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Non sono una fanatica di cinema; non saprei descrivere le mirabolanti bellezze registiche di film ora sotto l’opinione pubblica, spesso i film culto m’infastidiscono. Mi bastano belle storie e immagini che vibrino, quasi di vita propria viventi.
Per questo intervistare il regista Cosimo Alemà m’ha da subito incuriosita: mi piace vedere ciò che si nasconde sotto un prodotto finito.
Non avendo la possibilità di chiacchierare di persona, lo incontro su Skype: siede comodamente davanti al computer, spesso sorride, ma con discrezione, la voce è sicura e calda.
Di primo acchito, mi sembra una persona che sa ciò che vuole, che punta dritto alla sostanza delle cose. Cominciamo.
Partiamo dalla più classica delle domande: quando hai maturato l’idea di voler percorrere la strada del cinema? Con che mentalità hai affrontato questo percorso, a quando i primi successi e le prime sconfitte?
Cominciai con la musica,: seguendo questo percorso approcciai l’idea del cinema mediante i video musicali, ti parlo di più di vent’anni fa; lavorai per un regista appunto di questo settore, migliorando le mie conoscenze e facendomi, in un certo senso, le ossa.
Oltre ai video musicali avevo una forte passione per la fotografia, ereditata da mio padre. A diciannove anni mi trovai già con molta voglia di fare, delle esperienze e una discreta attrezzatura fotografica; nel ’92 feci il mio primo set: fu un evento importante, sebbene lavorassi nell’ambiente degli effetti speciali, assieme a Sergio Stivaletti. Mi occupai della produzione di Fantaghirò, non so se hai presente. (eccome, eccome se ho presente. La mia infanzia! N.d.R.).
Dopo i video musicali lavorai come aiuto in film e pubblicità, sempre portando avanti miei esperimenti in campo registico, dunque, per darti qualche riferimento cronologico direi dal 97/98, ho iniziato a fare il regista full time.
I videoclip musicali sono una categoria registica particolare e complessa: bisogna avere la capacità di raccontare storie o trasmettere sensazioni in un tempo relativamente breve. Qual è la tua poetica a riguardo? E quanto affidi, nelle scelte estetiche e concettuali, al committente? Quanto si estende il tuo margine d’inventiva?
In realtà il margine è piuttosto alto: conta che siamo in Italia, un paese dove l’industria musicale è così allo sbando che vi sono delle tematiche che altrove non sarebbero nemmeno prese in considerazione. Già quindici anni fa tuttavia, quando cominciai a realizzare i miei primi lavori, c’era un atteggiamento, da parte dei discografici, molto più attento e simile al mondo pubblicitario.
Il limite sostanziale più grande e gravoso, è quello di dover aver sempre come protagonisti gli artisti, con le quali presenze limitano l’inventiva e la creatività. Del resto l’Italia, in campo musicale, è davvero un paese pavido. Non esiste una poetica unica: mi piace applicarmi in idee e tentare sviluppi sempre nuovi. In 500 video che ho fatto, approcciandomi sempre con una mentalità quasi artigianale, sono riuscito a introdurre una sorta di narrazione cinematografica. Posso vantarmi di essere in un certo senso l’inventore di un certo tipo di regia, nei video: spesso introduco, come testa, coda o intermezzo, dei pezzi di vera e propria fiction, con dialoghi ed effetti sonori.
Hai registi ai quali t’ispiri per le tue scelte stilistiche e sceniche? Hai influenze, preferenze o avversioni?
Devo fare un discorso molto separato: essere regista pubblicitario e regista invece di film; tra questi due aspetti v’è una certa attinenza, ma molto labile. Per quanto riguarda i video musicali, mi sono formato con la scuola britannica anni ’90, per intenderci. Un approccio molto english in un paese del terzo mondo qual è l’Italia.
Parlare di estetica nei video è difficile, non ho mai avuto particolare fascinazione per i registi di spot e video più originali, come Michel Gondry, mi sono formato con un gusto e sapore più cupo e british, con un riferimento al cinema piuttosto forte.
Dal punto di vista cinematografico ho vari cineasti che stimo e seguo moltissimo: sono un patito di Roman Polanski, soprattutto fino alla fine degli anni ’80. Apprezzo Walter Hill, e sempre tra gli americani si confà al mio gusto anche un certo genere di cinema commerciale, sempre negli anni ’80. Qualche esempio? Non solo Spielberg, per dirci.
Sono sempre stato molto attento all’Europa, mentre invece, per quanto riguarda i registi giovani extraeuropei, apprezzo il canadese Reitman, che attua una sorta di commistione tra commedia e dramma, chiamata per questo dramedy, molto interessante e originale.
Apprezzo anche i film che affrontano tematiche importanti, di politica o di attualità, come Zero Dark Thirty.
Pochi sono i film capaci di essere veramente moderni, sia a livello di tematiche che d’estetica: questo è importante per me, questo sarà il mio leit motiv per i miei prossimi film.
Vorrei che tu mi parlassi di The Mob: di come sia nato il progetto e di quali difficoltà si siano presentate durante la sua crescita. È faticoso far crescere e prosperare questo genere d’iniziative, in Italia?
Dietro a The Mob si nasconde un concetto ben poco romantico: a un certo punto della propria carriera, ciascun regista sente il bisogno di non essere più strapazzato tra cento case di produzione, così abbiamo fatto noi, decidendo di creare una piccola casa di produzione.
Questo discorso procede dal 2001; abbiamo creato una piccola realtà romana dove eravamo capaci di gestirci autonomamente. Lì ho prodotto molti spot e videoclip, ma anche altri registi ne hanno usufruito: penso a Daniele Persica, Romana Maggiolaro e Paolo Marchione.
Nel 2009 abbiamo curato la produzione esecutiva del mio primo film, e da lì le cose sono cambiate.
The Mob continua a esistere, ma con i miei soci abbiamo un'altra casa di produzione, chiamata 99.9 Film.
Come ti sei approcciato, invece, all’horror? E di questo genere, quali sono le caratteristiche che t’incuriosiscono?
Non sono un grande fan degli horror, né lo sono mai stato: è stata un’esigenza comune, un film con un cast internazionale, in inglese, da esportare in tutto il mondo. Ci siamo detti: “magari a qualche ragazzetto brufoloso dell’Oklahoma potrebbe interessare questo film.” E così è stato.
Abbiamo deciso di realizzarlo dunque quasi più per motivi produttivi che per altro: è stata una grande soddisfazione, sebbene questo fosse un film indipendente, vederlo uscire nelle sale di quasi quaranta paesi. Da un punto di vista più personale, questa è stata una sfida: non mi sento molto portato per la commedia, nemmeno nei miei skills di regista pubblicitario, prediligendo atmosfere più cupe.
Il film in se stesso, At The End Of The Day, è una commistione di istanze americane, ma girato come un qualsiasi film europeo.
Un horror alla luce del sole, questa è l’idea che fa da colonna portante al tutto.
Potresti riassumermi, in poche parole, l’ambiente del cinema italiano?
Guarda, è meno disarmante di quanto io abbia pensato fino a poco fa, qualche film buono esce ancora: ben poca cosa, ma vedo una serie di registi interessanti, sia giovani che meno. Ogni anno mi ritrovo a stilare un elenco di film che ho avuto modo di apprezzare; ad esempio recentemente ho visto “Viva la libertà”, per non parlare poi di Virzì, nutro anche grandi aspettative per la nuova serie televisiva “Gomorra”, di Sollima.
Mi sembra che qualcosa si stia muovendo.
Chiaramente sono molte le cose che mi fanno incazzare: detesto la maggior parte dei film e dell’approccio non solo registico, ma autoriale del cinema più commerciale. I registi in Italia sono perlopiù o attori o autori, e questo a va a discapito della qualità stilistica del lavori.
Molto preoccupante è invece la questione commerciale:film interessanti molto spesso non riescono a raggiungere molte sale, non ottenendo poi cifre buone di botteghino. Stesso problema all’inverso: l’ultimo film di Verdone, un qualcosa di assolutamente indecente, una monnezza integrale, ha un passaparola terribile, ma è uscito quasi in 600 sale.
La Santa: un film con una trama insolita. Perché hai scelto proprio il Sud come ambientazione? E perché una Santa? È parto della tua fantasia, o collegato a qualche avvenimento della tua vita?
Vorrei specificare innanzitutto che questo film è un lavoro sul quale ho “messo le mani” quando era già ben abbozzato e finanziato dalla Rai: sono stato chiamato a girarlo e ho partecipato ad una riscrittura; la trama tuttavia m’interessava molto, e aveva anche delle inquietantissime analogie con il mio primo film, nonostante si tratti di una cosa completamente diversa. Marco Muller ha apprezzato molto il film e lo ha voluto al Festival del Cinema di Roma, definendolo come un “western meridionale”, in realtà proprio di questo si tratta: piccoli farabutti, uno strano colpo, risvolti inquietanti. Da questo film stiamo traendo tantissime soddisfazioni: nonostante sia un film piccolo, ha una trama incredibilmente originale e una forza visiva pregnante. (e poi questo film, l’ho visto. Scioccante e tetro, getta luce su dinamiche che potrebbero benissimo avvenire in questa nostra Italia, ma che non nemmeno sogneremmo. N.d.R.)
Tanto s’è detto e tanto si dirà su La Grande Bellezza, il film di Paolo Sorrentino: cosa pensi a riguardo? Può rappresentare, se non in toto almeno in parte, il panorama cinematografico italiano di questi anni?
Premetto che ho apprezzato questo film: non sono un grande patito dei film di Sorrentino, che ovviamente stimo. Non mi piace il suo approccio così manieristico alla realizzazione, mentre le storie che racconta invece sono sempre molto acute e interessanti.
Sono molto stupito da questa polemica: ho avuto l’impressione di vedere un film abbastanza epocale nel suo genere; è imperfetto, con tratti bellissimi e altri molto meno. Sostanzialmente, è incredibilmente interessante. Dunque, da un certo punto di vista mi rallegro dei riconoscimenti che sta ottenendo un po’ ovunque, credo siano molto importanti per l’industria cinematografica italiana, d’altro canto non penso sia un’opera rappresentativa del cinema italiano; non lo è a livello di modernità, se non dal punto di vista strettamente narrativo, con un arco narrativo quasi inafferrabile. È molto difficile che un film solo possa rappresentare un paese intero, come Gomorra, qualche anno fa.
Parlami del rapporto regista – attore: come lo gestisci? Che tipo di legame s’instaura con chi veste il ruolo da te scritto? Cosa ne pensi degli attori, in generale?
È un rapporto veramente sostanziale: durante la lavorazione di un film questo legame è uno degli elementi più delicati e cruciali per la riuscita dell’opera.
Detto questo, le mie esperienze sono sempre state molto positive, anche se c’è da dire che ho fatto solo due film (ridacchia. N.d.R.).
Una volta ho avuto a che fare con un cast internazionale, ed è stato leggermente più difficile: è nato tuttavia un legame fortissimo, che continua ancora oggi.
