. È anche giusto rendere merito a un gruppo che fa sempre il pieno, sono i golden boys della scena indipendente italiana ed è sbagliato nasconderli. Garrincha spende Lo Stato Sociale per rafforzare tutte le band, mentre ad esempio la 42 Records con I Cani ha sempre scelto di "proteggerli" e fare una cosa un po' esclusiva, farli suonare poco. È anche grazie a Lo Stato Sociale che L'Orso riesce a farsi conoscere. È un bene quando tutte le band hanno pari dignità e per arrivare a questo punto ci è voluto un po' di tempo. È diventato praticamente un rapporto familiare, per esempio lo studio di registrazione, si trova a casa di Matteo Romagnoli - fondatore della label. La casa si trova in provincia di Bologna, fuori città, a fianco c'è la casa di suo padre, si dorme da lui e si suona nello studio che è poi il soggiorno, è un modo secondo me anche più divertente di lavorare.

Come è stato lavorare all’ultimo album? Io e Francesco abbiamo lavorato insieme, a casa. Poi abbiamo portato in studio le canzoni scritte e con Gaia, Niccolò e Omar le abbiamo decostruite. Le canzoni erano già state scritte prima del cambio di formazione quindi gli altri sono arrivati a metà del processo creativo. Adesso abbiamo tre ragazzi che suonano con i controcoglioni e se ti fidi delle persone con cui lavori anche i risultati sono migliori. Poi con Romagnoli e Carota - Lo Stato Sociale - abbiamo fatto prendere delle derive molto diverse al nuovo disco. Ad esempio abbiamo provato a levare la chitarra, ripartire dalla la sezione ritmica e il cambiamento è stato molto stimolante e mi ha permesso di tirare fuori delle parti di me che generalmente non avrei saputo tirare fuori. Tutto il lavoro di produzione fa intraprendere nuove direzioni e con l'età ho capito che bisogna trovare la giusta ponderazione tra cuore e cervello, non sono per l'attitudine del punk ma nemmeno per il controllo spasmodico dei dettagli.

Sulla pagina facebook dell'Orso hai scritto che "bisogna uccidere i propri padri, per potersi autodeterminare" Sì è vero, lo trovo verissimo. E per fare questo disco abbiamo ucciso tutte le cose che dovevamo uccidere per sopravvivere. Abbiamo stravolto tutto quello che la gente pensava fosse l'Orso: soltanto chitarra acustica, orchestrazioni e canzoni d'amore. I padri erano sia chi eravamo noi, che la formazione. Se non fossimo cambiati avremmo fatto un disco di merda, L'Orso 2; anche il cinema ci ha dimostrato che i sequel non portano benissimo. Quando fai un disco sai che per due anni parlerai solo di quello. Serviva uno stacco, senza sarebbe stato tremendo, ci saremmo annoiati e non saremmo durati. I padri sono anche tanti altri limiti che abbiamo deciso di non imporci, altrimenti nel nuovo album non avremmo potuto mettere l'elettronica e il rap. Io faccio rap da quando ho 15 anni però non avevo mai fatto pezzi rap con L'Orso, in questo disco invece rappo in tre pezzi diversi, senza una vera base hip hop. Abbiamo fatto una bella strage di cose che avremmo dovuto uccidere.

Perché ultimamente tutti i pezzi usciti su YouTube sono inseriti in un lyrics video Perché i video su YouTube solo con la copertina mi uccidono, la pensa così anche Romagnoli. Poi per fare un lyric video non serve tanto né a livello di tempo né a livello economico, quindi per dare pari dignità a tutti i brani abbiamo scelto questa strada. Tra un po’ usciranno anche i video ufficiali del pezzo con Lo Stato Sociale, con i Costa, quello de “Il tempo ci ripagherà” e forse di “Shoegazer”, e quello di “Giorni Migliori” è già uscito invece. Poi la cosa bella che è venuta fuori coi lyrics video è che la gente li ricondivide molto di più, mette su Instagram lo screenshot con il testo, lo rende molto diretto e veloce. È  una cosa che mi è piaciuta molto, il problema è far stare una frase di senso compiuto in un frame. (ride)

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Far uscire le canzoni prima dell'album non è rischioso? Avete persino messo l’album in streaming su Rockit il giorno prima dell’uscita!

In questo periodo storico il "mi metto e ascolto il disco" è una cosa che facciamo in pochi. Il problema era dare dignità a tutte le canzoni al primo disco di inediti, 10 pezzi da far uscire con il loro video e dare a tutti la possibilità di sentirli. Il disco sarà comunque disponibile su YouTube e Spotify già dal 3 febbraio, quindi sarà comunque ascoltabile gratuitamente. Questa scelta è fatta soprattutto per far conoscere tutte le canzoni e non solo le solite due o tre.  E poi l’altro aspetto positivo è che chi verrà alle prime date a sentire il concerto potrà già cantare le canzoni con noi. Altri gruppi fanno qualcosa di più intelligente probabilmente, fanno uscire l'album e iniziano il tour dopo un mese così la gente ha il tempo di metabolizzare il disco. Il nostro disco doveva uscire un mese prima, ma poi sono cambiate le date e comunque abbiamo scelto di non far slittare il tour anche per testare i nuovi pezzi e la nuova formazione direttamente con il live e vedere le reazioni del pubblico. A Ivrea è stato particolare, abbiamo fatto 18 canzoni, di cui 11 uscite da settembre ad ora. Abbiamo scelto di sperimentare, non aver paura che il pubblico non sapesse le canzoni, poi c'erano le prime file coi fan accaniti che le sapevano già tutte.