Con “La Santa” ero invece molto preoccupato, un po’ per una sfiducia cosmica nei confronti di tutti gli attori italiani. Le mie preoccupazioni si sono rivelate assolutamente infondate: io non riesco a non creare dei legami fortissimi con gli attori, e lavorare diventa qualcosa di davvero creativo ed artistico. A differenza di molti registi, poi, sono anche l’operatore di macchina di tutto ciò che giro: gestisco al 100% le operazioni di ripresa. Per il tipo di storie che racconto sono immerso completamente nella scena, divento quasi uno degli attori, e non posso dunque avere altro che un rapporto viscerale.
Cos’è per te il “blocco creativo”, o la fobia da pagina bianca? Se l’hai mai avuto, come l’hai risolto? Sei stato aiutato e supportato nel tuo percorso, o hai dovuto gestire le tue ansie da te?
Probabilmente questa domanda la fai alla persona sbagliata: ho un approccio troppo pragmatico e troppo di mestiere per potermi permettere dei blocchi creativi. Non considero la possibilità che esista questo genere di problema in quanto non considero il mestiere di regista come un lavoro artistico, se non in una percentuale variabile.
Sono tantissimi anni che mi sono lasciato alle spalle l’ideale romantico e abbastanza giovanile dell’ispirazione da cogliere: la mia visione è estremamente professionale, se ho da scrivere venti pagine in un giorno, le scrivo, ho un planning di lavoro da rispettare.
Questo discorso non esclude tuttavia che vi siano momenti, settimane, mesi, nelle quali si sia più prolifici ed altri meno. Il discorso però s’incentra più sulla qualità, non sulla produzione.
L’arte è qualcosa d’incredibilmente artigianale, e il blocco creativo, in un regista, credo sia indice di cose ben poco belle.
Essere regista, che tipo di lavoro è?
È necessaria grande concentrazione e dedizione. È un lavoro di passione pura, talmente totalizzante che può esistere solo se supportato da un amore per il cinema che prevarichi qualunque cosa.
Si tratta di un lavoro impegnativo, soprattutto anche in questione di economia dei tempi.
Una cosa molto importante nel lavoro di regista è la self promotion: bisogna essere capace di vendersi bene, ed è primario.
Immergiamoci in un mondo utopico: se tu non avessi intrapreso questa strada, in che mestiere ti rivedresti?
Mi sembra abbastanza improbabile pensarmi in qualcos’altro che non tocchi uno qualsiasi degli aspetti del mio lavoro: la scrittura, la fotografia, musica eccetera. Mi sento incredibilmente proiettato verso questo genere di cose, se penso quando avevo la tua età, per me è quasi pensare alla vita di un’altra persona, ora che ho quarant’anni.
Infine, se tu potessi dedicare le tue parole, per chi sarebbero?
Per tutte le persone che hanno voglia d’intraprendere un cammino faticoso quale quello che ho intrapreso io.
Dal momento che sono uno che non ha avuto più occasioni di altri, né ricco di famiglia né figlio d’arte, è stata la mia passione e la mia volontà a portarmi qui. Questo basta, anche in un paese terribile come l’Italia.
Io sono la dimostrazione del fatto che se si sbatte il muso su qualcosa che interessa veramente, si riesce.
Se qualcuno dovesse leggere e, incredibilmente, essere così pazzo da voler ascoltare le mie opinioni, deve sapere che questa professione non è impossibile da fare; basta iniziare.
Conobbi Raffaella una sera non qualunque: il primo compleanno di Nerospinto.
Truccatrice per la ballerina Maura di Vietri, la prima volta che la vidi era immersa tra pennelli, spugnette, struccanti e tanti, tanti colori diversi ed emanava energia pura, quasi tangibile.
Accanto a lei, stava la sua creatura: non più Maura, ma un fulgido animale mitologico, colore dei tramonti e delle acque più scure; rimasi affascinata da quel concretizzarsi di un sogno, intessuto sul corpo di una persona che diventa vestigia, immagine, movimento.
Sì, Eleonora, mi farebbe molto piacere fare quattro chiacchiere con te, e così fu.
Il giorno dell’appuntamento, una volta imbracciata penna e taccuino, incontro un paio di occhi profondi e scuri allegri e curiosi: catalizzano su me tutte le loro energie.
Mi sento scrutata oltre le apparenze, le maschere e le armature che la vita ci costringe a indossare.
Come hai cominciato questo lavoro? E quali difficoltà hai incontrato?
Arrivo da una famiglia di sole donne, ed in questi casi è molto preponderante la figura dell’Amazzone, la donna che non deve chiedere mai. Una commistione di forza e fragilità senza pari.
Da bambina molto timida quale ero, mi rifugiai nel colore come arma per scacciare le mie parole: la materia, la texture, le sfumature, per me erano e sono fondamentali, mi fa vivere bene il mio lavoro.
Andando contro il volere di mia madre, scelsi appunto la strada “artistica”: ho frequentato l’istituto d’arte, una scuola professionale, divenendo così decoratrice.
Uscita da scuola cominciai a lavorare a livello performativo già a scuola, di seguito collaborai con un vetrinista, come costruttrice; dopo la scuola feci esperienza nel laboratorio di un vetrinista, come decoratrice scenografica e per allestimenti, infine quasi per gioco cominciai a lavorare nel turismo, come tour operator, realizzando scenografie teatrali. Viaggiai per quasi 10 anni.
Nel 2001 mi fu proposto, all’interno dell’ultimo tour operator presso il quale svolgevo il mio impego, di rivestire il ruolo di responsabile dei servizi tecnici (teatro, allestimenti costumistici e scenografici.
Decisi dunque di trasferirmi a Milano e colsi l’occasione per frequentare la scuola la BCM, scuola per truccatori, facendo di una passione, nata durante gli anni nei villaggi, il mio lavoro.
Nel 2008 cominciò la crisi del tour operator nel quale prestavo servizio, si pose davanti a me l’occasione per concretizzare il mio sogno.
Senza pari è l’approcciarsi al trucco come creazione di un’opera d’arte che sia unicamente incentrata sul corpo, e sulla caducità ed unicità del momento e della mia creazione.
All’inizio, è molto difficile: nulla e nessuno aiuta, ed è necessario capire cosa davvero piaccia e su cosa ci si possa rivolgersi. Io mi sono incentrata sul make up, moda, eventi e TV, parallelamente al concetto di “Costume scultura”.
Quali influenze mitologiche, fantastiche, storiche e contemporanee hai avuto, nella formazione del tuo stile personale?
Io credo in più maestri: un esempio calzante è Klimt, con i suoi colori, che ho cercato di assimilare reinterpretandoli con applicazioni differenti nei costumi scultura.
Sono molto legata alla preziosità di questi colori: non tanto come ricchezza, ma come calore e forza, rappresentano la mia forza personale.
Poi ancora la fotografia, il cinema, soprattutto i film in costume come “Elizabeth”, e poi must, come “Dracula”, di Coppola, e poi ancora la danza, le produzioni di costumi teatrali e tutta la tradizione pittorica: molto influsso ha la mitologia intesa come scelta coloristica, associata all’espressività del colore come devozione verso una divinità, come racconto di fatti fantastici.
Il colore esprime l’anima delle persone, dei popoli: colori caldi e freddi si mescolano e intrinsecano, creando unità grandiose.
Descrivimi un trucco ben fatto.
Tecnicamente un trucco ben fatto è nella base del viso, una volta creata, si ha raggiunto il 90% di un buon trucco. Il segreto del trucco è non mascherarsi, ma dare un valore aggiunto alla propria personalità. Con un’autoanalisi allo specchio si possono scoprire realtà sorprendendo di sè, individuando i pregi e valorizzandoli. Ad esempio, in te vedo bellissime sopracciglia, magari con qualche imperfezione, ma di base belle ed equilibrate. Questo noto, la bellezza del particolare inserito nel suo contesto. (Arrossisco: la mattina stessa mi ero impegnata, forse non tanto lucidamente, a sistemarmi le sopracciglia. Raffaella sorride. N.d.R.).
Il trucco è come un vestito: se non lo si sente proprio, sarà impossibile da indossare. Deve essere la bellezza della donna a risaltare, non il trucco in sé.
Emotivamente, per me un bel trucco è una coccola: egoisticamente sembra sia fatto per se stesse, ma in realtà è ancora per gli altri; regalare bellezza è sempre un bel gesto.
Nel lavoro del Make Up Artist, si viene a contatto con moltissimi prodotti, quale è il tuo favorito?
Ombretto e fondotinta: il primo e giocoso, atto a creare le sfumature, a divertisti con il colore. Il primo è quasi magia e mistero: si creano delle sfumature invisibili agli altri, ma estremamente valorizzanti.
Il tuo concetto di “costume scultura”?
Nacquero dieci anni fa: ne portai uno al mio esame, alla BCM di Milano, ispirato alle isole Galapagos; era completamente riciclato, utilizzando dei tubi di flebo.
Da allora, coltivai maggiormente questo discorso, ad oggi ne conto circa dieci, adatti sia per istallazioni che per performances.
Il 'Costume Scultura' è una creazione artistica che sposa materiali innovativi, oppure materiali comuni che utilizzati in modo diverso possono vivere una seconda volta ...una spugnetta in ferro, una fotografia ,dei vecchi orecchini ,bottiglie di plastica scarti di filo tessile oppure di tessuto. Cercare l'armonia tra tutti questi materiali attraverso l'originalità è l'obiettivo principale, il tutto può essere unito o supportato dall’espressività di una performance di altre discipline artistiche.
Il costume che feci indossare a Maura, quando la conobbi, fu un costume da geisha, ispirato al libro “Memorie di una geisha”. Un costume molto complesso, realizzato con anelli di fogli in acetato, trasparenti, tagliati ed intrecciati in questa cascata, sposato ad un body painting completamente bianco, collegato al discorso del dolore e della morte, in coesistenza con la purezza.
Maura l’interpretò divinamente, quasi danzando e raccontando le varie fasi per diventare geisha durante uno shooting fotografico, che quasi fu performance, raccontata attraverso scatti rubati.
Molto interessante è il concetto di trucco come creatura: come hanno genesi le tue “maschere pittoriche”?
Il bello del trucco artistico, è che si ha la possibilità di spaziare tantissimo di ambito in ambito: lavoro in televisione, trucco fotografico e poi, il trucco artistico.
Nel trucco artistico si ha la possibilità di esprimersi anche mediante tratti concettuali; nel Bennu, il concept per lo spettacolo di Maura, i colori Rosso e Blu erano abbinati alla nascita ed alla conservazione, alla forza ed a una sorta di genesi ancestrale.
Io tendo a partire da delle ricerche figurative ed iconografiche; una volta trovati i “retroscena” alla mia idea, mi concentro sulla scelta dei colori: parto dal viso, tracciando un’idea completa, per poi spostarmi ai capelli e, infine, al body painting e alle vesti.
Amo quando i materiali riescono a ricreare degli effetti sonori, in modo tale da dare alla mia creatura una materialità molto più viva e presente.
È da aggiungere che ho la tendenza a non rispettare mai il mio piano originale: quando mi trovo sul momento di realizzare in maniera concreta la mia opera, riverso anche le mie emozioni e le mie suggestioni.
Che rapporto hai con le tue creazioni, una volta che le performance si sono concluse?
Tendo all’ipercritica, con una vena di timidezza che molti non sospetterebbero: guardo alle mie opere del passato con un’acquisita maturità e una sorta di tenerezza. Fino a qualche anno fa, avrei cambiato ogni cosa, ora le lascerei intatte, perché le mie opere rappresentano anche ciò che ero in quel determinato momento della mia vita, e cambiarle sarebbe come cambiare me stessa.
Sai, io ho quarant’anni, e sono molte le cose a cambiare dai trenta in poi. Si matura con una velocità impressionante. (Sorride, sorride sempre, Raffaella, e non ha paura di mostrarsi. N.d.R.).
Com’è vissuto, a parer tuo, il body painting, in Italia?
Ahimè, si guarda al body painting con sguardo retrogrado, forse un po’ troppo “prude”.
Il fatto che comunque si vada a dipingere su e con la nuda pelle, viene associato ad un discorso di nudità e quindi di volgarità.
Bisognerebbe tralasciare la fisicità intesa come tale: il corpo può dar vita, effettivamente, al colore, ed è qualcosa di stupendo.
Da un po’ di anni a questa parte in Italia si sta organizzando qualche festival di body painting, ma è ancora poca cosa rispetto all’innovazione e all’apertura mentale estera: più importante tra tutti è il “Word Body Painting Festival” che si tiene in Austria; è bellissimo, si svolge in una settimana intera, ed è tutto incentrato su un’accettazione completa della nudità, anche completa, vista come opera d’arte.
Una domanda forse scontata, ma comunque importante: colore preferito?
Tecnicamente: oro e bronzo.
Emotivamente: rosso.
E poi, a seconda dei periodi, mi affeziono ad un colore: ora sono molto legata a colori naturali, legati alla natura ed alla terra (marrone, beige etc.), ma cambio spesso.
A livello tattile, tessuto preferito?
Passo da un estremo all’altro: amo la seta, con la sua fragilità e la tela, con la sua ruvidità grezza e malleabile. Adoro anche la carta, così fine e cangiante.
Un metallo, prezioso o non, che possa rappresentarti?
L’argento: trovo in esso una forza elegante e calibrata alla quale non so resistere. Nelle mie opere ho un moto d’amore verso l’oro, ma su me stessa, sempre l’argento.
Si è parlato tanto del tuo trucco su visi di altri, ma sul tuo, come trucchi?
Prima utilizzavo il Colore in sé e per sé, senza mai sfociare nella volgarità, sia chiaro, ma ero molto legata all’impatto visivo di toni sgargianti. Ora gestisco il trucco con praticità, senza però trascurare il fattore di tonalità, per me sempre molto importante: sono un po’ di anni nei quali sono estremamente affezionata ai rossetti. Tendo ad avere un trucco nude, e vestire le labbra con colori sempre diversi.
Per me il rossetto è l’accessorio imprescindibile, con qualsiasi look.
Infine, se tu potessi dedicare le tue parole a qualcuno, per chi sarebbero?
Le dedicherei a mia madre, con la donna che sono diventata, avrei avuto la possibilità di dirle molte cose che non ha forse avuto il tempo di conoscere in me.
Ci congediamo, e mi avvio verso casa, pensierosa; Raffaella possiede un dono che si ottiene con il tempo: guardare, nelle minuzie e nei particolari.
Perché guardare e vedere non sono sinonimi.
Reddit, per chi non lo conoscesse, è un social network in cui gli utenti possono postare collegamenti ipertestuali o post testuali. I contenuti sono organizzati in aree di interesse e una di queste, uno dei più popolari subreddit, è l'IamA usato soprattutto per post AMA, ask me anything, in cui un utente deve rispondere a tutte le domande degli altri utenti.
Anche molte celebrità hanno iniziato post AMA, come Barack Obama, Al Gore, Madonna, Dave Grohl, e altri (la lista completa qui!) Venerdì scorso, il diciassette Gennaio, anche Bill Murray si è prestato a questo gioco, per promuovere il nuovo film in uscita il 7 Febbraio: Monuments Men.
Non c'è dubbio che un attore del suo calibro, così stravagante, ormai diventato una figura cult grazie alla sua comicità eccentrica, al suo stile schizzofrenico e i suoi colpi di testa, possa regalare grandi emozioni in un Ask Me Anything. Infatti Bill non delude e, anche se alcune domande sono proprio scadenti, si possono trovare retroscena interessanti su Monuments Men, piuttosto che sul suo rapporto con Wes Anderson o del perchè secondo lui non ci sarà un Garfield 3.
Quindi se volete scoprire qual'è stata l'esperienza più strana che ha vissuto in Giappone, cosa pensa della marijuana a scopi ricreativi o cosa ha sussurrato all'orecchio di Scarlett Johansson alla fine di Lost in Translation, fate un salto su reddit: l'AMA di Bill Murray!
Di seguito, per voi, la traduzione di alcune delle tante domande a lui poste:
- Bill, qual'è il miglior panino che hai mai mangiato nella tua vita e dove è stato fatto?
- Sai, c'è un posto non lontano dalla Warner Brothers, penso si chiami The Godfather?, dove fanno tutti i tipi di panini con l'avocato schiacciato, germogli e robba del genere. E sono davvero buoni. Quando hai una giornata no, mi ricordo un film particolarmente impegnativo, vai a prendere un panino in questo posto. Sono superfarciti e molto saporiti, e poi ti dimentichi della tua mattinata.
- Com'è essere così incredibile?
- Bhè, nessuno mi ha preparato per essere così incredibile. è una specie di schock. è una specie di shock svegliarsi la mattina ed essere immerso in questa luce viola.
-Se potessi tornare indietro nel tempo e avere una conversazione con una persona, chi sarebbe e perchè?
- Una gran bella domanda. Mi piacciono gli scienziati, in uno strano modo. Albert Einstein era un tipo cool. Einstein era un fisico teorico, quindi le sue erano tutte teorie. Era solo un ragazzo intelligente. Ma sono anche interessato di genetica. Penso che mi piacerebbe incontrare Gregor Mendel. Perchè era un monaco che ha capito tutta quella robba da solo. è una mente superiore, una mente connessa. Loro hanno avuto una visione, hanno visto certe cose perchè erano connessi intellettualmente, meccanicamente e spiritualmente, loro potevano accedere a una mente superiore. Non so molto su Mendel, ma so che Einstein ha compiuto tutto il suo lavoro sulle montagne della Svizzera. Penso che l'altitudine abbia avuto effetto nel modo in cui parlavano e pensavano. Ma vorrei scoprire di più su Mendel, perchè ricordo di esser andato nelle Filippine e aver pensato "questo è il giardino di Mendel", perchè sono state invase da così tanti paesi nel corso degli anni che si possono vedere i bambini condividere i tratti genetici di tutti gli invasori, e questo ha creato un bellissimo giardino variegato.
Incontro Albert Hofer, uno dei due organizzatori della serata milanese Le Cannibale, a casa sua, come concordato in precedenza.
Per giungervi, marcio con passo spedito e contemplativo in zona navigli: la pioggia ticchetta sull’ombrello e sembra accompagnarmi, suonando per me.
Case di ringhiera, belle e labirintiche come non ce ne sono più.
Dopo poche rampe di scale, mi scopro persa davanti a porte tutte uguali: sbaglio il campanello, scorgo una sagoma qualche uscio più in là, è Albert.
Mi piace quello sguardo intelligente che ha; sotto la coltre di cortesia imposta dalle circostanze, affiora qualcosa di sagace e acuto, di deciso.
Mi fa accomodare in una casa densa, tappezzata di poster, dipinti, ricordi e memento. Una grande libreria, un divano coperto da un telo maculato, noto con piacere una macchina da scrivere, Olivetti, Lettera 22.
E noto anche cinque gatti che mi fanno quasi morire di tenerezza.
Aplomb professionale.
Come hai intrapreso la strada che ti ha portato a Le Cannibale?
È una strada che intrapresi 17, 18 anni fa.
Come diversi adolescenti, iniziai a suonare, volendo fare il DJ e organizzando le mie seratine in baretti fiorentini; verso il 2003/04, ho capito come il mio fare il DJ non sarebbe stato ciò per cui avrei vissuto, per varie ragioni.
Decisi dunque di dedicarmi solo alla parte organizzativa: all’inizio non pensavo che questo avrebbe potuto essere il mio lavoro. Firenze anni ’90 non lasciava immaginare ad un futuro da promoter, anzi, già il discorso della discoteca era vissuto in maniera conflittuale (provengo dai centri sociali, puoi valutare tu la differenza), e non si pensava assolutamente di poterne vivere.
Il mio desiderio sarebbe stato quello di fare carriera accademica, ma una decina di anni fa, quando mi trasferii a Milano, la questione clubbing si fece seria: mi accorsi che, a Milano iniziavo a impegnarmi in serate più importanti, con spese considerevoli. Valutai dunque se quello dell’organizzatore sarebbe stato per me hobby o lavoro.
Interruppi il discorso accademico e mi volsi verso la vita notturna: feci tre anni in diverse serate (Rebel Motel, Rongwrong, Subterfuge, Carousel), e ora seguo pienamente Le Cannibale, con tutto ciò che ruota attorno ad esso.
Siamo due soci, e facciamo quasi tutto da soli. Abbiamo persone che ci danno una mano, ma tendiamo a seguire tutti gli aspetti di persona: dall’ufficio stampa alla contrattistica. Non ci sono mansioni definite o separate, né aspetti che si possano delegare completamente: è un lavoro nel quale ci si muove improvvisando, in un certo senso. Spesso emergono delle problematiche, e sul momento, bisogna essere capace di gestirle.
Il caso è una componente essenziale, nel mio lavoro.
Dimmi tre fatiche e tre gioie di lavorare a strettissimo contatto con il pubblico.
Le prima delle tre fatiche riguarda le persone, nel momento nel quale sono al loro peggio, la notte: anche la miglior persona, quando va a ballare, diventa tendenzialmente quindici volte peggiore.
Altro aspetto, il personale: inizialmente feci molta fatica a reclutare una gran batteria di collaboratori. Con il passare del tempo mi sono accorto che lavorare con meno persone responsabilizza di più, ora sono molto soddisfatto dei miei collaboratori.
Il mio è un ambiente che spesso viene vissuto senza serietà: io lo faccio come lavoro, ma ho potuto notare che tante persone lo prendono molto, anzi, troppo alla leggera, tirando in ballo tematiche completamente folli di comportamento che, in un ufficio, sicuramente non avverrebbero.
Terzo aspetto, il booking: può capitare che gli artisti all’ultimo momento non siano disponibili, che i voli siano cancellati, che si abbia un improvviso cambio nel programma prestabilito, ed allora bisogna sapersi adattare.
Per quanto riguarda le gioie: la prima è fare bene il proprio lavoro, creare un evento che funzioni.