Ecco appunto, questa sorta di fidelizzazione che sta avvenendo per voi e altre band Garrincha grazie ai social network e soprattutto ai fan club.  Che ne pensi? È quello che avrei voluto avere io da ragazzino. Ho letto una bellissima intervista di Mark Ronson che diceva: "Sono tra  i numeri uno e tutti mi vogliono. Ho fatto duemila cose ma io continuo a scrivere la musica per il quindicenne che ero" e mi ci ritrovo molto. Voglio che qualsiasi cosa faccia con i miei progetti sia di gradimento per quello che ero a 18 anni. È il mio punto di riferimento, quando scrivo devo dare sempre conto al ragazzino che ero, quando ero puro al mille per cento. Ero malato di musica, andavo a 100 concerti all’anno, e mi gasavo, morivo dalla voglia di conoscere le band e avere il loro autografo anche se nessun altro lo voleva ed erano semisconosciuti. È quello il vero giudice cui faccio riferimento. Ora sono cresciuto; ho studiato, ascoltato, letto, girato il mondo, e delle recensioni non me ne frega niente. Io per ora sto scrivendo per quel ragazzino che mi deve dire che sono onesto, ho detto la verità e quello che pensavo, se inizio a cambiare una parola per ammiccare al pubblico penso al ragazzino che mi direbbe che questa cosa all'epoca mi sarebbe andata di traverso. Se Matteo in studio vuole farmi cambiare qualcosa litighiamo come fratello maggiore e minore e ci mettiamo il muso.  Poi è vero che a volte quando scrivi, rivedi, modifichi e cambi la stesura, a volte ci sta, basta che lo faccia per te stesso e non per gli altri perché poi quando la canterai live  ti darà fastidio, mi è successo ad esempio con “Con i chilometri contro”. È ovvio cambiare e fare autocritica: “Ottobre come Settembre” adesso dico "che merda!", la trovo pretenziosa e non mi piace, però all'epoca quando l'ho scritta era perfetta. E questo è il motivo per cui ti evolvi, di base la critica te la fai da solo, senza finisci a fare merda. Fortunatamente il mio giudice ce l'ho ed è ben presente. E questo mi fa odiare metà della scena indie italiana (ride).

Il nuovo album si intitola “Ho messo la sveglia per la rivoluzione”. La rivoluzione ha qualche accezione di carattere politico o no? No, assolutamente no. Di base parlo della rivoluzione interiore. Il problema di chi fa politica con la musica è che pensa sempre che la rivoluzione debba essere imposta, senza neanche sapere cosa rivoluzionare. Io penso che prima della rivoluzione sociale ci sia quella personale, tutti dicono che va di merda e bisogna cambiare le cose, una concezione generale e vaga, noi lo diciamo, il pubblico lo ripete, ma dirlo e basta serve a ben poco soprattutto se non c'è nemmeno una direzione. Quando sei il primo a cambiare allora puoi parlare anche agli altri. Si tratta anche di cose piccole, senza cambiare il mondo. Io odio l'ambiente italiano indipendente, non mi ci trovo, mi sento il bambino povero alla festa dei ricchi, ma non c'è nessun ricco in realtà, anche se l'attitudine è quella. Ad ogni modo “ho messo la sveglia per la rivoluzione” è una frase estratta da “Il tempo ci ripagherà”. È una critica a chi parla ma poi resta a casa, quando siamo a casa iniziamo a lavorare su noi stessi, poi la voglia per il resto viene. Se ci si riempie la bocca di parole belle e poi si rimane sul divano sembra di prendere per il culo un po' tutti.

[prima di salutarci, Mattia riceve un messaggio] Aspetta che c'è una discussione tra mia madre e mia nonna sul numero di persone al concerto. Mia nonna ha misurato quanta gente c'era da quanto è stata in coda per prendere l'acqua al bar.

Canali ufficiali de L'orso: www.facebook.com/lorsoband www.twitter.com/lorsoband www.garrinchadischi.it

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Questa settimana Claudio Simonetti da shoes designer/illustratore diventa “giornalista" per intervistare una vera e propria icona di stile.

Elegante, mai scontata, sguardo fiero di chi, con tenacia, studio, gavetta e dedizione, ha alimentato i propri sogni. Una voce intima ed intimista, capace di toccare le corde più profonde del cuore. Paola Iezzi, una delle rare artiste italiane che forgiano, con maestria, molteplici linguaggi artistici; nasce così il suo nuovo progetto "i.Love”.

"Insegnami l'arte di creare isole di quiete, Dove assimilare la bellezza delle cose di ogni giorno: Le nuvole, gli alberi, un po' di musica" (M. Stroud)

 

 

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Prendetevi una pausa, magari davanti ad una calda tazza di thè, comodi sul vostro sul divano, per leggere questo tete a tete con Paola Iezzi.

 

Claudio: i.Love e' un'affermazione importante, suona come un atto di fiducia, di consapevolezza e condivisione, in contrapposizione al nostro secolo ricco di individualismo, quali sono gli amori di Paola Iezzi?

Paola: strano a pensarci ma trovo che l’Amore sia oggi un concetto più che moderno. Strano se pensi a questi tempi odierni dove, nel mondo reale e su internet, vedi dilagare l’odio, attraverso messaggi estremi, di intolleranza di rabbia, di continuo nervosismo. Come se vivessimo dentro una pentola a pressione che sta per esplodere… Credo che qui, ora, in questo “point break” di un sistema economico e sociale che sta facendo acqua da tutte le parti, una grande parte di persone, abbia voglia di tornare alla radice dell’esistenza, che è certamente l’Amore. L’Amore che spegne ogni focolaio di odio. E’ difficile combattere questo sentimento quando ti arriva addosso con tutta la sincerità e la potenza che gli sono proprie. Sembra un concetto cattolico-cristiano, e forse in parte lo è. Io non sono credente, ma riconosco che certe cose dette da Gesù Cristo, che fu prima di tutto, un uomo, furono totalmente rivoluzionarie da un punto di vista sia umano che sociale. Totalmente. Per questo il mondo circostante, probabilmente non le accettò. Troppa roba, per quei tempi, mi viene da dire. Oggi forse gli esseri umani sono più pronti ad accogliere un concetto così potente come l’amore. Io ne sono affascinata. Sono anche affascinata dalla deformazione che viene operata sul concetto dell’Amore. Si chiama amore anche ciò che non è. Lo si confonde di continuo. Come si fa con Dio. Fatto sta che è un concetto più che mai moderno che mette al centro l’uomo e le proprie problematiche e poi si espande. Ecco qua, “l’amore si espande” è in espansione , come l’universo. Io oggi identifico il concetto di amore con lo “sforzarsi”. Molti pensano (secondo me erroneamente) che l’amore non implichi sforzo perché “viene da sé”. Io credo che l’amore vero richieda una capacità di sforzarsi grande. Una costanza nel praticarlo, una fatica nel porsi costantemente le domande giuste e nel cercare sempre le risposte che non sempre sono ad un passo da noi. Io amo il fatto di sforzarmi per qualcosa che amo e in cui credo. Ecco cosa amo.