In secondo luogo, ma forse più forte tra tutti, è per me seguire quelle persone il cui lavoro io stimo: non mi reputo assolutamente un artista, sono molto contento dunque quando ho a che fare con persone talentuose, anche se un talento in nuce magari, e vederle sbocciare.
Come esempio, direi la collaborazione con Uabos. È come essere un professionista di successo e vedere il figlio andare bene a scuola, è una gioia superiore. Magari lui si troverà un po’ stranito di questo paragone, ma per me è così. (sorride, sinceramente.)
Terzo aspetto: sentire come alcuni degli artisti che invitiamo ci diano atto di fare le cose fatte bene, noi di Le Cannibale cerchiamo sempre di fare la nostra parte, ed è appagante percepire soddisfazione nei fruitori.
Non ti senti mai “soffocato” dal sovrabbondare di persone?
Sempre.
È un lavoro molto invasivo, e, potendo, cerco sempre di separare nettamente l’ambito lavorativo con quello privato, a volte esagerando.
Ponendo che non credo di essere una persona chiusa, tendo a curare con molta attenzione quelle poche cose totalmente mie.
Per assurdo, secondo gli altri io starei sempre lavorando, quando magari non lo sto facendo: se dei conoscenti m’incrociano per strada, si sentono sempre in dovere di dirmi qualcosa, commentare le serate e soprattutto criticarmi.
Potresti descrivermi il cosiddetto “Popolo della Notte”?
Come già ho accennato, nella notte le persone paiono risvegliare gli istinti più bassi che possiedano: viene fuori una sorta di compensazione che porta il singolo, magari stimabilissimo, a estraniarsi, agendo solo con la volontà di divertirsi.
Il clubbing viene vissuto con grande ansia e prepotenza.
Giudico le persone a 360°, ma la notte non noto grandi bellezze; non lavoro nemmeno in un contesto particolarmente vizioso.
Vi sono cose apparentemente semplici che non riesco ad accettare, come non fare la fila, ed il vippismo è dilagante.
Mi tengo abbastanza lontano da molti aspetti del night life, i quali potrebbero esularmi da qualcosa che non sia prettamente necessario: non potrei mai dirti che il clubbing sia la mia vita, lo vivo più come uno strumento.
Maschere: su chiunque, create da chiunque a misura di ciò che si vorrebbe essere. Quante maschere vedi, attorno a te?
Una quasi totalità: apprezzo circondarmi di persone diverse tra loro, non amo un target identificabile.
Credo comunque vi sia un’enorme omologazione, e la tendenza ad andare verso una costruzione del sé molto spesso estraniata ed estraniante, che avviene solo di notte.
Secondo me, vi sono delle ansie che si generano, come bisogno di essere in un luogo, apprezzare qualcosa anche se non lo si vorrebbe davvero.
Uno scollamento completo tra i desideri e le aspettative delle persone, che spesso non collimano.
E tu, indossi maschere?
Per quanto riguarda questo discorso: va bene, Pirandello ha ragione, ma spesso non si ha nemmeno bisogno d’indossare una maschera perché già gli altri te la mettono in dosso. C’è un grande istinto, secondo me, che porta a voler anticipare ciò che le persone sono, ottenendo risultati a dir poco fantozziani.
Questo aspetto l’ho sempre vissuto in maniera molto forte: l’aspettativa che da me e di me si ha.
Sulla necessità della maschera posso essere anche d’accordo, ma in questo senso sono abbastanza genuino; sono gli altri ad intessermi addosso un personaggio complicato, ombroso e darkeggiante, e poi ancora omosessuale, stizzito, filosofico.
Quando mi vedono fuori dal contesto che loro s’immaginano di me, sono basiti.
Per dire: Alber Hofer, secondo la vox populi è un nome d’arte, quando in realtà mi chiamo semplicemente così.
Quanta diplomazia è necessaria nel tuo lavoro?
Tanta, tantissima. (risposta secca, immediata e precisa. Questa volta a sorridere sono io.)
Sono una persona che s’innervosisce facilmente, con tendenze alla franchezza assoluta, quindi ho dovuto operare molto su me stesso per evitare i cosiddetti “incidenti diplomatici”.
Mi sono accorto che certe dinamiche sono insite nel mio lavoro: non litigare è impossibile, quindi cerco di comportarmi con professionalità e massima sincerità. Il mio moto emotivo personale è tuttavia grandissimo, e cerco di dominarmi.
Ho la gentilezza, quella per forza, ma bisogna anche riconoscerne il valore. Cerco di essere educato con tutti, vengo visto come incredibilmente paziente, ma è tutta una capacità di autocontrollo e valutazione oggettiva.
Quante persone valide hai conosciuto, durante il tuo percorso?
Tantissime: molte sono le persone che operano nel mio campo, ed ho avuto il piacere di incontrarne di valide e meritevoli.
Sono a contatto con un ambito lavorativo molto ampio, la night life la facciamo quasi tutti, ed ho potuto incontrare persone capaci, decise.
Qual è l’ora migliore della notte?
Io lavoro tutti i giorni per Le Cannibale: quando poi si arriva al giorno dell’evento, il lavoro è pesantissimo, ma quando ho la sicurezza di una bella serata, non mi rilasso, ma mi sento forte.
L’ora migliore in assoluto, e ora ti metterai a ridere, è poco prima della fine, quando sono sicuro che sia andato tutto per il verso giusto e penso bene, adesso potrei cominciare a divertirmi, quando immancabilmente succede qualche imprevisto.
Le tre e un quarto, ecco, in quel momento mi dico, sarebbe bello andasse avanti, poi niente, si chiude.
Per l’opinione pubblica, chi lavora nella vita nottura è, in un certo senso, inferiore di grado rispetto agli altri. Come ti poni nei confronti di queste insinuazioni?
Neanche frustrazione, disgusto.
Credo che le persone non riescano a concepire il mio come lavoro per il fatto che i ruoli non siano perfettamente definiti: se dicessi che sono il direttore di un club, già verrei inquadrato, ma non è propriamente così.
Le persone credono io faccia il PR, e ciò non è assolutamente vero.
È un discorso che esce spesso, con i miei colleghi: le persone non si rendono conto della fatica, dell’impegno e della serietà con la quale noi ci poniamo.
La gente s’indigna quando oso dire di essere stanco o frustrato dal mio lavoro, perché il mio, a detta altrui, non è un lavoro.
Parlane con un operaio, mi dicono. Se l’operaio fa 8 ore sicure, io ne lavoro altrettante, con ritmi e tempi diversi. In una serata che va male, posso lasciarci dei soldi, l’operaio ha la sicurezza dello stipendio. Non dico che il mio lavoro sia migliore o peggiore di un posto impiegatizio, è solo diverso, ma pur sempre un lavoro.
Infine, se tu potessi dedicare le tue parole a qualcuno, per chi sarebbero?
Al mio socio, che sottoscriverebbe ogni mia parola.
Oggi Nerospinto ha voluto fare due chiacchiere con un giovane scrittore,Filippo Parodi, genovese di nascita, ma milanese d’adozione, che ci parlerà del suo primo libro, La Testa Aspra, edito da Gorilla Sapiens.
Il libro si presenta come una serie di racconti, tutti apparentemente diversi fra loro, ma uniti da un filo rosso che l’autore ci aiuterà ad evidenziare.
Sulla scena si incontrano personaggi diversi, o forse un unico soggetto chiamato in molti modi differenti, che rivivono le esperienze vissute dall’autore, che, a volte, si gettano in conversazioni al limite fra il filosofico e lo psichedelico con altri personaggi/alterego, che fanno un viaggio dentro se stessi e ci invitano ad iniziarne uno anche dentro di noi, aprendoci la strada dove forse non ci eravamo mai resi conto che ne esistesse una.
Come nasce “La testa aspra”?
La collaborazione con la casa editrice Gorilla Sapiens è nata nel 2012, in occasione di un concorso per scrittori di racconti per la pubblicazione di un'antologia dal titolo Urban Noise, dove appunto è presente un mio racconto, Il proprietario. Sono stato scelto insieme ad altri 16 scrittori emergenti. In seguito mi è stato chiesto altro materiale, e dato che la casa editrice pubblica principalmente libri di racconti (il racconto, tra l'altro, è un genere a me molto congeniale), ho continuato a scrivere e ho sviluppato altre storie, partendo anche dalle tematiche di quella che avevo precedentemente inviato, e così è nata La testa aspra. Ogni racconto è una verità frammentata ed ha la volontà di rivolgersi al lettore per offrirgli uno spunto di riflessione
Qual è il fil rouge che collega tutti i racconti, se ne esiste uno?
Tutto il libro racconta di come sia difficile diventare “proprietari” del proprio corpo. Io sollevo una domanda che lascio però aperta: nella costante dicotomia fra corpo e mente, il corpo è uno strumento di cui la mente si serve, oppure è il corpo stesso a sottometterci e noi non possiamo fare niente per dominarlo? Parto da un tema che trovo molto attuale: quello della somatizzazione. Essendo innanzitutto io una persona che tende a somatizzare ogni tipo di problema, iniziando dalla pelle, la deglutizione, fino ad arrivare al comunissimo mal di testa, sono giunto naturalmente a scrivere su queste tematiche, senza per altro approdare ad una vera e propria conclusione, solo cercando di suscitare delle riflessioni. Come si può uscire da questo corpo/ gabbia, che ci costringe a sottostare ai suoi ritmi e non ci permette di prendere il volo? Ho provato ad identificare alcune soluzioni, passando dalla mistica alla meditazione, fino all'approccio opposto della psicoanalisi. Avverto sempre in me la tensione tipica dell’uomo a volersi liberare dal corpo/campo di concentramento, da questo involucro/castigo che sembra inesorabilmente appartenergli, per raggiungere finalmente una dimensione extracorporea.
Ma, perché allora questa testa sarebbe aspra?
Aspra perché complicata, tortuosa, per noi stessi indecifrabile, siamo schiacciati da una razionalità che spesso ci limita senza pietà: forse dovremmo imparare a ridimensionarla, riuscire a farla diventare nostra complice, questa testa aspra.
Quindi, a volte bisogna liberare la mente dal corpo, ma se si obbedisce solo alla propria testa si rischia di vivere una vita complicata, infelice, aspra per l’appunto? Senza un minimo di dolcezza? Cosa dobbiamo fare di questo corpo?
Spesso la testa procede rispetto al corpo nella direzione opposta. Parlo per esperienza personale quando dico che a volte capita che sia proprio il corpo a prendere il sopravvento e ad arrivare a fermare la corsa della testa, costringendola a rallentare, attraverso una serie di sintomi fisici che segnalano che c’è qualcosa che non va in quello che si sta facendo. La prima volta che mi sono davvero trovato in una simile situazione, ho odiato il mio corpo. L’ho odiato perché non mi permetteva più di fare quello che volevo fare, anche se mi rifiutavo in ogni maniera di ascoltarlo, mi stava dando tutti i segnali possibili per dirmi che stavo prendendo delle strade sbagliate. Mi limitava, provocandomi dolore e rabbia. Ora, al contrario, lo ringrazio. E' stato il corpo, in un certo senso, interrompendo la mia vita di un tempo, a portarmi a scrivere questo libro. Pare che il corpo, a volte, comprenda prima della testa!