Claudio: Quanto l'amore ha contaminato il tuo modo di fare musica?

Paola: Lo ha contaminato del tutto. Oggi più che mai. Oggi che molte barriere e veli illusori sono crollati, un po’ perché sono più grande, e un po’ perché i tempi sono cambiati e ci chiedono di mutare anche noi con loro, ecco, oggi resistere e produrre musica è un immenso atto d’amore che faccio nei confronti prima di tutto di me stessa e anche di chi ha voglia di ascoltare e guardare quello che faccio.

Claudio: Il talento e' un dono importante, un impegno, non tutti sono in grado di gestirlo, quando hai avuto la consapevolezza di avere talento?

Paola : Io amo il talento nelle persone e so di saperlo riconoscere. Tanto amo il talento quanto non sopporto vederlo sprecato. Dunque spesso il talento senza un impegno costante, una sorta di controllo, di disciplina, rischia spesso di perdersi. Ed è sempre un peccato assistere a questo spreco. Anche se a volte è comprensibile: l’esubero di talento spesso travolge chi lo possiede. Per questo è necessario essere indirizzati, guidati. All’inizio soprattutto. Il talento bisogna amarlo e rispettarlo. Difenderlo con intelligenza. Ma non sempre accade questo. E lì torna in gioco il nostro adorato concetto di “amore”. Per tornare alla tua domanda…io sono un po’ multiforme. E so di avere una “vis” per la creatività e l’arte. Amo molte forme di spettacolo e se c’è un talento che so di avere è quello dell’intuizione. Tutto il resto è frutto di tanto lavoro. Non c’è un momento preciso in cui mi sia effettivamente resa conto di avere del talento…ma se ci penso bene, forse quando ho scritto la mia prima canzone. Non riuscivo neppure a capire da dove fosse arrivata. Una strana sensazione. Sensazione che si ripresenta ogni volta che scrivo una canzone nuova.

Claudio: Com’è cambiata la musica italiana negli ultimi vent'anni?

Paola: uh, ci vorrebbe un esperto in cambiamenti storici. Uno più studioso di me sull’argmento. Un accademico. Poi bisogna capire se per musica intendi il modo di fare la musica, il modo di diffonderla, oppure il modo di veicolarla e venderla. Posso dirti che da quando ho fatto sanremo con mia sorella ,e parliamo del 1997, ad oggi, il mondo grazie alla tecnologia è completamente in rivoluzione. Sembra che si parli di un secolo fa e invece è solo un ventennio. Tutto è mutato. Alcune cose sono molto meglio, altre devono ancora trovare un loro senso e una loro collocazione, ma sono molto positiva su questo. Ogni grande cambiamento storico implica che si guadagni qualcosa e si perda qualcosa. Solitamente dopo un po’ si ritrova un assetto nuovo. Noi ci troviamo nel bel mezzo di una vera e propria rivoluzione. Come fu per l’inizio del ‘900 e le sue invenzioni e novità. Certo, in questo processo avvengono mutamenti che fanno soffrire. Anche parecchio. O che destano una miriade di sospetti. Ma ritengo che si debba sempre guardare al futuro con uno sguardo fiducioso e positivo.

Claudio: Sei una delle pochissime artiste italiane attente all'estetica e alla moda, pensi che il pubblico italiano abbia percepito a pieno questo tuo modo di essere?

Paola: L’immagine e l’estetica delle immagini hanno sempre destato il mio interesse. Fin dall’inizio. Ho sempre fatto in modo che tutto quello che facevo, musicalmente parlando, fosse accompagnato da immagini curate che avessero un senso e fossero interessanti. Anni fa era anche più difficile far capire che era un concetto importante e mi sono trovata più volte a discutere sull’argomento, con persone che non capivano quanto, per me, fosse importante questa cosa. Ho sempre pensato che in Italia dopo gli anni ‘80 si sia iniziato a soffrire di una strana sindrome. Quella della “ragazza della porta accanto” che ha travolto il mondo della comunicazione (e anche della musica) creando una sorta di assioma, per il quale se esibivi una certa sicurezza e cura della performance, di colpo, diventavi stranamente poco credibile. In pratica, se sei graziosa, curi la tua immagine e “spingi” sul look allontanandoti dal modello “preconfezionato” della ragazzina “semplice” carina, senza troppi fronzoli, coi capelli lunghi e un po’ spioventi sulle spalle il jeansettino e la maglietta, e con quell’aria di chi è li per grazia ricevuta e non perché magari ha le capacità per esserci, allora ti allontani troppo dal pubblico, e dunque non vendi i dischi. Per anni e anni ho sentito dire queste stupidaggini. Così dall’estero hanno continuato ad arrivare icone pop e rock curatissime e “donne artiste” con gli attributi. Da noi tutti stranamente idolatrate e promosse, mentre qui eravamo tutti come in ostaggio di questa mentalità un po’ “provinciale” . Io l’ho sempre vista in modo completamente diverso. E a mio modo mi sono sempre ribellata. Credo, anzi sono fermamente convinta che l’artista non debba mai sottomettersi al pubblico. Debba aver grande rispetto del pubblico. Ma sostanzialmente deve seguire ciò che il suo istinto di artista gli suggerisce, sennò non sarà mai credibile fino in fondo, soprattutto con se stesso. Credo fermamente che anni e anni di sottomissione ad una credenza sbagliata e cioè che il pubblico volesse sul palco schiere di artisti e cantanti cosiddetti “normali”, abbiano limitato moltissimo il nostro panorama artistico musicale e in qualche caso lo abbiano addirittura fermato, isolandolo completamente dal resto del mondo. Creando per anni artisti tutti uguali o molto simili. Impauriti dall’ansia che mettersi una parrucca o indossare un paio di tacchi facesse vendere meno dischi. Assurdo. Temo, che per molto tempo questa paura si sia tramutata in realtà e così chi restava dell’idea che rimanere se stesso fosse onesto e “artistico” veniva tacciato di essere un “montato”, o di essere uno che se la tirava o ancora peggio uno che siccome curava troppo il look, non poteva essere credibile come cantante o come musicista. Cosa da pazzi. Oggi le cose stanno un po’ cambiando, ma è dura far capire oggi al pubblico, dopo decenni di martellamento, che stare sul palco è un concetto diverso che andare al supermercato a fare la spesa. E che un artista è un artista e non deve necessariamente essere né buonino né carino, né pulitino, né semplicino. L’artista è artista, fa le sue cose e la sua musica e si esprime al meglio che può. Il pubblico poi decide se comprarlo oppure no e questo è ciò che penso. Nessun atto di sottomissione, nessuna rinuncia a ciò che si vuol dire con la musica e con l’immagine. Sennò che artista sei? Chi sei? Dov’è la tua personalità?

Claudio: Poliedrica e sperimentatrice, non sei rimasta ancorata ad una sola immagine, quanto c'è di Paola sul palco e quanto rimane privato?

Paola : Grazie…è la verità, Io mi ritengo una “multiforme”. Mi piace sperimentare ogni sfaccettatura del mio “fare questo lavoro”. Cerco di seguire un istinto e cerco, nel possibile di fare ciò che mi piace. Credo che se una cosa piace a me e io mi ci sento a mio agio troverò un pubblico disposto a seguirmi. Per lo meno lo spero. Certamente se fai questo mestiere non lo fai solo per esprimere una parte di te ma per trovare anche persone che riconoscano in te lo stesso istinto loro, magari sopito. Lo fai per essere amato e apprezzato artisticamente. Io tendo a dividere molto l’ "io del palco” dall’ “io giù dal palco”. Nella vita sono una persona molto semplice, che fa cose semplici e che ama le cose carine..mantre sul palco amo “spingere”, amo l’esagerazione. E il “carino” non esiste. Esiste il “super” . Amo tirare fuori la parte più forte e invincibile di me. Come se salendo sul palco in qualche modo indossassi un costume da super eroe e diventassi fortissima. Ma è una dimensione. Scesa da lì sono una persona molto mite, ironica, divertente. Sono una che indaga sempre, una semplice, ma che vive le proprie complessità quotidiane, come tutti credo. E non mi sento affatto invincibile. Ma sul palco io sono Super Paola. Ecco! J

Claudio: Sei un'artista attenta alle molteplici forme d'arte, non solo alla musica; un film, un'opera d'arte visiva, una canzone, un libro che avresti voluto dirigere, creare, comporre e scrivere tu stessa.

Paola: Oh…wow…che domandone…no…credo nulla…non potrei immaginare di essere stato al posto di chi ha diretto o scritto o composto qualcosa che amo molto…però posso dire che mi sarebbe piaciuto essere presente che ne so, sul set di Barry Lyndon, per esempio o su un qualunque set cinematografico di Stanley Kubrick o di Coppola Oppure su un set fotografico di Helmut Newton o di Peter Lindbegh. Oppure essere un pianoforte mentre John Lennon scriveva imagine o un basso mentre Jackson scriveva Billie Jean…sai…quelle cose cose lì…impossibili… La creazione di un’opera artistica segue processi misteriosi e a volte quasi mistici…una serie di fattori che si combinano grazia alla casualità all’ingegno, alla fortuna, agli incontri. Fatto sta che almeno una volta nella vita si vorrebbe esser stati presenti al momento della creazione di qualcosa che hai amato. E’ un po’ come “toccare il divino”…questo credo sia uno dei motivi principali per i quali si fa un figlio…nell’atto della creazione risiede il segreto e il significato della vita e dell’universo.

Claudio: Appena pubblicato i.Love ha avuto un ottimo feedback di pubblico, ricordando anche il successo del progetto solista "Alone"....c'è in cantiere un progetto di inediti?

Paola: Si Sto dedicandomi alla scrittura di un album da solista. Anche se mi sto prendendo del tempo per capire come lo vorrei, di cosa vorrei effettivamente parlare, in quale lingua…tante cose. Ma non ho obblighi o pressioni. Quindi voglio seguire unicamente il mio ritmo naturale e far emergere le cose migliori. Le canzoni più belle. Che alla fine in un disco contano quelle. Oltre ad una bella copertina ;-)

Claudio: Le versioni proposte nell'Ep i.Love sono molto intimiste, da quali situazioni sono nate?

Paola: Sono nate dalla voglia di fare quello che mi piaceva. Volevo ricantare anche io “get lucky” ritengo sia una delle canzoni più belle degli ultimi dieci anni di musica pop e dance…ha una serie di caratteristiche che me la fanno amare…e che mi hanno spinto a volerla re interpretare, come molti altri cantanti hanno fatto. La chiave di produzione è stata sempre una chiave “funk” ma un funk più anni ’80 che ’70. Dell’arrangiamento si è occupato Michele Monestiroli, con il quale collaboro da anni, prima con Paola &Chiara ora da sola. E’ un produttore e un polistrumentista che stimo moltissimo. Ha grandissime capacità tecniche ed è dotato di un grande talento e sensibilità musicale. Per quello che riguarda gli altri due brani, li volevo rifare in versione “western”. Ero reduce dall’aver seguito tutta la serie di “breakin bad” . Ne ero follemente innamorata. Sono sempre stata una fan di un certo genere musicale legato al country, alle chitarre surf, alla chitarra dobro, a quelle atmosfere un po’ “desertiche” e quando ho visto “breaking bad” volevo fare un disco tutto con quelle sonorità. Poi ovviamente mi sono un po’ “ridimensionata”, ma quando ho avuto l’idea dell’Ep e ho scelto i brani ho deciso che avrei voluto ri arrangiare il pezzo di madonna e quello degli a-ha in quella direzione. Ne ho parlato con gli arrangiatori (Cristiano Norbedo ed Andrea Rigonat) e abbiamo lavorato in quella direzione. Siamo tutti e tre molto soddisfatti del risultato. I brani hanno conservato la loro potenza melodica ma gli abbiamo dato una veste del tutto nuova.

Claudio: Come riesci a dare forma alla tua fantasia? Qual è il tuo percorso creativo?