Ma, esiste una connessione fra il corpo e la testa?
Ci sto lavorando: cerco di vivere molto il mio corpo, di “trattarlo bene”, sentire cosa ha da dirmi, ascoltarlo se pone delle resistenze, fare in modo che la testa aspra non lo manovri eccessivamente, che non mi determini del tutto. Se viviamo troppo con la testa, rischiamo di perdere tante esperienze nella vita. Il corpo può essere uno strumento che ci aiuta ad orientarci sul presente, permettendoci di vivere il momento nella sua preziosa irripetibilità.
Da dove nasce ogni racconto?
Fondamentalmente da dentro. Ma allo stesso tempo sono molto aperto all’esterno: sono per natura un vagabondo, di giorno scrivo, ma la notte sento quasi sempre la necessità di uscire, vedere persone, è da lì che spesso prendo la mia ispirazione. Amo la conversazione con i miei amici e le persone che conosco, ma anche con uno sconosciuto o col fiorista sotto casa, ogni spunto può essere utile per scrivere, ogni esperienza può dare origine ad una storia. Anche la psicanalisi, che pratico da diversi anni, costituisce una grossissima fonte di ispirazione: il lavoro che da tempo porto avanti insieme alla mia analista ha dato vita a molti dei miei racconti. Per scrivere non ho bisogno per forza di isolamento, per esempio di rinchiudermi mesi in montagna per trovare la concentrazione: scrivo soprattutto nei luoghi affollati, nei bar, il Cape Town in via Vigevano, per citarne uno, quasi una seconda casa dove in parte ha preso forma questo mio lavoro.
Cosa significa per te scrivere?
Scrivere, nel caso di questo libro, è stato un po' come esplodere, o meglio smettere di implodere: alcune esplosioni portano vita, premettono all'individuo di esprimersi, e credo che questo possa portare a una grandissima gioia.
Che tipo di scrittore sei? Sei uno che scrive di getto, che scrive di notte o uno che pondera molto?
Sono uno scrittore metodico, direi. Scrivere per me è un lavoro quotidiano: punto la sveglia, scrivo soprattutto al mattino e nel pomeriggio. Ho molta disciplina. Ogni racconto, di media, viene sottoposto a quindici stesure, impiego circa una decina di giorni per concluderlo, mi soffermo molto sulla sintassi, sulla ricerca della parola, dell'aggettivo.
Hai sempre voluto fare lo scrittore?
Si. Avrei voluto fare anche il cantante, ho scritto tantissime canzoni.
E hai sempre ammesso di volerlo fare?
In verità no, la conferma mi è venuta dopo. Penso che scrivere, complessivamente, sia la forma di espressione più congeniale per il mio carattere: rispetto alla musica che ti costringe solitamente a collaborare con qualcuno, la scrittura, almeno nella fase di produzione, può rappresentare una sorta di progetto più autonomo, non bisogna però mai scordarsi che fin dall'inizio non si è da soli, che ci si sta rivolgendo al mondo esterno, prima di tutto a un lettore.
Quindi alla fine cos’è più importante per te: musica o scrittura?
Io trovo che siano due forme molto legate fra loro. Ho iniziato a scrivere canzoni a diciassette anni. Anche adesso sto collaborando con Gino Lucente, affermato pittore, ma anche grandissimo musicista. Abbiamo registrato insieme delle musiche per dei brani del mio libro e adesso stiamo progettando di fare un disco.
Che musica ascolti? Ascolti qualcosa mentre scrivi, magari per trovare l’ispirazione?
Ascolto molta musica strumentale; in particolare, il genere che preferisco ascoltare per scrivere è il Krautrock, una corrente musicale nata in Germania a cavallo tra gli anni Sessanta e i Settanta. Alcuni pezzi durano anche 20 o 30 minuti e conciliano perfettamente la scrittura. E’ un tipo di musica per certi versi psichedelico, ipnotico, evocativo, apre la mente.
Hai dei modelli letterari?
Moltissimi … ne cito solo alcuni: Kerouac e tutta la poesia Beat, Manganelli, Buzzati, Saramago, Cortazàr…
Cosa vorresti che rimanesse in chi legge il tuo libro?
Vorrei far pensare, magari lanciare un messaggio, aprire dei passaggi. Vorrei anche che, leggendo il mio libro, altri provassero quella sensazione che a mia volta ho provato io, per esempio con i Sessanta racconti di Buzzati, hai presente quando rimani folgorato da una frase e pensi: “è esattamente quello che avrei voluto esprimere io!”
Nel tuo racconto “La chiave di vuoto” tu parli della ricerca di una chiave che possa aprire tutte le serrature che contengono le risposte alle domande che ci poniamo nel corso della nostra vita. Una chiave che risolva tutti i nodi spinosi. Parli della chiave di pane, della chiave di musica, della chiave di vino, della chiave di abitudine e di tante altre, ma, in conclusione, qual è per te questa chiave?
E' proprio La chiave di vuoto la vera conquista, il vero apri-porta sarebbe non pensare più che debba esistere una serratura e una chiave, non angosciarsi più nel cercarla, un po' come dire vivere il momento, esattamente come ti si presenta davanti.
ALEXIS KNOX IN ESCLUSIVA PER NEROSPINTO
Il dado è tratto, il giorno è giunto. Alphabet riapre il sipario per una nuova stagione. La serata electrochic per eccellenza di Milano ritorna dall'8 novembre ogni venerdì notte nella nuova sede del Rocket.
La prima volta, si sa, non si scorda mai e Alphabet lo sa bene: per questo motivo, la prima serata della nuova stagione sarà resa ancora più indimenticabile dalla presenza di una guest star d'eccezione.
Stiamo parlando di Alexis Knox,celebrity fashion stylist e collaboratrice di brand come Adidas, dj e vera e propria icona del nightclubbing londinese. Alexis è pronta a farvi ballare al ritmo della sua personale selection "Ilovethissong", insieme alla dj resident di Alphabet, Enza Van De Kamp.
Nerospinto ha avuto l'onore di intervistarla in esclusiva.
Vi regaliamo così un assaggio di Alexis, in attesa di vederla live domani [da leggere tutta d'un fiato].
L: So che apprezzi il tè, soprattutto se servito a Brick Lane in un vintage tea party dove si parla di stile. Quindi, anche se non saremo fisicamente uno di fronte all’altra e non potrò ringraziarti di persona per l’intervista, la prima domanda è: latte o limone?
A: Nessuno dei due! Amo il Chai tea latte (caffelatte aromatizzato con tè speziato) ed è molto difficile trovarne uno cremoso al punto giusto!
L: Ė difficile presentarti a chi non ti conosce, come tutte le personalità particolarmente eclettiche. Fashion stylist che vanta innumerevoli e importanti collaborazioni con esclusivi designer di moda come Sergei Grinko e brand sportivi ad esempio Adidas. Fashion Editor, DJ e consulente personale di numerose celebrità non solo musicali del calibro di Bruno Mars, Jessie J, Likke Li, Nicola Roberts, M.I.A. e Daisy Lowe per citarne alcuni.
In Italia ti basterebbe solo pubblicare un libro di cucina per raggiungere la celebrità e ci sarebbero persone pronte anche a candidarti in Parlamento.
Ma per tornare al tuo lavoro, quali sono gli elementi della tua personalità che ritrovi in ogni tuo progetto, pur diverso che sia?
A: Penso sia molto importante, in quanto stilista, non dominare un progetto con il proprio stile personale, ma invece prendere in considerazione tutti gli aspetti dello stile e del gusto di una persona. Buona parte del mio lavoro è colorato e istrionico e penso che gli elementi cyber kawaii fumettosi siano il mio marchio di fabbrica e che non siano solo ciò che faccio e che amo fare. L'onestà è ciò che contraddistingue ogni mio progetto: ad esempio, quando vesto un artista, non mi intrometto dicendogli cosa indossare, si tratta sempre di una collaborazione. Sono lì per far emergere la sua personalità e renderla visibile all'esterno.
L: “It’s all about attitude” è una tua citazione che ho letto in giro per descrivere la tua idea di stile.
Quando si lavora con celebrità musicali con una chiara e ben definita personalità, come riesci a trovare un terreno comune su cui sviluppare la tua visione di stile cucita sulla loro immagine?
A: Comunicare è vitale. Mi piace conoscere in anticipo l'artista con il quale lavoro o, se il tempo stringe, mi basta una breve chiacchierata prima di cominciare. In questo modo loro (gli artisti ndr) sanno che non sono lì per prendere il loro posto, ma per lavorare al loro fianco, per ottenere qualcosa di originale e memorabile.
L: Quali celebrità italiane, se ce ne sono, ti piacerebbe vestire?
A: Amo Bianca Balti, è cool e ha un'attitudine positiva verso la vita. In più è bella, ma la bellezza non è ciò che mi interessa. Amo il modo in cui è in grado di portare la sua personalità e il suo senso dell'avventura nella carriera di modella.
L: Hai collaborato con lo stilista Sergei Grinko non solo come fashion stylist ma anche come special guest per il suo after show party SS2014.
La sua ultima collezione si chiama Anatomically Correct, contro una ricerca di perfezione anatomica, una sorta di celebrazione della bellezza dell’imperfezione umana.
Quando ti guardi intorno, quali sono le imperfezioni o le alterazioni di quello che si indossa che ti fanno pensare “Questo è un nuovo stile”?
A: Amo lavorare con Sergei Grinko e il suo fantastico team. Sergei ha la mia stessa visione della vita: trovare il bello in ciò che è oscuro e distorto. Inoltre giocare con le forme e le silhouttes è qualcosa che ispira entrambi.
Nel mio lavoro, prendo ispirazione da molteplici fonti, che siano la sottocultura notturna o l'arte concettuale. Non si può essere sempre certi che quel qualcosa sarà un successo, si tratta quasi sempre di nuova fase emergente, di qualcosa che è sul punto di esplodere. A volte vale la pena rischiare ...
L: Sei uno dei 5 creativi dall’ UK che è stato scelto per il progetto MIADIDAS, dove ti è stata data la possibilità di personalizzare un paio di Adidas trainer.
Raccontaci qualcosa di questa esperienza, a cosa ti sei ispirata?
A: Adoro Adidas, vestendo tutti i giorni Adidas per me è stata un' esperienza eccitante. Sapevo esattamente quale tipologia di scarpe usare, le Adidas Superstar 2, anche dette " dita dei piedi a conchiglia".
Sono appassionata di street style della vecchia scuola, passando dall' HipHop allo stile ska. Perciò le Superstar 2, essendo profondamente legate allo stile hiphop, erano il paio di scarpe giusto sul quale concentrarmi.
Indosso molte stampe, ci tenevo a mantenere un design audace, in maniera da indossare le scarpe per molto tempo. Ho dunque scelto il nero, il bianco e il rosso. Ho provato con il giallo e il verde, ma ho pensato che qualcosa di più pulito e grafico potesse adattarsi meglio al mio stile. Penso che la gente si aspetti di vedere una scarpa super colorata, ma il mio stile da giorno è estremamente grafico e street, non qualcosa di già visto.
L: Ho estrapolato da alcune interviste le tue indicazioni per un corretto outfit e, più in generale, per farsi guidare nella scelta di quello che si indossa.
3 regole: fondere la propria personalità alle mode, buona qualità dei capi e divertimento, senza prendersi mai troppo sul serio.
Ne ho dimenticata qualcuna? Ci sono altre regole da seguire?
A: Penso che vadano bene! La chiave sta nel sentirsi a proprio agio con ciò che si sta indossando, anche se si tratta in realtà di un outfit scomodo, l'importante è che per noi sia il migliore.
L: Quali sono in questo momento, i fashion designer più interessanti e chi ami particolarmente?
A: Ovviamente Sergei Grinko, la sua teatralità ed eleganza nel ritrarre una donna "con le palle", per me è fonte di ispirazione. Amo Maria Ke Fisherman e i suoi vestiti cyber che uniscono la street culture e l'alta moda. Mi piace il brand di moda maschile AdaXNik di Nik Thakkar e Ada Zanditon, la sua realizzazione tecnica e l'attenzione per il brand e le campagne, che sono semplicemente perfette.
Amo anche Tolga Ozturks (abbigliamento maschile), che è audace e colorata pur restando prettamente maschile, la sua attitudine street, che rende i suoi vestiti perfetti per il ragazzo dei nostri sogni. Quando si sceglie nel proprio guardaroba, al di là della personalità e dello stato d’animo, è imprescindibile pensare all’occasione o alle persone per cui ci si veste.
L: Se dovessi uscire per incontrare te stessa, cosa indosseresti?
A: Indosserei qualcosa che metta in evidenza i miei punti forti, ma allo stesso tempo confortevole e che non richieda troppe cure, qualcosa che non parli al posto mio. Ovviamente, se si tratta di un appuntamento, indosserei qualcosa che possa attirare l'attenzione! Apprezzo chi ha il senso dello stile, l'importante è che ciò sia naturale e che non richieda sforzi, altrimenti non è credibile e perde tutta la sua magia.
L: Ho letto che la tua esperienza di DJ è nata collaborando al Circus, locale esclusivo londinese frequentato anche da molte star. I club spesso sono le vere giungle dove nascono fenomeni e stili che anticipano le mode o rivelano quelle che avranno successo.
Sei d’accordo? Quali sono i club o le città nel mondo che da questo punto di vista sono fonti di ispirazione per il tuo lavoro di fashion stylist?
A: Jodie Harshs Circus è stato davvero un punto di riferimento durante il periodo trascorso a Londra. Ho iniziato gestendo le liste alla porta, dunque potevo decidere chi far entrare e chi no. In quel periodo era uno dei miei nightclub preferiti assieme al Boombox e Tailor Trash. Era un posto pieno di ragazzini, drag queens, amanti della moda e celebrità. Avevamo tutti, da Kate Moss a Amy Winehouse e Alexander McQueen e, come potete immaginare, stare alla porta mi ha consentito di conoscere molta gente! Al termine, salivo nella postazione del dj e raggiungevo Jodie e DJ Kris di Angelis e fu allora che Jodie mi passò i piatti! Kris mi disse poi come era andata la serata.
Londra sarà sempre la mia casa e una grande fonte di ispirazione. Mi piacerebbe visitare il Giappone e la Corea e trascorrere più tempo a Los Angeles e New York. Ovviamente adoro stare a Milano il più tempo possibile, le strade sono piene di passanti eleganti e perfetti.
L: Venerdì sarai ospite della serata inaugurale della nuova stagione di Alphabet, presso il Rocket in Alzaia Naviglio Grande 98.
I tuoi DJ set si chiamano “I love this song!” perché spesso lo senti dire dal pubblico delle tue serate. Ho intercettato alcune tue performance, so che ami molto l’old fashion garage e in generale la musica anni '90. Che cosa hai in mente per la tua selezione musicale? Dai una piccola anticipazione a noi di Nerospinto?
A: Porto sempre con me una buona dose di Girl power! Ci saranno dei momenti in cui canterò come una vera diva e in più amo il rave e dunque pomperò molte basi.
L: Cosa c’è invece nella tua playlist e cosa ascolti ultimamente?
A: Girl Power sotto forma di Destiny's Child, Brooke Cand, Spice Girls e Iggy Azalea; ritmi cattivi sotto forma di French Montana, Migos, NERD e ASAP Rocky.
L: L’uomo e la donna più fichi degli anni '90.
A: Uomo più fico non saprei, donna più fica Geri Halliwell aka Ginger Spice
L: Un consiglio a chi oggi pensa di diventare una Fashion Stylist.
A: Divertiti molto, lavora molto e sii sempre gentile. Essendo un lavoro da sogno, sei fortunato anche solo a metterci un piede, sii riconoscente per ogni esperienza che fai e fai qualunque cosa meglio di quanto potresti.
Dopo aver conosciuto il mondo di Alexis Knox, non potrete fare a meno di vederla in veste di dj, per una serata da iscrivere negli annali della notte milanese, riservatevi una poltrona d'onore!
[Intervista di Luca Mirmina/Traduzione a cura di Letizia Carriero]
ALPHABET OPENING PARTY, Special Guest ALEXIS KNOX (London)
Friday November 8th Rocket Alzaia Naviglio Grande 98 Milano
Info e liste: Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo. Mob: 348/8826632
In questi lunghi pomeriggi mi ritrovo sempre più spesso a collassare sul divano senza preoccuparmi particolarmente delle scadenze, dei doveri e degli impegni presi. Verso le tre migro dalla scrivania al divano, una birra in mano e una sigaretta nell'altra. Allungo le gambe e con i piedi su una sedia mi dedico all'ozio, che mi piacerebbe fosse otium letterario, ma a conti fatti mi limito a procrastinare.
L'unico aspetto positivo di quest'attività è il poter ascoltare buona musica da un ottimo impianto con la cassa dei bassi più grande dello schermo del mio computer. E' in uno di questi pomeriggio che ho scoperto i Gentleman's Dub Club. Guardando il cielo grigio fuori dalla finestra cercavo giustificazioni per il mio pessimo comportamento e i GDC si spandevano nell'appartamento col loro sound prettamente inglese e un poco mi è sembrato di essere a Londra, in periferia, o a Edimburgo, in un appartamento per studenti accanto al Royal Mile, vista sul castello e malinconia a catinelle.
Oggi però sacrificherò il mio ozio per parlarvi proprio del gruppo che mi ha tanto contagiato nell'ultimo periodo. Non sono reggae, non sono dub, non sono ska, sono tutto questo e molto di più. I Gentleman's Dub Club: un club di gentiluomini dediti a nient'altro che la musica, la loro musica.
Sono in nove i protagonisti di questo viaggio, nove ragazzi di Leeds che hanno conquistato il pubblico di mezzo mondo con il loro sound variegato e profondamente radicato nella più pura tradizione Dub inglese.
Il 12 ottobre hanno suonato a Milano, al Leoncavallo, e il 18 è uscito il loro primo album, preceduto solo da 2 Ep. Ne abbiamo approfittato e, grazie agli amici di Low Fi Promotion, organizzatori dell'evento, ci siamo procurati un'intervista che vi proponiamo senza censure! W: Com'è possibile gestire un gruppo di 9 membri? Non è difficile prendere delle decisioni e trovare il sound giusto che vada bene a tutti? GDC: Si, può essere difficile, sebbene condividiamo tutti una passione per la dub e la musica reggae, per questo tiriamo avanti da sette anni. Sappiamo cosa va bene per i GDB e cosa no. In passato abbiamo sperimentato diversi modi per scrivere e registrare la nostra musica, ma alla fine ci limitiamo a suonare qualsiasi cosa funzioni al meglio Live e che faccia uscire di testa il pubblico!
W: Come descrivereste il vostro sound?
GDC: Ci ispiriamo alla dub, alla dubby-dubstep, roots, levers e allo ska. Non vogliamo limitarci a un genere, semplicemente suoniamo la musica che ci favenire voglia di ballare!
W: Chi sono gli artisti che vi hanno influenzato di più?
GDC: Tutti, da King Tubby a Mala, dai Iration Steppas a J DIlla, dai Madness ai Beach Boys, dai Channel One a Capleton. E tutto quello che ci sta in mezzo. SIamo in 9 e abbiamo background musicali molto diversi, le nostre influenze sono tantissime.
W: Quali sono i punti forti della vostra carriera? GDC: Abbiamo rilasciato 2 EP negli ultimi anni, ma ad ottobre abbiamo rilasciato "FourtyFour", il nostro album di debutto e siamo molto eccitati per questo. Sono sette anni che lo prepariamo e adesso abbiamo aspettato fin troppo...! Questo è un importante passo per la band. Siamo stati abbastanza fortunati da poter suonare in alcuni locali e festival impressionanti negli anni. I più famosi sono l'Outlook Festival in Croazia (n.d.r. Il più grande festival di Bass music d'Europa), il Glastonbury Festival e il Bestival.
W: Cosa c'è dietro al nuovo album? GDC: In passato non abbiamo rilasciato molto materiale e la ragione è che volevamo intrappolare l'energia di un Live anche nelle produzioni. Tuttavia la soluzione è arrivata dal nostro bassista Toby Davi, che ha prodotto le registrazioni ed è responsabile della gestione di ricreare l'energia dei live nel disco. Questo è stato un grosso passo avanti per noi nella produzione dell'album, ma volevamo anche mostrare gli altri lati della band, infatti in "44" abbiamo inserito dub, ska, lovers e digi-dub.
W: Ho sentito la preview dell'album su ITunes e sembra avere molte più influenze electro delle altre produzioni, ho sentito bene? GDC:Certo. Negli ultimi anni la band è stato più che influenzata dall'EDM di tutti i tipi e abbiamo assorbito le influenze riportandole nei nostri show live e nelle produzioni. E' qualcosa che penso esploreremo ancora di più in futuro.
W: Perchè si chiama "44"?
GDC:Ottima domanda! Abbiamo cominciato a suonare a Leeds e ci riunivamo nel seminterrato di Niall e Toby, che è al 44 di Otley Road... Abbiamo voluto lasciare una traccia di come abbiamo cominciato e delle idee originali dietro il progetto, così "44" sembrò un ottimo titolo.
W: Qual'è la storia della canzone e del video dietro il singolo dell'album, Riot? GDC: ovviamente, la canzone Riot stata influenzata da quello che è successo a Londra 2 anni fa. Tutti nella band vivono a Londra e sono stati coinvolti in quello che è successo. La traccia (e il video) non sono una dichiarazione politica, ma solo una riflessione su quello che è successo.
W: Quanto è influenzata la vostra musica dalla politica e dalla lotta sociale?
GDC: Non scriviamo niente di apertamente politico, tantomeno le nostre lyrics. Sentiamo che il fatto stesso di suonare musica sia abbastanza un atto politico e una protesta.
W: Se foste le ultime persone sulla terra, cosa fareste? GDC: Ci faremmo una birra e una Jam! E proveremmo a trovare qualche ragazza...