Paola: Sinceramente non riesco a trovare il “bandolo della matassa”. Parte tutto da un particolare. Da un’intuizione. Dal nulla, apparentemente. Poi se l’intuizione persiste…e continua a far capolino nella mia testa, allora decido che forse è il caso di andarle dietro e di iniziare a costruirle un mondo intorno. Difficilmente lascio che la fantasia resti tale. Cerco sempre di portarla alla luce. Bisogna avere del coraggio in questo, perché il progetto potrebbe anche fallire e quindi bisogna essere disponibili a fare i conti con un eventuale fallimento. Ma a me sta bene. E’ un esercizio che ti aiuta a coltivare l’umiiltà. Io sono affascinata dal processo creativo e dalla costruzione dei progetti. Mi interessa quasi di più quella fase che io chiamo la fase del “tutto possibile” che tutto quello che poi ne consegue.

Claudio: Come uno sciamano contemporaneo , nel video "Get Lucky", vivi una New York sognante, Boetti, artista al quale sono legato, diceva "l'artista e' sciamano e showman", ti ritrovi in questo pensiero?

Paola : Assolutamente si. Boetti ha assolutamente ragione. L’artista è questo. Non conoscevo questa sua definizione, grazie mille. Ora me la rigiocherò da qualche parte di sicuro. Condivido in pieno.

Claudio: Ultima domanda, "Cambiare Pagina", per citare il brano del progetto Paola & Chiara; quanto costa cambiare pagina?

Paola: Voltare pagina è un po’ come abbandonare una parte di sé. Lo si può fare in maniere diverse. A volte non costa moltissimo nel momento in cui lo fai perché hai già elaborato il cambiamento prima, in un lungo processo di distacco, durato magari degli anni, quindi ad un certo punto semplicemente, senza quasi pensarci lo fai, e spesso quell’atto lo vivi come un atto di liberazione e di rinascita. A volte costa moltissimo. A volte non sei assolutamente pronto per abbandonare vecchie parti di te o di altri che senti che in qualche modo ti limitano e ti ostacolano, allora è necessario uno sforzo enorme…a volte devi quasi prescindere da te stesso. A volte devi quasi fingere di essere un altro per non soffrire nel farlo. Ma è spesso necessario. Chi non volta pagina quando è necessario è condannato a vivere nel passato. E’ condannato a far finta di vivere. E’ dolorosissimo cambiare delle cose di noi stessi…ma alcune parti di noi vanno fatte necessariamente morire, se si vuole ricominciare davvero un’esistenza degna di questo nome.

 

Ringraziamo Paola per questa intervista, la ringraziamo per la Ricerca di Bellezza e Verità (cit.) che la contraddistinguono come artista.

Paola: Grazie. Sapete che è una delle cose più belle e che sento più vicine a me che credo mi sia mai stata detta? Vi ringrazio per questo. E per questa meravigliosa e inusuale intervista. Io amo la diversità e le persone che si sforzano di cercare altre strade e altre soluzioni. Infinitamente Grazie

Qui di seguito potrete scaricare e ascoltare i brani dell’E.P

https://itunes.apple.com/it/album/i-love/id935289915

https://play.google.com/store/music/album/Paola_Iezzi_I_Love?id=Bfgnbsdi545j5cey3qdpjztfsuq&hl=it

La redazione di Nerospinto.it ringrazia Caudio Francesco Maria Simonetti per la meravigliosa intervista.

Andate a dare un’occhiata al tuo “Tumblr” http://c-f-m-s.tumblr.com

 

 

 

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Foto Paola Iezzi

©  Paolo Santambrogio

©  Marco Piraccini

Le gemelle Giulia e Silvia Provvedi, in arte Donatella, sono identiche ma diversissime, non solo per il colore dei capelli, ma soprattutto per il carattere, decisamente opposto, come dicono loro stesse. Da piccole il loro gioco preferito era travestirsi e cantare a squarciagola nella loro mansarda con tutta la loro famiglia, hobby che le ha portate a sentire indispensabile il bisogno di raccontarsi attraverso la musica. Pur avendo caratteri e interessi molto diversi, hanno sempre condiviso l'obiettivo di diventare delle pop-star.

Nel 2012, all'insaputa di Giulia, Silvia le iscrive ai casting di X-Factor 6. Si presentano alle audizioni con il nome di Provs Destination, e colpiscono i giudici con il loro look, la loro esuberanza e la loro originalità. Sotto la guida della loro coach Arisa, scelgono il nome d'arte Donatella. Il loro stile musicale è un pop di matrice elettronica, solido e raffinato, assemblato con precisione, che punta a varcare i confini nazionali.

Il loro ultimo singolo "Scarpe Diem" è uscito il 19 settembre 2014.

 

Nerospinto: Innanzitutto: chi è Silvia? Chi è Giulia?

Silvia: Io sono Silvia, la mora.

Giulia: Io sono Giulia, la bionda, anche se il nostro colore è in continua evoluzione, in base agli stati d’animo.

 

N.: Ditemi i pregi e i difetti l’una e dell’altra.

Silvia: Quello di Giulia non è propriamente un difetto, però dire che è un po’ troppo istintiva, mentre come pregio, essendo molto solare è sempre l’anima della festa.

Giulia: Silvia invece, è un po’ troppo seria e riflessiva, il suo pregio è la sincerità.

 

N.: Quali caratteristiche mi differenziano oltre ai capelli?

S: Sicuramente il fatto che una sia più impulsiva rispetto all'altra.

 

N.: Vi siete da poco trasferite a Milano, cosa ne pensate?

Ci piace molto, assolutamente.

 

N.: Cosa vi ha lasciato Xfactor? Lo rifareste?

S: Prima di Xfactor il canto era solo un hobby che condividevano con la nostra famiglia: una volta a settimana ci riuniamo e facciamo una serata karaoke. Ci siamo sempre vergognate a cantare in pubblico, per scherzo ci ho iscritte a insaputa di Giulia, anche perché senza di lei non sarei mai andata. Il lavoro che abbiamo fatto durante la trasmissione ci ha aiutato tantissimo a crescere, soprattutto perché abbiamo fatto il percorso al contrario: non siamo arrivate a Xfactor dopo anni di studi e tentativi, ma è stata la nostra prima esperienza.

 

N.: Giulia ti sei arrabbiata quando hai saputo che Silvia vi aveva iscritte?

G: No, perché ero convintissima che non saremmo entrate visto che c’erano altre 60 mila persone. Non credevo che saremmo riuscite a incuriosire i giudici, invece il destino ha voluto così.