Buon ozio con i Gentleman's Dub Club!
In questi giorni a Milano piove. Il cielo si è riempito di nuvole e il grigio ha preso il sopravvento, scortato dal freddo e i primi mal di gola. Di colpo siamo stati catapultati nell'autunno dei primi giorni di scuola, della pioggia lenta sui vetri, delle prime coperte di plaid e delle tisane. Scappare da questa malinconia non ha senso, molto meglio immergersi al meglio in questi sentimenti e godersi questi giorni di confusione prima di ritornare a non accorgersi più di niente presi dalla routine e da altri impegni.
Andreya Triana è una di quegli artisti che incarnano al meglio l'inquietudine pacata di questo Ottobre. Come stare in una foresta, nudi, circondati dalla neve, ma riscaldati dalla consapevolezza di vivere un momento magico, al di sopra delle preoccupazioni e dei doveri. La profonda voce della cantante londinese riscalda l'animo trasportandoci tra foglie secche e ricordi sul filo del vento del cambiamento.
Andreya canta col cuore sulle note di un contrabbasso e una batteria. Nu Soul, downtempo, ritmi lenti, una chitarra accennata e le vere protagoniste di questa musica: le emozioni.
Qualche settimana fa Andreya ha suonato per la prima volta in Italia, a Bari, e noi siamo riusciti a strapparle un'intervista, grazie agli amici di Low Fi Promotion, agenzia che ha curato l'evento.
W. La tua passione per il canto è cominciata quando eri molto piccola e ho letto che l'ambiente multiculturale in cui sei cresciuta ti ha aiutato parecchio nello sviluppare il tuo lato artistico. Come sono stati quei primi anni a Londra? A. Sono cresciuta al sud di Londra ed ero circondata da tantissime culture e generi musicali diversi. Quando sei esposto a questo ambiente fin dalla tenera età ne rimani per forza influenzata. Così sento che le canzoni che scrivo hanno radici profonde nella musica soul, ma hanno anche elementi della musica che ho ascoltato crescendo...
W. E chi sono gli artisti che ti hanno influenzato di più crescendo?
A. Nina Simone, Lauryn Hill, Bill Withers, Stevie Wonder, Bjork...
W. Il primo passo nel diventare una cantante professionista è stata la band che avevi a Worcester, i Bootis, che hai anche riformato a Leeds. In quel periodo è stato difficile trovare delle serate in cui suonare? Cosa mi dici di quel periodo?
A. E' stata una grande esperienza essere in una band e di sicuro mi ha insegnato molto. Ho cominciato esibendomi alle serate di Open Mic e poi ho riformato la band con nuovi membri mentre studiavo all'università a Leeds. Abbiamo suonato in molti posti a e nei dintorni di Leeds, ma per fortuna era tutto facilmente gestibile mentre stavamo studiando.
W. Sei stata selezionata dalla redbull music academy per un'esperienza unica in Australia, dove hai potuto confrontarti con numerosi artisti e professionisti del settore. Come ti ha aiutato quest'esperienza a trovare il tuo stile?
A. Essere selzionati per la RedBull Music Academy mi ha aperto un sacco di possibilità creative. Ho conosciuto persone con cui non avrei mai collaborato altrimenti. E' stata una delle migliori esperienze creative di tutta la mia vita.
W. Hai viaggiato molto nella tua vita, e viaggiare è una grande opportunità per esplorare nuovi modi di pensare e entrare in contatto con altre culture, ma d'altro canto, può essere anche destabilizzante. Come ti ha cambiato tutto questo? Forse la canzone, e l'album, "Lost where I belong" è un manifesto a questo sentimento malinconico?
A. Amo viaggiare e se rimango in un posto troppo a lungo mi prudono i piedi e sento il bisogno di fare i bagagli e andare da qualche altra parte. Sono davvero grata di aver viaggiato così tanto. Viaggiare ti apre la mente, ma amo anche avere la stabilità di essere a casa.
W. Molti artisti hanno remixato le tue canzoni, mr Scruff, Tokimonsta, Flying Lotus, ma c'è qualcuno in particolare con cui vorresti collaborare? A. Amerei lavorare con Danger Mouse. (n.d.r. se non lo conoscete andate subito ad ascoltare l'album ROME)
W. Qual è stato l'ultimo album che hai comprato?
A. Seven di Emily King.
W. Se fossi l'ultima persona sulla terra, cosa faresti? A. Salterei dalla cima del mondo e andrei a vivere nel mare!
Buon inizio Autunno con Andreya Triana!
“Ha insegnato Leonardo Sciascia che la Sicilia non è una. Ne esistono molteplici, forse infinite, che al continentale, forse al Siciliano stesso, si offrono e poi si nascondono in un giuoco di specchi”.
Vorrei iniziare questo articolo cosi, con una citazione di Paolo Isotta, giornalista campano, per introdurre all’incontro con un giovane, ma già pluripremiato, fotografo siciliano.
La Sicilia non solo come espressione geografica e burocratica, terra racchiusa tra quattro punti cardinali, ma una Sicilia che è una e trina, o forse di più. Un modo di essere, uno stato d’animo, un profumo, una voce, un ricordo, un luogo, un sapore.
Non è un caso che i siciliani siano tra gli italiani più legati alla loro terra, quasi vi fosse un filo invisibile che parte dal cuore e che si dipana mano a mano che i chilometri aumentano, mano a mano che la terra natia si allontana, fino a diventare un’Itaca al di là delle nuvole.
È proprio da qui che sono voluta partire nel mio incontro con Giuseppe La Spada, fotografo, regista, poeta e ambientalista.
Lo raggiungo nel suo studio nel centro di Milano, un luogo incastonato tra antichi palazzi e chiese, un rifugio dai colori del mare, elemento predominante dell’opera di La Spada e sua musa ispiratrice.
Sei nato a Palermo e cresciuto a Milazzo. Ho conosciuto molti siciliani nella mia vita e tutti mi hanno confessato di sentire un legame indissolubile con la loro terra. Nonostante la delusione e la rabbia contro un sistema che, inevitabilmente,li costringe ad emigrare, essi sentono dentro un orgoglio, un amore per le proprie radici che raramente ho riscontrato altrove.
Noi Siciliani abbiamo un legame viscerale con la nostra terra. La Sicilia è la culla della civiltà mediterranea, in cui fondamentale è stato il contatto con le culture che, nel corso dei secoli, vi ci sono avvicendate. Questa ricchezza fa si che , a volte, vi sia una sorta di chiusura mentale, una presunzione che tutto sia li. Credo invece che sia vitale il continuo confronto con genti, culture e pensiero diversi
Quanto ha influito sul tuo lavoro, il tuo essere cresciuto a Milazzo, cittadina incastonata tra due golfi, affacciata sulle Isole Eolie e sul Mediterraneo?
Innanzitutto direi la palette dei colori che utilizzo nei miei lavori: il turchese del mare, la luce, il verde, il giallo dei campi riarsi d’estate. I profumi, che hanno la capacità di trasportarti in un tempo e un luogo lontani ma vivi nella memoria e i valori, quelli della famiglia, del rispetto, del sacrificio.
Come vivi il tuo essere siciliano?
Manlio Sgalambro (scrittore e filosofo, collaboratore di Franco Battiato ndr), ha espresso benissimo, nei suoi testi, il legame viscerale che ci lega alla nostra terra. Chi nasce in un’isola avverte sempre la paura di inabissarsi. Il continuo aleggiare della morte, si tramuta in una sorta di incombenza a fare qualcosa, a darsi da fare, a mettere in atto le cose.
La Sicilia la vivo anche attraverso il mio lavoro fotografico direi che mi sento quasi un esportatore della mia terra: l’acqua, la figura femminile, il concetto dell’amore. In questo modo riesco a colmare la mancanza di casa, la nostalgia che, inevitabilmente, mi coglie.
L’acqua è l’elemento primario delle tue foto. Molte delle tue opere ritraggono figure femminili in acqua con il viso celato. Veri e propri quadri viventi cesellati dalla luce che trafigge il tutto, dando forma e movimento.
L’acqua è una delle protagoniste delle mie foto, assieme al soggetto o ai soggetti interessati. Le foto sott’acqua consentono una sospensione della realtà: la percezione del reale cambia, si acuiscono i sensi e, contemporaneamente, si ha la sensazione di essere trasportati in un’altra dimensione.
Inoltre l’acqua del mare non è sempre la stessa, ma cambia a seconda del luogo, della luce e dei momenti della giornata.
Le mie modelle vogliono rappresentare una donna che non esiste nella realtà, una figura direi Ottocentesca. Una delle mie fonti d’ispirazione è sicuramente la pittura dei Preraffaelliti, con le sue eteree giovani dai capelli rossi e dalla pelle d’alabastro , le sue cromie e la saturazione dei colori. Nella mia fotografia ricerco anche la figura della donna siciliana, che dà la vita e la morte, forte e fragile allo stesso tempo, contemporanea nel suo essere eterna.
Mi incuriosisce il fatto che le tue modelle abbiano il viso celato. Cosa vuoi trasmettere attraverso questa precisa scelta stilistica?
Ho voluto soffermarmi sull’estetica dell’atto: non visualizzare il viso permette di potersi concentrare su altri aspetti e sui gesti che raccontano più delle parole. Cogliere l’attimo, che è uno dei concept alla base della fotografia.
Vi è poi l’amore, altro concetto che ritorna sempre nei miei lavori: permettimi di citare il regista francese Jean Vigot, il quale disse “È necessario mettere sott’acqua il viso per incontrare l’amore”.
Nel 2007 hai vinto il Webby Awards per la creazione del sito web “Mono No Aware” (Il sentimento delle cose ndr), a supporto del progetto “Stop Rokkasho”, creato dal musicista Ryuichi Sakamoto, il cui scopo è evidenziare i pericoli ambientali legati all’attività nucleare in Giappone. Cosa puoi raccontarci di quella esperienza?
Ho contattato il Maestro Sakamoto tramite mail nel 2006: ai tempi ero già fan della sua musica e mi aveva incuriosito il fatto che un artista di quel calibro avesse dato vita ad un progetto cosi importante.
Sono infatti dell’idea che ogni artista debba essere un sismografo del suo tempo e che debba, in un certo senso, sfruttare la sua fama per divulgare argomenti di cui si parla poco o per niente.
Il progetto Rokkasho ha coinvolto artisti con ambiti e background diversi e davvero permesso di informare la popolazione non solo giapponese, ma mondiale, circa i pericoli derivanti dal riprocessamento nucleare.
Ho avuto l’onore di collaborare con il Maestro Sakamoto e Fennesz ad una tournée, “Cendre” (Cenere) che si è conclusa con un concerto a Ground Zero, un luogo colmo di energia negativa ma allo stesso tempo di speranza per poter costruire un futuro diverso.
Lavorare con il Maestro Sakamoto è stato per me emozionante, grazie anche alla sua estrema disponibilità e all’amore e impegno che mette in ogni iniziativa che intraprende.