 

N.: Che rapporto avete con il vostro coach Arisa?

S: Arisa ha creduto in noi e ci ha indirizzato lei verso il genere pop-dance, e noi ci siamo affidate a lei al 100%

 

N.: Parlatemi del vostro nuovo progetto.

S: Da qui a febbraio, quando uscirà l’album, ci saranno molte novità di cui ancora non possiamo parlare. Il primo singolo che abbiamo voluto far uscire, diciamo che è quello più sperimentale anche grazie alle importanti collaborazioni con Fred De Palma e i Two Fingerz, e ci tenevamo molto perché stimiamo le persone con cui abbiamo collaborato.

 

N.: Con chi vi piacerebbe collaborare?

G: Parlando di artisti italiani, il mio sogno sarebbe cantare con Laura Pausini, il mio idolo da sempre. Invece per quanto riguarda gli artisti internazionali, Rihanna.

S.: Io amo molto artisti come Neffa perché sperimenta molto, o Jovanotti, e anche con i rapper italiani visto che molti sono nostri amici, quindi sarebbe anche una dimostrazione di stima reciproca. Guardando al mondo internazionale, mi piacerebbe cantare con le icone della musica pop come Madonna, Kylie Minogue, Lady Gaga.

 

N.: A chi vi ispirate?

G: Ci piacciono quegli artisti capaci non solo di lasciare un’impronta nel mondo della musica, ma anche di influenzare mode e tendenze.

 

N.: Come vi vedete tra 20 anni?

S: Sicuramente con i capelli lunghi!

G: Non vivremo più insieme, ma in una casa comunicante.

S: Ovviamente ci auguriamo di essere realizzate e continuare questo percorso.

 

N.: Avete mai pensato a una carriera anche nella moda?

S: Noi studiamo modellismo in un atelier di abiti da sposa qua a Milano, quindi so creare e cucire abiti. Aspettiamo l’occasione giusta per iniziare una carriera anche nell’ambito della moda.

 

N.: Disco e film preferiti?

S: Il mio film preferito “Shutter Island”.

G: “Ghost” è il mio film preferito, l’ultimo disco di Rihanna, devo essere sincera è il più bello che abbia mai sentito.

S: Concordo!

Carlotta Tosoni

 

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Stefano Salvadori incontra Danilo Di Pasquale, casting director per alcune delle più importanti maison e case editrici di moda, per un’intervista a tutto tondo sulla moda.

 

Ciao Danilo, iniziamo con una domanda “rompighiaccio”: dieci parole per definirti

Mi definisco puntuale,ostinato,preciso, sognatore, entusiasta, propositivo, immarcescibile, simpatico, intelligente, collaborativo e (posso aggiungere?) anche modesto.

 

Dalla tua bio: ti sei diplomato all’Accademia Nazionale di Arte Drammatica Silvio D’Amico di Roma, per poi trasferirti a New York dove hai lavorato come assistant producer e casting director. Seguono John Casablancas Modeling, ITACA, fino alla decisione di metterti in proprio e concentrarti sui castings. Il casting è una sorta un palcoscenico su cui la modella mette a nudo sé stessa, esponendosi agli occhi dei selezionatori?

Io credo che i casting siano una vetrina per le modelle/i di fronte ai clienti ma, a volte, bisogna tener conto del fattore umano: un po’ di nervosismo e i tempi brevissimi di durata di un casting non permettono ai modelli di mostrare il meglio e/o a noi di capirlo e afferrarlo.

Talvolta, anche se non dovrebbe accadere, i casting sono un palcoscenico per designer, stylist e casting director. Non dobbiamo infatti dimenticare che la moda è un concentrato di personalità ed ego, difficili da contenere!

 

Quali sono le regole d’oro di un selezionatore?

Questa è la domanda più difficile. Bisogna sempre pensare che il casting non deve raccontare il casting director ma deve bensì interpretare l’idea dello stilista/cliente/fotografo. Spesso devo scegliere una modella che non rientrerebbe nel mio gusto personale ma che identifico come “perfetta” per il cliente che mi ha commissionato il lavoro. Si tratta di mettere da parte il proprio ego per concentrarsi su quello di chi mi paga. E’ una questione di rispetto e di professionalità.

Devo dire che con molti clienti si crea uno scambio di idee creative, molto proficuo: io contamino loro e loro contaminano me. In questi casi si crea una sinergia meravigliosa.

 

“È piccola, ma con quel viso e quella grinta cercheranno di imitarla tutti a New York” disse Sarah Doukas dell’Agenzia Storm di Kate Moss, allora poco più che quattordicenne. Ora a quarant’anni è ancora fra le Top Model più richieste, nonostante gli scandali di cui è stata protagonista. Cosa la rende cosi speciale agli occhi, non solo del pubblico, ma soprattutto degli addetti ai lavori?  

Mi piace Kate Moss ma non è la mia modella preferita. Credo che una parte del suo successo sia legata al “personaggio” Kate Moss. Le aziende che la scelgono come testimonial sanno molto bene quanto lei abbia una grande presa sul pubblico. Un po’ maledetta, stizzosissima, imitata e copiata dalle donne di  tutto il mondo.

E’ un personaggio, e come tale, rende e vale i soldi che le danno.

 

Bellezza? Stile? Fascino? Personalità? Cosa è necessario oggi per essere “Model”?

Fotogenia. E’ l’unica cosa veramente fondamentale per fare la modella. Il resto, dallo stile al fascino (di cui molte,anche famose, sono sprovviste dal vero) lo si apprende lavorando e costruendo la propria carriera. A contatto con i “miti” della moda, si può difatti imparare di tutto.

 

Quali sono oggi le regole dettate dalla moda?

Oggi, forse per fortuna, la regola è non avere regole! Chanel fa sfilare le snickers; Louis Vuitton manda in passerella uno stile da teenager. Credo che l’evoluzione dei tempi e dei costumi sociali abbia sdoganato tutto e tutti. La democrazia esiste anche nella moda!

 

Un tempo le modelle erano indossatrici, ossia si limitavano ad indossare un capo durante una sfilata o uno shooting fotografico. Con il passare del tempo, la modella è diventata parte integrante del sistema moda, volto noto quanto il brand che rappresenta, icona di stile e bersaglio dei paparazzi. Puoi spiegarci il perché di questa evoluzione?

Le modelle hanno colmato un vuoto: quanti stilisti celebri ci sono? Quanti sono famosi come lo erano i designer negli anni ’50/’60/’70/'80? Pochi e di questi pochi la maggior parte sono gli stessi dagli anni ’70. Le modelle hanno portato celebrità e riflettori sulla moda. Oggi i social networks ne hanno fatto delle celebrities 2.0

Esempio: pochissimi sanno chi sia Alexander Wang (nuovo idolo del popolo della moda) ma tantissimi sanno che alcune super top sfilano per lui.

 

Gli anni Novanta sono stati gli anni delle storiche Top Model, come Naomi, Christy, Linda, Cindy, donne che hanno incarnato in pieno lo spirito della moda del tempo, diventando delle vere stelle, paragonabili alle più famose rockstars. Oggi abbiamo Bianca Balti, Cara Delevigne, Maria Carla Boscono, altrettanto famose ed adorate dagli stilisti di riferimento. Quali sono le maggiori differenze tra queste due generazioni di modelle?

Non c’è un paragone tra Cindy, Linda e Claudia e  MariaCarla, Bianca o Cara. Impossibile oggi replicare gli anni ’90. Non esiste più il benessere economico di quegli anni, tanto che, se oggi una top dichiarasse di non alzarsi dal letto per meno di € 10.000 al giorno, la prenderebbero a calci e l’opinione pubblica non ne farebbe un idolo (come fece con Linda Evangelista, artefice di questa famosa affermazione) ma anzi la massacrerebbe mediaticamente.

I ruggenti e floridi anni ’90 sono definitivamente tramontati.

 

La direttrice di Vogue Franca Sozzani, il fotografo fashion Giampaolo Sgura e lo stilista Andrea Incontri sono senza dubbio tre importanti e rappresentativi personaggi della moda oggi. Quale è, secondo te, il legame tra loro e il mondo delle modelle?

Premesso che Franca Sozzani è “La Moda”, sono tutti e 3 grandi professionisti con un preciso stile personale e le modelle che scelgono rappresentano alla perfezione il loro “mondo”. Ovviamente Franca Sozzani, inutile dirlo, ha la competenza e la capacità di scoprire e lanciare nuove modelle.

 

Da qualche anno abbiamo assistito all’ascesa delle figlie e nipoti di cantanti (Georgia May Jagger, Amber Le Bon), politici (Cara Delevigne), attrici (Elettra Rossellini Wiedemann). Pensi che il nome di famiglia le abbia, in qualche modo, facilitate, “imponendone” il volto sulle copertine delle maggiori riviste di moda, nonché delle più prestigiose campagne pubblicitarie? Georgia May sarebbe stata notata senza il suo ingombrante cognome?

Da sempre le “figlie di”, “sorelle di”, “parenti di”, beneficiano di “quel” cognome che le agevola. Non è una tendenza di oggi, esiste da sempre. Ma oggi esse hanno modo di diventare personaggi grazie allo strumento di cui parlavo prima , ossia i social networks !

 

Raccontaci la tua esperienza come coach e giudice di School of Glam-Questione di Stile,  un nuovo format dedicato allo stile e alla moda in onda su FoxLife. Quale messaggio vuoi trasmettere agli spettatori riguardo al mondo della moda? Pensi che lo stile sia una dote innata oppure qualcosa che si possa apprendere, seguendo le dritte giuste?

Purtroppo il messaggio che passa da qualunque programma che si occupa di moda in tv è filtrato dalla penna degli autori che ne scrivono i testi. Nel mio caso, cerco di metterci la credibilità e la professionalità che mi hanno portato dove sono. Credo che i cosiddetti talents, più che insegnare qualcosa, diano allo spettatore la fiducia necessaria per fargli dire “forse potrei provarci (e talvolta riuscirci) anche io”. La famosa democratizzazione di cui ho parlato in precendenza!

 

Per concludere, quali sono i nomi (e i volti) sui cui ti senti di scommettere ?

Sasha Luss, Anna Ewers ed  Elisabeth Erm, tenendo conto che ormai, ogni stagione, la moda ha bisogno di nuove modelle. E forse, si tornerà a parlare di vestiti e stile, anziché di top model .

 

Editing a cura di Letizia Carriero

 

 

Uno scambio di mail, quattro chiacchiere ed ecco un mondo che mi si apre dinanzi agli occhi. L'eroina di questo universo scintillante è Veronika Vesper, performer, cantante, musicista, modella inglese, giunta da un pianeta lontano.

È lei la protagonista di questo incontro, nel quale si parla di moda, musica ma anche di felicità, malattia e di un lungo e tortuoso viaggio, chiamato vita.

 

N-Ciao Veronika, Presentati ai lettori di Nerospinto!

V-Mi chiamo Veronika Vesper e sono una strana creatura creativa giunta dallo spazio. Canto, scrivo canzoni, suono il flauto, amo esibirmi, anche come modella e adoro tutto ciò che ha a che fare con la moda. Credo nell’importanza di seguire i propri sogni, vivere la propria vita senza paura, essere autentici ed avere in mano le redini del proprio destino.

 

N-Dalla tua biografia: “Una bellissima creatura giunta da un altro pianeta. Quale pianeta?Hai una missione qui sulla terra?

V- A dire il vero, anche tu sei una creatura molto particolare :)  Si, la mia missione è ispirare le persone o meglio, incoraggiarle a credere in loro stesse, ad usare il loro potere e a “sguinzagliare” il loro genio. Mi piacerebbe vedere un mondo pieno di gente felice che vive in accordo con il proprio essere. Mi trovo qui anche per divertire e per rendere questo nostro mondo più bello. Che casualità :)

 

N-Hai definito la tua musica “pop spaziale”. In cosa si differenzia dal pop tradizionale, quello che di solito ascoltiamo in radio o su MTV?

V- Ha un sapore più “spaziale” :) Penso che la mia musica abbia sia un qualcosa che appartiene ad un’altra dimensione, sia una qualità cinematografica, e che sia dunque in grado di avvolgere completamente l’ascoltatore, trasportandolo altrove.