L’attenzione all’ambiente e l’amore per l’ecologia ritornano nel live show “Afleur” del 2009 con il musicista Con-cetta, poi divenuto un libro. Cosa puoi dirci a proposito?
Si tratta di un progetto che mi sta molto a cuore: il libro prodotto con alghe provenienti dalla laguna di Venezia, con carta priva di cloro e altre carte giunte appositamente dal Giappone. Perché l’alga? Perché penso che rappresenti benissimo la fragilità dell’amore come lo conosciamo noi oggi, un sentimento difficile da incontrare e da vivere, che può essere trovato solo in apnea, immergendosi. Non a caso il libro si compone di brevi riflessioni, scritte da me, con tema l’amore, il mare e la nostra ricerca interiore e da foto, ritraenti le già citate figure femminili immerse nel mare dinanzi Milazzo.
La necessità di sensibilizzare i cittadini, Milanesi in questo caso, circa il problema dell’inquinamento , ti ha portato, nel 2011, a collocare un grande albero in Piazza Duomo, in una sorta di performance collettiva. Raccontaci di più
Si, si è trattato di un esperimento di “architettura ecologica”, commissionatomi da un cliente che lavora nel settore dell’architettura e molto sensibile alle problematiche dell’ambiente. Ho immaginato un albero costruito con borse di colore verde e marrone, che sono state distribuite ai passanti e a tutti coloro che hanno preso parte alla performance.
Oggi, oltre che artista , sei anche docente presso l’Istituto Europeo di Design di Milano e l’Accademia di Brera. Cosa puoi raccontarci della tua esperienza da professore?
All’inizio, essendo molto giovane, ho avvertito un certo imbarazzo nel confrontarmi con alunni quasi miei coetanei. Sono dell’idea che si debba mantenere un rapporto umano con gli studenti, pur pretendendone il dovuto rispetto.
Insegnare è una missione, i docenti devono trasferire agli studenti l’esperienza, il rigore, i valori reali e soprattutto far capire che ogni mestiere creativo, richiede passione e sacrificio.
Ritengo che il docente abbia un dovere sociale, ossia accompagnare i ragazzi lungo il percorso della vita, infondendo loro l’amore per la bellezza, dando loro i riferimenti culturali che stanno dietro essa e che oggi,inevitabilmente, molti tendono ad ignorare.
Oltre che fotografo, sei anche regista di un video musicale da più di 18 milioni di visualizzazioni (L’Essenziale di Marco Mengoni). Nel video ritorna l’elemento dell’acqua: vediamo un giovane camminare per Milano e, ad un tratto, cadere in acqua, circondato da una musicista e da spartiti. Cosa hai voluto significare con questa scena?
Si dice che ogni uomo aneli ad un ritorno alla vita intrauterina e che insegua le immagini impresse nella sua memoria prima della nascita.
L’acqua simboleggia una dicotomia: il momento di crisi che ti attanaglia, durante il quale inciampi in qualcosa che ti permette di conoscere te stesso, attraverso un percorso verticale. Inoltre essa fa pensare ad un viaggio spirituale, di riscoperta di ciò che è più importante nella nostra vita, di ciò che è essenziale.
Come ti vedi nel futuro? Pensi anche tu di emigrare, come fanno molti, all’estero?
Per ora escludo la possibilità di trasferirmi all’estero, non che l’attuale situazione italiana non invogli a farlo. Credo tuttavia che la crisi faccia venir fuori ciò che noi siamo, in un certo senso ci sproni a metterci in gioco, a produrre un qualcosa che possa arricchire la società, che dia un valore al nostro passaggio su questa terra.
In futuro, quando il lavoro e le circostanze me lo permetteranno, spero di tornare in Sicilia, per ricongiungermi con le mie radici più profonde. Questo si, sarebbe l’ideale.
http://www.giuseppelaspada.com/
Dario Aggioli, attore, regista e direttore artistico romano ci parla del suo nuovo spettacolo: Porno Mondo, un'interessante sperimentazione intorno al binomio sesso-nuovi media in equilibrio tra mockumentary, mascherine e social dating, il cui debutto è previsto per marzo 2014.
N: Da cosa nasce Porno Mondo?
D: Lo spettacolo nasce da uno scherzo telefonico che un mio alunno del liceo mi ha fatto. Invece di darmi il numero di sua madre mi ha dato quello a cui rispondeva la segreteria (molto fantasiosa) di una prostituta. Poi la ricerca sul web di questa tizia per capire se era vera o meno. E il mondo che gira intorno al porno è stata una scoperta. I forum che recensiscono le escort su tutto!
N: Lo spettacolo è frutto di una coproduzione tra tre realtà del territorio romano: Teatro Forsennato, Teatro dell’Orologio e Teatro Tor di Nona. Chi c'è dietro queste realtà e perché si è deciso di collaborare ad un progetto di questo genere?
D: Per la verità il Teatro dell'Orologio per ora ci ospita soltanto, ma stiamo valutando di farlo entrare per lanciarlo (loro hanno proposto conferenze stampa in club privé o qualcosa di simile) Il Tor di Nona è il teatro che dirigo e che ci ospiterà per le prove (e perciò una spesa si abbatte così facilmente) mentre Teatro Forsennato è la mia compagnia.
N: Dalla presentazione dello spettacolo sembra che lo spettatore sia chiamato a partecipare ad un insolito gioco/reality ispirato ai più comuni social network per "incontri". C'è una propensione verso il voler far vivere un'esperienza al pubblico?
D: Solitamente nei miei spettacoli il pubblico in minima parte è coinvolto, qui verrà rimorchiato prima senza saperlo attraverso delle applicazioni come Grindr oppure verrà coinvolta gente che non sa nemmeno che esiste lo spettacolo...
N: Attraverso la pratica teatrale e la messinscena probabilmente quello spazio protetto dalla virtualità dell'azione viene meno: da dove nasce l'esigenza quasi scaramantica di rendere pubblico qualcosa che solitamente è assolutamente intimo e personale?
D: L'esigenza nasce dal fatto che intimo e personale ormai non lo è più. Sta mutando. Immaginate solo che per i pochi che hanno i google glass, molti hanno fatto avatar sessuali che su google earth o maps puoi incrociare e sostuire a chi hai di fronte, solo indossando degli occhiali... Oppure immaginate che nei ragazzi sotto i 18 anni, 1 su 4 ha ripreso un atto sessuale (e spesso sono le donne a proporlo).
N: Nella presentazione si parla anche di “Mockumentary”, una sorta di finto documentario, ma la pornografia appartiene già all'ambito della fiction, anche se il tutto è 'realmente giocato dagli attori'. Qualcosa che assomiglia molto al teatro. Qual'è dunque nello spettacolo il confine tra realtà e finzione?
D: Per prima cosa non non parliamo di pornografia (almeno non solo), ma del rapporto tra sesso e nuovi media. Lo facciamo usando il linguaggio del mockumentary, ma ribaltandolo. Nel senso che il mockumentary è un finto documentario che usa quel linguaggio per costruire e raccontare come verità ciò che è finto, mentre noi vogliamo fare un documentario che usi il linguaggio del mockumentary per raccontare quanto c'è di falso in quella verità.
N: Leggendo la sinossi di Porno Mondo mi viene da pensare ad uno studio sociologico. Che ne pensi?
D: Uno studio sociologico? Può darsi... C'è anche quello... E' uno sguardo che non vorremmo, almeno per ora, indirizzare aprioristicamente...
N: Utilizzerete degli elementi particolari durante la messa in scena, come le mascherine per attori e spettatori e i pop-up. Perché questa scelta?
D: I pop-up saranno delle vere e proprie scene, costruite come quelle disturbanti pubblicità. Le mascherine sono un elemento importante nell'estetica del mondo delle cam e funzionale a quel momento. Queste saranno funzionali anche in un momento in cui "qualcuno" vedrà il nostro pubblico e noi per evitare di fare 50/100 liberatorie a replica, le faremo indossare al pubblico presente in sala!
N: Che cos'e per te la pornografia e quali interazioni può avere con l'arte?
D: Non so cosa sia la pornografia o meglio non me lo voglio domandare in questa fase del lavoro. Vorrei approcciarmi al tema come se fossi il Candido di Voltaire (anche se candido non sono). Ma a parte tutto è un termine ottocentesco come origine, anche se in greco vuol dire disegno osceno o qualcosa di simile ed è un termine che è nato proprio per distinguere questi disegni o immagini dall'arte. Perciò interagisce in tutto dato che molte cose possono essere al confine tra una e l'altra.
N: Se dovessimo parlare di "efficacia" e di "confini" (non per forza intesi come limiti) della provocazione praticata nell'oggi, a te cosa verrebbe da dire?
D: Bisogna capire cosa si intende per provocazione: spesso oggi la provocazione, come anche la satira, non è efficace perché è utilizzata per far ridere e non per smuovere. Spesso si fa satira e si provoca il politico per farlo ridere di sé, interrogarlo, ma non farlo incazzare, smuovere qualcosa, fargli ribaltare la sedia, farlo licenziare. L'ormai compianto Salone Margherita, le sue ballerine e i Pippi Franchi, invitavano addirittura i politici a mischiarsi con le loro macchiette. O il Bersani che appare e fa il doppio al Crozza suo sosia/socio. Questa non è satira, non provoca, non è provocazione, perché i confini non sono più presi in considerazione come un luogo da provare a valicare, ma delle linee da rimarcare; l'efficacia non è più un obiettivo, una necessità, ma una opzione alla provocazione.
N: Come vivi il tuo essere un teatrante?
D: Come vivo il mio essere teatrante? Come l'ho iniziato: non sapevo di volerlo fare, non ero intenzionato a farlo, poi ho iniziato per fare altro (il mio primo spettacolo doveva essere la mia tesi in filosofia), poi delle persone mi hanno chiesto di lavorare con me, poi ho continuato, mi sono divertito e continuo a giocare. Lo vivo giocando.
N: Dal libro del significato dei nomi:
Dario. Dal greco Dareios, le parole persiane daraya e vahu significano insieme "che possiede il bene". Dario è pratico, socievole, eloquente e positivo, solo dopo una giovinezza incerta e un po' schiva punta alla meta. Ama la compagnia, la vita comoda e la buona tavola. Non gli piace avere difficoltà sia nella vita che con gli affetti, anzi vuole essere sempre coccolato e protetto dall'amore della sua compagna che la ricerca fedele, serena ed equilibrata. Dario è molto vanitoso, gli piace apparire, per nulla diplomatico ed incapace di curare i propri interessi. Ipocondriaco.
Nomen omen?
D: Totalmente uguale a me, tranne per il vuole essere coccolato. La mia vita è andata oltre al nome, ho passato un momento della mia crescita in totale solitudine e perciò non potevo essere coccolato da nessuno. Perché non avevo nessuno vicino a me, fino ai 18 anni. E per l'ipocondriaco. Non ho paura delle malattie perché non ne ho: ho avuto l'influenza 2 sole volte nella vita (a 8 e 14 anni), ho preso l'ultima volta l'aspirina nel 2005... difficilmente ho la febbre...
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Credits foto by Marco Ventimiglia
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