 

N-Le tue influenze musicali sono molto eterogenee, giusto per citarne alcune:David Bowie e Nirvana, ma anche Depeche Mode e Bjork. Cosa hai preso da ciascun artista e come hai usato questi “prestiti” nella tua musica?

V- Bjork è la mia più grande fonte di ispirazione. Onestà, il non aver paura di sperimentale musicalmente e la combinazione di suoni sinfonici e musica elettronica; I Depeche Mode mi trasmettono una certa eleganza dark, unita a splendide armonie; I Nirvana per me sono il sentimento, la passione, la sensuale trascuratezza con cui Kurt canta, è qualcosa difficile da descrivere; David Bowie: stile impavido e coraggioso.

 

N-Parliamo della tua immagine: ti descrivi come un incrocio tra Lara Croft e la protagonista del film “Il Quinto Elemento”. Come sei arrivata a creare questo look? Quale messaggio vuoi trasmettere al tuo pubblico?

V-Non si tratta di una scelta pianificata. Sono appassionata di sci-fi e super eroi. Mi piace indossare cose che mi facciano sentire imbattibile. Il mio messaggio è: sii te stesso, non avere paura e fregatene di ciò che la gente dice di te.

 

N-Passiamo allo stile: nella tua bio leggo tre parole chiave, “punk”, “cyber” e “alternativo”. Potresti definirle? In più ti chiedo se sia davvero possibile essere alternativi in questo mondo, dove praticamente tutti si adattano ad un’idea comune di moda e dove l’individualità è quasi una rarità.

V-Penso che sia possibile essere alternativi e con questo intendo dire che è possibile essere creativi e cercare nuovi modi per esprimere sé stessi attraverso la moda. Se non lo facessimo, smetteremmo di sperimentare e di crescere artisticamente. Dal punk ho preso alcuni elementi che adoro, come le teste rasate, le catene, le spille da balia, i vestiti strappati … e l’attitudine all’indifferenza. Il cyber è ciò che mi contraddistingue, tanto argento, vestiti olografici,zeppe, rasta (penso dunque di rientrare in questa categoria), tutine,stampe futuristiche e forme.

 

N-Eccoci al mondo della moda. Nomina almeno tre stilisti che ami.

V- Alexander McQueen, Iris Van Herpen, Hussein Chalayan, Gareth Pugh… tutti super creativi e innovativi.

 

N-Musica contemporanea: cita almeno tre cantanti/band/progetti che ti affascinano e perché.

V- Lana Del Rey: mi piace la complessità della sua musica e il modo in cui si esprime attraverso l’immagine; Grimes: diverso,creativo, bello… in un certo modo mi ricorda Bjork; Angel Haze:una rapper fantastica, è autentica ed è un vero talento.

 

N- Come descriveresti il tuo mondo di icona fashion e cantante?

V- Intenso, eccitante, bello e veloce.

 

N- Il concept del tuo album è “dall’oscurità alla luce”. Penso che esso nasconda anche un messaggio di speranza?

V- Questo è proprio il punto focale del mio album. Ho deciso di raccontare la mia storia attraverso la musica, sperando di ispirare la gente attraverso di essa. Ho voluto sottolineare il fatto che è possibile superare anche le situazioni più difficili e rinascere come uno splendido fiore, come un bocciolo di loto che nasce dal fango.

 

N- Le tue canzoni parlando degli anni bui della tua adolescenza. Pensi che la musica sia un modo per elaborare il passato e per superare un’adolescenza difficile? Parli anche di una malattia mortale. Ti senti una donna più forte? Hai un messaggio che vorresti portare alle donne che stanno vivendo la situazione che tu hai affrontato in passato?

V- La musica può davvero essere terapeutica. Inoltre, più è connessa con le emozioni autentiche dell’artista, più la gente sarà in grado di relazionarsi ad essa. Penso che le difficoltà che incontriamo durante la vita, ci rendano più forti. Se le prendi dal lato giusto, possono insegnarti qualcosa e farti crescere. Si, mi sento più forte e apprezzo di più la mia vita e il tempo che ho a disposizione. Se ho un messaggio da condividere?  Credete in voi stessi e non abbiate paura di vivere e seguire i vostri sogni, date voce alle vostre idee e lottate per esse. Non vi fate carico dei problemi degli altri.

 

N- Scoperte spirituali: ne sono molto affascinata. Penso che gli uomini necessitano di qualcosa o di qualcuno a cui fare riferimento, durante i momenti di difficoltà. Che tipo ci consapevolezza spirituale hai raggiunto?

V-  Ho capito che la mente è tutto, che noi costruiamo le realtà e il sogno attorno a noi stessi e che essi sono connessi all’intero universo. Mi piacerebbe imparare a vivere maggiormente  il momento. È un viaggio lungo una vita intera... o anche di più :)

 

N-La felicità: questa è una grande parola. Mi piacerebbe che mi parlassi della tua idea di felicità. Esiste o si tratta di qualcosa che noi inventiamo per vivere meglio ed affrontare le difficoltà quotidiane?

V- Stiamo andando sul filosofico :) Certamente, la felicità esiste, e ne hai una prova anche dalle reazioni chimiche del nostro corpo. La mia idea di felicità è cioccolato puro  e tanto sesso :)

 

N-Hai in programma una visita a Milano? Cosa sai a proposito di Milano e dell’Italia in generale?

V-È per caso un invito? J Complimenti agli Italiani per aver inventato il pianoforte, il violino e la musica classica. Per aver dato i natali all’Opera! Mio Dio, che musica avremmo senza gli Italiani? Anche le due più grandi popstars hanno sangue italiano. In più, l’essere stati dei pionieri nel mondo della moda e, per finire, il buonissimo gelato e gli uomini passionali. Sono stata a Milano solo una volta, avevo appena preso la patente e devo dire che è stato PAZZESCO :)

 

N-Se ti dico “Nerospinto”, cosa ti viene in mente?

V-Creativo, stimolante, oscuro

Grazie per avermi intervistata, è stato un onore.

 

Per maggiori informazioni:

https://www.facebook.com/veronikavesperofficial

http://veronikavesper.com/

http://www.youtube.com/user/veronikavesper

https://twitter.com/VeronikaVesper

http://instagram.com/veronikavesper

https://soundcloud.com/veronikavesper

 

 

Testo originale e traduzione a cura di Letizia Carriero

 

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